di Gideon Levy
Internazionale 1152, 6/12 maggio 2016
In un articolo uscito il 28 aprile il direttore di Haaretz, Aluf
Benn, invitava a non essere troppo ottimisti sull’efficacia di un boicottaggio contro
Israele per la sua occupazione dei territori palestinesi. Sono d’accordo con
Benn, ma in ogni caso non possiamo non riconoscere che la strategia Bds
(boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) è l’unico modo per cambiare le cose,
l’ultima speranza per ottenere il cambiamento che anche Benn desidera. È l’unico
mezzo per impedire a Israele di proseguire con i suoi crimini. L’alternativa è
lo spargimento di sangue, che nessuno desidera.
Le sanzioni e il boicottaggio sono lo strumento più legittimo e
nonviolento a disposizione (Israele chiede continuamente al mondo di usarlo
contro i suoi nemici) e hanno dimostrato di essere estremamente efficaci. Anche
chi nutre le stesse perplessità di Benn (e io condivido alcuni dei suoi dubbi)
deve ammettere che il direttore non offre alcuna alternativa più realistica. Il
suo appello alla sinistra israeliana non ha alcuna speranza di successo,
considerando fino a che punto la società sia ormai caratterizzata dal lavaggio
del cervello, dall’ignoranza, dalla cecità, dall’amore per la bella vita, dalla
mancanza di opposizione e dall’aumento dell’estremismo.
Questa è una situazione criminale che deve essere risolta, non
possiamo permetterci di restare immobili in attesa che l’opinione pubblica ci
faccia la grazia di cambiare. Non lo farà mai di sua spontanea volontà, e non
avrà nessun motivo di farlo finché non pagherà per i suoi crimini e sarà
punita. Una nuova vetta di arroganza è stata raggiunta: permettere alla
tirannia, all’abuso e all’oppressione di perdurare in nome della democrazia.
Nel suo articolo Benn ipotizza che il mondo possa imporre sanzioni
contro Israele. In verità spesso
anch’io ho accarezzato questa ipotesi, che non è altro che
l’espressione del profondo desiderio di qualcuno che osserva i peccati ogni
giorno e vorrebbe vedere anche la punizione. Quando gli agenti della polizia di
frontiera uccidono una donna incinta e suo fratello sostenendo che avevano
“lanciato un coltello” e la società reagisce con uno sbadiglio annoiato, cresce
il desiderio di punire questa società. Non è un desiderio di vendetta, ma un
desiderio di cambiamento. Benn è convinto che il boicottaggio radicalizzerebbe
ulteriormente Israele. Ma l’esperienza ci insegna che è vero il
contrario. Israele ha sempre fatto delle concessioni dopo aver
pagato un prezzo elevato o davanti a una minaccia. È vero che Cuba e la Corea del Nord non si sono piegate
alle sanzioni, ma è altrettanto vero che non si tratta di democrazie e che nei
due paesi l’opinione pubblica ha un peso relativo.
Basandoci sulle esperienze passate possiamo ritenere che gli
israeliani siano molto più viziati dei cubani o dei nordcoreani. Chiudiamo
l’aeroporto internazionale di Tel Aviv per due giorni e poi vedremo quanti sono
in favore dell’insediamento di Yitzhar. Imponiamo un visto per qualsiasi breve
vacanza all’esterno e vedremo quanti continueranno a usare il motto
nazionalista “la terra di Israele per il popolo di Israele”. Per non parlare delle
ristrettezze materiali e della crisi economica che spingerebbero
inevitabilmente Israele a chiedersi: vale davvero la pena soddisfare questo capriccio
dell’occupazione? Siamo pronti a pagare di tasca nostra e a sacrificare il
nostro stile di vita per regioni del paese che la maggior parte degli
israeliani non ha mai visto e in cui non ha nessun interesse concreto?
Probabilmente la prima reazione a un boicottaggio sarebbe quella
descritta da Benn: la società farebbe quadrato e prevarrebbe la linea dura. Ma
presto comincerebbero le domande, poi le proteste. Gli israeliani del 2016 non
sono fatti per vivere a Sparta e neanche a Cuba. Non accetterebbero di guidare
auto degli anni cinquanta e fare la fila per la carne pur di mantenere
l’insediamento di Esh Kadosh. Rinuncerebbero all’insediamento di Elkana pur di
continuare ad andare in vacanza in Bulgaria, ed è un bene. E se questo dovesse significare
che Elkana diventerà parte di un unico stato democratico binazionale, tanto
meglio. L’ipotesi che un palestinese come Marwan Barghouti venga eletto a capo
del governo non mi spaventa affatto.
Il movimento Bds non ha ancora cominciato ad avere effetti sulle
nostre vite. Al momento non esiste una vera guerra economica, ma solo
iniziative che stanno cambiando gradualmente il dibattito internazionale su Israele.
Ai margini esistono forse elementi di antisemitismo, ma in sostanza si tratta
di un movimento di protesta animato da persone che hanno una coscienza e vogliono
fare qualcosa. Il declino economico che ne risulterebbe potrebbe arrivare
presto, e non sarebbe necessariamente graduale. Nel Sudafrica dell’apartheid a un certo punto gli
imprenditori sono andati dal governo e hanno detto: “Ora basta, non si può
andare avanti così”. Anche in Israele potrebbe succedere qualcosa di simile. E
questo mi dà speranza, perché non vedo nessuna alternativa.
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