martedì 20 agosto 2019

COSA ACCADE A HONG KONG - VERITA' E DISINFORMAZIONE

Pino Arlacchi - HONG KONG, LA STORIA CHE NON LEGGERETE

di Pino Arlacchi

Fatto Quotidiano, 18 giugno 2019 



Non riportare mai la versione dell’altra parte in campo e limitarsi a ripetere la stessa storiella, senza il minimo approfondimento, sono diventati le regole seguite dai media mainstream nel trattare i fatti internazionali. Che si tratti di Cina, Venezuela, guerre, massacri e catastrofi, ogni volta che si deve informare si ricorre a una formuletta preconfezionata. Che coincide regolarmente con gli interessi dei proprietari dei mezzi di comunicazione, dei governi occidentali e dello 0,1% che tenta di governare le cose del mondo.

Per rompere  questa corruzione mediatica, che svuota di senso il discorso democratico e ci mette nelle mani di una plutocrazia sempre più ristretta, occorre immergersi nel caos delle fonti alternative di informazione o fondare giornali indipendenti. Oppure essere dei premi Nobel come Paul Krugman. Il quale si può permettere dalle colonne del New York Times di elencare le forme attraverso cui lo 0,1% distorce a proprio vantaggio le priorità pubbliche. E produce, aggiungiamo noi, la comunicazione ipersemplificata, falsa e omissiva di cui siamo vittime.

Ecco la lista di Krugman: 1) Corruzione hard: mazzette di soldi a politici e giornalisti. 2) Corruzione soft. Cioè “porte girevoli” tra governo e business, compensi per giri di conferenze, membershipdi club esclusivi. 3) Contributi elettorali. 4) Definizione dell’agenda politica attraverso la proprietà dei media e dei think tank, in modo da far prevalere priorità che fanno spesso a pugni con la ragionevolezza e il bene comune ( P. Krugman, NYT 22.6.2019). Quando lo 0,1% decide che un Paese va attaccato – o perché privo di armi nucleari e ricco di risorse naturali, o perché in grado di competere sul piano economico e geopolitico, o perché attestato su posizioni ostili alla finanza neoliberale, o per una combinazione di questi motivi – scatta un assalto coordinato al suo governo. Le altre priorità di politica estera scompaiono, e parte la crociata mediatica. Poiché viviamo in un’epoca di diffusa avversione alla guerra, il pretesto preferito per aggredire un Paese è diventato quello umanitario e della violazione dei diritti umani.

La corruzione mediatica ha di recente preso di mira la Cina, attraverso la disinformazione sulle proteste che avvengono a Hong Kong in queste settimane presentate come manifestazioni di difesa delle libertà politiche dei cittadini da un trattato di estradizione che consentirebbe alla Cina di prelevare da Hong Kong i dissidenti per imprigionarli nella madrepatria.

Non una parola viene sprecata per ricordare:

A) che Hong Kong fa parte della Cina, ed è una regione a statuto speciale tornata a far parte della Cina stessa dal 1997 dopo essere stata per oltre un secolo colonia inglese in conseguenza delle guerre vinte dalla Gran Bretagna nell’Ottocento in nome della libertà di vendere l’oppio ai milioni di tossicodipendenti cinesi. 

B) che la Cina ha rispettato le istituzioni democratiche introdotte a Hong Kong dagli inglesi all’ultimo minuto prima della loro dipartita.

C) che la maggioranza degli elettori della città sono pro-Cina e che i partiti anticinesi continuano a perdere consensi.

D) che il trattato riguarda i reati comuni sopra i 7 anni di carcere (omicidi, rapine, stupri, etc.) puniti in entrambi i sistemi.


Ed esclude quindi qualunque possibilità di uso politico. 

E) che la Cina lamenta il fatto che Hong Kong ha firmato solo 20 trattati di estradizione con paesi esteri ed è diventata perciò un ricettacolo della delinquenza cinese ed internazionale di ogni risma: dagli assassini di alto bordo ai contrabbandieri, dai politici corrotti ai mega-truffatori finanziari che risiedono sul posto imboscando il loro malloppo (Hong Kong è ancora uno dei massimi paradisi fiscali). A proposito di quest’ultimo punto, è stato a Hong Kong che, da vicepresidente della Commissione antimafia, il sottoscritto ha trovato le tracce, nel 1995, di qualche soldino depositato per conto di Bettino Craxi. 

F) che il vero problema che sta alla base del disagio degli abitanti di Hong Kong è il suo declino come centro finanziario rispetto alla crescita impetuosa della madrepatria e della zona confinante di Shenzhen dopo il 1997. Crescita dovuta allo sviluppo di una vasta industria manifatturiera che sta agli antipodi della finanza semi-criminale di Hong Kong. Scavalcata ampiamente, tra l’altro, nella sua componente legale, dalle Borse di Shanghai e Guangzhou. 

Una parte degli abitanti di Hong Kong, perciò, coltiva il sogno di un ritorno al passato che preservi uno status di hub finanziario che per la Cina ha perso rilevanza. E che non è sintonia con le politiche di Pechino volte a favorire l’economia reale a scapito della finanza privata. Ma è una storia non facile da raccontare. Lo 0,1% preferisce far passare una storiella più sbrigativa, con il tiranno Xi Jinping da un lato e gli eroi della democrazia liberale dall’altro. 

