Tra leader autoprodotti e disintermediazione: come il simulacro sostituisce la politica e svuota la rappresentanza.
di Vicky Amendolia
(della Segreteria nazionale di Socialdemocrazia SD)
C’è un equivoco, oggi, tanto diffuso quanto devastante: si continua a chiamare “partito” ciò che, nella migliore delle ipotesi, è un comitato elettorale travestito; nella peggiore, un’operazione di marketing personale. E l’equivoco prospera perché si alimenta di una falsa evidenza: se basta un nome, un simbolo, uno statuto in PDF, una sede più fotografabile che frequentabile, qualche comunicato e un leader – meglio se auto-investito- allora la politica si riduce a un bricolage identitario, replicabile all’infinito. Ma se la premessa è falsa, anche la conclusione lo è: perché un partito non nasce dall’involucro, bensì dalla sostanza e la sostanza non si improvvisa.
Come disse Giuseppe Saragat «La crisi della democrazia è l’insufficiente o errata utilizzazione dei mezzi di cui la democrazia dispone per risolvere i problemi umani». La democrazia rappresentativa, per sua natura, è un sistema di mediazioni: pretende organizzazione, regole, selezione della classe dirigente, capacità di trasformare interessi sociali in decisioni pubbliche. Se si abolisce la mediazione, non si ottiene maggiore libertà: si ottiene soltanto maggiore manipolabilità. Lo ricorda, con la durezza dei classici, l’art. 49 della Costituzione quando lega l’azione politica al “metodo democratico”: non è una formula ornamentale, è un vincolo di razionalità istituzionale. Un partito degno di questo nome è un corpo collettivo che dura, non una fiammata comunicativa; è un luogo in cui si forma competenza, non un palcoscenico in cui si recita consenso; è una struttura di responsabilità, non una vetrina di fedeltà.
Quando invece il “partito” coincide con il capo, accade un fatto elementare: il pluralismo interno diventa fastidio, il dissenso diventa tradimento, la complessità diventa nemico. Qui la sociologia e la psicologia sociale aiutano più della retorica. Max Weber distingueva tra etica della convinzione ed etica della responsabilità: la prima è facile, perché gratifica; la seconda è difficile, perché impone di misurare effetti e conseguenze. Ora, il leaderismo contemporaneo vive quasi sempre di etica della convinzione in versione spettacolare: proclami, accelerazioni emotive, identità urlate. E quando l’etica della responsabilità sparisce, la politica smette di essere governo del reale e diventa gestione delle percezioni.
Non è un caso che, mentre cresce la sfiducia, aumentino le sigle. È il sintomo di un’epoca in cui si scambia la proliferazione per vitalità. Ma la moltiplicazione delle forme non garantisce la salute del contenuto: può indicare, al contrario, una patologia di sistema. Norberto Bobbio ricordava che la democrazia vive di regole e procedure: senza, resta la parola “democrazia”, ma non la sua sostanza. Giovanni Sartori metteva in guardia dalla semplificazione come metodo di governo: semplificare ciò che è complesso non significa renderlo comprensibile, significa renderlo falso. E oggi, in un ambiente dominato dall’istantaneità e dalla comunicazione permanente, la falsificazione del complesso è diventata prassi: tutto deve essere immediato, tutto deve essere “virale”, tutto deve avere un volto unico. Ma un partito non è un volto; è una trama.
La psicologia sociale ci mostra anche perché questa deriva funziona. Daniel Kahneman ha spiegato quanto spesso decidiamo attraverso scorciatoie cognitive, più che con ragionamenti ponderati: il che rende appetibile la politica ridotta a slogan, perché richiede meno fatica mentale e offre certezze rapide. Robert Cialdini ha descritto i meccanismi della persuasione – autorità percepita, riprova sociale – che in politica diventano carburante per l’auto-legittimazione: se “sembra” forte, se “sembra” seguito, se “sembra inevitabile, allora è”. Henri Tajfel, con la teoria dell’identità sociale, ha mostrato quanto sia facile costruire appartenenze e ostilità: basta un simbolo, un confine, un nemico. In questo quadro, il “partito” personale è perfetto: promette identità, semplifica il mondo in amici e avversari, offre appartenenza immediata. Ma è una appartenenza fragile, perché non poggia su cultura politica, né su organizzazione, né su radicamento; poggia su emozioni e riconoscimento. E ciò che nasce dall’emozione, spesso, muore per esaurimento.
A questo punto il sillogismo è inevitabile. Se la democrazia richiede mediazione e responsabilità; se il partito è lo strumento storico della mediazione democratica; allora un “partito” che rinuncia a organizzazione, formazione, regole interne e selezione della classe dirigente non è più partito, ma simulacro. E un sistema popolato di simulacri non produce rappresentanza, produce rumore. Produce, per usare un’immagine crudele ma esatta, percentuali da prefisso telefonico: frammenti che pretendono di essere protagonisti, ma restano margini e i margini, quando diventano moltitudine, non sommano forza, sommano impotenza.
Il punto non è rimpianere il passato, né difendere corporazioni politiche che hanno spesso tradito la loro funzione. Il punto è più severo: senza partiti veri – cioè comunità organizzate, radicate, culturalmente riconoscibili, capaci di formare dirigenti e di assumersi responsabilità – la democrazia si impoverisce e si espone alla tentazione più antica: scambiare il capo per la soluzione. E quando la politica diventa tifo, la competenza diventa sospetta; quando diventa tifo, le istituzioni diventano fastidi; quando diventa tifo, la verità diventa un’opinione tra le altre. Hannah Arendt ci ha lasciato una lezione essenziale: lo spazio pubblico si corrompe quando la realtà viene sostituita dalla propaganda. Oggi la propaganda non ha più bisogno di ministeri: le basta la velocità.
Per questo, se si vuole uscire dal labirinto, occorre una scelta che non è romantica ma realistica: meno sigle e più struttura; meno narcisismi e più sintesi; meno “fondazioni” e più convergenze; meno palchi e più scuole politiche; meno auto-proclamazioni e più metodo democratico. Non è un invito all’unità generica, che spesso maschera mediocrità; è un invito alla solidità. Perché la politica, quando è seria, non è l’arte di moltiplicare contenitori: è l’arte difficile di costruire strumenti collettivi capaci di durare, di ascoltare, di decidere. E soprattutto di rispondere del proprio operato. In fondo, la questione è semplice: si può anche possedere il pallone. Ma senza squadra, senza regole, senza campo, non esiste partita. Esiste solo capriccio. E il capriccio, in democrazia, è un lusso che pagano sempre gli altri.
Fonte:https://lagiustizia.net/partiti-di-carta-democrazia-di-cartapesta/
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