martedì 28 maggio 2019

Giornata di Al Quds, uno degli eventi più unificanti del mondo islamico


di Diego Siragusa 


Alcuni giorni fa, un amico palestinese molto ben informato sulle questioni mediorientali, mi ha inviato un video girato al confine tra Azerbaigian e Iran. Le immagini mostrano una serie di locomotive, pavesate da bandiere statunitensi, che trainano una moltitudine di vagoni su cui si vedono: carri armati, jeep, pick up, autoblindo, lanciamissili, veicoli logistici, cannoni di varia gittata, serbatoi di carburante e così via. Una impressionante panoplia bellica che avevamo visto all’epoca dell’aggressione americana e inglese all’Iraq. Fuori campo si sente una voce che dice in inglese: “Il treno di Trump”.  Non so dire che accordi vi siano stati tra gli USA e l’Azerbaigian per il transito di tutti questi mezzi bellici, ma se esaminiamo la storia recente di questo paese e dei suoi contrasti con la Russia, ne possiamo dedurre che i buoni rapporti stabiliti con i governi statunitensi giustificano l’ipotesi che l’Azerbaigian, e la vicina Georgia anch’essa su posizioni antirusse, siano una base da cui lanciare azioni militari contro l’Iran. Di questo si sta parlando mentre scrivo: la ricerca di un pretesto da parte dell’amministrazione Trump per iniziare una serie di ostilità con lo scopo di fiaccare duramente l’Iran sottoposto a più aspre sanzioni economiche. In parallelo, le sacche di resistenza dei terroristi anti Assad in Siria, non ancora annientati dall’esercito governativo, ricevono incoraggiamento e forniture militari dagli Usa, da Israele e dalle petromonarchie del Golfo in attesa di costruire il solito pretesto delle armi chimiche in mano ad Assad e scatenare un nuovo conflitto per abbattere il governo legittimo e cacciare gli iraniani e le milizie sciite di Hetzbollah che, sul campo, di battaglia si sono mostrati efficaci combattenti accanto all’esercito arabo siriano. Deve essere chiaro che la regia, prima e ultima, di questa grande partita geostrategica, è nella mani di Israele che governa e dirige la politica estera statunitense. Il rafforzamento di Assad e dell’Iran in quell’area ha fatto saltare tutti i progetti americano-sionisti i quali non si arrendono all’evidenza dei fatti e tentano la riscossa.

Il riconoscimento illegale di Gerusalemme come capitale indivisibile di Israele è stato il primo passo del presidente Trump per mettere la comunità internazionale davanti ai fatti compiuti violando ogni regola e diritto universalmente condivisi. Trump e il suo responsabile per la Sicurezza Nazionale, John Bolton, un guerrafondaio pericolosissimo e senza scrupoli, ormai agiscono nelle relazioni internazionali senza vincoli morali e giuridici. Il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme non ha alcun valore giuridico, ma è servito per incoraggiare Israele a continuare la sua pulizia etnica contro i palestinesi mentre il mondo sta a guardare in silenzio. In questo contesto la prossima ricorrenza della Giornata di Al Quds, il nome arabo di Gerusalemme, che si celebra nell’ultimo venerdì del Ramadan di ogni anno, assume il significato di momento di RESISTENZA contro l’usurpatore sionista e di denuncia della pretesa israeliana di giudaizzare la Terra Santa espellendo, passo dopo passo, la presenza cristiana e quella musulmana. Le invasioni ricorrenti della moschea di Al Aqsa da parte dei coloni israeliani, la parte più brutale e violenta della società israeliana, sotto gli occhi compiacenti di polizia ed esercito, sono la prova evidente del progetto di totalitarismo ebraico di tutta la Palestina storica. Dichiarare, come ha fatto Netanyhau, che Israele è lo stato DEI SOLI EBREI, significa mettere un sigillo nazionalistico ed etnico su un territorio in cui gli ebrei sono alieni e colonizzatori. Sul destino di Gerusalemme, quindi, incombe lo spettro di un conflitto cruento che potrà solo essere catastrofico se la comunità internazionale non metterà Israele con le spalle al muro. Come ha detto il mio fraterno amico, padre Mtanios Haddad, archimandrita patriarcale dei greco melchiti, “Gerusalemme deve essere la capitale spirituale delle tre religioni monoteistiche, dove cristiani, ebrei e musulmani possano convivere fraternamente”. Capitale spirituale, non politica.