Notizia del: 18/07/2019

mercoledì 10 luglio 2019

La sceneggiata delle relazioni con la Russia


di  Manlio Dinucci

 Lo stato delle relazioni tra Italia e Russia è «eccellente»: lo afferma il premier Conte ricevendo a Roma il presidente Putin. Il messaggio è tranquillizzante, anzi soporifero nei confronti dell’opinione pubblica. Ci si limita, fondamentalmente, allo stato delle relazioni economiche. 
La Russia, dove operano 500 aziende italiane, è il quinto mercato extra-europeo per il nostro export e fornisce il 35% del fabbisogno italiano di gas naturale. L’interscambio – precisa Putin – è stato di 27 miliardi di dollari nel 2018, ma nel 2013 ammontava a 54 miliardi. Si è quindi dimezzato a causa di quello che Conte definisce il «deterioramento delle relazioni tra Russia e Unione europea che ha portato alle sanzioni europee» (in realtà decise a Washington). 
Nonostante ciò vi è tra i due paesi una «intensa relazione a tutti i livelli». Toni rassicuranti che ricalcano quelli della visita di Conte a Mosca nel 2018 e del premier Renzi a San Pietroburgo nel 2016, quando aveva garantito che «la parola guerra fredda è fuori dalla storia e dalla realtà». Prosegue così la sceneggiata. 
Nelle relazioni con la Russia, Conte (come Renzi nel 2016) si presenta unicamente nelle vesti di capo di governo di un paese dell’Unione europea, nascondendo dietro le quinte l’appartenenza dell’Italia alla Nato sotto comando degli Stati uniti, considerati «alleato privilegiato». Al tavolo Italia-Russia continua quindi a sedere, quale convitato di pietra, l’«alleato privilegiato» sulla cui scia si colloca l’Italia. 
Il governo Conte dichiara «eccellente» lo stato delle relazioni con la Russia quando, appena una settimana prima in sede Nato, ha accusato di nuovo la Russia di aver violato il Trattato Inf  (in base alle «prove» fornite da Washington), accodandosi  alla decisione Usa di affossare il Trattato per schierare in Europa nuovi missili nucleari a raggio intermedio puntati sulla Russia. 
Il 3 luglio, il giorno prima della visita di Putin in Italia, è stata pubblicata a Mosca la legge da lui firmata che sospende la partecipazione russa al Trattato: una mossa preventiva prima che Washington ne esca definitivamete il 2 agosto. 
Lo stesso Putin ha avvertito che, se gli Usa schiereranno nuove armi nucleari in Europa a ridosso della Russia, questa punterà i suoi missili sulle zone in cui sono dislocate. È così avvertita anche l’Italia, che si prepara a ospitare dal 2020 le nuove bombe nucleari B61-12 a disposizioe anche dell’aeronautica italiana sotto comando Usa. 
Una settimana prima della conferma dell’«eccellente» stato delle relazioni con la Russia, il governo Conte ha confermato la partecipazione italiana alla forza Nato sotto comando Usa di 30 navi da guerra, 30 battaglioni e 30 squadre aeree dispiegabili entro 30 giorni in Europa contro la Russia a partire dal 2020.
 Sempre in funzione anti-Russia navi italiane partecipano a esercitazioni Nato di guerra sottomarina; forze meccanizzate italiane fanno parte del Gruppo di battaglia Nato in Lettonia e la Brigata corazzata Ariete si è esercitata due settimane fa in Polonia, mentre caccia italiani Eurofighter Typhoon vengono schierati in Romania e Lettonia. 
Tutto ciò conferma che la politica estera e militare dell’Italia viene decisa non a Roma ma a Washington, in barba al «sovranismo» attribuito all’attuale governo. 
Le relazioni economiche con la Russia, e anche quelle con la Cina, poggiano sulle sabbie mobili della dipendenza italiana dalle decisioni strategiche di Washington. Basta ricordare come nel 2014, per ordine di Washington, venne affossato il gasdotto South Stream Russia-Italia, con perdite di miliardi di euro per le aziende italiane. Con l’assoluto silenzio e consenso del governo italiano.

martedì 28 maggio 2019

Giornata di Al Quds, uno degli eventi più unificanti del mondo islamico


di Diego Siragusa 


Alcuni giorni fa, un amico palestinese molto ben informato sulle questioni mediorientali, mi ha inviato un video girato al confine tra Azerbaigian e Iran. Le immagini mostrano una serie di locomotive, pavesate da bandiere statunitensi, che trainano una moltitudine di vagoni su cui si vedono: carri armati, jeep, pick up, autoblindo, lanciamissili, veicoli logistici, cannoni di varia gittata, serbatoi di carburante e così via. Una impressionante panoplia bellica che avevamo visto all’epoca dell’aggressione americana e inglese all’Iraq. Fuori campo si sente una voce che dice in inglese: “Il treno di Trump”.  Non so dire che accordi vi siano stati tra gli USA e l’Azerbaigian per il transito di tutti questi mezzi bellici, ma se esaminiamo la storia recente di questo paese e dei suoi contrasti con la Russia, ne possiamo dedurre che i buoni rapporti stabiliti con i governi statunitensi giustificano l’ipotesi che l’Azerbaigian, e la vicina Georgia anch’essa su posizioni antirusse, siano una base da cui lanciare azioni militari contro l’Iran. Di questo si sta parlando mentre scrivo: la ricerca di un pretesto da parte dell’amministrazione Trump per iniziare una serie di ostilità con lo scopo di fiaccare duramente l’Iran sottoposto a più aspre sanzioni economiche. In parallelo, le sacche di resistenza dei terroristi anti Assad in Siria, non ancora annientati dall’esercito governativo, ricevono incoraggiamento e forniture militari dagli Usa, da Israele e dalle petromonarchie del Golfo in attesa di costruire il solito pretesto delle armi chimiche in mano ad Assad e scatenare un nuovo conflitto per abbattere il governo legittimo e cacciare gli iraniani e le milizie sciite di Hetzbollah che, sul campo, di battaglia si sono mostrati efficaci combattenti accanto all’esercito arabo siriano. Deve essere chiaro che la regia, prima e ultima, di questa grande partita geostrategica, è nella mani di Israele che governa e dirige la politica estera statunitense. Il rafforzamento di Assad e dell’Iran in quell’area ha fatto saltare tutti i progetti americano-sionisti i quali non si arrendono all’evidenza dei fatti e tentano la riscossa.

