mercoledì 9 settembre 2026

VANNACCI – il patriarcato e la libertà col guinzaglio

 

di Vicky Amendolia


Fonte: Scomunicando


C’è una nuova emergenza nazionale e, distratti come siamo da guerre, debito pubblico, salari, sanità e pensioni, rischiavamo di non accorgercene: scarseggia il maschio mediterraneo. Per fortuna è arrivato Roberto Vannacci. Nel programma di Futuro Nazionale compare infatti una formula di rara potenza evocativa: «patriarcato mediterraneo». Una di quelle espressioni che appena le leggi ti viene voglia di controllare se il programma politico porti quale data il 1962. Un autentico capolavoro di restyling vintage del ventennio, in chiave postmoderna. 

Il generale vorrebbe uomini forti, capaci di dominare emozioni e passioni, disposti al sacrificio e pronti a proteggere le «nostre donne». «Nostre» è delizioso. Non le donne. Le nostre donne. Come le nostre coste, le nostre tradizioni, i nostri confini, le nostre cose tra cui, suppongo, le nostre olive taggiasche. Il maschio vannacciano, dunque, protegge. Rimane da individuare il nemico. Perché, se le donne devono essere protette dagli uomini cattivi mediante uomini forti, sorge spontanea una domanda persino a una femmina non adeguatamente patriarcalizzata: ma il problema, alla fine, non saranno mica gli uomini? Non vorrei guastare la festa virile.


Nel frattempo il programma è cresciuto e abbiamo scoperto che la protezione non si ferma lì: aborto che «non è un diritto», restrizioni alla RU-486, associazioni pro-vita nei consultori, maggiore tutela giuridica del concepito. La donna resta naturalmente libera di scegliere, pur subendo pressioni psicologiche vessative (ma con gentilezza). Solo che lo Stato, premuroso, si mette accanto a lei per suggerirle quale scelta preferirebbe. È il paternalismo 2.0: senza più il padre padrone, ma con parecchi tutori. 

Naturalmente il nuovo pater familias non è un bruto. È un signore. Forte ma protettivo, autorevole ma amorevole, dominante soltanto quanto basta. Una specie di capofamiglia retrò sottoposto a restauro conservativo: abbiamo tolto la potestà maritale, cancellato la discriminazione penale sull’adulterio, eliminato il delitto d’onore, lucidato bene la carrozzeria e adesso possiamo finalmente riproporlo sul mercato come tradizione identitaria. Chilometri zero. Unico proprietario.

Del resto «patriarcato» suonava maluccio. Ma aggiungendo «mediterraneo» cambia tutto: con due foglie di basilico sopra potrebbe finire sul Gambero Rosso. Il marketing politico è una cosa seria. 

Serissima anche la famiglia, purché sia quella giusta. Le unioni civili andrebbero abolite e il matrimonio dovrebbe tornare a essere l’istituto di coppia privilegiato perché la procreazione avrebbe rilievo pubblico. Sorge un modesto problema logico: che facciamo degli sposi sterili, degli ottantenni innamorati e delle coppie eterosessuali che non vogliono figli? Matrimonio provvisorio in attesa di concepimento? Certificato di fertilità allegato alle pubblicazioni?

Per favorire la natalità arriva persino il «mutuo tricolore», con interessi azzerati al terzo figlio. Asili, lavoro femminile, stipendi, servizi e conciliazione tra maternità e carriera sono faccende complicate. La raccolta punti è più intuitiva: al terzo bambino, signora, complimenti, ha vinto il tasso zero.

Il problema è che le donne italiane hanno avuto il cattivo gusto di impiegare parecchio tempo per liberarsi proprio di quel paradiso antropologico che oggi qualcuno vorrebbe restaurare. Hanno preteso di votare, lavorare, avere nel matrimonio gli stessi diritti del marito, divorziare e perfino decidere della propria esistenza. Nel 1968 la Corte costituzionale cancellò la discriminazione penale sull’adulterio femminile; nel 1975 la riforma del diritto di famiglia mandò in soffitta la supremazia giuridica del marito; nel 1981 sparirono delitto d’onore e matrimonio riparatore. Millenni di civiltà patriarcale demoliti per un capriccio di uguaglianza.

Poi arriva il 2026 e scopriamo che forse avevamo sbagliato strada. Bisogna tornare al maschio forte. Quello che domina le emozioni. E qui Vannacci mi preoccupa soprattutto per gli uomini, perché una concezione della virilità che considera la vulnerabilità quasi un difetto non libera il maschio: lo condanna a recitare il maschio cazzuto per tutta la vita. Non piangere, non avere paura, non vacillare, proteggi, combatti, domina le passioni, offri il petto. Una fatica bestiale. 

Per prepararlo adeguatamente, nelle scuole superiori dovrebbero arrivare anche moduli di educazione alla difesa e alla sicurezza nazionale. Nulla di scandaloso nell’insegnare cosa siano le Forze armate; qualcosa di più bislacco, se lo si inserisce in un modello che celebra contemporaneamente disciplina, virilità e uomo forte. La scuola dovrebbe formare cittadini coscienziosi, non caratteri conformi ad un modello unico predeterminato.

Ma le novità del programma di questo esemplare figuro prevedono che, poiché l’educazione non finisce a scuola, sia meglio dare un’occhiata anche al televisore: dalle 6 alle 23 restrizioni ai contenuti definiti «genderisti» e «omosessualisti» accessibili ai minori. Ora, che i bambini vadano protetti da contenuti sessuali inadatti alla loro età dovrebbe essere persino ovvio. Ma un contenuto è inadatto perché sessualmente esplicito, non perché racconta l’esistenza di un omosessuale. Altrimenti due uomini che si tengono per mano diventano propaganda, mentre mamma e papà che si baciano sono educazione civica. E qui la protezione dell’infanzia c’entra poco: si sta semplicemente insegnando ai bambini, per legge, quali affetti siano normali e quali debbano essere guardati con sospetto. È il capolavoro logico di chi combatte il pensiero unico: per sconfiggerlo basta sostituirlo con il proprio. E magari chiamarlo libertà. 

Ed è proprio qui che emerge il filo che tiene insieme tutto il programma: la libertà viene celebrata finché conduce alle scelte considerate “giuste” dall’alto. Diventa improvvisamente sospetta quando una persona sceglie diversamente: quando una donna non vuole essere protetta, quando non vuole diventare madre, quando una coppia non corrisponde al modello della “famiglia naturale”, quando due persone dello stesso sesso pretendono che il loro amore abbia la stessa dignità degli altri. Insomma, liberi sì. Purché di essere come si è deciso che debbano essere: vale per chi ama la persona “sbagliata” e vale, tornando al nostro patriarcato mediterraneo, per la donna che pretende di non avere affatto bisogno di un maschio che la protegga. Forse è qui il paradosso più gustoso: questo culto ossessivo della virilità tradisce una fragilità quasi commovente. Una donna autonoma, colta, economicamente indipendente e capace di dire «no, grazie, faccio da sola» non dovrebbe costituire alcun problema per un uomo forte, a meno che il problema non sia proprio quello. Perché l’emancipazione femminile ha cambiato soprattutto una cosa: la donna non appartiene più a un uomo. Nel vecchio mondo i ruoli erano rassicuranti perché erano già scritti: lui comandava, lei accudiva; lui proteggeva, lei ringraziava. Non occorreva conquistare ogni giorno il rispetto dell’altro: bastava nascere con il cromosoma giusto. Comodissimo.


La modernità ha introdotto, invece, una seccatura terribile: la reciprocità. Bisogna essere scelti senza vantare diritti acquisiti, meritare amore e rispetto, confrontarsi con qualcuno che può guardarti negli occhi da pari e, se non le piaci, prendere la borsa e andarsene. Altro che offrire il petto alla Patria: per certi uomini, il vero atto eroico è sopravvivere a una donna che non chiede il permesso. 

Personalmente non ho nulla contro l’uomo protettivo. Può essere meraviglioso, come può esserlo una donna protettiva. Due persone che si amano si proteggono, si sostengono e, quando serve, si sorreggono. Ma questo si chiama amore, non patriarcato.

Il patriarcato comincia quando qualcuno stabilisce in anticipo chi protegge e chi dev’essere protetto, chi conduce e chi segue, quale famiglia è quella giusta, quale scelta privata merita approvazione e quale libertà sia un po’ troppo libera.

Perciò lasciamo pure allo pseudo-generale il suo maschio mediterraneo: statuario, impavido, padrone delle emozioni, petto in fuori e sguardo fiero verso l’orizzonte. Noi donne moderne, nel frattempo, continueremo irresponsabilmente a studiare, lavorare, pensare, scegliere, amare e, quando necessario, proteggere anche gli uomini. Compresi quelli forti. Per quelli fortissimi, invece, temo non ci sia nulla da fare. Bisognerà aspettare che passi il patriarcato, o almeno che scemi l’eccesso di testosterone. 



