mercoledì 8 gennaio 2020

LA FRAMMENTAZIONE NELL’ “ASSE DELLA RESISTENZA” HA CAUSATO LA MORTE DI SOLEIMANI

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Di Elijah J. Magnier: @ejmalrai

Tradotto da Alice Censi

FONTE: Middle East Politics

Non è stata la decisione degli Stati Uniti di lanciare i missili contro il brigadiere generale dell’IRGC Qassem Soleimani a  uccidere lui e i suoi accompagnatori a Baghdad. E’ ovvio che l’ordine di sparare questi missili (da due droni) che avrebbero distrutto le due macchine su cui viaggiavano Sardar Soleimani e il comandante iracheno di Hashd al-Shaabi Jamal Jaafar al-Tamimi, cioè Abu Mahdi al-Muhandes, e bruciato i loro corpi all’interno del veicolo, arrivava dal centro di comando e controllo degli Stati Uniti. Ma il motivo per cui il presidente Trump ha preso questa decisione è in realtà da attribuire alla debolezza dell’ “Asse della Resistenza” il cui livello di efficienza oggi è decisamente inferiore a quello che l’Iran pensava avesse raggiunto dopo decenni passati a cercare di rafforzarla.

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Un buon amico di Qassem Soleimani che ha parlato con lui qualche ora prima che si imbarcasse sull’aereo che l’avrebbe portato da Damasco a Baghdad mi diceva: “ Un uomo nobile è morto. La Palestina più di tutti ha perso un faro, Hajj Qassem (Soleimani). Lui era il “Re” dell’Asse della Resistenza e il suo leader. E’ stato assassinato ed è quello a cui ambiva, il Martirio. Ma l’Asse continuerà a vivere e non morirà. Senza dubbio l’Asse della Resistenza deve rivedere la sua politica e rigenerarsi correggendo gli errori di percorso. Di questi errori si lamentava Hajj Qassim nelle ultime ore prima di morire, intenzionato a lavorarci sopra con nuove strategie”.

Gli Stati Uniti uccidendo il generale maggiore Soleimani hanno colpito al cuore l’Iran e il suo l’orgoglio. Ma l’ “Asse della Resistenza” l’aveva già ucciso prima. Ecco come:

Quando il primo ministro Benjamin Netanyahu assassinava il vice capo del Consiglio Militare (consiglio su cui si centra l’Hezbollah libanese, capeggiato dal suo segretario generale, Hassan Nasrallah), Hajj Imad Mughniyah a Damasco in Siria, Hezbollah non lo vendicava, e non lo ha mai fatto.

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Quando Trump regalava a Netanyahu Gerusalemme dichiarandola “capitale di Israele”, l’ unica iniziativa che l’”Asse della Resistenza” prendeva era quella di organizzare convegni e conferenze televisive in cui dichiarava verbalmente di rifiutare la decisione.

Quando il presidente Trump riconosceva la sovranità israeliana sulle alture occupate del Golan e l’ “Asse della Resistenza” non reagiva, sia lui che la sua squadra capivano che non esisteva una vera e propria opposizione. L’inerzia dell’asse non poteva che incoraggiare Trump a fare tutto ciò che avrebbe voluto.

E quando Israele bombardava centinaia di obbiettivi siriani e iraniani in Siria l’”Asse della Resistenza” non ha mai risposto, giustificando il suo comportamento con la solita vecchia frase : “ non vogliamo che il nemico ci trascini in uno scontro di cui decide lui i tempi “ come mi diceva una figura importante all’interno dell’asse.

In Iraq, poco prima della sua morte, Il generale maggiore Soleimani si lamentava di come si fossero indebolite le componenti irachene all’interno dell’ “Asse”, rappresentate dall’alleanza Al-Bina (Costruzione) e da altri gruppi vicini a questa alleanza come Al-Hikma di Ammar al-Hakim e Haidar al-Abadi, una volta filo-iraniani ma diventati col tempo filo-americani.

In Iraq Soleimani era sempre paziente, non perdeva mai il controllo. Cercava sempre di rappacificare tutti, gli alleati e quelli che erano passati al campo nemico o che non erano d’accordo con lui. Di solito abbracciava quelli che lo contestavano per cercare di allentare la tensione e far continuare così il dialogo evitando che gli incontri finissero con un niente di fatto. Chiunque alzasse la voce in una discussione veniva calmato proprio da Soleimani.

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Hajj Qassem Soleimani non era riuscito a mettere d’accordo  coloro che venivano considerati come alleati, all’interno della stessa coalizione, sul nome del nuovo primo ministro. Chiedeva ai leader iracheni di scegliere dei nomi e li passava in rassegna informandosi su quanto potessero essere accettati o meno dai gruppi politici, dal Marjaiya, dai dimostranti nelle strade e se non fossero sgraditi agli Stati Uniti o visti come una provocazione nei loro confronti. Malgrado i rapporti tesi con gli Stati Uniti, Soleimani sosteneva che la persona scelta non avrebbe dovuto essere qualcuno boicottato da loro. Soleimani era convinto che gli Stati Uniti avrebbero potuto arrecare danni  all’Iraq e capiva quindi l’importanza di avere con loro delle buone relazioni proprio per salvaguardare la stabilità del paese.

Il grande disaccordo esistente tra gli sciiti dell’Iraq indignava Soleimani, più che mai convinto che l’”Asse della Resistenza”, che lui vedeva vacillare, avesse  bisogno di un’impostazione diversa. Nelle ore precedenti la sua morte il generale Soleimani rifletteva appunto su quanta rivalità ci fosse  tra gli iracheni appartenenti allo stesso schieramento.