Il riconoscimento illegale di Gerusalemme come capitale indivisibile di Israele è stato il primo passo del presidente Trump per mettere la comunità internazionale davanti ai fatti compiuti violando ogni regola e diritto universalmente condivisi. Trump e il suo responsabile per la Sicurezza Nazionale, John Bolton, un guerrafondaio pericolosissimo e senza scrupoli, ormai agiscono nelle relazioni internazionali senza vincoli morali e giuridici. Il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme non ha alcun valore giuridico, ma è servito per incoraggiare Israele a continuare la sua pulizia etnica contro i palestinesi mentre il mondo sta a guardare in silenzio. In questo contesto la prossima ricorrenza della Giornata di Al Quds, il nome arabo di Gerusalemme, che si celebra nell’ultimo venerdì del Ramadan di ogni anno, assume il significato di momento di RESISTENZA contro l’usurpatore sionista e di denuncia della pretesa israeliana di giudaizzare la Terra Santa espellendo, passo dopo passo, la presenza cristiana e quella musulmana. Le invasioni ricorrenti della moschea di Al Aqsa da parte dei coloni israeliani, la parte più brutale e violenta della società israeliana, sotto gli occhi compiacenti di polizia ed esercito, sono la prova evidente del progetto di totalitarismo ebraico di tutta la Palestina storica. Dichiarare, come ha fatto Netanyhau, che Israele è lo stato DEI SOLI EBREI, significa mettere un sigillo nazionalistico ed etnico su un territorio in cui gli ebrei sono alieni e colonizzatori. Sul destino di Gerusalemme, quindi, incombe lo spettro di un conflitto cruento che potrà solo essere catastrofico se la comunità internazionale non metterà Israele con le spalle al muro. Come ha detto il mio fraterno amico, padre Mtanios Haddad, archimandrita patriarcale dei greco melchiti, “Gerusalemme deve essere la capitale spirituale delle tre religioni monoteistiche, dove cristiani, ebrei e musulmani possano convivere fraternamente”. Capitale spirituale, non politica.


La Repubblica Islamica d’Iran istituì la Giornata mondiale di al-Quds nel 1979, voluta dall’ayatollah Komeini. Forse è uno degli eventi più unificanti del mondo islamico. L’anno scorso ho partecipato al convegno internazionale su Gerusalemme a Ramallah, in Palestina, ed ho potuto misurare l’ampio sostegno che la causa palestinese e il destino di Al Quds riscuotono in tutto il mondo. Rappresentanti religiosi e intellettuali dell’Africa, dell’est Europa, del Caucaso, del sud est asiatico, dell’Europa occidentale, dell’America latina, alcuni provenienti persino dall’Australia, si sono incontrati per opporsi al progetto sionista di giudaizzazione di Gerusalemme. Persino gli eroici rabbini di Neturei Karta fecero la loro comparsa durante un incontro che avemmo col presidente palestinese AbuMazen. Ma se vogliamo che Gerusalemme sia la “capitale spirituale” di tutti, credenti e non credenti, il mondo arabo deve perseguire la propria unità. Nel mese di dicembre del 2018 dovevo partecipare a un altro convegno su Gerusalemme che doveva svolgersi ad Amman. È stato annullato. Doveva svolgersi ad aprile di quest’anno, ma finora c’è il silenzio assoluto. Ho detto ai miei interlocutori che, finché il re di Giordania Abdallah, sarà il titolare de i diritti di custodia sul complesso della moschea di Al-Aqsa, ma contemporaneamente continuerà a ricevere lauti finanziamenti dagli americani per mantenere il trattato di pace con Israele sottoscritto nel 1994, egli resterà sotto costante ricatto degli israeliani e degli americani che potrebbero interrompere il flusso gratuito di dollari alla casa reale. Andai lo stesso ad Amman per incontrare parlamentari, segretari di partito e associazioni umanitarie. Due mesi prima, dopo le solite provocazioni ad Al Aqsa dei coloni israeliani, che rappresentano la feccia di Israele, il re di Giordania fece la voce tonante avvertendo il governo israeliano che “Qualsiasi altra provocazione a Gerusalemme influenzerà i rapporti tra Giordania e Israele”. Parlando ai giornalisti, dopo i colloqui con il primo ministro britannico David Cameron, ha aggiunto: “La Giordania non avrà altra scelta purtroppo che intraprendere azioni di ritorsione”. I fatti si sono ripetuti ma non è successo nulla.