Vicky Amendolia, avvocato e giornalista, ha maturato una lunga esperienza nel diritto, nella consulenza per imprese ed enti pubblici e nel management, affiancandola da sempre all’impegno  politico e civile. Attiva fin da giovanissima, ha ricoperto ruoli nel Movimento Federativo Democratico e nel Tribunale per i diritti del malato ed è stata tra i fondatori del Partito Popolare Italiano. Oggi è Vice Segretaria nazionale vicario di Socialdemocrazia SD e si riconosce nella tradizione del socialismo democratico, riformista, garantista ed europeista. Figlia del giornalista Lino Amendolia, scrive di  politica, società, diritti e costume, con uno stile che unisce analisi, passione civile, ironia e libertà di giudizio. 

martedì 8 settembre 2026

HA'ARETZ RICOSTRUISCE CIO' CHE ACCADDE PRIMA DEL 7 OTTOBRE A GAZA


Nel settembre del 2023, il presidente degli Emirati Arabi Uniti bin Zayed chiamò Netanyahu per lanciare un duro avvertimento. Netanyahu non ha fatto nulla. Un'indagine approfondita, condotta per un nuovo libro, rivela i fallimenti del Primo Ministro intorno al 7 ottobre. Netanyahu: ‘Questa è una bugia assoluta’.


di  Ruth Yuval



8 settembre 2026

Fonte: Ha'aretz

Questi sono stati gli ultimi giorni di settembre 2023. Gli attacchi terroristici infiammarono la Cisgiordania, masse di abitanti di Gaza protestavano regolarmente contro la barriera di confine e il Paese era scosso da un conflitto interno a causa delle leggi sui colpi di stato giudiziari. Chiunque osservasse gli eventi con gli occhi lucidi poteva percepire che un'escalation era in agguato dietro ogni angolo.

Particolarmente preoccupato è stato il presidente degli Emirati Arabi Uniti Sheikh Mohamed bin Zayed –noto come MBZ–. "Ne ha parlato spesso con me nei mesi precedenti la guerra", racconta il presidente Isaac Herzog, che intrattiene rapporti amichevoli con bin Zayed. "Trasmetteva costantemente messaggi secondo cui la situazione doveva essere disinnescata. Inviò addirittura un inviato speciale in Israele che incontrò il primo ministro. L'emiro sembrava intuire che la zona fosse sull'orlo dell'esplosione."

Bin Zayed parlerà anche direttamente con il primo ministro Benjamin Netanyahu. Queste conversazioni seguivano una procedura standard: un rappresentante dell'ambasciata degli Emirati si recava all'ufficio del primo ministro, portando con sé uno speciale dispositivo telefonico che garantiva la riservatezza della chiamata.

Ma questa volta l'appello lanciato da bin Zayed era insolito. Una settimana e mezza prima del 7 ottobre 2023 il sovrano degli Emirati ha chiamato Netanyahu dal Palazzo Presidenziale di Abu Dhabi e ha parlato con lui per 45 minuti.

In quella conversazione, bin Zayed avvertì che il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, stava pianificando una grande operazione contro Israele. Bin Zayed ha espresso preoccupazione per il fatto che l'evento in questione non solo avrebbe portato a spargimenti di sangue, ma avrebbe anche destabilizzato l'intera regione e minato gli Accordi di Abramo.

All'appello era presente anche uno stretto consigliere di bin Zayed, un palestinese emigrato anni prima da Gaza ad Abu Dhabi e che aveva mantenuto forti legami nella Striscia. Secondo il consigliere, il sovrano degli Emirati ha sottolineato a Netanyahu la necessità di prepararsi alla minaccia.

"L'emiro ha spiegato che, secondo la sua valutazione, Sinwar si stava preparando per un evento importante", afferma il consigliere. "Ha detto a Netanyahu che Israele dovrebbe essere pronto. Allo stesso tempo, ha raccomandato di cercare di trovare una soluzione economica per la Striscia e di calmare la Cisgiordania per prevenire l'escalation"

Yahya Sinwar, capo di Hamas

Bin Zayed ha esortato Netanyahu a prendere sul serio la situazione. Con sua sorpresa, però, il primo ministro ha reagito con relativa calma. Netanyahu ha affermato che, a suo avviso, Hamas intende operare nella zona della Cisgiordania e ha rassicurato bin Zayed che Israele è preparato a qualsiasi scenario.

Il sovrano degli Emirati avrebbe poi raccontato la conversazione avuta con Netanyahu e l'avvertimento trasmesso anche al direttore della CIA William J. Burns. Bin Zayed ha condiviso con Burns la sensazione che ha cercato di trasmettere a Netanyahu, ovvero che "qualcosa lì sta per esplodere", e gli ha detto che il primo ministro israeliano riteneva che la zona instabile fosse in realtà la Cisgiordania.

"L'emiro sperava che, nonostante la sua risposta riservata, Netanyahu avrebbe preso sul serio il messaggio e avrebbe preso provvedimenti", afferma il consigliere. Nessuno di loro immaginava che il primo ministro avrebbe ascoltato il messaggio ma non avrebbe informato i capi dell'establishment della difesa. Il capo dello Shin Bet, il capo del Mossad, il capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane – nessuno di loro sapeva dell'avvertimento di bin Zayed.

Per capire da dove proveniva l'insolito avvertimento, e perché proprio attraverso il presidente degli Emirati Arabi Uniti, bisogna tornare a quanto accaduto dietro le quinte nei mesi precedenti. In quei mesi, con la conoscenza e l'approvazione di Netanyahu, Israele tenne colloqui con Hamas su una "hudna", una tregua temporanea volta a promuovere un accordo a lungo termine nella Striscia.

I contatti sono iniziati segretamente all'inizio del 2023, in concomitanza con l'ascesa del governo di estrema destra di Netanyahu. Sinwar nominò Ghazi Hamad, membro dell'ufficio politico di Hamas, per la missione. Hamad parla fluentemente ebraico ed è stato coinvolto nei contatti segreti per il rilascio del soldato rapito Gilad Shalit. Contemporaneamente venne reclutato un alto funzionario di Fatah, anch'egli fluente in ebraico. Il funzionario, che qui verrà chiamato "Coal Eyes" (pseudonimo, per motivi di cautela), è noto per la sua reputazione di figura affidabile, accettabile sia per Hamas che per lo Shin Bet. Il suo ruolo era quello di trasmettere messaggi tra le parti, in modo che non sembrasse che ci fosse un contatto diretto tra Hamas e Israele.


Il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman al-Thani, e il direttore del Mossad, David Barnea.

In pratica, queste conversazioni erano praticamente dirette. Ghazi Hamad e Coal Eyes siederanno nella casa di Gaza di Nasser Sarraj, che in precedenza è stato vicedirettore del Ministero degli Affari Civili dell'Autorità Palestinese. Sul lato israeliano della linea c'era il funzionario dello Shin Bet responsabile degli ostaggi e delle persone scomparse. Poiché i disordini a Gaza potrebbero danneggiare anche l’Egitto, gran parte delle discussioni si è basata su accordi raggiunti in anticipo tra Gerusalemme e il Cairo. Tuttavia, "l'intero canale diretto è stato nascosto agli egiziani, per paura che si offendessero se fossero stati esclusi", afferma uno dei membri del team Shin Bet coinvolti nella preparazione dei colloqui, "e quindi è diventato un canale personale coltivato da Netanyahu".

Per capire da dove provenga l'insolito avvertimento, e perché proprio attraverso il presidente degli Emirati Arabi Uniti, bisogna tornare a quanto accaduto dietro le quinte nei mesi precedenti. In quei mesi, con la conoscenza e l'approvazione di Netanyahu, Israele tenne colloqui con Hamas su una "hudna", una tregua temporanea volta a promuovere un accordo a lungo termine nella Striscia.

Inizialmente i colloqui si sono concentrati sulla graduale revoca del blocco su Gaza e sull'aumento delle spedizioni di cibo e materie prime in entrata nella Striscia. È stata inoltre sollevata una nuova idea: istituire zone commerciali lungo i confini della Striscia con Israele ed Egitto, che offrirebbero migliaia di posti di lavoro ai disoccupati di Gaza. Gli egiziani erano anche disposti a consentire un "passaggio sicuro" ai residenti della Striscia diretti all'aeroporto di Sharm el-Sheikh –, il che avrebbe offerto loro un'apertura al mondo. È stata avanzata anche la proposta di fornire gas naturale alla Striscia dal giacimento di gas naturale marino di Gaza, scoperto nel 2000 al largo della costa dell'enclave. La proposta si chiamava "G 4 G", Gas per Gaza.

L'atmosfera era così ottimistica che Coal Eyes di Fatah ha ripetutamente riferito che un accordo con Israele era più vicino che mai e che entrambe le parti consideravano le proposte come "opzioni fattibili". Un funzionario di Hamas ha dichiarato che avrebbe riferito ai suoi colleghi: "Sta succedendo".