Quando le proteste iniziarono a rivolgersi contro il governo, quelli che si opponevano all’egemonia americana si divisero  proprio perché in quel momento dirigevano il paese . A peggiorare le cose ci pensò poi  Moqtada al-Sadr che cominciò a scagliare le sue frecce proprio contro i suoi alleati come se le manifestazioni non fossero dirette contro di lui, il politico con il numero più alto di deputati, ministri e funzionari statali che era stato al governo per più di dieci anni.

Il generale maggiore Soleimani rimproverava Moqtada al-Sadr per i suoi atteggiamenti che creavano solo ed esclusivamente scompiglio dato che il leader sadrista non era in grado di offrire nessuna alternativa se non il caos. Moqtada nelle strade ha i suoi uomini, i temuti membri di Saraya al-Salam.

Quando il segretario alla difesa degli Stati Uniti Mark Esper chiamò il primo ministro Adel Abdel Mahdi il 28 dicembre per informarlo dell’intenzione di colpire le forze di sicurezza in Iraq, PMU ( Unità di Mobilitazione Popolare) incluse, Soleimani fu veramente deluso dall’incapacità del primo ministro di opporsi alla decisione di Esper. L’unica cosa che Abdul-Mahdi riusciva a dire a Esper era che considerava questa azione pericolosa. Soleimani sapeva che se Abdul-Mahdi avesse avuto il coraggio di opporsi alla decisione americana gli Stati Uniti non avrebbero colpito l’Iraq. Nelle aree colpite, iracheni e iraniani insieme tenevano sotto controllo i movimenti dell’ISIS al confine tra Iraq e Siria. Gli Stati Uniti avrebbero annullato la loro operazione se il primo ministro iracheno li avesse minacciati di rispondere ad un bombardamento delle sue forze militari. In fin dei conti gli Stati Uniti non avevano nessun diritto di attaccare  niente e nessuno in Iraq senza l’assenso del governo del paese. In quel momento l’Iraq perdeva la sua  sovranità e gli Stati Uniti prendevano il controllo del paese.

E’ proprio il controllo degli Stati Uniti sull’Iraq uno dei motivi per cui il presidente Trump ha dato il via all’operazione per uccidere il generale maggiore Soleimani. L’Iraq mostrava la sua debolezza e inoltre era necessario che non venisse scelto un leader forte con il coraggio di opporsi all’arroganza degli Stati Uniti e alla loro condotta illegale.

L’Iran non ha mai controllato l’Iraq come invece sostengono e immaginano, erroneamente, molti analisti. Per anni gli Stati Uniti si sono dati un gran daffare nei corridoi delle élite politiche irachene inseguendo i loro interessi. Il più attivo era l’inviato del presidente Brett McGurk che aveva capito molto bene come fosse difficile muoversi appunto in questi corridoi per trovare un primo ministro, prima che fossero nominati Adel Abdel Mahdi, il presidente Barham Saleh e altri governi in passato. Entrambi, Soleimani e McGurk conoscevano bene queste difficoltà. Entrambi avevano chiaro quanto fosse paludoso il sistema politico iracheno.

Soleimani non ha mai dato l’ordine di lanciare dei missili contro le basi degli Stati Uniti o di attaccare la loro ambasciata. Se avesse potuto distruggere le loro basi con dei missili sofisticati o eliminare l’ambasciata senza avere ripercussioni non avrebbe avuto esitazioni. Ma gli iracheni hanno le loro idee, i loro metodi, il loro modus operandi nella scelta degli obbiettivi e dei  missili; non si sarebbero mai affidati a Soleimani per queste decisioni.


La presenza iraniana negli affari iracheni non è mai stata ben vista dal Marjaiya di Najaf anche se in alcune occasioni accettava di ricevere Soleimani. Si scontrarono a proposito della rielezione di Nuri al-Maliki, il candidato preferito da Soleimani, e il Marjaiya scrisse una lettera in cui rendeva esplicito il suo rifiuto di al-Maliki. Così si arrivò ad Abadi come candidato a primo ministro.

Le idee di Soleimani erano talmente opposte a quelle del Marjaiya che quest’ultimo dovette scrivere un messaggio chiaro in cui rifiutava la rielezione di Nuri al-Maliki nonostante l’insistenza di Soleimani.

Tutto ciò avveniva dopo il 2011, l’anno in cui il presidente Obama ritirò le truppe statunitensi dall’Iraq. Prima di allora Abu Mahdi al-Muhandes era il collegamento tra l’Iran e l’Iraq: aveva potere decisionale, la visione della situazione, l’appoggio di vari gruppi ed era a tutti gli effetti il rappresentante di Soleimani che non interferiva nei dettagli. I gruppi iracheni si incontravano spesso con Soleimani in Iran; Soleimani raramente si recava in Iraq quando c’era nel paese una forte presenza militare americana.

Sebbene fosse il leader dell’”Asse della Resistenza”, Soleimani in alcuni circoli a volte veniva chiamato “il re” poiché il suo nome ricordava quello del re Salomone. Secondo le fonti nell’”Asse della Resistenza”, lui non ha mai dettato la sua politica ma ha sempre lasciato un margine di manovra e la facoltà di decidere a tutti i leader dell’asse, nessuno escluso. Veniva identificato come il collegamento tra l’asse e il leader supremo Sayyed Ali Khamenei. Soleimani era in grado di contattare Sayyed Khamenei a qualunque ora e in modo diretto, senza mediazioni. Il leader della rivoluzione considerava Soleimani come un figlio.

Secondo fonti in Siria, Soleimani “ non ha mai avuto esitazioni a salire su un camion, a guidare una macchina qualsiasi, a salire sul primo elicottero, a viaggiare su un aereo cargo se necessario. Non prendeva precauzioni per la sua sicurezza ma usava il telefono (chiamato l’amico spia) liberamente pensando che se fosse stata presa la decisione di assassinarlo lui avrebbe seguito il suo destino. Lui ambiva a diventare un martire perché diceva di aver già vissuto a lungo”.