Una risoluzione delle Nazioni Unite aveva stabilito lo status speciale di Gerusalemme riconosciuta come città santa sottoposta a una giurisdizione internazionale. Gerusalemme est, abitata dai palestinesi, è sempre stata indicata come la futura capitale del futuro stato di Palestina, ma Israele tenta di far accettare l’annessione unilaterale di quella parte della città espellendo i palestinesi.  Le Nazioni Unite e 128 paesi contro 9 hanno respinto nel dicembre del 2017 come illegale l’annessione.

Come reagisce l’avversario storico, cioè Israele? Leggendo la stampa sionista, notiamo la consueta beffarda insolenza condita di colossali menzogne. Pur di giudaizzare la Terra Santa si costruiscono ridicole scoperte archeologiche in contrasto con la scienza e la storia. Sotto il sito dove, secondo la tradizione c’era il Cenacolo, hanno scavato una galleria e vi hanno messo una falsa tomba di re Davide. Risultato? Si dovrebbe cancellare un luogo caro ai cristiani: il Cenacolo. Lo stesso Muro del Pianto nel 2016 è stato dichiarato “non appartenente agli ebrei” dall’UNESCO, non per “antisemitismo” come sono soliti ripetere i sionisti e i loro lacché, ma perché gli studi scientifici hanno accertato che quelle mura sono di epoca romana e non c’entrano nulla col tempio di Salomone. Durante la mia visita in Giordania al monte Nebo, un frate francescano con cui ho conversato assieme a tre amici giornalisti, mi ha confermato la volontà israeliana di rifiuto della pace e della coesistenza. Non è un mistero, e il frate me lo ha confermato, che i rapporti tra cristiani e musulmani sono ottimi in quanto entrambi vittime dei sionisti.

In Iran le manifestazione per la Giornata di Al Quds si annunciano imponenti, come negli anni passati. Il fastidio e la collera di Israele si tocca con mano. Netanyhau non vede l’ora che inizi la guerra contro l’Iran e sogna un governo amico, filo-americano e filo-istraeliano per poter dettare legge in Medioriente nei secoli dei secoli. La stampa occidentale tace i suoi crimini e, spesso, li giustifica presentando Israele come la vittima dei “cattivi palestinesi”. Facebook continua nella sua sporca attività di blocco e censura di tutte le voci critiche verso Israele. Viviamo ormai in un sistema totalitario in cui gli ebrei sionisti controllano quasi tutto, ricattano, comprano, imbavagliano senza alcun pudore, asserviti da un sistema piramidale economico e politico su cui esercitano una completa supervisione. Quindi, sparano a zero sulla Giornata di Al Quds presentata come una “sceneggiata” estremista e settaria. Della Palestina non bisogna parlare, bisogna lasciare proseguire la pulizia etnica, nel totale silenzio grazie all’inerzia dell’ONU, fino al punto di far accettare ai palestinesi “il contratto del secolo”, preparato da una nullità come il signor Kushner, genero miliardario di Trump, ebreo sionista, il quale pensa di comprare il destino dei palestinesi con alcuni miliardi di dollari per corromperli e annientare la loro resistenza. Su questa demenziale bozza di contratto, che riporta il diritto internazionale alla barbarie, rimando i lettori all’articolo analitico della mia amica Patrizia Cecconi pubblicato nel mio blog (https://diegosiragusa.blogspot.com/2019/05/nuova-palestina-la-beffa-del-secolo.html).


Celebriamo, dunque, la Giornata di Al Quds come evento di resistenza e di lotta a fianco del popolo palestinese.



Diego Siragusa

27/05/2019

sabato 25 maggio 2019

“Nuova Palestina”, la beffa del secolo


di Patrizia Cecconi

24.05.2019 

(Foto di Infopal)



“Penso che abbiamo sviluppato un buon piano aziendale” disse Kushner l’ebreo,  genero e consulente del gigante biondo – governatore del mondo per conto delle lobby ebraiche – facendo riferimento al cosiddetto “deal of the century”.
I due si scambiarono uno sguardo d’intesa pregustando il banchetto che Bibi l’indagato avrebbe offerto in loro onore, grato di  aver  finalmente trovato la giusta ricetta per la capitolazione definitiva di ogni insopportabile pretesa di giustizia in Palestina.

“Ma dobbiamo tener conto di quanto dice il vecchio Greenblatt” sussurrò Kushner l’ebreo all’orecchio del governatore del mondo, che però lo scrutò con l’aria di chi è abituato a vincere a bowling e guarda bonariamente il giovinetto sceso in pista da poco che vorrebbe insegnargli una tecnica di lancio.

Ma Kushner l’ebreo – anche se il defenestrato Tillerson lo aveva definito ignorante di storia e facilmente raggirabile – sapeva il fatto suo e quindi aggiunse che il piano aziendale avrebbe dovuto essere mostrato a piccoli passi altrimenti, se esplicitato in modo chiaro e completo senza adeguata preparazione anestetizzante, avrebbe potuto determinare una catastrofe. Greenblatt l’ortodosso era stato chiaro su questo, e lui la faccenda la conosceva bene. Avvocato, educato presso college e università rigorosamente ebraiche,  moglie psichiatra con la quale scambiava spesso opinioni, autore di un libro di viaggio di famiglia in Israele dove, magari, gli sarà pure capitato  di incontrare qualcuno di quelli che seguitano a chiedere pace giusta in Palestina, aveva detto che il piano, se presentato senza opportune cautele “potrebbe provocare una reazione tanto violenta che potrebbero servire anni ad Israele per sedarla”.  Aveva usato proprio queste parole, non si poteva non tenerne conto!