Una fonte della sicurezza israeliana coinvolta nella preparazione dei colloqui conferma che "entro la fine di agosto 2023, Netanyahu ha approvato il rilascio di 30 prigionieri, tra cui 20 condannati all'ergastolo, che saranno scelti dallo Shin Bet" Secondo lui, "tutto ciò che serviva in questa fase era l'approvazione del comitato ministeriale per gli ostaggi e le persone scomparse, il cui consenso è necessario per il rilascio dei prigionieri, in particolare di quelli che scontano l'ergastolo"

Tuttavia, Netanyahu ha ripetutamente rinviato la convocazione del comitato. Forse lo ha fatto per paura di raggiungere un accordo con Hamas, o forse per paura della reazione dei suoi partner estremisti nel suo nuovo governo. Ai rappresentanti dello Shin Bet, che gestivano il canale con Hamas, era solito dire che temeva che la storia trapelasse ai media. "E così è rimasto bloccato settimana dopo settimana", descrive la fonte.

Quando Sinwar cominciò a mostrare segni di disappunto per la mancanza di progressi, Ghazi Hamad e Coal Eyes cercarono di rassicurarlo che il motivo del ritardo era la preoccupazione di Netanyahu per i grandi disordini che si stavano verificando in Israele – l'avanzamento della riforma giudiziaria e la massiccia protesta pubblica scoppiata in seguito.

Nel mezzo dei continui sconvolgimenti interni in Israele, è cresciuta la percezione all’interno dell’asse di resistenza Iran, Hamas e Hezbollah che Israele fosse diventato molto più vulnerabile e che potessero unire i fronti e lanciare una campagna coordinata per sconfiggerlo. Documenti interni dimostrano che all'epoca alti funzionari di Hamas iniziarono ad accelerare i loro appelli all'Iran, chiedendo assistenza per finanziare l'attacco.

Poi, all’inizio di settembre 2023, Sinwar ha improvvisamente interrotto ogni contatto con la squadra negoziale. "È semplicemente scomparso dal nostro radar, è evaporato", afferma un alto funzionario dello Shin Bet. Una fonte di Hamas spiega che Sinwar ha perso la pazienza con il ritmo degli israeliani.

Pertanto, il canale diretto stabilito tra un funzionario dello Shin Bet e il funzionario di Hamas Ghazi Hamad, gestito con l'approvazione di Netanyahu, è stato interrotto. Tra l'altro, questo canale avrebbe ripreso la sua piena attività un anno dopo il massacro del 7 ottobre, nel settembre 2024, quando emerse l'urgente necessità di estrarre dal pantano l'accordo sugli ostaggi, ormai in stallo.


Rawhi Mushtaha, braccio destro di Sinwar, e Mohammed Dahlan, ex funzionario di Fatah.

Nel settembre 2023, poco prima del lancio del dado, Sinwar organizzò un incontro privato con il funzionario di Fatah, Coal Eyes. "Dite agli israeliani che se non faranno progressi, preparerò per loro una grande sorpresa", dichiarò con enfasi. Qui, per la prima volta, ha lasciato cadere una parola chiave, una parola che avrebbe dovuto far scattare l'allarme: "Dite loro di aspettarsi uno 'zilzal', un terremoto"

Coal Eyes lasciò la conversazione scosso. Decise di consultare un caro amico, lo stesso palestinese emigrato da Gaza ad Abu Dhabi e che era stato uno stretto consigliere di bin Zayed.

"Coal Eyes era agitato", racconta il consigliere. "Per lui era chiaro che l'operazione di cui parlava Sinwar avrebbe potuto avere ripercussioni sull'intero Medio Oriente, ma aveva paura di riferire l'informazione direttamente allo Shin Bet. D'altra parte, aveva ancora più paura che se non avesse aggiornato lo Shin Bet, gli israeliani avrebbero potuto accusarlo di collaborare con Sinwar. Temeva sinceramente per la sua vita. Pertanto, ha deciso di trasmettere il messaggio a bin Zayed."

"Qual è il significato di questo?" bin Zayed chiese al consigliere, che trasmise l'avvertimento di Sinwar.

"Se dice 'zilzal', intende la guerra", rispose il consigliere.

"Sei sicuro?" chiese l'emiro.

"No, questa è la mia interpretazione", rispose il consulente, "ed è anche così che la intendeva Coal Eyes"

Sinwar fece un respiro profondo e con voce agghiacciantemente tranquilla disse: "Trasmetti un messaggio che sto preparando la madre di tutte le sorprese. Un'operazione terrificante. Qualcosa di straordinario. Per favore, trasmettete parola per parola agli israeliani ciò che sto dicendo."

Il sovrano emiratino ci pensò su, incerto. Era preoccupato dalla possibilità che, nel mezzo delle tensioni regionali, il semplice avvertimento sulle intenzioni di Hamas di iniziare una guerra potesse accendere il fuoco, magari con un attacco preventivo da parte di Israele. Alla fine ha deciso: "Se non ne siamo sicuri, per ora non trasmetteremo alcun avvertimento agli israeliani. Indagheremo a fondo sulla questione finché non ne saremo certi."

Per comprendere la gravità della minaccia di Sinwar, a Coal Eyes è stato chiesto di tenere un altro incontro con lui a Gaza. L'incontro ha avuto luogo a metà settembre 2023.

"Ebbene?" Chiese Sinwar. "Hai trasmesso il messaggio agli israeliani?"

"No", rispose il mediatore.

Coal Eyes ha chiamato il consigliere di bin Zayed da Gaza per trasmettere le parole di Sinwar. "Gli ho chiesto tutti i dettagli", ricorda il consigliere, "compreso il linguaggio del corpo di Sinwar, il suo tono di voce preciso e il contesto in cui sono state pronunciate le parole, soprattutto per quanto riguarda l'avvertimento 'zilzal'.

"Gli ho suggerito di lasciare rapidamente la Striscia di Gaza e di incontrarmi a casa mia per una conversazione privata. Alla fine dell'incontro capii che né io né Coal Eyes avevamo sbagliato a comprendere il messaggio: Sinwar intendeva andare in guerra."

Il consigliere ha informato bin Zayed sulla sua impressione della conversazione con Coal Eyes. Il sovrano emiratino comprese la portata della minaccia e decise che "il messaggio di Sinwar doveva essere trasmesso agli israeliani, ai ranghi più alti del Paese, il prima possibile".

Infatti, il 15 settembre, Coal Eyes e il consigliere trasmisero l'avvertimento allo Shin Bet. Il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, ha chiesto una telefonata immediata con il primo ministro, organizzata dal segretario militare di Netanyahu, Avi Gil. Durante la chiamata, Bar ha informato Netanyahu sulle minacce di "terremoto" di Sinwar e si è deciso di tenere una riunione sulla sicurezza a cui hanno partecipato tutte le agenzie di sicurezza competenti.

"Perché Sinwar ci ha inviato un avvertimento?" un alto funzionario dell'intelligence chiede retoricamente ora. "O perché si era stancato del tergiversare di Israele, perché voleva farci pressione per raggiungere un accordo e non era così desideroso di iniziare una guerra. Oppure, come preferiamo pensare, faceva parte del suo piano "Grande Inganno" e voleva mettere alla prova la prontezza delle IDF."

In ogni caso, l’apparato di difesa non ha corso rischi inutili. La riunione sulla sicurezza ebbe luogo due giorni dopo, il 17 settembre, alla quale parteciparono il ministro della Difesa Yoav Gallant e rappresentanti dell'intelligence militare. Al termine della discussione si è deciso di tenere una riunione di lavoro presso l'ufficio del primo ministro più tardi quello stesso giorno. Sono stati invitati anche rappresentanti del Mossad e del Consiglio per la sicurezza nazionale. Sulla base di riferimenti incrociati con nuovi materiali di intelligence, i rappresentanti dello Shin Bet presenti all'incontro hanno stimato che Sinwar avrebbe potuto avere intenzione di mettere le mani su Elizabeth Tsurkov, la ricercatrice israeliana rapita e detenuta in Iraq all'epoca, in modo da poter aumentare il numero di prigionieri palestinesi che avrebbe ricevuto in un accordo di scambio.

Il capo dello Shin Bet ha precisato che si trattava solo di una valutazione iniziale e che l'avvertimento doveva essere preso sul serio, poiché indicava una mancanza di deterrenza da parte di Israele e che "siamo in rotta di collisione". Bar ha raccomandato un metodo operativo di "bomba estinguente" –nome in codice per un attacco potente e improvviso progettato per neutralizzare rapidamente una grave minaccia – o almeno di attuare "forti sforzi difensivi" a Gaza e in Cisgiordania, anche solo in preparazione alle imminenti festività ebraiche. Al termine della riunione non è stata presa alcuna decisione.

Vedendo che Israele non stava rispondendo al chiaro avvertimento trasmesso allo Shin Bet, il sovrano degli Emirati decise di tenere una conversazione con lo stesso primo ministro israeliano. Così, alla fine di settembre ha avuto luogo quella conversazione di 45 minuti, in cui ha trasmesso un avvertimento esplicito a Netanyahu sulle intenzioni di Sinwar.

Nel corso dell'incontro, il primo ministro non ha menzionato le telefonate di avvertimento ricevute. "Se avessimo saputo degli avvertimenti... avremmo potuto cambiare completamente il quadro della nostra valutazione", afferma un alto funzionario dello Shin Bet.