La Repubblica Islamica d’Iran istituì la Giornata mondiale di al-Quds nel 1979, voluta dall’ayatollah Komeini. Forse è uno degli eventi più unificanti del mondo islamico. L’anno scorso ho partecipato al convegno internazionale su Gerusalemme a Ramallah, in Palestina, ed ho potuto misurare l’ampio sostegno che la causa palestinese e il destino di Al Quds riscuotono in tutto il mondo. Rappresentanti religiosi e intellettuali dell’Africa, dell’est Europa, del Caucaso, del sud est asiatico, dell’Europa occidentale, dell’America latina, alcuni provenienti persino dall’Australia, si sono incontrati per opporsi al progetto sionista di giudaizzazione di Gerusalemme. Persino gli eroici rabbini di Neturei Karta fecero la loro comparsa durante un incontro che avemmo col presidente palestinese AbuMazen. Ma se vogliamo che Gerusalemme sia la “capitale spirituale” di tutti, credenti e non credenti, il mondo arabo deve perseguire la propria unità. Nel mese di dicembre del 2018 dovevo partecipare a un altro convegno su Gerusalemme che doveva svolgersi ad Amman. È stato annullato. Doveva svolgersi ad aprile di quest’anno, ma finora c’è il silenzio assoluto. Ho detto ai miei interlocutori che, finché il re di Giordania Abdallah, sarà il titolare de i diritti di custodia sul complesso della moschea di Al-Aqsa, ma contemporaneamente continuerà a ricevere lauti finanziamenti dagli americani per mantenere il trattato di pace con Israele sottoscritto nel 1994, egli resterà sotto costante ricatto degli israeliani e degli americani che potrebbero interrompere il flusso gratuito di dollari alla casa reale. Andai lo stesso ad Amman per incontrare parlamentari, segretari di partito e associazioni umanitarie. Due mesi prima, dopo le solite provocazioni ad Al Aqsa dei coloni israeliani, che rappresentano la feccia di Israele, il re di Giordania fece la voce tonante avvertendo il governo israeliano che “Qualsiasi altra provocazione a Gerusalemme influenzerà i rapporti tra Giordania e Israele”. Parlando ai giornalisti, dopo i colloqui con il primo ministro britannico David Cameron, ha aggiunto: “La Giordania non avrà altra scelta purtroppo che intraprendere azioni di ritorsione”. I fatti si sono ripetuti ma non è successo nulla.


Una risoluzione delle Nazioni Unite aveva stabilito lo status speciale di Gerusalemme riconosciuta come città santa sottoposta a una giurisdizione internazionale. Gerusalemme est, abitata dai palestinesi, è sempre stata indicata come la futura capitale del futuro stato di Palestina, ma Israele tenta di far accettare l’annessione unilaterale di quella parte della città espellendo i palestinesi.  Le Nazioni Unite e 128 paesi contro 9 hanno respinto nel dicembre del 2017 come illegale l’annessione.

Come reagisce l’avversario storico, cioè Israele? Leggendo la stampa sionista, notiamo la consueta beffarda insolenza condita di colossali menzogne. Pur di giudaizzare la Terra Santa si costruiscono ridicole scoperte archeologiche in contrasto con la scienza e la storia. Sotto il sito dove, secondo la tradizione c’era il Cenacolo, hanno scavato una galleria e vi hanno messo una falsa tomba di re Davide. Risultato? Si dovrebbe cancellare un luogo caro ai cristiani: il Cenacolo. Lo stesso Muro del Pianto nel 2016 è stato dichiarato “non appartenente agli ebrei” dall’UNESCO, non per “antisemitismo” come sono soliti ripetere i sionisti e i loro lacché, ma perché gli studi scientifici hanno accertato che quelle mura sono di epoca romana e non c’entrano nulla col tempio di Salomone. Durante la mia visita in Giordania al monte Nebo, un frate francescano con cui ho conversato assieme a tre amici giornalisti, mi ha confermato la volontà israeliana di rifiuto della pace e della coesistenza. Non è un mistero, e il frate me lo ha confermato, che i rapporti tra cristiani e musulmani sono ottimi in quanto entrambi vittime dei sionisti.

In Iran le manifestazione per la Giornata di Al Quds si annunciano imponenti, come negli anni passati. Il fastidio e la collera di Israele si tocca con mano. Netanyhau non vede l’ora che inizi la guerra contro l’Iran e sogna un governo amico, filo-americano e filo-istraeliano per poter dettare legge in Medioriente nei secoli dei secoli. La stampa occidentale tace i suoi crimini e, spesso, li giustifica presentando Israele come la vittima dei “cattivi palestinesi”. Facebook continua nella sua sporca attività di blocco e censura di tutte le voci critiche verso Israele. Viviamo ormai in un sistema totalitario in cui gli ebrei sionisti controllano quasi tutto, ricattano, comprano, imbavagliano senza alcun pudore, asserviti da un sistema piramidale economico e politico su cui esercitano una completa supervisione. Quindi, sparano a zero sulla Giornata di Al Quds presentata come una “sceneggiata” estremista e settaria. Della Palestina non bisogna parlare, bisogna lasciare proseguire la pulizia etnica, nel totale silenzio grazie all’inerzia dell’ONU, fino al punto di far accettare ai palestinesi “il contratto del secolo”, preparato da una nullità come il signor Kushner, genero miliardario di Trump, ebreo sionista, il quale pensa di comprare il destino dei palestinesi con alcuni miliardi di dollari per corromperli e annientare la loro resistenza. Su questa demenziale bozza di contratto, che riporta il diritto internazionale alla barbarie, rimando i lettori all’articolo analitico della mia amica Patrizia Cecconi pubblicato nel mio blog (https://diegosiragusa.blogspot.com/2019/05/nuova-palestina-la-beffa-del-secolo.html).


Celebriamo, dunque, la Giornata di Al Quds come evento di resistenza e di lotta a fianco del popolo palestinese.



Diego Siragusa

27/05/2019

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