di Vicky Amendolia
C’è qualcosa di peggio della guerra ed è la guerra amministrata da uomini che si credono al tempo stesso strateghi, profeti e protagonisti assoluti della scena. Il Medio Oriente di questi mesi non ci consegna soltanto l’immagine di una regione devastata; ci consegna, soprattutto, il ritratto di un potere che ha perso il senso del limite e ha cominciato a considerare il diritto come un intralcio da aggirare, la diplomazia come una perdita di tempo e la prudenza come una virtù da anime timide. In questa opera di sistematica demolizione della misura, Benjamin Netanyahu e Donald Trump recitano ruoli diversi ma perfettamente complementari. Il primo è l’uomo che ha trasformato la sicurezza in dogma totalitario, la guerra in metodo e l’emergenza in regime ordinario. Il secondo è il capo politico che tratta crisi internazionali, equilibri atomici, alleanze e minacce militari come se fossero materiali di scena per alimentare il proprio personaggio. Il connubio, francamente, è quello che si avrebbe mettendo un piromane in società con un istrione.
Che il Medio Oriente sia precipitato in una spirale nuova e più pericolosa non è un’impressione giornalistica, né un riflesso condizionato di anime impressionabili. Reuters colloca al 28 febbraio 2026 i raid congiunti statunitensi e israeliani contro l’Iran che hanno innescato ritorsioni, allargamento del conflitto e una nuova destabilizzazione regionale. Parallelamente, Israele ha continuato a colpire in Libano anche mentre si tentava di aprire canali negoziali senza precedenti da decenni. Dunque non siamo davanti a un episodio isolato, ma a una progressione: l’allargamento del fronte non è un accidente; è il frutto di scelte politiche concrete.
Netanyahu, da parte sua, ha ormai raggiunto un risultato che pochi leader democratici potrebbero vantare senza arrossire: essere riuscito a far apparire la guerra non più come un’eccezione tragica ma come il proprio habitat naturale. Egli procede da mesi, anzi da anni, come se ogni problema potesse essere trattato con l’estensione del problema precedente: più fronti, più raid, più distruzione, più “zone di sicurezza”, più lessico bellico rivestito di inevitabilità morale. È la classica tecnica del potere che vuole diventare irresponsabile: chiamare necessità ciò che è in realtà opzione, chiamare autodifesa ciò che rischia di diventare offensiva permanente, chiamare stabilizzazione ciò che assomiglia sempre più a una devastazione stabilizzata. In questo quadro, il fatto che la Corte penale internazionale abbia già emesso mandati nei confronti di Netanyahu e Gallant non è un dettaglio da nota a piè di pagina, ma una frattura politico-giuridica gigantesca: significa che il confine tra azione di governo e ipotesi di responsabilità internazionale è stato ormai attraversato.
Trump, però, riesce sempre nell’impresa di aggiungere al pericolo un tratto ulteriore: il grottesco. Netanyahu è il gelo della guerra elevata a sistema; Trump è la guerra trasformata in esibizione personale. E qui la cosa più efficace non è insultarlo, ma semplicemente osservarlo. Mentre la regione brucia, egli minaccia di colpire l’Iran “duramente, fino all’età della pietra”; evoca attacchi contro infrastrutture come ponti e centrali elettriche; e, a proposito dello Stretto di Hormuz, fa sapere che il traffico marittimo dovrà adeguarsi alle sue condizioni, altrimenti — con un lessico che richiama più il duello nel Far West che una dichiarazione di politica estera — “si comincerà a sparare”. E intanto, come se non bastasse, trova il modo di aprire una lite con il Papa, definendolo “debole” e “terribile” in politica estera, quasi che il problema del pianeta fosse l’insufficiente zelo guerresco del Pontefice e non l’eccesso di disinvoltura bellica di chi siede alla Casa Bianca.
