lunedì 15 gennaio 2018

PAPA FRANCESCO TORNA ALLA FINE DEL MONDO


di Livio Zanotti


Questo Papa ha scelto di vivere sulla strada e non si lascia spaventare dai TIR che lo sfiorano, vuol essere un profeta del nostro tempo, i riti curiali gli appaiono fuori moda. Fa uso accorto e tenace della diplomazia, conosce l’arte del compromesso; ma al momento opportuno, sale su un aereo e va a mettersi nella realtà sfilacciata e contraddittoria della storia così com’è, allo scoperto: tra un vescovo sospettato di complicità pedofile e gesti di teppismo anti-cattolico in piena Santiago del Cile. Né starà più tranquillo in Perù, la seconda tappa del suo ventiduesimo viaggio.

Se una parte degli Araucani cileni lo indica come l’erede di quella croce brandita 5 secoli fa dai Conquistadores insieme alla spada che recise i loro diritti di persone, oltre che di popoli originari, Francesco sceglie di rivolgersi a loro per primi. E non li attende nei palazzi dei fasti urbani, sedi tradizionali del potere ancora ben presidiati: va a incontrarli sull’estreme terre australi dei loro avi, che essi ormai rivendicano anche alla stessa Chiesa di Roma con ondate di carte bollate e non senza qualche misteriosa fucilata notturna.

Papa Francesco con gli IndiosFrancesco torna così da evangelizzatore alla fine del mondo (da cui scherzosamente ma non tanto ha detto di venire, appena eletto Papa). Dal Cile al Perù s’infila per una settimana ad occhi ben aperti in un tunnel di problemi spirituali e soprattutto sociali, in cui negli ultimi anni si sono smarriti non pochi politici già prestigiosi, governi e partiti che girano ormai su se stessi senza riuscire a ritrovare un’utile direzione di marcia. La socialista Bachelet lascia in eredità al neo-eletto presidente conservatore Piñera il nuovo Ministero per i popoli originari (e i suoi roventi problemi).

Il continente latinoamericano rimane del resto il più cattolico del mondo, ma il primato appare vistosamente insidiato da quattro decenni di scomode verità ignorate o nascoste dalla gerarchia, scandali, crisi delle vocazioni, penetrazione delle chiese evangeliche e delle sette fondamentaliste. Nel 1995, secondo l’autorevole agenzia Latinobarometro si definiva cattolico l’80 per cento dei latinoamericani, oggi soltanto il 59. In Cile, sono al 45 per cento: il paese non è più a maggioranza cattolica.

Accelerata dall’uso crescente di tecnologie avanzate, l’instabilità sociale ed economica ripercuote sulla fede religiosa e alimenta un processo di secolarizzazione che in parte (ma solo in piccola parte) coincide con la conquista di nuovi diritti, a lungo negati: i deputati cileni stanno discutendo proprio in questi giorni la legge sull’identità di genere. L’umanesimo universale di Francesco eviterà di affrontare direttamente il tema, quanto meno in pubblico. Ma nessuno può assicurargli che resterà al riparo dalle polemiche.


Severe e solo a prima vista meno scomode, saranno per lui e il Cardinale Segretario di Stato che l’accompagna, Pietro Parolin, quelle che troverà in Perù. L’indulto concesso dal presidente Pedro Pablo Kuczynski all’ex dittatore genocida Alberto Fujimori, condannato all’ergastolo, hanno scatenato manifestazioni di strada contrapposte nel centro della capitale, Lima, e nelle maggiori città del paese. A stringere un nodo alla gola del Perù è il partito della famiglia Fujimori, che con due dei figli alla testa, Keiko, la preferita, e Kenji, il maschio simbolo della tradizione giapponese, controllano la maggioranza del Congresso.