Una chiamata simile giunse all'ufficio del primo ministro in quei giorni da parte del capo dell'intelligence egiziana, il generale Abbas Kamel, che avvertì Netanyahu di "qualcosa di insolito, un'operazione terrificante", che stava per essere lanciata da Hamas. Il giornalista Smadar Perry, che ha pubblicato i dettagli della conversazione sul quotidiano Yedioth Ahronoth, racconta che Netanyahu ha anche detto a Kamel: "A Gaza siamo informati, abbiamo il controllo. Il nostro problema è con la Cisgiordania, ed è lì che stiamo anche deviando le forze."

Il 1° ottobre, durante una discussione sulle rivolte al confine di Gaza e sull'identificazione delle intenzioni di Hamas di compiere un attacco terroristico in Cisgiordania, il capo dello Shin Bet ha nuovamente raccomandato di prendere di mira alti funzionari di Hamas, tra cui Sinwar, che "mostrava segni di arroganza"

Come nei casi precedenti in cui la proposta gli è stata presentata, Netanyahu ha risposto: "Preparate dei piani per me e li prenderò in considerazione"

"Non ha mai detto 'no'", spiega un alto funzionario della difesa. "Questo è sempre stato il suo modo di rimandare la risoluzione del problema." Un altro alto funzionario presente alla discussione ricorda che, riassumendo l'incontro, il primo ministro ha affermato: "Continuate a lavorare sulla capacità, ma per ora calmate la situazione"

Durante l'intero incontro, il primo ministro non ha menzionato le chiamate di avvertimento ricevute.

"Se fossimo stati a conoscenza degli avvertimenti, probabilmente avremmo dato più peso al primo messaggio che abbiamo ricevuto da Sinwar", afferma un alto funzionario dello Shin Bet. "Forse avrebbe anche chiarito cosa c'era dietro il suo improvviso ritiro dai colloqui all'inizio di settembre. È possibile che avremmo messo insieme due più due e saremmo giunti a una conclusione completamente diversa da quella che abbiamo fatto, che avrebbe cambiato l'intero quadro della nostra valutazione."

Le radici del complesso rapporto tra Netanyahu e Sinwar risalgono a molti anni fa, alla liberazione di Sinwar dalla prigione israeliana in seguito all'accordo Shalit del 2011. Dopo aver conquistato spietatamente tutti i centri di potere nella Striscia, Sinwar iniziò a elaborare una nuova strategia a due livelli, pensata per far uscire Gaza dalla sua difficile situazione.

"Fin dalle prime fasi, forse persino in prigione, Sinwar aveva in mente due alternative", afferma un alto funzionario dell'intelligence che all'epoca conosceva bene Sinwar. "Da un lato, ha accelerato lo sviluppo delle capacità militari di Hamas, trasformandolo in un potente esercito terroristico che si è scontrato ripetutamente con Israele. Dall'altro, ha lasciato che si consolidasse la consapevolezza che in tutti i conflitti Gaza era stata sconfitta in modo decisivo. Pertanto, nonostante tutto il suo odio per Israele, si doveva dare una possibilità a un tentativo di raggiungere un accordo che consentisse una vita normale a Gaza, anche prima di far entrare in azione l'esercito di Hamas qualora l'accordo non si fosse concretizzato."

Nel 2017, Sinwar decise di compiere un passo sorprendente. Contattò il suo acerrimo rivale, l'ex funzionario di Fatah e attuale uomo d'affari, Mohammed Dahlan. I due, compagni di studi a Khan Yunis, si conoscevano dai tempi dell'università a Gaza, e già allora tra loro esisteva un'intensa animosità. La tensione aumentò quando Dahlan, capo della sicurezza preventiva dell'Autorità Palestinese durante il suo governo nella Striscia di Gaza, scatenò una guerra senza quartiere contro i leader di Hamas. Quando Hamas prese il potere con la forza a Gaza, Dahlan fu inserito in cima alla lista dei bersagli da eliminare.

Ora però Sinwar credeva di poter sfruttare Dahlan e i contatti che aveva instaurato sia con il governo egiziano che con i servizi di sicurezza israeliani. Nell'estate del 2017, dopo quasi 40 anni di allontanamento e ostilità, Sinwar incontrò Dahlan nella sua casa al Cairo, insieme a diversi altri alti funzionari di Hamas, tra cui Mohammed Deif, capo dell'ala militare, e Moussa Abu Marzouk, membro dell'ufficio politico di Hamas.

Sinwar ha fatto comprendere che in tutti i combattimenti Gaza è stata sconfitta. Pertanto, nonostante tutto il suo odio per Israele, si dovrebbe dare una possibilità a un tentativo di raggiungere un accordo che permetta una vita normale a Gaza.

Sinwar descrisse a Dahlan le gravi sofferenze a Gaza e gli chiese di trasmettere a Netanyahu il suo desiderio di raggiungere un accordo soddisfacente. Gli elementi chiave di tale accordo erano l'allentamento del blocco e il rilancio dell'economia di Gaza, principalmente attraverso la creazione di posti di lavoro.

Dahlan coinvolse gli egiziani per mediare tra Sinwar e Netanyahu. L'iniziativa creò una rete di relazioni di lavoro indirette tra Israele e Hamas. Uno scorcio di questi contatti sarebbe emerso retrospettivamente nel 2022, quando l'allora capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale, Meir Ben-Shabbat, rivelò in un'intervista a Yedioth Ahronoth i negoziati condotti con Sinwar. Ben-Shabbat presentò un biglietto che Sinwar aveva scritto in ebraico e inviato a Netanyahu nel 2018: "Rischio calcolato".

"Quello è stato uno dei momenti più belli di tutto il processo", ha detto Ben-Shabbat. "Da ciò ho capito che Sinwar è molto attento a ciò che accade sul fronte israeliano, analizza ogni dichiarazione dei politici, comprende i dilemmi e apporta il suo contributo."

Nell'agosto del 2018, i contatti si sono concretizzati in un incontro tra alti funzionari israeliani sulla questione, alla presenza del primo ministro. Durante l'incontro, è stato presentato un piano strutturato per formulare un accordo in base al quale i quattro prigionieri sarebbero stati rilasciati in cambio di un cessate il fuoco reciproco e dell'accordo israeliano per un'intesa e un significativo allentamento del blocco su Gaza.

La fase successiva riguardava l'accordo di scambio vero e proprio. In cambio del rilascio dei quattro israeliani da parte di Hamas, Israele si impegnò a rilasciare i prigionieri di Hamas, compresi quelli arrestati durante la guerra di Gaza del 2014 (Operazione Margine Protettivo), ad eccezione di coloro che erano coinvolti in attività terroristiche significative. Il documento riassuntivo dell'incontro affermava che "il rinvio di un accordo di scambio di prigionieri e persone scomparse, e la sua separazione dal processo di negoziazione, potrebbero portare a ritardare per anni la soluzione per il ritorno dei prigionieri e delle persone scomparse".

Alti funzionari della difesa conclusero che le condizioni erano le più favorevoli affinché Israele raggiungesse un accordo per lo scambio di prigionieri a costi ragionevoli. Netanyahu riassunse la discussione e si impegnò a prendere una decisione. Tuttavia, il tempo passò e Netanyahu iniziò a esitare e a ritardare l'approvazione del processo di accordo.

D'altro canto, quando le agenzie di sicurezza hanno rilevato un'eccessiva attività operativa da parte di Hamas, Netanyahu si è ripetutamente rifiutato di autorizzare l'avvio di un'operazione su vasta scala contro di loro. "Era ormai routine", racconta un alto ufficiale. "Lanciano razzi, noi rispondiamo, scoppiano degli scontri, gli abitanti della zona di confine [di Gaza] sono sfiniti e costa un sacco di soldi. L'esercito ha voluto lanciare più volte un'operazione militare ampia e capillare a Gaza, ma lo stesso governo di colui che prima della sua elezione aveva promesso 'di essere forte contro Hamas' ha insistito per non intensificare le ostilità e per preservare diligentemente la ''risorsa' chiamata Hamas. 'Calmatevi', ci dicevano, 'lasciateci concentrare sul nord e sull'Iran'".

Un ex maggiore generale delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) testimonia di aver sentito "più di una volta il capo di stato maggiore, Herzl Halevi, criticare la politica di contenimento di Netanyahu". La descriveva in termini vividi durante le riunioni: "È come avere un chiodo che sporge dal muro di casa e, invece di toglierlo, radunare tutti i membri della famiglia, compresi i bambini, e dire loro: 'Ogni volta che passate di qui, fate attenzione al chiodo'. Quando abbiamo accettato di convivere con il chiodo, non capivamo che alla fine, invece di rimuoverlo dal muro, saremmo rimasti impalati su di esso".

Poi è scoppiata la pandemia di COVID-19 e i contatti tra Hamas e Israele si sono interrotti. Israele si è concentrato sulla risoluzione dei nuovi problemi causati dalla pandemia e, allo stesso tempo, è stato travolto da cinque turni elettorali consecutivi. All'interno dell'asse della resistenza, ha cominciato a prendere piede una nuova idea strategica: che si avvicinasse il giorno in cui si sarebbe potuto infliggere un colpo decisivo a Israele nel suo momento di debolezza. Sinwar, dal canto suo, ha continuato a investire molte energie e risorse nello sviluppo del progetto del tunnel a Gaza e nell'addestramento e nell'armamento dell'esercito di Hamas in vista del giorno della resa dei conti.