Ma il leader dell’ “Asse della Resistenza” la dirigeva e la gestiva?

Sayyed Ali Khamenei diceva a Sayyed Hassan Nasrallah “ tu sei un arabo e gli arabi accettano te più dell’Iran”. Sayyed Nasrallah ha diretto l’asse in Libano, Siria e Yemen e ha avuto un ruolo importante in Iraq. Hajj Soleimani era il tramite tra l’asse della resistenza e l’Iran e colui che ne gestiva le finanze e la logistica. Secondo la mia fonte “lui era amico di tutti i leader e di tutti i responsabili nei vari ranghi. Era umile e si occupava di tutti quelli con cui aveva a che fare”.

L’ “Asse della Resistenza” ha permesso, indirettamente, che Soleimani venisse ucciso. Se Israele e gli Stati Uniti riuscissero a sapere dove si trova Sayyed Nasrallah non esiterebbero un attimo ad ucciderlo. Potrebbero pensare che la reazione si limiterebbe all’incendio di qualche bandiera e a qualche  manifestazione davanti ad un’ambasciata. Ma naturalmente questo genere di reazione non fermerebbe Trump che ambisce ad essere rieletto con l’appoggio di Israele e dell’opinione pubblica americana. Lui vuole presentarsi come un guerriero, un leader determinato che ama lottare e uccidere.

L’Iran per 40 anni ha fatto di tutto per costruire l’ “Asse della Resistenza”. Non può oggi tacere di fronte all’assassinio del suo leader. L’uscita degli Stati Uniti dall’Iraq insieme ad una condanna da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite potrebbero bastare? E questo, più il ritiro dall’accordo sul nucleare sarebbe sufficiente a vendicare il suo Generale? La battaglia che seguirà sarà solo in Iraq? Verrà usata da qualche   politico iracheno per vincere?

L’assassinio del suo leader mette alla prova ora come non mai l’ ” Asse della Resistenza”. Tutti, amici e nemici stanno aspettando la risposta.




giovedì 21 novembre 2019

Nessuno in Israele ha saputo che hanno commesso un massacro e che non gliene importa niente


di Gideon Levy

17 novembre 2019 - Haaretz

Il pilota del cacciabombardiere non lo sapeva. I suoi comandanti che gli hanno dato gli
ordini, il ministero della Difesa e il comandante in capo neppure, né il comandante
dell’aviazione militare. Gli ufficiali dell’intelligence che hanno deciso l’obiettivo e il
portavoce dell’esercito, che mente senza fare una piega, non ne sapevano niente.
Nessuno dei nostri eroi sapeva. Quelli che sanno sempre tutto improvvisamente non
sapevano. Quelli che possono scovare il figlio di un ricercato in un quartiere periferico di
Damasco non sapevano che una povera famiglia stava dormendo all’interno del suo
miserabile tugurio a Dir al-Balah.
Essi, militari dell’esercito più morale e dei servizi di intelligence più avanzati al mondo,
non sapevano che la precaria baracca di lamiera da molto tempo aveva smesso di essere
parte dell’ “infrastruttura della Jihad Islamica”, e ci sono dubbi che lo sia mai stata. Non
sapevano e non si sono neanche preoccupati di verificare – dopotutto, qual è la cosa
peggiore che possa capitare?
Venerdì il giornalista Yaniv Kubovich ha svelato la scioccante verità sul sito web di
Haaretz: il bersaglio non era stato riesaminato da almeno un anno prima dell’attacco, la
persona che avrebbe dovuto essere il suo obiettivo non è mai esistita e l’informazione era
basata sul sentito dire. La bomba è stata comunque sganciata. Il risultato: otto corpi avvolti
in sudari colorati, alcuni terribilmente piccoli, tutti in fila; membri della stessa famiglia
estesa, la Asoarkas, cinque dei quali bambini – compresi due bimbi piccoli.
Se fossero stati cittadini israeliani lo Stato avrebbe mosso cielo e terra per vendicare il
sangue del suo famoso bambinetto e il mondo sarebbe rimasto scioccato dalla crudeltà del
terrorismo palestinese. Ma Moad Mohamed Asoarka era solo un bambino palestinese di
sette anni che viveva ed è morto in una baracca di lamiera, senza presente né futuro, la cui
vita valeva poco ed è stata breve come quella di una farfalla: il suo assassino è stato un
famoso pilota.
E’ stato un massacro. Nessuno verrà punito per questo. “La lista dei bersagli non era stata
aggiornata,” hanno detto fonti ufficiali dell’esercito. (Dopo che l’inchiesta di Yaniv
Kubovich è stata pubblicata, il portavoce dell’esercito ha rilasciato un altro comunicato:
“Alcuni giorni prima dell’attacco è stato confermato che l’edificio era un bersaglio.”) Ma
questo massacro è stato peggiore dell’omicidio mirato di Salah Shehada ed è stato accolto
con ancor maggiore indifferenza in Israele.
Il 22 luglio 2002 un pilota dell’aviazione militare israeliana lanciò una bomba da una
tonnellata su un quartiere residenziale che uccise 16 persone, compreso un uomo
effettivamente ricercato. Giovedì, prima dell’alba un pilota ha lanciato una bomba più
intelligente, una JDAM, su una fragile baracca in cui non si nascondeva nessun ricercato.
È risultato che persino il ricercato citato da un portavoce dell’esercito era frutto della sua
immaginazione. Gli unici che c’erano lì erano donne, bambini e uomini innocenti che
stavano dormendo nel cuore della notte di Gaza. In entrambi i casi le Forze di Difesa
Israeliane [l’esercito israeliano, ndtr.] hanno usato la stessa menzogna: pensavamo che
l’edificio fosse vuoto. “Le IDF stanno ancora cercando di capire cosa stesse facendo la
famiglia in quel luogo,” è stata la sfacciata e terribilmente laconica risposta, che ha
insinuato che la colpa fosse della famiglia. Infatti, cosa ci facevano lì Wasim, 13 anni,
Il giorno dopo l’uccisione di Shehada e di 15 dei suoi vicini, e dopo che le IDF avevano
continuato a sostenere che le loro case erano “baracche disabitate”, andai sul luogo del