Questa è una saga shakespeariana in cui genialità e delitto tessono una vicenda internazionale che da trent’anni tiene in scacco le istituzioni democratiche del Perù. Passa attraverso scommesse geopolitiche a cui non si sono sottratti diversi governi di Tokio, parzialmente contrastati dai servizi segreti israeliani e infine interrotti solo dall’intervento degli Stati Uniti. Ma ora tutti tornano in gioco, alla presenza di Papa Francesco. Perché coinvolto nelle corruzioni sistematiche dell’impresa brasiliana Odebrecht e a rischio di impeachment, il presidente Kuczynski non ha saputo respingere il ricatto dei Fujimori. Il peruviano Mario Vargas Llosa, Nobel di Letteratura, ne sta scrivendo una storia.

sabato 13 gennaio 2018

Mons Nassar, arcivescovo di Damasco, sfugge alla morte




giovedì 11 gennaio 2018

L'8 gennaio, gli attentati hanno colpito gravemente la città vecchia di Damasco, tra cui la cattedrale maronita e la residenza dell'Arcivescovo, sopravvissuto "per provvidenza". Pubblichiamo qui la testimonianza che il vescovo Samir Nassar ha appena inviato a Aiuto alla Chiesa che Soffre

Provvidenza
"Una granata  è caduta sul mio letto lunedì 8 gennaio 2018. Alle 13:20, mentre mi preparavo a fare un pisolino. Qualche secondo al lavandino mi ha salvato la vita ... il letto è pieno di schegge di mortaio.
La Provvidenza veglia sul suo piccolo servitore.
Ora sono esiliato, come 12 milioni di profughi siriani che non hanno più niente.
Il danno è importante: le porte della Cattedrale e  43 porte e finestre devono essere sostituite, dei fori da tappare, i serbatoi del gasolio e dell'acqua da riparare, la rete elettrica da rifare, una macchina danneggiata. 
La violenza è la sola padrona ... gli innocenti vengono sacrificati ogni giorno.
I preti mantengono alto il morale. Hanno pianto di gioia vedendomi uscire vivo dal fumo e dai detriti ... Grazie Signore per questo nuovo inizio. La mia vita ti appartiene.
Nell'unione di preghiera di fronte a Nostra Signora della Pace. "

+ Samir NASSAR 
Arcivescovo maronita di Damasco

venerdì 12 gennaio 2018

Israele, una democrazia davvero unica in Medio Oriente


di Zvi Schuldiner

11.01.2018
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Il comitato centrale del Likud – il partito del primo ministro Benjamin Netanyahu – ha votato per acclamazione a favore dell’annessione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania.
Il procuratore generale di Israele ha dato istruzioni ai suoi uffici: occorre determinare in che modo i disegni di legge dei vari ministeri dovranno essere applicati ai 400mila coloni degli insediamenti nei territori occupati.
La legislazione israeliana non vigeva nei territori occupati: per il diritto internazionale, la potenza occupante non deve introdurre cambiamenti nelle aree soggette a occupazione, salvo in casi speciali motivati da ragioni di sicurezza o legati al benessere delle popolazioni interessate.
Il Parlamento israeliano ha approvato in prima lettura – saranno necessarie altre fasi – la legge che consentirà di introdurre la pena di morte per i terroristi che abbiano ucciso israeliani. L’esercito e varie agenzie di intelligence si sono opposti, ma hanno avuto la meglio le esigenze populiste di Netanyahu e del ministro della difesa Lieberman.
La riconciliazione palestinese – fragile e relativa – ha portato concessioni e accordi fra l’Autorità palestinese e Israele; così gli abitanti della Striscia di Gaza godranno di otto ore giornaliere di elettricità al posto delle quattro precedenti. Un bel cambiamento! È stata prorogata di otto mesi la detenzione amministrativa di Halda Jerrar, una parlamentare palestinese che avrebbe dovuto essere liberata in questi giorni, dopo sei mesi dietro le sbarre. In famiglia la aspettavano, ma fonti della «sicurezza» hanno segnalato che si tratta di una persona pericolosa che fa parte del Fronte popolare per la liberazione della Palestina. In casi come questo, le prove non sono pubblicate per ragioni di sicurezza.
Ahed Tamimi, la «pericolosissima» palestinese di 16 anni che ha schiaffeggiato un ufficiale dell’esercito israeliano, continua a rimanere in carcere e sarà presto accusata di diversi crimini.
Gli ebrei che tendono a farsi del male rivangando stupidi ricordi, in questi giorni si sono ricordati di quella Alcobi, un’ebrea di Hebron diventata molto famosa per gli insulti e le pietre lanciate contro alcuni palestinesi. Nel 2010 prese a sassate un soldato israeliano che aveva cercato di trattenerla; fu arrestata ma «fortunatamente» rilasciata dopo poche ore, senza che fosse avviato alcun processo.
Anche un giovane colono ebreo che aveva accoltellato il rabbino Asherman, dell’organizzazione Rabbini per i diritti umani, era stato liberato con la condizionale, essendosi dichiarato pentito.
Il giudice della Corte suprema Noam Solberg – che vive in un insediamento nei territori occupati – rispetto a una denuncia presentata per la sua partecipazione a un evento politico di celebrazione del 50esimo anniversario dell’occupazione dei territori ha spiegato di aver assistito con la famiglia a una celebrazione con canti e altro, senza carattere politico.
Il primo ministro Netanyahu continua a far di tutto per cercare di introdurre qualunque norma e provvedimento in grado di far dimenticare i casi problematici di corruzione nei quali sembra coinvolto. Un noto deputato del Likud e altri politici legati al premier sono accusati di corruzione.
Se l’escalation nel Sud continua, una miniguerra diventa probabile; e occuperà le menti più della corruzione.
La legge sulla nazionalità sarà discussa nelle prossime settimane e permetterà di accentuare il carattere di apartheid, come dicono le malelingue, del paese.
Non tutto è discriminazione nei confronti dei palestinesi. In omaggio a un po’ di eguaglianza, anche diversi ebrei e organizzazioni come Jewish for Peace presto non potranno recarsi nel paese anche se là hanno familiari come è il caso della direttrice del gruppo.
In questa breve rassegna degli ultimi sforzi per consolidare l’unica, davvero unicissima democrazia nel Medioriente, non sono inclusi l’esercizio quotidiano dell’oppressione militare e poliziesca, i morti e feriti, le forme reiterate di rapina delle terre in un regime di colonizzazione.
Ci siamo limitati a riferire di alcuni aspetti della legislazione recente nell’unica democrazia del Medioriente.
Sei milioni di ebrei con pieni diritti formali, due milioni di palestinesi che godono di diritti ma sono discriminati, e infine quattro milioni di palestinesi sotto occupazione militare, senza alcun diritto politico o nazionale.