Se la vicenda si fermasse qui, saremmo già in presenza di una miscela sufficientemente allarmante: minaccia militare, linguaggio da western, personalizzazione del conflitto, conflitto con il capo della Chiesa cattolica in piena escalation internazionale. Ma Trump, fedele alla sua natura di produttore instancabile di surreale, ha deciso di aggiungere anche la componente messianica. Dopo aver attaccato Papa Leone, ha diffuso su Truth Social immagini generate con intelligenza artificiale in cui compare in posa cristologica o in stretta iconografica con Gesù; dopo le polemiche per una precedente immagine in cui appariva come figura salvifica, ne ha rilanciata un’altra, giudicandola addirittura “quite nice”. E qui bisogna riconoscergli una forma di coerenza: in altri tempi gli uomini potenti si facevano dipingere a cavallo; lui preferisce farsi generare al computer in compagnia del Salvatore, con l’aria di chi crede sinceramente che la blasfemia sia soltanto una forma un po’ creativa di marketing politico.
Il bello — o il brutto, dipende dal grado di tolleranza del lettore — è che tutto questo non avviene nel vuoto, ma mentre il Presidente degli Stati Uniti litiga anche con alleati che fino al giorno prima gli erano utili da esibire come trofei. È il caso di Giorgia Meloni, da lui improvvisamente trattata con tono sprezzante e accusatorio per il mancato sostegno alla guerra e per avere preso posizione contro gli attacchi verbali al Papa. Così, nel giro di pochissimo, l’uomo che pretende di incarnare l’Occidente riesce nell’impresa di litigare insieme con Teheran, con il Papa e con il governo italiano.
Manca che se la prenda pure con Abramo Lincoln e con la Santissima Trinità per completare il catalogo del suo personalissimo delirio imperiale.
Naturalmente, l’aspetto più serio non è nemmeno questo. Il punto davvero grave è che questo stile non resta confinato alla propaganda o ai social. Si traduce in atti, in pressioni istituzionali, in torsioni del potere. Trump ha minacciato di rimuovere Jerome Powell se non lasciasse il suo posto alla Federal Reserve, aprendo un nuovo e pesantissimo fronte contro l’indipendenza della banca centrale. E mentre faceva pressione su Powell, si addensavano nuove tensioni tra Casa Bianca e istituzioni che, in un ordinamento liberale, dovrebbero restare sottratte ai capricci del capo del governo. Non è soltanto scompostezza caratteriale: è la trasformazione sistematica di ogni presidio di autonomia in un bersaglio del potere esecutivo. In altre parole: non basta voler comandare; occorre anche che nessuno resti abbastanza indipendente da ricordarti che non sei un sovrano assoluto.
E poiché in un’opera tanto accurata di svalutazione delle istituzioni non poteva mancare la scelta di uomini all’altezza del clima, ecco affacciarsi Gregg Phillips, collocato in un ruolo importante della FEMA, il quale non si è limitato a una carriera di teorie cospirazioniste, ma ha anche sostenuto di essersi teletrasportato in un Waffle House a decine di miglia di distanza. Ora, ognuno ha diritto alle proprie esperienze mistiche, alle proprie visioni e perfino ai propri momenti di creatività paranormale; ma il fatto che simili racconti provengano da un funzionario chiamato a occuparsi della risposta ai disastri nazionali conferisce alla faccenda quella tonalità da commedia nera che purtroppo, in questi mesi, sembra essere diventata un sottogenere dell’amministrazione pubblica americana. Non siamo, insomma, all’episodio pittoresco. Siamo al contesto. E il contesto dice che il potere trumpiano non si limita a produrre arbitrio; tende anche a circondarsene.
Il diritto internazionale, pur così spesso vilipeso, continua a dire cose molto semplici. La Carta delle Nazioni Unite vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica degli Stati, salvo il caso della legittima difesa. E anche in presenza di un conflitto, il diritto internazionale umanitario impone limiti severi: distinzione tra civili e obiettivi militari, proporzionalità, necessità, precauzione. Tradotto in lingua meno notarile: non tutto ciò che un governo dichiara necessario diventa per ciò stesso lecito; non tutto ciò che viene giustificato in nome della sicurezza smette di essere sottoponibile a giudizio. È per questo che categorie come crimini di guerra e crimine di aggressione non sono invenzioni ideologiche, ma strumenti normativi esistenti nello Statuto di Roma.
