lunedì 6 aprile 2026

ISRAELE E LA PENA DI MORTE PER I PALESTINESI

 

di Vicky Amendolia


C’è un momento in cui uno Stato smette di difendersi e comincia a somigliare troppo a ciò che dice di combattere. Non accade in un giorno. Accade per gradi: una legge eccezionale, una deroga presentata come necessaria, una parola resa più elastica, un dissenso trattato come sospetto. Alla fine, senza quasi accorgersene, il diritto non è più il limite della forza, ma il suo notaio. È questo, oggi, il punto che inquieta in Israele.

Il 30 marzo 2026 la Knesset ha approvato in via definitiva la legge che introduce, nei tribunali militari, la pena di morte come esito ordinario per palestinesi condannati per attacchi mortali qualificati come terrorismo. Le fonti più affidabili concordano sui dati essenziali: 62 voti favorevoli e 48 contrari; esecuzione per impiccagione entro 90 giorni; possibilità di condanna con maggioranza semplice dei giudici; applicazione destinata, nella sostanza, a colpire soprattutto i palestinesi della Cisgiordania, perché sono loro a essere giudicati in quel circuito militare. AP aggiunge che la legge non è retroattiva e dovrebbe entrare in vigore dopo 30 giorni.

Fin qui i fatti. E già i fatti bastano. Perché la pena di morte, in uno Stato che si proclama democratico, è sempre una confessione di sconfitta morale: significa che il potere pubblico rinuncia a essere superiore al delitto e sceglie di imitarlo in forma procedurale. Se poi essa si inserisce in un sistema duale — corti civili per gli israeliani, corti militari per i palestinesi dei territori occupati — non siamo più davanti a una giustizia severa, ma a una severità distribuita secondo appartenenza. Non a caso Reuters riferisce che i ministri degli Esteri di Germania, Francia, Italia e Regno Unito hanno denunciato il carattere di fatto discriminatorio della legge; non a caso organizzazioni israeliane per i diritti civili ne hanno chiesto l’annullamento.


Ora, chi scrive non ha alcuna indulgenza per il terrorismo islamista, per il fanatismo religioso, per la pedagogia del sangue che ha insozzato il Medio Oriente e il mondo. Ma proprio per questo resta attonito davanti alla metamorfosi di uno Stato che, nato anche dalla memoria dell’abisso, sembra essersi convinto che il dolore patito gli conferisca una licenza speciale. È il vecchio inganno della storia: credere che la vittima, solo perché fu vittima, sia per definizione innocente anche quando eccede. Non è così. La sofferenza non assolve il presente; semmai lo obbliga a essere più vigile.

Qui occorre però rigore, perché la passione senza precisione somiglia alla propaganda che pretende di combattere. Non risulta, allo stato, che la nuova legge sulla pena di morte qualifichi come terrorismo la semplice critica verbale al governo israeliano o la mera protesta politica. Questa specifica norma riguarda atti omicidiari o attacchi mortali qualificati come terrorismo, non il dissenso in quanto tale. Dire il contrario, oggi, sarebbe forzare il dato.


Ma fermarsi qui sarebbe un atto di ingenuità, o peggio di comoda ipocrisia. Perché le leggi non vivono isolate: si saldano fra loro, si rafforzano, si interpretano l’una con l’altra. Ed è precisamente nel combinato disposto tra la nuova legge sul patibolo e l’arsenale normativo precedente che si annida il pericolo. La legge antiterrorismo israeliana del 2016, come ricorda Adalah, non si limita ai fatti di sangue: comprende anche reati legati all’“identificazione” con organizzazioni terroristiche e all’“incitamento al terrorismo”, in un quadro che la stessa organizzazione giudica troppo ampio e suscettibile di applicazione discriminatoria.

Il 26 marzo 2026, cioè appena quattro giorni prima del voto finale sul patibolo, l’Association for Civil Rights in Israel ha presentato una petizione alla Corte Suprema contro la nuova Incitement Unit, chiedendone la chiusura e sostenendo che l’enforcement dei reati di parola — compreso l’incitamento al terrorismo — si sta irrigidendo in modo pericoloso. ACRI lamenta, in sostanza, uno spostamento dell’asse repressivo verso i reati di espressione, con effetti sul giusto processo, sulla libertà di espressione e sulla dignità delle persone coinvolte. Detta da ACRI, cioè da una delle più autorevoli organizzazioni israeliane per i diritti civili, non è una fantasia ideologica: è un allarme giuridico interno a Israele.