Sarebbero trascorsi quasi altri tre anni prima che arrivasse il giorno della resa dei conti. "Quando leggerete queste nostre parole, migliaia di combattenti jihadisti delle Brigate Iz al-Din al-Qassam emergeranno per attaccare gli obiettivi della criminale occupazione sionista e bombarderanno gli avamposti nemici, i suoi centri [città] e i suoi snodi nella zona meridionale della Palestina occupata", annunciarono Sinwar e i suoi soci Mohammed Deif e Marwan Issa in una lettera inviata a Hezbollah la mattina del 7 ottobre, nel tentativo di persuadere l'allora leader dell'organizzazione, Hassan Nasrallah, ad unirsi all'operazione. "Supereranno la barriera di separazione per affrontare e combattere le forze di occupazione, impadronirsi di posizioni militari e civili nella zona e catturare molti soldati dell'occupazione".

Alle 6:29 del mattino del 7 ottobre, arrivò lo "zilzal". A mezzogiorno, i social media in Israele e nel mondo erano già inondati di filmati raccapriccianti del massacro: uccisioni, incendi dolosi e distruzioni trasmessi in diretta streaming. Decine di video mostravano civili rapiti e portati nella Striscia di Gaza.

Quando il gabinetto di sicurezza israeliano si è riunito con un certo ritardo, alle 14:45, non si aveva ancora un'idea precisa del numero delle persone rapite. "Attualmente ci sono 14 soldati e 28 civili in ostaggio, e decine di altre persone con cui non abbiamo contatti", ha dichiarato il capo dello Shin Bet. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha chiesto che i prigionieri venissero ignorati, affermando che "è impossibile operare con una simile mentalità".

"Ho dato istruzioni alle Forze di Difesa Israeliane: niente negoziati di alcun tipo", ha dichiarato il Ministro della Difesa Yoav Gallant. "Parleranno con noi solo quando saranno a terra, con la testa sott'acqua."

Verso sera, il mondo fu inondato da notizie raccapriccianti sul rapimento di centinaia di uomini e donne, bambini e anziani. Alle 19:00, il Primo Ministro del Qatar, Sheikh Mohammed bin Abdulrahman al-Thani, telefonò al direttore del Mossad, David Barnea, con il quale aveva un rapporto di amicizia. "Dedi Boy", così il sovrano del Qatar chiamava affettuosamente l'ufficiale dell'intelligence israeliana. I due si erano incontrati solo una settimana prima, alla fine dello Yom Kippur. Barnea si era recato a Doha per conto di Netanyahu per chiedere al Qatar di aumentare gli aiuti finanziari alla Striscia.

Al-Thani era agitato. "Ho appena terminato una conversazione con il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, e il suo vice, Khalil al-Hayya, arrivato a Doha da poco", ha riferito a Barnea. "Li ho esplicitamente minacciati dicendo che se tutti gli ostaggi civili non verranno rilasciati immediatamente, ordinerò personalmente la loro espulsione dal Qatar. Vorrei informarla che Hamas è pronta a rilasciare tutti i civili ora e siamo pronti a mediare."

La risposta del direttore del Mossad israeliano ha lasciato al-Thani perplesso. "Se vogliono rilasciare i civili, che lo facciano", ha replicato Barnea. "Non siamo disposti a parlare con Hamas". "Questi non sono gli israeliani che conosco", ha detto il leader qatariano ai suoi collaboratori. "Questo non è il Dedi Barnea che conosco".

"Mi disse che nella prima fase non avevano problemi a rilasciare tutti i civili senza offrire nulla in cambio", racconta Mashharawi. "Giuro, queste furono le sue parole esatte: tutti i civili, senza offrire nulla in cambio. Avevano una sola condizione: volevano che trovassimo un mediatore di comune accordo."

Barnea, secondo quanto ammesso dai suoi collaboratori, ha effettivamente sentito dal primo ministro del Qatar che Hamas era disposta a rilasciare i civili, ma che l'organizzazione terroristica poneva condizioni inaccettabili, come l'arresto dell'incursione delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) a Gaza e nuovi diritti per i fedeli sul Monte del Tempio. Il primo ministro del Qatar nega tale affermazione. "Il primo giorno, i leader di Hamas non hanno imposto condizioni draconiane", afferma il suo consigliere, "perché la nostra minaccia nei loro confronti era reale e non erano in grado di imporre alcuna condizione".

Al-Thani non si arrese. Chiamò il Segretario di Stato americano Antony Blinken. "Ascolti", gli disse, "ci sono centinaia di ostaggi a Gaza, e tra questi, a mio avviso, decine di civili. Devono essere rilasciati subito. Ho offerto agli israeliani di mediare per un rapido accordo per la loro liberazione, ma non sono interessati".

Blinken informò al-Thani che aveva intenzione di volare in Israele entro tre giorni. "Aspettiamo", lo rassicurò. "Parlerò personalmente con Netanyahu". Al-Thani insistette. "Sa che il tempo è un fattore importante. Dobbiamo agire subito". Blinken lo interruppe: "In questo momento la situazione è complessa. Israele è ancora sotto attacco e non c'è nessuno con cui parlare. Aspetteremo tre giorni".

La mattina seguente, lontano dai colloqui diplomatici tra Israele e Doha, Rawhi Mushtaha, il braccio destro di Sinwar, telefonò a Samir Mashharawi, collaboratore di Dahlan. In una telefonata da Gaza, Mushtaha, a nome di Sinwar, chiese a Dahlan di aiutarli a trovare rapidamente un mediatore per promuovere un accordo di cessate il fuoco. Per dare maggiore peso alla sua richiesta, Mushtaha aggiunse: "Il nostro amico sta ascoltando", riferendosi a Sinwar, che stava seguendo la conversazione.

Mashharawi ha riferito della telefonata a Dahlan. Secondo lui, Dahlan gli avrebbe detto: "'Prima di tutto, devono liberare tutti i civili, i bambini, gli anziani e i neonati'. Senza questo, non c'è niente di cui parlare. Quello che hanno fatto è stata una follia. Non hanno oltrepassato una linea rossa, hanno oltrepassato una linea nera. Se i civili verranno liberati, l'opinione pubblica israeliana avrà la sensazione che ci sia qualcosa di cui discutere. Altrimenti, che mangino quello che hanno cucinato."

Mashharawi trasmise il messaggio di Dahlan ad Hamas. "Dammi 24 ore e ti ricontatterò", rispose Mushtaha. Sorprendentemente, tornò solo un'ora dopo. Aveva un messaggio: Sinwar era pronto a rilasciare tutti i civili. Va notato che quando Sinwar si riferisce ai civili, intende solo coloro che hanno un'età compresa tra i 18 e i 50 anni.

"Mi disse che nella prima fase non avevano problemi a rilasciare tutti i civili senza offrire nulla in cambio", racconta Mashharawi. "Giuro, queste furono le sue parole esatte: tutti i civili, senza offrire nulla in cambio. Avevano una sola condizione: volevano che trovassimo al più presto un mediatore di comune accordo, in modo che i negoziati potessero iniziare immediatamente su tutto il resto: il rilascio di soldati e ufficiali in cambio di prigionieri palestinesi, e poi la questione del blocco di Gaza."

Dahlan attivò i suoi contatti con lo Shin Bet e trasmise loro l'informazione. Secondo Mashharawi, "la risposta non ufficiale che Dahlan ricevette fu: 'Netanyahu non vuole parlare di nulla. Vuole solo la guerra e l'eliminazione di Hamas'". La percezione degli israeliani era: "Prima eliminiamo Hamas, poi libereremo gli ostaggi con la forza".

Un alto funzionario della difesa ammette che almeno alcune delle proposte per il rilascio degli ostaggi civili sono giunte al Mossad, allo Shin Bet e al primo ministro. Ma, a suo dire, anche se concrete, le forze armate, che hanno avuto bisogno di 24 ore per riprendere il controllo della situazione, e ancor più la leadership politica, colta di sorpresa, non sono state in grado di discutere la questione nei primi giorni.

"A dire il vero", afferma l'alto funzionario, "la questione degli ostaggi non era seriamente all'ordine del giorno in quella fase, e nessuno a livello militare o politico era disposto a discutere la proposta. Il rilascio degli ostaggi non figurava nemmeno nell'elenco degli obiettivi di guerra formulati dal governo la notte del 7 ottobre. La proposta avrebbe potuto essere discussa in modo appropriato e si sarebbe potuta giungere a una decisione? In termini sostanziali, la risposta è sì. Ma l'atmosfera prevalente era quella dopo Pearl Harbor: avevamo appena subito un colpo brutale, eravamo nel pieno della guerra, chi aveva la lucidità mentale per parlare di cessare i combattimenti e avviare negoziati, anche se ciò significava salvare la vita di decine di persone, il cui numero finale era ancora sconosciuto?"