© 2018 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

mercoledì 10 gennaio 2018

Il vero libro esplosivo è a firma Trump


di Manlio Dinucci


Tutti parlano del libro esplosivo su Trump, con rivelazioni sensazionali di come Donald si fa il ciuffo, di come lui e la moglie dormono in camere separate, di cosa si dice alle sue spalle nei corridoi della Casa Bianca, di cosa ha fatto suo figlio maggiore che, incontrando una avvocatessa russa alla Trump Tower di New York, ha tradito la patria e sovvertito l’esito delle elezioni presidenziali. 

Quasi nessuno, invece, parla di un libro dal contenuto veramente esplosivo, uscito poco prima a firma del presidente Donald Trump: «Strategia della sicurezza nazionale degli Stati uniti». È un documento periodico redatto dai poteri forti delle diverse amministrazioni, anzitutto da quelli militari. 

Rispetto al precedente, pubblicato dall’amministrazione Obama nel 2015, quello dell’amministrazione Trump contiene elementi di sostanziale continuità. Basilare il concetto che, per «mettere l’America al primo posto perché sia sicura, prospera e libera», occorre avere «la forza e la volontà di esercitare la leadership Usa nel mondo». Lo stesso concetto espresso dall’amministrazione Obama (così come dalle precedenti): «Per garantire la sicurezza del suo popolo, l’America deve dirigere da una posizione di forza». 

Rispetto al documento strategico dell’amministrazione Obama, che parlava di «aggressione russa all’Ucraina» e di «allerta per la modernizzazione militare della Cina e per la sua crescente presenza in Asia», quello dell’amministrazione Trump è molto più esplicito: «La Cina e la Russia sfidano la potenza, l’influenza e gli interessi dell’America, tentando di erodere la sua sicurezza e prosperità». 

In tal modo gli autori del documento strategico scoprono le carte mostrando qual è la vera posta in gioco per gli Stati uniti: il rischio crescente di perdere la supremazia economica di fronte all’emergere di nuovi soggetti statuali e sociali, anzitutto Cina e Russia le quali stanno adottando misure per ridurre il predominio del dollaro che permette agli Usa di mantenere un ruolo dominante, stampando dollari il cui valore si basa non sulla reale capacità economica statunitense ma sul fatto che vengono usati quale valuta globale. 