bombardamento, il quartiere di Daraj a Gaza City. Non baracche ma condomini, alti
qualche piano, tutti densamente abitati, come ogni casa a Gaza. Mohammed Matar, che
aveva lavorato per 30 anni in Israele, giaceva prostrato a terra, un braccio e un occhio
bendati, tra le rovine, vicino all’ immenso cratere creato dall’esplosione. Sua figlia, sua
nuora e quattro dei suoi nipoti erano morti nell’esplosione; tre dei figli erano rimasti feriti.
“Perché ci hanno fatto questo?” mi chiese, scioccato. All’epoca 27 dei piloti più coraggiosi
dell’aviazione israeliana firmarono la cosiddetta ‘lettera dei piloti’, rifiutando di
partecipare ad operazioni in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Questa volta neppure un
pilota ha rifiutato di partecipare, ed è dubbio che qualcuno lo farà in futuro.
“Esseri umani. Sono esseri umani. Qui c’è stata una battaglia – infermieri e medici contro
la morte,” ha scritto il coraggioso medico norvegese Mads Gilbert, che corre in aiuto degli
abitanti della Striscia di Gaza quando viene bombardata, curando i feriti con infinita
dedizione. Gilbert ha aggiunto una foto della sala operatoria nell’ospedale Shifa di Gaza
City: sangue sul tavolo, sangue sul pavimento, bende intrise di sangue ovunque. Giovedì si
è aggiunto il sangue della famiglia Asoarka, che grida a orecchie sorde.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

martedì 12 novembre 2019

COME DISTRUGGERE LA PERSONALITA' DEI CAPI DELLA SINISTRA LATINO-AMERICANA


di Gennaro Carotenuto



È importante denunciare la metodologia della “character assassination” per i leader della sinistra latinoamericana. È una strategia in tre mosse: prima se ne mina la credibilità e l’autorevolezza. Quindi si insinua il dubbio della corruzione. Infine si trasformano in dittatori.

Giova innanzitutto ricordare che per lo più si tratti di militanti con un profondo radicamento nella vita dei lavoratori e nel movimento sindacale, come Lula da Silva o Evo Morales. O è gente che si è fatta anni di galera, durante le dittature degli anni Settanta, come Álvaro García Linera o Pepe Mujíca, dimostrando per tutta la vita profonda integrità morale. Non importa se condividiate o meno le loro idee, ma arrivano a incarichi di primo piano come militanti specchiati, con una vita intera di dedizione alla causa popolare. Sono anzi frutto di una fin troppo severa selezione, spesso incapace di aprirsi a nuove generazioni, come vediamo oggi.

Eppure, nonostante abbiano decenni di esperienza, fin dall’inizio sono rappresentati dai media mainstream come ignoranti, zotici, inadeguati, una calata di barbari nei salotti buoni. Il che, detto per intellettuali raffinatissimi come Álvaro o gente con dottorati in Economia a Lovanio come Rafael Correa, fa un po’ ridere. In altri casi vengono stigmatizzati con pregiudizi razzisti come per Evo o Chávez, o classisti, come per Maduro. O sessisti se donne, come per Cristina: frivola, eterodiretta, debole. 

Una volta insinuatane l’inadeguatezza, lavorando ai fianchi l’opinione pubblica, disponendo di un sostanziale monopolio mediatico, in ogni paese, i grandi gruppi, Mercurio, Clarín, per tacere del ruolo di El País da Madrid, è possibile imporre una narrazione che li trasformi TUTTI in ladri, corrotti, narcos. Uno può essere, ma tutti? È una sistematica insinuazione, spesso senza neanche accuse formali, ma che passa per anni di bocca in bocca, anzi di prima pagina a titoli dei tigì. A volte, come nel caso di Lula, si arriva a processi farsa, come quello ordito dal giudice Moro che voleva fare il presidente, ma poi si è accordato con Bolsonaro per un ministero. 580 giorni di galera, una vita intera fatta a pezzi senza presunzione d’innocenza, allo scopo manifesto di impedirgli di vincere le elezioni.

A ciò si aggiunga il pregiudizio salvifico per il quale ogni leader della sinistra abbia circa 15 giorni di luna di miele per superare secoli di ritardi, disastri e ingiustizie storiche che, altrimenti, gli verranno per intero addossate. Del resto essendo dotato di superpoteri, non potrebbe giammai abbassarsi ad alcun accordo politico che puntelli maggioranze traballanti e fare scelte controverse per affrontare la severità dei problemi di economie nate come dipendenti. Scadute quel paio di settimane di venia l’estrema di quelli che lo avevano appoggiato si disporrà inesorabilmente all’opposizione, delusissima. Abajo y a la izquierda, auguri.