Antony Blinken

Mashharawi racconta che il 10 ottobre Mushtaha lo chiamò di nuovo, per conto di Sinwar, per sapere se Israele avesse risposto alla proposta di Hamas. "Gli dissi: sto ancora aspettando una risposta da Israele", afferma Mashharawi. "Aspettai ancora qualche giorno e mi rivolsi di nuovo agli israeliani, ma non erano in grado di parlare. Nel frattempo, nel giro di pochi giorni, i bombardamenti su Gaza si intensificarono e i contatti con Mushtaha e Sinwar divennero impossibili."

Blinken è finalmente arrivato in Israele dopo sei giorni. Subito dopo il suo arrivo, giovedì 12 ottobre, ha incontrato Netanyahu e il giorno successivo si è recato a Doha per un incontro con il primo ministro del Qatar. "Ho sollevato la questione del rilascio degli ostaggi con Netanyahu, ma non ho ricevuto una risposta chiara da lui", ha dichiarato il segretario di Stato americano ad al-Thani. "Netanyahu non è ancora lì!"


William Burns


Al-Thani ribadì la sua valutazione secondo cui, con il passare dei giorni e l'intensificarsi degli attacchi israeliani a Gaza, che causavano numerose vittime, soprattutto tra i civili, l'accordo di Hamas per il rilascio degli ostaggi sarebbe potuto scadere. Blinken promise di tentare di parlare nuovamente con Netanyahu. Il 14 ottobre, poco dopo la partenza del suo aereo da Doha per Washington, Blinken inviò ad al-Thani un messaggio: "Netanyahu è pronto a farti mediare. Il direttore del Mossad arriverà presto". Il giorno successivo, otto giorni dopo che al-Thani aveva offerto i suoi servizi al direttore del Mossad israeliano, Barnea arrivò a Doha.

Nel frattempo, come prevedibile, Hamas ha alzato il prezzo. Un alto funzionario dello Shin Bet, che aveva capito dove stavano andando le cose. Ricorda che già il 18 ottobre, dopo il micidiale bombardamento israeliano su Gaza nei primi giorni, aveva espresso la sua opinione che si dovesse fermare. "Avremmo dovuto fare un respiro profondo, stringere i denti, farci forza e accettare il colpo del rilascio di tutti i prigionieri richiesti da Hamas. Poi, avremmo dovuto cogliere la prima occasione per rientrare in guerra."

Secondo lui, "le prime ore e i primi giorni successivi al rapimento sono i più critici. Con il passare dei giorni e l'intensificarsi della risposta militare, entrambe le parti tendono a trincerarsi nelle proprie posizioni e il prezzo degli ostaggi aumenta. 'Dobbiamo agire anche con delle strategie', dissi. Ma quando l'idea giunse al primo ministro, lui rispose: 'Nel momento in cui una strategia viene alla luce, non è più una strategia', e così finì tutto."

Anche il colonnello (in pensione) Doron Hadar, che per molti anni ha comandato l'unità negoziale dello Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, ha ricevuto segnali della disponibilità di Hamas a impegnarsi in colloqui flessibili. "Ho iniziato a ricevere messaggi, a raccogliere informazioni e altri dati, e il quadro ha cominciato a delinearsi: vista la situazione, con l'altra parte anch'essa sbalordita, con Hamas allarmato dal danno d'immagine internazionale causato dalle immagini di centinaia di ostaggi, anziani, donne spaventate e bambini in lacrime, avremmo potuto creare un quadro di accordo entro il quale, se lo avessimo voluto, non sarebbe stato difficile in seguito sostenere che Hamas lo avesse violato e lanciare un attacco."

"È chiaro, ovviamente, che la nostra parte è sotto shock, e per di più furiosa. Ma in fin dei conti, ci si aspetta che la leadership sappia separare le emozioni dalla razionalità e si prenda un momento per valutare quale sia effettivamente la cosa giusta da fare in questo momento. Come stringere un patto con il diavolo e poi ucciderlo."

A metà ottobre, Hadar partecipò a una riunione tenutasi nell'ufficio di Ophir Falk, consigliere di Netanyahu per la politica estera, in cui si discuteva del nuovo ordine di guerra e dei relativi obiettivi. Hadar chiese di poter presentare il suo punto di vista al forum. "Ho chiesto a Falk: 'Mi dica, capisce cosa sta succedendo qui?', racconta Hadar. 'Possiamo riportare indietro le donne, i bambini, ora. Si tratta di uno scambio alla pari. Possiamo dare il via a un'iniziativa.'"

Falk interruppe la discussione e chiese agli altri presenti di lasciare la stanza. "Io continuai", ricorda Hadar, "e gli dissi: 'Cerchiamo di raggiungere un accordo. Offriremo loro mille prigionieri, anche duemila se necessario. Il mondo è con noi ora, esercitiamo pressioni internazionali e portiamo avanti un accordo'".

Ma Falk fermò Hadar. "Non ci sarà nessun accordo qui", gli disse. "Questo è l'ISIS. Sono degli assassini. Non otterranno nulla. Cambia mentalità, Doron."

"Il problema fondamentale era che Hamas cercava una 'fine definitiva al conflitto', come la definivano loro", conclude William J. Burns, ex direttore della CIA, con il suo caratteristico tono misurato, riassumendo il labirinto in cui si sarebbe invischiata la questione degli ostaggi. "Netanyahu era disposto a prendere in considerazione solo un accordo di 'prima fase', ma sosteneva di dover costantemente riservarsi l'opzione di 'continuare a distruggere Hamas in seguito', come la definiva lui. E questa, per noi, è sempre stata la sfida: come quadrare questo cerchio e riuscire a riportare tutti a casa?"


Herzl Halevi

Il risultato fu che, quando si trattò di trattare con i propri cittadini e soldati tenuti prigionieri dal nemico, lo Stato di Israele cambiò effettivamente mentalità. E così, sarebbero trascorsi altri due anni di guerra prima che venisse firmato un accordo che avrebbe riportato a casa gli ultimi ostaggi di Gaza, vivi o morti, con Hamas ancora in piedi.

"Il Primo Ministro Netanyahu non ha parlato con il presidente degli Emirati Arabi Uniti durante il periodo in questione e non ha ricevuto alcun avvertimento da parte sua", si legge nella risposta.

L'ex capo dello Shin Bet, Ronen Bar, e l'ex capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, Herzl Halevi, hanno dichiarato di non essere stati informati dell'avvertimento lanciato dal presidente degli Emirati Arabi Uniti.

Haaretz ha contattato il presidente bin Zayed per un commento, ma non ha ricevuto risposta.


Traduzione e supervisione di Diego Siragusa


giovedì 23 aprile 2026

IL MONDO NELLE MANI SBAGLIATE


di Vicky Amendolia


C’è qualcosa di peggio della guerra ed è la guerra amministrata da uomini che si credono al tempo stesso strateghi, profeti e protagonisti assoluti della scena. Il Medio Oriente di questi mesi non ci consegna soltanto l’immagine di una regione devastata; ci consegna, soprattutto, il ritratto di un potere che ha perso il senso del limite e ha cominciato a considerare il diritto come un intralcio da aggirare, la diplomazia come una perdita di tempo e la prudenza come una virtù da anime timide. In questa opera di sistematica demolizione della misura, Benjamin Netanyahu e Donald Trump recitano ruoli diversi ma perfettamente complementari. Il primo è l’uomo che ha trasformato la sicurezza in dogma totalitario, la guerra in metodo e l’emergenza in regime ordinario. Il secondo è il capo politico che tratta crisi internazionali, equilibri atomici, alleanze e minacce militari come se fossero materiali di scena per alimentare il proprio personaggio. Il connubio, francamente, è quello che si avrebbe mettendo un piromane in società con un istrione.


Che il Medio Oriente sia precipitato in una spirale nuova e più pericolosa non è un’impressione giornalistica, né un riflesso condizionato di anime impressionabili. Reuters colloca al 28 febbraio 2026 i raid congiunti statunitensi e israeliani contro l’Iran che hanno innescato ritorsioni, allargamento del conflitto e una nuova destabilizzazione regionale. Parallelamente, Israele ha continuato a colpire in Libano anche mentre si tentava di aprire canali negoziali senza precedenti da decenni. Dunque non siamo davanti a un episodio isolato, ma a una progressione: l’allargamento del fronte non è un accidente; è il frutto di scelte politiche concrete.

Netanyahu, da parte sua, ha ormai raggiunto un risultato che pochi leader democratici potrebbero vantare senza arrossire: essere riuscito a far apparire la guerra non più come un’eccezione tragica ma come il proprio habitat naturale. Egli procede da mesi, anzi da anni, come se ogni problema potesse essere trattato con l’estensione del problema precedente: più fronti, più raid, più distruzione, più “zone di sicurezza”, più lessico bellico rivestito di inevitabilità morale. È la classica tecnica del potere che vuole diventare irresponsabile: chiamare necessità ciò che è in realtà opzione, chiamare autodifesa ciò che rischia di diventare offensiva permanente, chiamare stabilizzazione ciò che assomiglia sempre più a una devastazione stabilizzata. In questo quadro, il fatto che la Corte penale internazionale abbia già emesso mandati nei confronti di Netanyahu e Gallant non è un dettaglio da nota a piè di pagina, ma una frattura politico-giuridica gigantesca: significa che il confine tra azione di governo e ipotesi di responsabilità internazionale è stato ormai attraversato.