Ma il governatore del mondo aveva una convinzione incrollabile. Una cosa semplice, senza troppe elaborazioni, l’aveva già spiegata 2000 anni fa l’imperatore Vespasiano a suo figlio Tito. Certo, lui, il governatore,  questi particolari non li conosceva, però c’era arrivato da solo: “pecunia non olet” era la sua convinzione e quindi, con quel bel mucchio di soldi che prima avevano ritirato per affamarli, quegli irriducibili noiosi sempre lì a chiedere diritti, ma che dopo gli avrebbero ridato, chiamando in gioco  perfino la Cina per farli sbavare dietro alle leccornie che gli avrebbero proposto, tutto si sarebbe appianato. Tutto si sarebbe risolto con un bel mucchio di soldi arrivati dai più diversi donors, tutti interessati a farla finita con questa storia della Palestina, manco che fosse l’unico problema al mondo!

Comunque il governatore biondo voleva bene sia a Kushner l’ebreo che a Greenblatt l’ortodosso e li stimava entrambi, così aveva seguito il loro consiglio e aveva fatto uscire pizzino a pizzino il fantastico “deal of the century”.

Potremmo andare avanti così se fosse una commedia buffa,  invece è una tragica beffa ai danni del popolo palestinese e del Diritto universale che, in quanto universale, o è per tutti o non è. Israele, o meglio i suoi valletti e i suoi padrini ci hanno insegnato, purtroppo, che il Diritto universale ha perso la sua universalità proprio grazie agli abusi impuniti e alle manipolazioni mediatiche con cui vengono coperti, ridicolizzando il ricorso ai diritti umani quando a violarli è Israele.  Quindi torniamo seri e analizziamo la grande e mortificante truffa che la camarilla di Trump ha preparato per liquidare, non in nome del diritto ma con l’arroganza della forza, la “questione palestinese.”

La rivista Israel Hayom oggi ha pubblicato in forma articolata e precisa le linee del piano di Trump che già in modo frammentario giravano  da oltre un mese. Pizzino a pizzino…
Basta un colpo d’occhio per capire che il  “deal” offrirà addirittura il peggioramento dello status quo, ma lo offrirà in modo molto ben confezionato.

Sotto il nome di “Nuova Palestina” che non sarà neanche il fantasma di uno Stato, magari frammentato e ridicolo, no, neanche quello, sarà solo “un’entità”, termine ad uso poliedrico ancor meno consistente di “Autorità palestinese” e questa ineffabile “entità” nascerà solo dopo aver accettato che:

– gli insediamenti illegali sui territori palestinesi vengano legalizzati come  israeliani (in spregio alla Ris. ONU 2334)  e possano ancora accrescersi per unirsi gli uni agli altri;
– che il furto di Gerusalemme resterà tale e che la “Nuova Palestina” ne accetterà ufficialmente il controllo israeliano;

– che “l’entità” Nuova Palestina sarà priva di esercito nazionale e, anzi, tutte le armi comprese quelle personali dovranno essere consegnate a Israele per il tramite del sodale egiziano. Però, spiega il deal, la “Nuova Palestina” potrà essere protetta da aggressioni straniere semplicemente pagando per questo servizio un prezzo al suo protettore cioè, attenzione non è uno scherzo, cioè a Israele!

–  che la valle del Giordano resterà sotto il controllo israeliano.

Dulcis in fundo, se i palestinesi accetteranno, avranno grandi regali come cibo, soldi, elettricità e tanti investimenti che li renderanno satolli e felici.

Ma se non accetteranno verranno privati di ogni sostegno finanziario e verrà impedito ad altri paesi di aiutarli. Leggere per credere!  Inoltre il piano precisa che se l’Ap accetterà  ma Hamas e/o Jihad no, gli USA aiuteranno Israele ad assassinare direttamente i singoli capi che non avranno accettato. Anche questo, a chi ancora s’illude che esista il Diritto, sembrerà impossibile, ma basta leggere il deal per perdere ogni illusione.

Si cerca di allettare i palestinesi promettendo due strade per la Giordania e l’apertura di check point per andare a lavorare in Israele (!) Si propone anche un’autostrada che colleghi la Cisgiordania a Gaza senza passare per Israele e il cui alto costo verrà in parte sostenuto dalla Cina.

Si offre tutto quello che si offrirebbe a un prigioniero da tenere in vita e da fiaccare nella sua dignità. Trump e Israele giocano sulla fame indotta dalle loro azioni. Alla Cisgiordania si danno tre mesi di tempo per collassare, Gaza è già al collasso. Gli infiltrati israeliani sono ovunque e ovunque seminano malcontento contro le leadership, oggettivamente senza neanche troppo sforzo! Il gioco è antico e chiaro ma quando un popolo è indebolito perde le difese immunitarie e il gioco rischia sempre di riuscire. Al momento i palestinesi si sentono ancora una volta umiliati e rispondono in massa “no” al piano Trump. Ma tra due mesi non lo sappiamo.