Dai e dai, infine il ribaltamento è pronto. Dal vescovo Lugo a Tabaré vengono tutti rappresentati come disposti a uccidere pur di non lasciare il potere. Certo che stare al potere non gli dispiace. Magari si considerano indispensabili. A torto in genere, ma forse anche a ragione: Bolsonaro non avrebbe mai battuto Lula se non lo avessero messo in galera per impedirgli di battere un candidato della destra tradizionale. Non è per assolvere sempre i dirigenti del campo popolare, ma la storia violenta delle classi dirigenti latinoamericane, del razzismo e dell’odio per le masse popolari, delle rivoluzioni colorate, del paramilitarismo pronto a insanguinare il campo di gioco, dovrebbe indurre a prudenza. 
Eppure tutti vengono accusati di aver torto il braccio a un articolo della Costituzione, o aver pressato per ottenere una decisione favorevole o del venticello calunnioso dei brogli. Sono accuse del tutto politiche che hanno in genere risposte nell’ambito politico. Ma per le anime belle, in particolare de sinistra, il minimo sospetto o la denuncia più malintenzionata equivale a una condanna senza appello, come per Lula. Incapaci di ricondurre sospetti e denunce a una battaglia politica sudicia preferiscono che muoia Sansone con tutti i filistei. Meglio tornare a piangere il continente desaparecido e abbandonarlo al suo destino disgraziato e subalterno che vederlo sbagliare da sé. Sono così obnubilati dalla preoccupazione piccolo borghese da non cogliere il senso del golpe in Bolivia. Camacho, il capo civile, vedremo i militari, nell’entrare a Palazzo Quemado sostituisce la wiphala, la bandiera della pluralità culturale della Bolivia, con la Bibbia. La spada e la croce coloniali che tornano a dominare sulla Bolivia multiculturale.

In queste condizioni di subalternità culturale i media hanno gioco facile nello smettere di chiamarli presidenti per passare ad apostrofarli come dittatori e assassini. Chi scrive ha criticato la comparazione tra Piñera e Pinochet, ma comparare Evo Morales a Hugo Banzer (il Pinochet boliviano) è solo un gratuito insulto. È profondamente in malafede chi chiama Evo dittatore e invece, nel vedere i generali prendere il potere, nella barbarie degli arresti e delle persecuzioni dei dirigenti del MAS (Movimiento al socialismo), che ha appena eletto 67 deputati su 130 in parlamento, ed è indiscutibilmente il primo partito del paese, spergiura che questo non sia un golpe. Ulteriore ribaltamento della realtà.

Ma non c’è nulla da fare. La stampa monopolista, che spesso appoggiò entusiasta le dittature quelle vere, con le presunte “dittature castroqualcosa” da essa stessa inventata, è inflessibile, ossessiva per anni nel denunciarne malefatte e insipienze, in genere del tutto presunte ma ripetute goebblesianamente all’infinito. E così l’opinione pubblica, stanca del malgoverno di uno come Evo Morales, che anche nel 2019 ha visto il PIL crescere di appena il 4%, è finalmente pronta a reclamare il “cambiamento”. Che non è altro che restituire il potere a quelli che l’hanno avuto per 500 anni.




martedì 22 ottobre 2019

A otto anni dall’assassinio di Muammar Gheddafi


a cura di Enrico Vigna


20 OTTOBRE 2011 – 20 OTTOBRE 2019 – 
Per NON dimenticare

"… Il Colonnello Gheddafi e’ stato il piu’ grande combattente per la libertà dei popoli, del nostro tempo... ". 
(Nelson Mandela)


Le sue ULTIME VOLONTA'

In nome di Dio clemente e misericordioso
“Questa è la mia volontà. Io, Muammar bin Mohammad bin Abdussalam bi Humayd bin Abu Manyar bin Humayd bin Nayil al Fuhsi Gaddafi, giuro che non c’è altro Dio che Allah e che Maometto è il suo profeta, la pace sia con lui. Mi impegno a morire come un musulmano.
Se dovessi essere ucciso, vorrei :
Non essere lavato alla mia morte ed essere interrato secondo il rito Islamico ed i suoi insegnamenti, con i vestiti che portavo al momento della mia morte. Essere sepolto nel cimitero di Sirte, a fianco della mia Famiglia e della mia Tribù. Che i miei familiari siano ben trattati, soprattutto le donne ed i bambini. Vorrei che la mia famiglia, soprattutto donne e bambini, fossero trattati bene dopo la mia morte. Che il Popolo Libico salvaguardi la propria identità, le sue realizzazioni, la sua storia e l’immagine onorevole dei suoi antenati e dei suoi eroi, e che non sia intaccato nell’essenza di
Uomini Liberi.
Il popolo libico non dovrebbe dimenticare i sacrifici delle persone libere e migliori. Invito i miei sostenitori a continuare la resistenza, e a combattere qualsiasi aggressore straniero della Libia, oggi, domani e sempre.
I popoli liberi del mondo devono sapere che avremmo potuto contrattare e svendere la nostra causa in cambio di una vita personale sicura e agiata. Abbiamo ricevuto molte offerte in questo senso, ma abbiamo scelto di essere al nostro posto, al fronte a combattere, come simboli del dovere e dell’onore. Anche se noi non vinceremo oggi, offriremo una lezione alle generazioni future perche’ esse possano vincere domani, perche’ la scelta di proteggere la nazione è un onore e la sua svendita sarebbe il più grande tradimento che la storia ricorderà per sempre.
Che sia trasmesso il mio saluto ad ogni membro della mia famiglia ed ai fedeli della Jamahiriya, nonché ai fedeli che ovunque nel mondo ci hanno sostenuti con il loro cuore.
Che la pace sia con voi tutti. 