Trump, però, riesce sempre nell’impresa di aggiungere al pericolo un tratto ulteriore: il grottesco. Netanyahu è il gelo della guerra elevata a sistema; Trump è la guerra trasformata in esibizione personale. E qui la cosa più efficace non è insultarlo, ma semplicemente osservarlo. Mentre la regione brucia, egli minaccia di colpire l’Iran “duramente, fino all’età della pietra”; evoca attacchi contro infrastrutture come ponti e centrali elettriche; e, a proposito dello Stretto di Hormuz, fa sapere che il traffico marittimo dovrà adeguarsi alle sue condizioni, altrimenti — con un lessico che richiama più il duello nel Far West che una dichiarazione di politica estera — “si comincerà a sparare”. E intanto, come se non bastasse, trova il modo di aprire una lite con il Papa, definendolo “debole” e “terribile” in politica estera, quasi che il problema del pianeta fosse l’insufficiente zelo guerresco del Pontefice e non l’eccesso di disinvoltura bellica di chi siede alla Casa Bianca.

Se la vicenda si fermasse qui, saremmo già in presenza di una miscela sufficientemente allarmante: minaccia militare, linguaggio da western, personalizzazione del conflitto, conflitto con il capo della Chiesa cattolica in piena escalation internazionale. Ma Trump, fedele alla sua natura di produttore instancabile di surreale, ha deciso di aggiungere anche la componente messianica. Dopo aver attaccato Papa Leone, ha diffuso su Truth Social immagini generate con intelligenza artificiale in cui compare in posa cristologica o in stretta iconografica con Gesù; dopo le polemiche per una precedente immagine in cui appariva come figura salvifica, ne ha rilanciata un’altra, giudicandola addirittura “quite nice”. E qui bisogna riconoscergli una forma di coerenza: in altri tempi gli uomini potenti si facevano dipingere a cavallo; lui preferisce farsi generare al computer in compagnia del Salvatore, con l’aria di chi crede sinceramente che la blasfemia sia soltanto una forma un po’ creativa di marketing politico.

Il bello — o il brutto, dipende dal grado di tolleranza del lettore — è che tutto questo non avviene nel vuoto, ma mentre il Presidente degli Stati Uniti litiga anche con alleati che fino al giorno prima gli erano utili da esibire come trofei. È il caso di Giorgia Meloni, da lui improvvisamente trattata con tono sprezzante e accusatorio per il mancato sostegno alla guerra e per avere preso posizione contro gli attacchi verbali al Papa. Così, nel giro di pochissimo, l’uomo che pretende di incarnare l’Occidente riesce nell’impresa di litigare insieme con Teheran, con il Papa e con il governo italiano.


Manca che se la prenda pure con Abramo Lincoln e con la Santissima Trinità per completare il catalogo del suo personalissimo delirio imperiale.

Naturalmente, l’aspetto più serio non è nemmeno questo. Il punto davvero grave è che questo stile non resta confinato alla propaganda o ai social. Si traduce in atti, in pressioni istituzionali, in torsioni del potere. Trump ha minacciato di rimuovere Jerome Powell se non lasciasse il suo posto alla Federal Reserve, aprendo un nuovo e pesantissimo fronte contro l’indipendenza della banca centrale. E mentre faceva pressione su Powell, si addensavano nuove tensioni tra Casa Bianca e istituzioni che, in un ordinamento liberale, dovrebbero restare sottratte ai capricci del capo del governo. Non è soltanto scompostezza caratteriale: è la trasformazione sistematica di ogni presidio di autonomia in un bersaglio del potere esecutivo. In altre parole: non basta voler comandare; occorre anche che nessuno resti abbastanza indipendente da ricordarti che non sei un sovrano assoluto.

E poiché in un’opera tanto accurata di svalutazione delle istituzioni non poteva mancare la scelta di uomini all’altezza del clima, ecco affacciarsi Gregg Phillips, collocato in un ruolo importante della FEMA, il quale non si è limitato a una carriera di teorie cospirazioniste, ma ha anche sostenuto di essersi teletrasportato in un Waffle House a decine di miglia di distanza. Ora, ognuno ha diritto alle proprie esperienze mistiche, alle proprie visioni e perfino ai propri momenti di creatività paranormale; ma il fatto che simili racconti provengano da un funzionario chiamato a occuparsi della risposta ai disastri nazionali conferisce alla faccenda quella tonalità da commedia nera che purtroppo, in questi mesi, sembra essere diventata un sottogenere dell’amministrazione pubblica americana. Non siamo, insomma, all’episodio pittoresco. Siamo al contesto. E il contesto dice che il potere trumpiano non si limita a produrre arbitrio; tende anche a circondarsene.


Il diritto internazionale, pur così spesso vilipeso, continua a dire cose molto semplici. La Carta delle Nazioni Unite vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica degli Stati, salvo il caso della legittima difesa. E anche in presenza di un conflitto, il diritto internazionale umanitario impone limiti severi: distinzione tra civili e obiettivi militari, proporzionalità, necessità, precauzione. Tradotto in lingua meno notarile: non tutto ciò che un governo dichiara necessario diventa per ciò stesso lecito; non tutto ciò che viene giustificato in nome della sicurezza smette di essere sottoponibile a giudizio. È per questo che categorie come crimini di guerra e crimine di aggressione non sono invenzioni ideologiche, ma strumenti normativi esistenti nello Statuto di Roma.

Ma nel caso di Trump c’è un punto ulteriore. Non occorre che un editorialista si improvvisi psichiatra. Non occorre nemmeno usare parole grossolane come “pazzo” o “psicopatico”, che hanno il difetto di alleggerire con l’insulto ciò che invece è narrato dai fatti. È molto più efficace chiedere se un uomo che alterna minacce apocalittiche, immagini messianiche, conflitti infantili con alleati e autorità religiose, torsioni contro organi indipendenti e gestione spettacolare della forza militare sia ancora, in senso costituzionale, capace di esercitare i poteri e i doveri del suo ufficio. Questa non è una formula giornalistica; è il lessico del XXV Emendamento della Costituzione americana, il quale consente, in determinate condizioni, che il vicepresidente e la maggioranza dei principal officers dichiarino il Presidente “unable to discharge the powers and duties of his office”, con successivo intervento del Congresso.


Questo è il punto in cui la satira si fa quasi superflua, perché la realtà provvede da sé. Un Presidente che minaccia di riportare un Paese “all’età della pietra”, che pubblica immagini di sé in confidenza iconografica con Gesù, che attacca il Papa per il suo insufficiente spirito bellicoso, che scarica il proprio disprezzo sugli alleati appena deviano di un centimetro, che preme sulle istituzioni indipendenti e che colloca in ruoli sensibili figure già note per il proprio rapporto elastico con la realtà, non ha bisogno di un avversario che lo definisca inidoneo. Si definisce da solo, per accumulazione. E qui si coglie anche la differenza sottile ma decisiva tra polemica e argomentazione: la polemica grida; l’argomentazione mette in fila i fatti e poi si limita a domandare se davvero tutto questo sia compatibile con la più alta responsabilità pubblica del pianeta. E la domanda retorica, a questo punto, è inevitabile: è compatibile un simile esercizio del potere con la responsabilità di guidare una superpotenza in una fase di tensione internazionale estrema?

Non è necessario stabilire se si tratti di demenza. È sufficiente constatare che negli Stati Uniti, da mesi, specialisti della materia discutono se i comportamenti del Presidente siano compatibili con forme di deterioramento cognitivo. E quando una simile domanda entra nel dibattito pubblico — non nei bar, ma tra medici — il problema ha già cambiato natura.

Netanyahu e Trump, pur nella loro diversità, hanno un punto di contatto identico: entrambi si muovono come se il diritto fosse una formalità per anime belle e la forza l’unico vero argomento della storia. È precisamente questa filosofia del potere, più ancora dei singoli episodi, a rendere i due personaggi così pericolosi. Poiché, quando il limite viene trattato come una seccatura, l’illegalità comincia sempre col presentarsi come necessità eccezionale, e finisce invariabilmente col diventare normalità.

Il mondo non è ancora precipitato in una terza guerra mondiale ma sarebbe da irresponsabili non vedere che ci siamo drammaticamente vicini.  Non per colpa del fato, non per una maledizione biblica, non per qualche oscuro automatismo geopolitico, ma per l’azione di uomini convinti che l’ordine internazionale sia negoziabile come un affare personale, che la guerra sia un utensile come un altro e che il proprio ego valga più dei contrappesi giuridici e istituzionali costruiti dopo le catastrofi del Novecento. Il punto, allora, non è se Trump e Netanyahu siano soltanto due cinici o due fanatici del proprio ruolo. Il punto è che entrambi, ciascuno a modo suo, stanno insegnando al mondo la lezione più antica e più rovinosa: quando il potere perde il senso del limite, la storia comincia sempre a odorare di incendio.