Intanto da Gaza e da Ramallah, per una volta, arriva all’unisono la stessa risposta: NO.  Il primo ministro dell’AP, Shtayyeh dichiara: “Abbiamo diritto a uno Stato non a un business plan”. Gaza a sua volta, altrettanto seccamente afferma “Nessun compromesso sulla vita e la dignità dei palestinesi”.
L’AP ha anche  rifiutato l’invito a partecipare al summit che si terrà il mese prossimo in Bahrein  organizzato dagli USA, gli stessi che non sono più neanche formalmente arbitri ma palesi alleati e sostenitori dell’occupazione israeliana. A Jason Greenblatt, che forse per la sua stessa formazione socio-culturale sembra saper ragionare solo col metro monetario e che dichiara esserci  “il potenziale per aprire un prospero futuro per i palestinesi”. Saeb Erekat ha risposto che “il pieno potenziale economico della Palestina può essere raggiunto solo con la fine dell’occupazione israeliana, rispettando la legge e le risoluzioni dell’Onu”.

Già li sentiamo i media mainstream e i sostenitori dell’illegalità israeliana, alcuni pigoleranno, altri tuoneranno, ma tutti all’unisono ripeteranno (come già fu nel caso della “generosa offerta” di Ehud Barak, giustamente rifiutata da Arafat) che i palestinesi hanno respinto il piano del secolo che il democratico Israele, invece, dando prova di buona volontà  aveva accettato.

Avranno sicuramente letto anche loro, gli opinion maker,  il “deal of the century” e quindi non avranno alibi se non quello di non avere la capacità di comprendere. Sappiamo a priori quale sarà il coro e non chiediamo più, con un filo di speranza,  “ma non si vergognano?”  Ormai sappiamo che la vergogna, i valletti del potere, l’hanno seppellita insieme alla dignità.


sabato 11 maggio 2019

Dall’ipermercato alla pace



di Alberto Benzoni 

11 maggio 2019 


E’ trascorso diverso tempo dallo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme. Una scelta che Trump presentò come tappa necessaria per arrivare ad una soluzione definitiva della questione israeliano-palestinese; il tutto sulla base di un progetto globale già predisposto da Washington.

Da allora, però, questo progetto è scomparso dalla scena. Nessun testo. Nessun dibattito. Nessuna reazione.

Tracce però molte. Anche se non visibili. Sappiamo che è stato redatto d’intesa con Netanyahu; scontato dunque il pieno appoggio del governo israeliano. Sappiamo anche che non è stato ancora sottoposto all’Autorità palestinese; scontato dunque  che a questa verrà presentato un testo alla cui redazione non avrà minimamente contribuito. Sappiamo, infine, che sono in corso intense discussioni con l’Arabia saudita e altri paesi del cosiddetto blocco sunnita; scontato dunque  che non ci sono ancora le condizioni per proporre un “progetto di pace” corredato dal loro essenziale consenso o anche solo silenzio/assenso.

Ma su questo torneremo tra poco. Perché siamo comunque sin d’ora in grado di capire la filosofia, la visione del mondo che anima il progetto. A spiegarcela, sia pure con un approccio un tantino singolare, il suo “capo di stato maggiore”; l’ambasciatore americano a Gerusalemme, Friedman.

Il Nostro ha davanti agli occhi una realtà che tramuta in sogno. E’ l’ipermercato a nord di Gerusalemme dove israeliani e palestinesi, affiancati davanti ad un set di utensili da cucina o, se preferite, nell’acquisto del telefonino di ultima generazione, tramutano progressivamente la loro vicinanza in fraternità; insomma “oggi a Gerusalemme, domani dappertutto”.

Difficile, però, condividere la sua estatica visione del futuro. E per due ragioni: l’una di carattere generale, l’altra direttamente legata alla realtà locale. In linea generale l’esperienza sembra confermare quanto affermano sondaggi riservati: nel senso che l’ipermercato non è il luogo più propizio per il nascere di nuovi rapporti sentimentali di tipo amicale o sentimentale ( prima di lui una serie infinita di altri luoghi pubblici, a cominciare dalle balere per finire con le parrocchie). Nello specifico, poi, israeliani e palestinesi hanno, qui e oggi, infiniti e quotidiani rapporti di prossimità: ma in una serie a scendere che parte dal casinò di Gerico (o dai migliori alberghi di Ramallah) per andare  giù giù, via perquisizioni, arresti e omicidi (più o meno mirati…) sino  a Hebron e alla non convivenza con i coloni d’assalto. Con la netta prevalenza dell’inimicizia sulla fratellanza.

Pure, la sortita di Friedman riflette in fondo uno dei cardini del Trumppensiero. L’idea che con il denaro si possa ottenere tutto e che la forza faccia automaticamente premio sul diritto. La sua traduzione in chiaro è un’offerta che non conviene né discutere né, in ultima analisi, rifiutare. “Noi siamo disposti a sommergervi di soldi; ma a condizione che rinunciate alle vostre pretese” ( in linguaggio più civile” ai diritti sanciti in un’infinità di risoluzioni internazionali che voi stessi avete formalmente condivisi”). E, “sappiate – lo diciamo per il vostro bene – non potete rifiutare la nostra offerta; perché, se lo fate, ve la faremo pagare; e sino in fondo”.

Messa così, però, è una proposta del tutto inaccettabile, anche per una dirigenza palestinese ancora più moderata dell’attuale; e che non ha alcun possibile riferimento con la situazione di Gaza. Mentre è molto difficile che i dirigenti sunniti, peraltro ampiamente disponibili a passare sotto silenzio la politica dei fatti compiuti, accettino di mettere la loro firma ad avallare la cancellazione sommaria sulla questione palestinese.