Mouammar El Kadhafi Sirte, 17/10/2011
- ( da BBC ) -


Muammar Gheddafi, capo della Rivoluzione: 
un testamento storico e politico

 “ In nome di Allah, il Benevolo, il Misericordioso ...
 Per 40 anni, o magari di più, non ricordo, ho fatto tutto il possibile per dare alla gente case, ospedali, scuole, e quando aveva fame, gli ho dato da mangiare convertendo anche il deserto di Bengasi in terra coltivata.
 Ho resistito agli attacchi di quel cowboy di nome Reagan, anche quando uccise mia figlia, orfana adottata, mentre in realtà cercando di uccidere me, tolse la vita a quella povera ragazza innocente.
 Successivamente aiutai i miei fratelli e le mie sorelle d’Africa soccorrendo economicamente l'Unione africana, ho fatto tutto quello che potevo per aiutare la gente a capire il concetto di vera democrazia in cui i Comitati Popolari guidavano il nostro paese; ma non era mai abbastanza, qualcuno me lo disse, tra loro persino alcuni che possedevano case con dieci camere, nuovi vestiti e mobili, non erano mai soddisfatti, così egoisti che volevano di più, dicendo agli statunitensi e ad altri visitatori, che avevano bisogno di "democrazia" e "libertà", senza rendersi conto che era un sistema crudele, dove il cane più grande mangia gli altri.
 Ma quelle parole piacevano, e non si resero mai conto che negli Stati Uniti, non c’erano medicine gratuite, né ospedali gratuiti, nessun alloggio gratuito, senza l’istruzione gratuita o
pasti gratuiti, tranne quando le persone devono chiedere l'elemosina formando lunghe file per ottenere un zuppa; no, non era importante quello che facevo, per alcuni non era mai
abbastanza.
Altri invece, sapevano che ero il figlio di Gamal Abdel Nasser, l'unico vero leader arabo e musulmano che abbiamo avuto dai tempi di Saladino, che rivendicò il Canale di Suez per il suo popolo come io rivendicai la Libia per il mio; sono stati i suoi passi quelli che ho provato a seguire per mantenere il mio popolo libero dalla dominazione coloniale , dai ladri che volevano derubarci.
Adesso la maggiore forza nella storia militare mi attacca; il mio figliuolo africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, prendere le nostre case gratuite, la nostra medicina gratuita, la nostra istruzione gratuita, il nostro cibo gratuito e sostituirli con il saccheggio in stile statunitense, chiamato "capitalismo", ma tutti noi del Terzo Mondo sappiamo cosa significa: significa che le corporazioni governano i paesi, governano il mondo, e la gente soffre, quindi non mi rimangono alternative, devo resistere.
E se Allah vuole, morirò seguendo la sua via, la via che ha arricchito il nostro paese con terra coltivabile, cibo e salute e ci ha permesso di aiutare anche i nostri fratelli e sorelle africani ed arabi a lavorare con noi nella Jamahiriya libica.
Non voglio morire, ma se succede per salvare questo paese, il mio popolo e tutte le migliaia che sono i miei figli, così sia.

Che questo testamento sia la mia voce di fronte al mondo: che ho combattuto contro gli attacchi dei crociati della NATO, che ho combattuto contro la crudeltà, contro il tradimento, che ho combattuto l'Occidente e le sue ambizioni coloniali, e che sono rimasto con i miei fratelli africani, i miei veri fratelli arabi e musulmani, come un faro di luce, quando gli altri stavano costruendo castelli.
Ho vissuto in una casa modesta ed in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non spesi follemente il nostro tesoro nazionale, e, come Saladino, il nostro grande leader musulmano che riscattò Gerusalemme all'Islam, presi poco per me ....
In Occidente, alcuni mi hanno chiamato "pazzo", "demente", però conoscono la verità, ma continuano a mentire ; sanno che il nostro paese è indipendente e libero, che non è in mani
coloniali, che la mia visione, il mio percorso è, ed è stato chiaro per il mio popolo : lotterò fino al mio ultimo respiro per mantenerci liberi, che Allah Onnipotente ci aiuti a rimanere fedeli e liberi.  

Colonnello Muammar Gheddafi, 5 aprile 2011

(Tradotto dal Professor Sam Hamod - Information Clearing House) - 
5 aprile 2011



Libia: a otto anni dalla “liberazione”. 
Cosa ha portato la guerra della NATO?

A otto anni dalla “liberazione” dal “regime” di Gheddafi, imposta dalla cosiddetta “ coalizione dei volonterosi” occidentale ( leggasi, al di là di retoriche e demagogie, paesi aggressori e NATO) può essere illuminante, per capire di quante menzogne e falsità mediatiche ci nutrono, fare un punto sulla situazione nel paese e sul livello di violenza e terrore nella realtà della vita quotidiana del popolo libico.
Soprattutto può aiutare a riflettere sulle manipolazioni usate per fare le “guerre umanitarie” e per i diritti umani, e appurarne i risultati nel concreto della vita dei popoli.
Un paese in una situazione di caos generalizzato e caduto in una devastazione sociale che M. Gheddafi aveva predetto, scivolato inesorabilmente verso la guerra civile.
La Libia di oggi è un territorio senza più alcuna legalità, sprofondato in una logorante guerra civile, controllato da attori esterni al paese. Questo a detta di osservatori internazionali, esperti, giornalisti, testimoni sul campo e persino ONG come Human Right Watch, anche l’ONU negli ultimi rapporti redatto dalla sua missione in Libia (UNSMIL), ha denunciato l’uso sistematico della tortura, dello stupro, di omicidi, di indicibili e feroci atrocità perpetrate nelle prigioni e nei siti a disposizione delle milizie e delle bande criminali che controllano il paese, usati. Un paese teatro di una guerra tra un governo fantasma quello di Al Sarraj, posizionato su una portaerei, stante l’insicurezza della capitale, e sostenuto da bande criminali jiahdiste che si sono insediate in alcune aree e non sono disposte a cedere i loro poteri banditeschi, e il governo di Tobruk in Cirenaica, guidato dal generale Haftar col suo Esercito Nazionale Libico e un governo laico, che da alcuni mesi ha circondato la capitale libica, ma ancora non è riuscito a spazzare via il governo tripolino, anche a causa del sostegno internazionale delle potenze occidentali che lo sostengono.