Vanno fermati.

 

lunedì 6 aprile 2026

ISRAELE E LA PENA DI MORTE PER I PALESTINESI

 

di Vicky Amendolia


C’è un momento in cui uno Stato smette di difendersi e comincia a somigliare troppo a ciò che dice di combattere. Non accade in un giorno. Accade per gradi: una legge eccezionale, una deroga presentata come necessaria, una parola resa più elastica, un dissenso trattato come sospetto. Alla fine, senza quasi accorgersene, il diritto non è più il limite della forza, ma il suo notaio. È questo, oggi, il punto che inquieta in Israele.

Il 30 marzo 2026 la Knesset ha approvato in via definitiva la legge che introduce, nei tribunali militari, la pena di morte come esito ordinario per palestinesi condannati per attacchi mortali qualificati come terrorismo. Le fonti più affidabili concordano sui dati essenziali: 62 voti favorevoli e 48 contrari; esecuzione per impiccagione entro 90 giorni; possibilità di condanna con maggioranza semplice dei giudici; applicazione destinata, nella sostanza, a colpire soprattutto i palestinesi della Cisgiordania, perché sono loro a essere giudicati in quel circuito militare. AP aggiunge che la legge non è retroattiva e dovrebbe entrare in vigore dopo 30 giorni.

Fin qui i fatti. E già i fatti bastano. Perché la pena di morte, in uno Stato che si proclama democratico, è sempre una confessione di sconfitta morale: significa che il potere pubblico rinuncia a essere superiore al delitto e sceglie di imitarlo in forma procedurale. Se poi essa si inserisce in un sistema duale — corti civili per gli israeliani, corti militari per i palestinesi dei territori occupati — non siamo più davanti a una giustizia severa, ma a una severità distribuita secondo appartenenza. Non a caso Reuters riferisce che i ministri degli Esteri di Germania, Francia, Italia e Regno Unito hanno denunciato il carattere di fatto discriminatorio della legge; non a caso organizzazioni israeliane per i diritti civili ne hanno chiesto l’annullamento.


Ora, chi scrive non ha alcuna indulgenza per il terrorismo islamista, per il fanatismo religioso, per la pedagogia del sangue che ha insozzato il Medio Oriente e il mondo. Ma proprio per questo resta attonito davanti alla metamorfosi di uno Stato che, nato anche dalla memoria dell’abisso, sembra essersi convinto che il dolore patito gli conferisca una licenza speciale. È il vecchio inganno della storia: credere che la vittima, solo perché fu vittima, sia per definizione innocente anche quando eccede. Non è così. La sofferenza non assolve il presente; semmai lo obbliga a essere più vigile.

Qui occorre però rigore, perché la passione senza precisione somiglia alla propaganda che pretende di combattere. Non risulta, allo stato, che la nuova legge sulla pena di morte qualifichi come terrorismo la semplice critica verbale al governo israeliano o la mera protesta politica. Questa specifica norma riguarda atti omicidiari o attacchi mortali qualificati come terrorismo, non il dissenso in quanto tale. Dire il contrario, oggi, sarebbe forzare il dato.


Ma fermarsi qui sarebbe un atto di ingenuità, o peggio di comoda ipocrisia. Perché le leggi non vivono isolate: si saldano fra loro, si rafforzano, si interpretano l’una con l’altra. Ed è precisamente nel combinato disposto tra la nuova legge sul patibolo e l’arsenale normativo precedente che si annida il pericolo. La legge antiterrorismo israeliana del 2016, come ricorda Adalah, non si limita ai fatti di sangue: comprende anche reati legati all’“identificazione” con organizzazioni terroristiche e all’“incitamento al terrorismo”, in un quadro che la stessa organizzazione giudica troppo ampio e suscettibile di applicazione discriminatoria.

Il 26 marzo 2026, cioè appena quattro giorni prima del voto finale sul patibolo, l’Association for Civil Rights in Israel ha presentato una petizione alla Corte Suprema contro la nuova Incitement Unit, chiedendone la chiusura e sostenendo che l’enforcement dei reati di parola — compreso l’incitamento al terrorismo — si sta irrigidendo in modo pericoloso. ACRI lamenta, in sostanza, uno spostamento dell’asse repressivo verso i reati di espressione, con effetti sul giusto processo, sulla libertà di espressione e sulla dignità delle persone coinvolte. Detta da ACRI, cioè da una delle più autorevoli organizzazioni israeliane per i diritti civili, non è una fantasia ideologica: è un allarme giuridico interno a Israele.

Adalah, dal canto suo, ha documentato anche casi in cui manifestanti palestinesi cittadini di Israele sono stati perseguiti per “incitamento al terrorismo” e “identificazione con un’organizzazione terroristica” in relazione a slogan pronunciati durante proteste pacifiche dopo il 7 ottobre 2023. Questo non prova che domani un editoriale critico finirà automaticamente sotto il cappio; prova però che il margine tra dissenso, solidarietà verbale, protesta aspra e accusa di favoreggiamento del terrorismo può restringersi pericolosamente quando il potere politico decide di allargare il lessico penale.

Ecco dunque il punto vero, che molti fingono di non vedere per non doverlo ammettere: oggi la nuova legge non condanna a morte il semplice critico del governo; ma inserita in un sistema che già conosce categorie larghe e controverse come “incitamento” e “identificazione” e che ora crea perfino una struttura dedicata a sorvegliare i reati di espressione, essa apre un pendio sul quale la critica radicale, la protesta dura o la parola ritenuta “fomentatrice” possono essere spinte sempre più vicino all’orbita del terrorismo. Non è ancora il fatto compiuto; è la traiettoria. E i giuristi seri sanno che la traiettoria, talvolta, è più importante del punto da cui si parte.

Che questa inquietudine non sia il vezzo di qualche anima bella occidentale lo dimostra la provenienza delle voci più severe. Ehud Olmert, ex primo ministro israeliano, ha detto che ciò che Israele sta facendo a Gaza è arrivato molto vicino ai crimini di guerra; pochi giorni fa ha anche denunciato, insieme ad altri ex vertici della sicurezza, il clima di impunità verso la violenza dei coloni in Cisgiordania, definendolo un pericolo esistenziale per la base morale del Paese. Non parla un nemico di Israele: parla un ex capo del suo governo.


Yair Golan, generale in congedo ed ex vice capo di stato maggiore, ha avvertito che Israele rischia di diventare uno “stato paria” se continua su questa strada. Reuters ha registrato le sue accuse nel pieno della nuova ondata di proteste contro Netanyahu e contro la ripresa della guerra. Quando parole simili vengono da un uomo dell’establishment militare israeliano, bisognerebbe avere almeno il buon gusto di non liquidarle come propaganda palestinese.

David Grossman, che è una delle coscienze più alte della letteratura israeliana, ha compiuto un gesto ancora più doloroso: ha detto che associare le parole “Israele” e “genocidio” gli appare devastante, ma non più eludibile davanti a ciò che vede. È una frase terribile, e proprio per questo decisiva. Non perché chiuda il dibattito, ma perché segnala che il dissenso morale più profondo nasce ormai dentro la stessa cultura israeliana, non fuori da essa.

Non sono voci isolate. Reuters ha raccontato anche la rottura di un tabù quando due importanti organizzazioni israeliane per i diritti umani, B’Tselem e Physicians for Human Rights Israel, hanno accusato lo Stato di compiere azioni coordinate e deliberate volte a distruggere la società palestinese a Gaza. Si può contestare la parola scelta; è più difficile ignorare il fatto che sia stata pronunciata da due organismi israeliani di primo piano.


E poi c’è la voce del giornalismo israeliano non allineato. Aluf Benn, direttore di Haaretz, ha scritto che Netanyahu sta conducendo una guerra non solo contro Gaza, ma anche contro gli avversari interni, su una strada che porta verso l’autocrazia. Anche qui, il punto non è aderire o meno a ogni formula polemica. Il punto è prendere atto che una parte autorevole di Israele si guarda allo specchio e non si riconosce più.

Il sillogismo, allora, è quasi imbarazzante nella sua semplicità. Se uno Stato democratico deve distinguersi dai terroristi non solo per chi colpisce, ma per i limiti che si impone; se la memoria della persecuzione dovrebbe affinare il senso del confine e non abolirlo; se la pena di morte selettiva e l’espansione dei reati di parola indicano un progressivo restringimento dello spazio liberale, allora il problema israeliano non è più soltanto Netanyahu. È un cedimento più profondo: la tentazione di credere che la propria ragione storica autorizzi tutto.

Israele ha, più di altri, il diritto di difendersi. Ma non ha il diritto di perdere la misura. Perché il giorno in cui una democrazia si persuade che la propria paura basti a nobilitare ogni eccesso, da quel giorno essa non è più forte: è soltanto più somigliante ai suoi persecutori di ieri e ai suoi nemici di oggi. Ed è questa, più della legge sul patibolo in sé, la notizia davvero spaventosa.