Probabile allora che il progetto fantasticato da Trump rimanga per lungo tempo nel cassetto; e che i palestinesi debbano assistere ancora per lungo tempo alla politica dei fatti compiuti e dell’annessione strisciante. Anche se con la piccola soddisfazione di averla subita; ma non avallata.

A copertura del tutto, infine, il silenzio ( pavido ? sdegnoso ? fate voi) dell’Europa; un silenzio tanto assordante da suscitare la protesta pubblica di ben 37 ex ministri degli esteri dell’Unione.

Un tempo, non era così. Un tempo l’Europa non si comportava così. Un tempo l’Europa dichiarava solennemente, a Venezia, che non ci poteva essere pace senza il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione dei palestinesi. Un tempo l’Europa inviava delegazioni su delegazioni “in loco” per spingere i gruppi dirigenti delle due parti verso un possibile accordo, debitamente ascoltate dagli interessati. Un tempo il nostro paese, oggi tra i primi per pavidità, avvisava Gheddafi dei piani americani  per ucciderlo o dichiarava in Parlamento la legittimità della resistenza armata. Un tempo…

Cos’è successo da allora ? Tantissime cose. E, una tra tutte, la scomparsa dei blocchi e dell’Urss. Avremo modo di riparlarne.

lunedì 6 maggio 2019

L'insurrezione del ghetto di Gaza


di Gideon Levy

Fonte: Haaretz

La crudeltà e la temerarietà della popolazione di Gaza ha raggiunto ancora una volta nuove vette sabato: decine di razzi su Israele prima della settimana del giorno dell'indipendenza, subito dopo il giorno della memoria dell'Olocausto e, peggio ancora di più, due settimane prima dell'Eurovisione. Come osi Gaza, come osi.

Israele non si è ancora ripreso dall'Olocausto, si sta preparando per il suo Giorno dell'Indipendenza, i musicisti stanno iniziando ad arrivare all'aeroporto di Ben-Gurion, e si stanno lanciando i razzi Qassam. Come potremo festeggiare? I notiziari danno l'impressione che Israele sia sotto assedio; Gaza minaccia di distruggerlo. Twitter ha già suggerito "La storia di Eva al confine di Gaza" - un gioco sulla campagna dei social media sull'Olocausto.
Gli esperti spiegano che è tutto a causa dell'avidità di Hamas. Il Ramadan sta iniziando e "sono sotto una folle pressione per i soldi". Oppure, "E' tutto a causa della debole politica di sicurezza che ha abituato i gruppi terroristici a colpire Israele; noi colpiamo solo gli edifici".
E così sparano, quei cattivi. Hamas vuole soldi, Israele è troppo morbido su di loro, loro sono il terrore, noi siamo la pace; sono nati per uccidere. Venerdì scorso l'esercito ha ucciso quattro manifestanti dalla recinzione di confine di Gaza, ma chi se ne frega. In Israele un adolescente è inciampato mentre correva per ripararsi. "Quando la mancanza di politica e di continuità cede al ricatto", ha borbottato una voce di saggezza, e nessuno ha capito cosa proponeva. Benny Gantz, l'alternativa. Questo è ciò per cui abbiamo un'opposizione.

Tutto è completamente scollegato dal contesto e dalla realtà, intenzionalmente e volontariamente. Mezza settimana dopo il Giorno della Memoria dell'Olocausto, la consapevolezza che 2 milioni di persone sono state rinchiuse da più di 12 anni dietro il filo spinato in una gabbia gigante non ricorda a Israele niente e non suscita nulla. Mezza settimana prima del Giorno dell'Indipendenza, la lotta per la libertà e l'indipendenza di un altro popolo viene percepita come terrore omicida senza motivo.
Anche il disperato tentativo di prevenire il baratro della fame viene percepito come avidità; lo sforzo di impartire in qualche modo la comparsa di una vacanza nel mese più santo dell'anno viene descritto come estorsione. Il lavaggio del cervello è così basso e nessuno protesta. Tutti lo accettano con un'anzata di spalle.  Chiunque dubiti di quanto vuota e distruttiva sia l'inculturazione dell'Olocausto in Israele dovrebbe guardare le risposte di Israele a questa rivolta del ghetto di Gaza. Chiunque ignori la realtà di Gaza o cerchi di negare il disastro non ha imparato nulla.
Gaza è un ghetto e ciò che sta accadendo nel sud è una rivolta nel ghetto. Non c'è altro modo di descriverlo. Si possono fare rivendicazioni contro Hamas, ma non si può fare alcuna rivendicazione contro Gaza. Sta lottando per la sua libertà e nessuna lotta è più giusta della sua lotta, e Hamas è il suo leader.
Il conto alla rovescia per la morte di Hamas è già iniziato: Mancano solo altri sette mesi al rapporto dell'ONU, fino a quando Gaza non sarà inadatta all'abitazione umana. Ma Israele sbadiglia e i suoi portavoce sanno solo come sollecitare la "deterrenza", quel mostro che abbiamo creato per giustificare ogni uccisione, chiusura e attacco distruttivo, mentre noi stessi mentiamo a morte che c'è qualcosa per scoraggiare 2 milioni di disoccupati, disperati, umiliati, alcuni dei quali hanno fame o muoiono per mancanza di cure mediche, e tutti sono rinchiusi.
Nessuno in Israele può immaginare la vita a Gaza negli ultimi 12 anni. Ci sono persone che fanno in modo che non lo sappiamo, compreso il divieto d'ingresso dei giornalisti israeliani da parte di Israele, che non ha suscitato alcuna protesta. "La storia di Eva" dovrebbe essere filmata a Gaza prima di essere filmata nella zona di confine di Gaza.
Un Paese che si fonda sulla memoria dei ghetti, che solo pochi giorni fa ha santificato quella memoria, nasconde il suo volto al ghetto molto più grande che ha costruito con le proprie mani e non vuole vedere, a un'ora dal centro di quel Paese. Un paese che si è stabilito in una lotta sanguinosa non riconoscerà la giustezza della lotta di un altro popolo e si chiede se quel popolo esista o meno. Una società che si considera esemplare, che si è stabilita sull'indifferenza del mondo alle sue sofferenze, mostra una mostruosa mancanza di cuore alle sofferenze che sta causando.