Adalah, dal canto suo, ha documentato anche casi in cui manifestanti palestinesi cittadini di Israele sono stati perseguiti per “incitamento al terrorismo” e “identificazione con un’organizzazione terroristica” in relazione a slogan pronunciati durante proteste pacifiche dopo il 7 ottobre 2023. Questo non prova che domani un editoriale critico finirà automaticamente sotto il cappio; prova però che il margine tra dissenso, solidarietà verbale, protesta aspra e accusa di favoreggiamento del terrorismo può restringersi pericolosamente quando il potere politico decide di allargare il lessico penale.

Ecco dunque il punto vero, che molti fingono di non vedere per non doverlo ammettere: oggi la nuova legge non condanna a morte il semplice critico del governo; ma inserita in un sistema che già conosce categorie larghe e controverse come “incitamento” e “identificazione” e che ora crea perfino una struttura dedicata a sorvegliare i reati di espressione, essa apre un pendio sul quale la critica radicale, la protesta dura o la parola ritenuta “fomentatrice” possono essere spinte sempre più vicino all’orbita del terrorismo. Non è ancora il fatto compiuto; è la traiettoria. E i giuristi seri sanno che la traiettoria, talvolta, è più importante del punto da cui si parte.

Che questa inquietudine non sia il vezzo di qualche anima bella occidentale lo dimostra la provenienza delle voci più severe. Ehud Olmert, ex primo ministro israeliano, ha detto che ciò che Israele sta facendo a Gaza è arrivato molto vicino ai crimini di guerra; pochi giorni fa ha anche denunciato, insieme ad altri ex vertici della sicurezza, il clima di impunità verso la violenza dei coloni in Cisgiordania, definendolo un pericolo esistenziale per la base morale del Paese. Non parla un nemico di Israele: parla un ex capo del suo governo.


Yair Golan, generale in congedo ed ex vice capo di stato maggiore, ha avvertito che Israele rischia di diventare uno “stato paria” se continua su questa strada. Reuters ha registrato le sue accuse nel pieno della nuova ondata di proteste contro Netanyahu e contro la ripresa della guerra. Quando parole simili vengono da un uomo dell’establishment militare israeliano, bisognerebbe avere almeno il buon gusto di non liquidarle come propaganda palestinese.

David Grossman, che è una delle coscienze più alte della letteratura israeliana, ha compiuto un gesto ancora più doloroso: ha detto che associare le parole “Israele” e “genocidio” gli appare devastante, ma non più eludibile davanti a ciò che vede. È una frase terribile, e proprio per questo decisiva. Non perché chiuda il dibattito, ma perché segnala che il dissenso morale più profondo nasce ormai dentro la stessa cultura israeliana, non fuori da essa.

Non sono voci isolate. Reuters ha raccontato anche la rottura di un tabù quando due importanti organizzazioni israeliane per i diritti umani, B’Tselem e Physicians for Human Rights Israel, hanno accusato lo Stato di compiere azioni coordinate e deliberate volte a distruggere la società palestinese a Gaza. Si può contestare la parola scelta; è più difficile ignorare il fatto che sia stata pronunciata da due organismi israeliani di primo piano.


E poi c’è la voce del giornalismo israeliano non allineato. Aluf Benn, direttore di Haaretz, ha scritto che Netanyahu sta conducendo una guerra non solo contro Gaza, ma anche contro gli avversari interni, su una strada che porta verso l’autocrazia. Anche qui, il punto non è aderire o meno a ogni formula polemica. Il punto è prendere atto che una parte autorevole di Israele si guarda allo specchio e non si riconosce più.

Il sillogismo, allora, è quasi imbarazzante nella sua semplicità. Se uno Stato democratico deve distinguersi dai terroristi non solo per chi colpisce, ma per i limiti che si impone; se la memoria della persecuzione dovrebbe affinare il senso del confine e non abolirlo; se la pena di morte selettiva e l’espansione dei reati di parola indicano un progressivo restringimento dello spazio liberale, allora il problema israeliano non è più soltanto Netanyahu. È un cedimento più profondo: la tentazione di credere che la propria ragione storica autorizzi tutto.

Israele ha, più di altri, il diritto di difendersi. Ma non ha il diritto di perdere la misura. Perché il giorno in cui una democrazia si persuade che la propria paura basti a nobilitare ogni eccesso, da quel giorno essa non è più forte: è soltanto più somigliante ai suoi persecutori di ieri e ai suoi nemici di oggi. Ed è questa, più della legge sul patibolo in sé, la notizia davvero spaventosa.


 

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