Ogni milizia ha creato una "giustizia privata", ogni gruppo di mercenari possiede una prigione privata dove rinchiudere e torturare i propri detenuti, oltre a sfruttare le risorse libiche di cui si sono impadronite.
Queste centinaia di piccole bande e milizie che gestiscono il potere anche solo su quartieri o piccoli villaggi, rendono la vita alla popolazione un inferno. Infatti impongono leggi loro, vessazioni, tassazioni inique, violenze sistematiche. Si può immaginare la quotidianeità e la vita dei civili e delle famiglie libiche.

(Saif Al Islam Gheddafi, il figlio destinato alla successione)

Altrochè diritti umani, libertà o democrazia, l’unico obiettivo della NATO e dell’occidente era la distruzione della Jamahiriya araba, libica e socialista ed il suo leader, non assoggettati agli interessi economici e militari occidentali; la loro vera colpa era di cominciare a richiedere il pagamento del petrolio non più in dollari ma in oro; cercare di fondare una nuova moneta comune africana aurea, chiamata “Dinaro africano; oppure il finanziamento con i guadagni del petrolio libico, di un Fondo Monetario Africano, liberando così i paesi africani e poveri del mondo, dallo strozzinaggio del Fondo Monetario Internazionale? O forse la continua e intensa campagna gheddafiana che era intesa a rafforzare e consolidare sotto tutti gli aspetti ( politici, economici, militari e culturali) l’Unità Africana come strumento fondamentale di difesa e di emancipazione dei paesi africani?

(Aisha Gheddafi, la figlia)

Una vera e propria balcanizzazione e parcellizzazione della Libia, senza regole o leggi statali rispettate da alcuno, un paese dove neanche una Costituzione si è potuta varare e mettere in atto.
Dalle donne alla popolazione nera, dai lealisti della Jamahiriya ai cristiani, dagli stranieri ai non praticanti l’islam più fondamentalista, ciascuno oggi in Libia è perseguito, vessato, possibile obiettivo di queste bande che hanno in mano la nuova Libia, sotto la copertura “legale” di governo fantasma…ma questo ormai non interessa più a nessuno, in primis a coloro che premevano sul governo italiano di allora, della assoluta necessità di intervenire per “liberare” il popolo libico, come in Afghanistan, in Iraq, in Jugoslavia, in Somalia, in Yemen, poi in Siria…ma essi da buoni “grilli parlanti”, vivono tranquilli una vita al caldo, con internet, vacanze, crisi personali o psicologiche passeggere, qualche problema di denaro mai abbastanza per loro vite agiate e in benessere….proprio come quei popoli “liberati”, quasi la stessa vita. Come mi disse una vecchia amica jugoslava…: “…ma perchè si occupano di noi, del nostro paese, dei nostri problemi, dei nostri governi…sono un problema nostro non di intellettuali, giornalisti, politici o pacifisti italiani o occidentali. Forse che da voi non avete problemi e cercano un occupazione?...”. Giâ…perchè se ne occupano? Risposta non semplice.

Il 17 marzo 2011, il Consiglio di sicurezza, con la risoluzione 1973, aveva autorizzato la NATO ad intervenire “per proteggere i civili e le aree civili sotto minaccia di attacco in Libia.”
Misuriamo il successo della missione della NATO consultando i seguenti dati:
Nel 2010, sotto il “regime di Muammar al-Gaddafi” c’erano in Libia:
 3.800.000 libici
 2,5 milioni di lavoratori stranieri
6,3 milioni di abitanti.
Oggi,  1.900.000 di libici sono in esilio mentre ,
 2,5 milioni di immigrati hanno lasciato il paese per sfuggire alle aggressioni razziste. Sono rimaste circa 1,8 milioni di persone.

Secondo il Rapporto annuale Mondiale sulla schiavitù “slavery Global Index “, in Libia nel 2018 sono documentati i casi di 48.000 di persone che vivono come schiavi moderni nel paese, quasi 100.000 sono in una condizione di semi o probabile schiavitù, secondo questo Rapporto OGGI la Libia è classificata come il paese dove si ha la maggiore presenza di "schiavitù" di tutto il Nord Africa. Questo rapporto annuale è prodotto dalla “Walk Free Foundation” una fondazione antischiavista, che ha collocato la Libia al 68° posto in una lista di 162 paesi inclusi nello studio, che definisce anche la figura delle moderne figure di schiavitù di una popolazione. Essa assume molte forme ed è conosciuta con molti nomi, spiegano i responsabili del rapporto. "…Sia che sitratti di traffico di esseri umani o di lavoro forzato, di schiavitù o pratiche simili alla schiavitù, levittime della schiavitù moderna hanno la loro libertà negata, e sono usati, controllati e sfruttati da un'altra persona o organizzazione a scopo di lucro, di sesso o per l’esercizio del dominio o del potere… "…GRAZIE all’opera dell’occidente e della NATO.