Ma nel caso di Trump c’è un punto ulteriore. Non occorre che un editorialista si improvvisi psichiatra. Non occorre nemmeno usare parole grossolane come “pazzo” o “psicopatico”, che hanno il difetto di alleggerire con l’insulto ciò che invece è narrato dai fatti. È molto più efficace chiedere se un uomo che alterna minacce apocalittiche, immagini messianiche, conflitti infantili con alleati e autorità religiose, torsioni contro organi indipendenti e gestione spettacolare della forza militare sia ancora, in senso costituzionale, capace di esercitare i poteri e i doveri del suo ufficio. Questa non è una formula giornalistica; è il lessico del XXV Emendamento della Costituzione americana, il quale consente, in determinate condizioni, che il vicepresidente e la maggioranza dei principal officers dichiarino il Presidente “unable to discharge the powers and duties of his office”, con successivo intervento del Congresso.
Questo è il punto in cui la satira si fa quasi superflua, perché la realtà provvede da sé. Un Presidente che minaccia di riportare un Paese “all’età della pietra”, che pubblica immagini di sé in confidenza iconografica con Gesù, che attacca il Papa per il suo insufficiente spirito bellicoso, che scarica il proprio disprezzo sugli alleati appena deviano di un centimetro, che preme sulle istituzioni indipendenti e che colloca in ruoli sensibili figure già note per il proprio rapporto elastico con la realtà, non ha bisogno di un avversario che lo definisca inidoneo. Si definisce da solo, per accumulazione. E qui si coglie anche la differenza sottile ma decisiva tra polemica e argomentazione: la polemica grida; l’argomentazione mette in fila i fatti e poi si limita a domandare se davvero tutto questo sia compatibile con la più alta responsabilità pubblica del pianeta. E la domanda retorica, a questo punto, è inevitabile: è compatibile un simile esercizio del potere con la responsabilità di guidare una superpotenza in una fase di tensione internazionale estrema?
Non è necessario stabilire se si tratti di demenza. È sufficiente constatare che negli Stati Uniti, da mesi, specialisti della materia discutono se i comportamenti del Presidente siano compatibili con forme di deterioramento cognitivo. E quando una simile domanda entra nel dibattito pubblico — non nei bar, ma tra medici — il problema ha già cambiato natura.
Netanyahu e Trump, pur nella loro diversità, hanno un punto di contatto identico: entrambi si muovono come se il diritto fosse una formalità per anime belle e la forza l’unico vero argomento della storia. È precisamente questa filosofia del potere, più ancora dei singoli episodi, a rendere i due personaggi così pericolosi. Poiché, quando il limite viene trattato come una seccatura, l’illegalità comincia sempre col presentarsi come necessità eccezionale, e finisce invariabilmente col diventare normalità.
Il mondo non è ancora precipitato in una terza guerra mondiale ma sarebbe da irresponsabili non vedere che ci siamo drammaticamente vicini. Non per colpa del fato, non per una maledizione biblica, non per qualche oscuro automatismo geopolitico, ma per l’azione di uomini convinti che l’ordine internazionale sia negoziabile come un affare personale, che la guerra sia un utensile come un altro e che il proprio ego valga più dei contrappesi giuridici e istituzionali costruiti dopo le catastrofi del Novecento. Il punto, allora, non è se Trump e Netanyahu siano soltanto due cinici o due fanatici del proprio ruolo. Il punto è che entrambi, ciascuno a modo suo, stanno insegnando al mondo la lezione più antica e più rovinosa: quando il potere perde il senso del limite, la storia comincia sempre a odorare di incendio.
Vanno fermati.