"Che cosa erano prima" mi ha chiesto una donna venerdì in una conferenza che ho tenuto a Tel Aviv. E noi cosa eravamo? Cosa siamo diventati?

(Traduzione di Diego Siragusa)


martedì 30 aprile 2019

Operazione conquista delle menti


di Manlio Dinucci

Fonte: (il manifesto, 30 aprile 2019)


Circa 5.000 bambini e ragazzi di 212 classi hanno partecipato, ieri a Pisa, alla «Giornata della Solidarietà» in ricordo del maggiore Nicola Ciardelli della Brigata Folgore, rimasto ucciso il 27 aprile 2006 in un «terribile attentato» a Nassirya, durante la «missione di pace» Antica Babilonia. 

La Giornata, promossa ogni anno dalla Associazione Nicola Ciardelli Onlus creata dalla famiglia, è divenuta, grazie al determinante sostegno del Comune (prima guidato dal PD, oggi dalla Lega) il laboratorio di una grande operazione – cui collabora un vasto arco di enti e associazioni  – per «sensibilizzare i giovani studenti sull’importanza dell’impegno di ognuno verso la costruzione di un futuro di Pace e Solidarietà». 

L’esempio da seguire è «l’impegno profuso da Nicola a favore delle popolazioni dilaniate dai conflitti, incontrate in occasione delle numerose missioni cui aveva partecipato», durante le quali aveva «toccato con mano la devastazione delle guerre e le sofferenze di coloro che sono costretti a subirle, primi tra tutti i bambini». 

Nessuno però ha raccontato ai 5.000 bambini e ragazzi  la vera storia della devastante guerra scatenata nel 2003 dagli Stati uniti contro l’Iraq, paese già sottoposto a un embargo che aveva provocato in dieci anni un milione e mezzo di morti, di cui circa mezzo milione tra i bambini. 

Nessuno gli ha spiegato che, per giustificare la guerra accusando l’Iraq di possedere armi di distruzione di massa, vennero fabbricate «prove», risultate poi false. 

Nessuno gli ha detto che, per stroncare la resistenza, l’Iraq venne messo a ferro e fuoco, usando ogni mezzo: dalle bombe al fosforo contro la popolazione di Falluja alle torture nella prigione di Abu Ghraib. 

A questa guerra – definita oggi dal ministero italiano della Difesa «Operazione Iraqi Freedom guidata dagli Usa per il rovesciamento del regime di Saddam Hussein, nel quadro della lotta internazionale al terrorismo» – partecipò il contingente italiano Antica Babilonia. 

Consigliere politico dei suoi comandanti, tra il 2005 e il 2006, era l’attuale ministra dela Difesa Elisabetta Trenta (Cinque Stelle). 

Ne faceva parte il 185° Reggimento paracadutisti Folgore ricognizione acquisizione obiettivi, reparto di forze speciali in cui era ufficiale Nicola Ciardelli. Il Reggimento – documenta il ministero della Difesa – «opera infiltrando distaccamenti operativi oltre le linee nemiche, in azioni dirette che prevedono l’ingaggio di obiettivi a distanza sfruttando l’armamento in dotazione e tutte le piattaforme di fuoco terrestri, aeree e navali». In altre parole, una volta individuato il «bersaglio» umano, esso viene eliminato direttamente da tiratori scelti o, indirettamente, con un puntatore laser che guida la bomba lanciata da un caccia. 

Questo non è stato raccontato ai 5.000 bambini e ragazzi che, al culmine della Giornata, hanno applaudito i parà della Folgore che scendevano dal cielo sul Ponte di mezzo, apparendo ai loro occhi come eroi dei fumetti che difendono i buoni dai cattivi. 

Quello di Pisa non è un caso isolato. I militari Usa della base di Sigonella – riporta Antonio Mazzeo  – sono sempre più presenti nelle scuole siciliane dove tengono corsi di inglese, di ginnastica e altri. 

A Sigonella, dove un parroco ha portato i bambini in «visita di istruzione», e nelle basi in Puglia si svolgono per gli studenti delle superiori stage di «alternanza scuola-lavoro». 
Casi analoghi si registrano in altre regioni. 

È in corso una vera e propria operazione di conquista militare delle menti delle giovani generazioni (e non solo di queste). Ci sono insegnanti, studenti e genitori disponibiii a contrastarla, organizzandosi per far avanzare, contro quella della guerra, la cultura della pace?