Ma in Libia, dopo oltre otto anni è ancora ben presente il fantasma di Gheddafi e le radici della Jamahiriya

Quando la NATO uccise Gheddafi e occupato il paese nel 2011, speravano che il potere socialista della Jamahiriya che l’aveva guidata sarebbe morto e sepolto. Una speranza che presto sarebbe stata smantellata.
Ci sono stati diversi momenti durante la distruzione della Libia da parte della NATO che avrebbero dovuto coronare simbolicamente la supremazia occidentale sulla Libia e le sue istituzioni e, di conseguenza, su tutti i popoli africani e arabi: la “caduta di Tripoli” nel mese di agosto 2011.
Cameron e Sarkozy facevano discorsi di vittoria il mese successivo; poi l'esecuzione linciaggio di Muammar Gheddafi che è venuta subito dopo. Per loro erano tutte vittorie di Pirro, ma oltre a questo, la condanna a morte che fu emessa contro il figlio di Gheddafi, Saif al-Gheddafi nel 2015.
Ma questa mossa è rimasta insoluta, dopo che Saif era stato catturato dalla milizia di Zintan, poco dopo che suo padre e suo fratello erano stati uccisi dagli squadroni della morte della NATO alla fine del 2011. Ma il 12 aprile 2016, Saif fu liberato in conformità con una legge di amnistia approvata
dal parlamento di Tobruk l'anno precedente. E da allora Saif al Gheddafi, successore politico designato di Muammar Gheddafi e riconosciuto da tutte le grandi Tribù libiche (vedi documenti in www.civg.it) come un leader in grado di ricomporre e unire la Libia, e far cessare l’occupazione straniera e la guerra civile, compito a cui da allora si è dedicato, girando in clandestinità le varie regioni libiche per ottenere il mandato di guidare una nuova Libia, cancellando questa realtà di oggi devastata e cruenta. Che è questo paese oggi.
La cosa più importante circa la sua liberazione, favorita e possibile grazie al generale Haftar, e questo è innegabile e va detto, al di là di tutte le altre contraddizioni rappresentate dal capo dell’ENL, è quello che essa rappresenta: il riconoscimento, da parte delle nuove autorità elette della
Libia, che non c'è futuro per la Libia senza il coinvolgimento del movimento della Jamahiriya e dei suoi legami profondi nella popolazione libica. E infatti se ci saranno future elezioni Saif si è già detto disposto a presentarsi alle elezioni.


NOI NON CI ARRENDEREMO. Noi vinceremo o moriremo, perché questa non è la fine!
Voi combatterete noi, ma di più voi dovrete combattere le nostre future generazioni, fino a che la LIBIA non sarà LIBERA!

A cura di Enrico Vigna /CIVG

lunedì 14 ottobre 2019

Vito Fiorino, il soccorritore eroe di Lampedusa






di Joshua Evangelista

Fonte: Frontiere

Il 3 ottobre 2013 Vito Fiorino salva 47 migranti con il suo peschereccio, mettendo a rischio la sua stessa vita. È la notte della “mattanza”: muoiono 368 persone, una delle peggiori stragi del Mediterraneo. Sei anni dopo, Vito continua la sua battaglia contro chi ha permesso e permette le morti in mare. Senza guardare in faccia a nessuno.

Sono passati tanti anni ormai da quella notte. Cosa ti è rimasto indelebile nella mente? Qual è il fermo immagine che non riesci a cancellare?
Un anfiteatro di persone, in acqua, che urla chiedendo aiuto, con le braccia alzate. Anche ora, in questo esatto momento in cui sto parlando con te, se chiudo gli occhi me li vedo davanti. Una macchia di esseri umani con le braccia in alto. E poi un’altra immagine: le bare allineate, ovvero la consapevolezza di non aver fatto abbastanza per salvare più persone. Lasciamelo dire ancora un’altra volta, è stata l’indifferenza a far sì che quelle persone non vedessero l’alba. Immagini che mi accompagneranno fino alla morte. Ne sono certo.
Finirà mai tutto questo?
Mi sembra una mattanza di tonni, di quelle che si facevano una volta qui in Sicilia. Io di base sono fiducioso, ma se nessuno dice niente le cose andranno così per tanto tempo, per questa gente e per chi gestisce questi traffici. Voglio dirti una cosa: io mi sono avvicinato alla Shoah solo quest’ultimo anno.
Qual è il nesso tra l’Olocausto e la “mattanza” dei migranti?
Ho sempre avuto un gran fastidio nel vedere le immagini della Shoah, anche da ragazzino. Da quando mi hanno nominato Giusto e le scuole hanno cominciato a invitarmi a parlare con i ragazzi, ho iniziato a capire che la Shoah di oggi avviene nei mari. A quei tempi fu un pazzo scatenato chiamato Hitler a dare la scintilla per l’uccisione degli ebrei, oggi è il mondo intero il responsabile delle morti in mare. E noi sosteniamo chi tratta queste persone come merci. Non è accettabile.

giovedì 10 ottobre 2019

Guerra alla Siria: provate a fare questo esperimento




di Francesco Santoianni

Guerra alla Siria: provate a fare questo esperimento



State pur certi che, si fosse trattato di un proclama di qualche tagliagole dell’ISIS, ad esempio il video del califfo Zawahiri fatto apposta per scatenare sui social una orda di commenti che invocano gli USA di intensificare i bombardamenti in Siria non avreste nessun problema a condividerlo su Facebook (ve lo segnalavamo in questo articolo).

Ora fate un esperimento: provate a piazzare su Facebook questo articolo di un sito cattolico contrario alla guerra alla Siria; riporta non il proclama di qualche tagliagole al soldo dell’Occidente ma il (pacato) intervento di Walid al-Moallem, ministro degli Esteri della Siria, alla 74ª sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite.
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 Finora tutti i miei conoscenti che, come me, hanno provato a farlo si sono visti recapitare da Facebook questo messaggio:




Mi auguro che questo sgradevole (e maccartista) messaggio non capiti pure a voi, ovviamente, padronissimi di cancellare il post da Facebook una volta completato l’”esperimento”. Fatemi sapere com’è andata. E – sia detto a lenire la mia vanità – non meravigliatevi dei pochi “like” e condivisioni che (ritengo) avrà questo articolo su Facebook.

Francesco Santoianni