giovedì 15 dicembre 2016

ENRICO ROSSI E FABRIZIO BARCA: COME POSSIAMO CAMBIARE IL PD?





La lettera è comparsa in Huffington Post


Dalla chiusura delle urne del 4 dicembre, nonostante la direzione nazionale permanente, siamo ancora privi di un dibattito serio e profondo sul significato del voto per la vita, la natura e il destino del nostro Partito e del nostro Paese. Non è una novità.

Anche dopo la bruciante sconfitta delle amministrative in città come Roma, Torino e Napoli, accadde la stessa cosa e fummo travolti da una nuova campagna elettorale, quella referendaria. Eppure, a pochi giorni dal referendum, non erano mancate altre spie eloquenti, come quella di Monfalcone, area storica del nostro insediamento persa in modo eclatante. Ancora una volta, muti davanti a questa catena di sconfitte - referendum compreso - il lavacro di nuove elezioni sembra essere l'unica risposta possibile.

Leggi l'intervento di Fabrizio Barca: "Una sola strada per il Pd, cambiare le regole del gioco prima del Congresso".
È giunto però il momento di fermare i motori e i camper, altrimenti lo schianto sarà distruttivo. Dopo il voto amministrativo scrissi, da queste colonne, che la causa della sconfitta elettorale andava cercata negli errori del governo e del premier-segretario Matteo Renzi, identificati come sostenitori di un assetto economico e sociale ostile alla nostra gente.

Invocavo allora politiche serie a favore dei vecchi e nuovi poveri, dei disoccupati e delle famiglie in sofferenza che sostengono anziani, malati e disabili, dei giovani senza lavoro, dei pensionati al minimo, delle partite iva e delle imprese più dinamiche, che sono in cerca di nuove relazioni territoriali e servizi più efficienti.

L'unica politica possibile e alternativa all'austerità può muovere da una legge contro la povertà assoluta, piani occupazionali mirati, investimenti pubblici e sostegno a quelli privati, dalla riduzione del cuneo fiscale. In assenza di un intervento massiccio saranno solo i lavoratori a pagare il conto. Ecco perché insisto col dire che portare in primo piano la questione sociale e l'emergenza lavoro, a partire dal Mezzogiorno e dai giovani, è l'unica azione prioritaria e urgente che tocca al nuovo governo, per evitare di restare fotocopia del precedente nella forma e nella sostanza.

Per il Partito invece, allora e ora, chiedo - come ha già fatto Fabrizio Barca - di dar vita a un organismo collegiale, che rappresenti al di là del loro peso tutte le aree del partito, le personalità e i territori.

Solo così il pluralismo del Pd potrà esprimersi e confrontarsi nel merito, superando il deserto occupato dalle macerie della sconfitta e dall'ombra di un leader in solitudine lanciato di nuovo verso le urne. Affidiamo a un organismo ristretto, legittimato da un voto in assemblea e da un mandato preciso, il compito di preparare il congresso, riformare lo statuto e ripensare le "regole del gioco". Il voto è stata una fiammata di partecipazione popolare e democratica che ha visto in prima linea i giovani. Un'ondata che dobbiamo accogliere e riscoprire.

Alle scelte politiche sbagliate, pagate nel voto a caro prezzo - l'attacco ai corpi intermedi, la detassazione indiscriminata, la pioggia di bonus, la stretta sugli enti locali, l'aumento del debito pubblico e l'assenza di un vero piano di investimenti per il lavoro e per il Mezzogiorno - si è aggiunta una campagna elettorale referendaria completamente sbagliata. Segnata dal distacco profondo tra propaganda e realtà. Dalla violenza di uno scontro gratuito e non adeguato ai tempi.

Una campagna condotta con argomenti non di sinistra, come l'attacco al parlamentarismo e la riduzione del numero dei politici. Chi ha concepito questi slogan e chi li ha seguiti con incoscienza ha pensato, sbagliando, che il veleno si contrasta col veleno e il populismo con il populismo. Il nostro elettorato si è diviso e ha espresso un moto di fastidio e rigetto.

Nel fuoco della sconfitta sono arsi anche i feticci di un'epoca probabilmente chiusa. Il leaderismo senza freni, il consenso come "plebiscito d'ogni giorno" e il peronismo mediatico, cascami di una rivoluzione linguistica e politica avviata da Berlusconi e riesumata da Renzi. In questa corsa continua verso gli "unti del signore" non abbiamo fatto i conti con una crisi economica senza precedenti, che ha smontato strutture sociali e corpi intermedi, rompendo il compromesso tra "democrazia" e "capitalismo" che ha sostanziato la vita italiana dal dopoguerra in poi.

Siamo sembrati anzi gli interpreti di una svolta fondata sulla riduzione e la privatizzazione della politica. A differenza di tanti pessimisti, nel voto del 4 dicembre ho letto però un grande e positivo investimento di speranza. La riscoperta della Costituzione come insieme dei valori comuni che correva il rischio di essere disperso. Pur nel disagio della sofferenza sociale, il tessuto che sta dietro la carta comune è tornato a parlarci di un "patriottismo costituzionale" che pareva introvabile.

Questo nuovo senso di cittadinanza però senza un soggetto politico organizzato per ricucire le fratture tra centro e periferia, tra Nord e Sud, tra ceto politico e corpo sociale rischia di restare inascoltato e ritornare passivo. Dopo una sconfitta di questa entità è certo necessario tornare al voto in tempi rapidi, dopo gli opportuni interventi in materia di legge elettorale. Ma la nuova fase che si apre non è più compatibile con la democrazia del leader. La ripartenza deve portare il segno del pluralismo e della dialettica, non quella dell'assolutismo e del plebiscito.

Il Pd deve tornare a essere coerente con la sua storia. Non registro, pur partecipando a molti confronti e dibattiti, alcun bisogno, da parte dei nostri amici e compagni, di sconfiggere la sinistra. Piuttosto sento l'urgenza di un congresso vero e ordinato. Non accetterò in alcun modo che chi assume posizioni di critica e dissenso sia emarginato o espulso. Sono per ragionamenti e confronti schietti, tra di noi e verso il Paese. Le travi che reggono la nostra casa si sono incurvate.

Una nuova torsione sulle regole, condotta da una parte contro un'altra, sarebbe un colpo fatale. Io mi candido per spostare a sinistra l'asse culturale e politico del partito, e sono pronto subito, ma è importante dedicare il tempo che serve all'elaborazione di regole comuni e condivise. Ha ragione Fabrizio Barca: bisogna snellire gli organismi.

È intollerabile una direzione elefantiaca dove non si discute quasi mai e dove manca un ordine del giorno e bisogna accantonare lo streaming forzato, che rischia di trasformare le riunioni in conferenze stampa interminabili e in gare di retorica. Anche le primarie non possono ridursi al solo scontro tra personalità. Devono diventare il punto di approdo di un confronto politico che coinvolge i circoli e i territori, che esprime concretamente le tendenze culturali e valoriali prevalenti tra la nostra base e il nostro elettorato. Per far questo è necessario mobilitare tutto il nostro capitale umano, riconquistando soprattutto chi non ha rinnovato la tessera e si è allontanato per disagio e senso di estraneità.


Caro Fabrizio, io ci sono. Uniamoci e lavoriamo in comune per salvare la politica e il Partito. Mai come ora le due categorie sono tornate a coincidere.

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