«Cina e Russia  – sottolinea il documento strategico – vogliono formare un mondo antitetico ai valori e agli interessi Usa. La Cina cerca di prendere il posto  degli Stati uniti nella regione del Pacifico, diffondendo il suo modello di economia a conduzione statale. La Russia cerca di riacquistare il suo status di grande potenza e stabilire sfere di influenza vicino ai suoi confini. Mira a indebolire l’influenza statunitense nel mondo e a dividerci dai nostri alleati e partner». 

Da qui una vera e propria dichiarazione di guerra: «Competeremo con tutti gli strumenti della nostra potenza nazionale per assicurare che le regioni del mondo non siano dominate da una singola potenza», ossia per far sì che siano tutte dominate dagli Stati uniti. 

Fra «tutti gli strumenti» è compreso ovviamente quello militare, in cui gli Usa sono superiori. Come sottolineava il documento strategico dell’amministrazione Obama, «possediamo una forza militare la cui potenza, tecnologia e portata geostrategica non ha eguali nella storia dell’umanità; abbiamo la Nato, la più forte alleanza del mondo». 

La «Strategia della sicurezza nazionale degli Stati uniti», a firma Trump, coinvolge quindi l’Italia e gli altri paesi della Nato, chiamati a rafforzare il fianco orientale contro l’«aggressione russa», e a destinare almeno  il 2% del pil alla spesa militare e il 20% di questa all’acquisizione di nuove forze e armi. 

L’Europa va in guerra, ma non se ne parla nei dibattiti televisivi: questo non è un tema elettorale.

(il manifesto, 9 gennaio 2018)

martedì 9 gennaio 2018

L’uso falso dei diritti umani. La Cina si disciplina contro le interferenze Usa


di Fabio Massimo Parenti

08 Gennaio 2018 

Xinjiang e Tibet

Il 13 dicembre Human Right Watch, organizzazione con base a New York e sedi in mezzo mondo, ha rilasciato un rapporto sulla violazione dei diritti umani nella regione autonoma uigura del Xinjiang, Cina. L’accusa, immediatamente rigettata dalle autorità cinesi come totalmente infondata, è legata alla raccolta di campioni di DNA, impronte digitali, scansioni dell’iride di tutti i residenti. Una raccolta dati che viene fatta in diversi territori di questa provincia e in altre regioni cinesi per raccogliere informazioni demografiche e biologiche, al fine di costruire database da condividere tra vari dipartimenti governativi.

Molto semplicemente si tratta di misure di sicurezza – dichiarano le autorità centrali – totalmente legittime perché non discriminatrici verso uno specifico gruppo etnico, ma applicate a tutti i residenti … non sono dannose, né lesive dei diritti della persone. Queste misure rispondono esclusivamente a ragioni di identificazione e di informazione. Sono circa 120 i paesi che hanno cominciato a incorporare informazioni biometriche nei passaporti dei loro cittadini e molti esperti sostengono che le nuove tecniche biometriche siano funzionali alla difesa dell’identità. Già dal 2009, secondo documenti ufficiali pubblicati da Wikileaks, gli Usa hanno ordinato ai propri diplomatici la raccolta di dati biometrici, che sono ampiamente utilizzati da CIA, FBI e NSA. Movimenti in questa direzione sono regolamentati anche in ambito europeo. Dunque, le accuse alla Cina sono da considerare irragionevoli. Human Right Watch “ha sempre fatto dichiarazioni false sui diritti umani in Cina e non c’è bisogno di perdere tempo su ciò” – ha detto Lu Kang, portavoce del Ministero degli esteri. Peraltro, è noto che HRW sia sempre stata in linea con l’agenda di politica estera degli Stati Uniti (non è un caso che nell’organizzazione abbiano lavorato ex consiglieri politici del governo Usa e persino un membro della CIA).

Altro esempio, ancora più forzato e falsato, lo prendiamo in prestito dal libro di Maria Morigi, di prossima pubblicazione in Italia. Nel 2016 alcune importanti fonti di informazione denunciavano senza mezzi termini la distruzione della più importante università buddista, Larung Gar, che si trova nella regione tibetana di Kham, (prefettura tibetana di Garzê). Scrive la Morigi: “sono circolate voci sullo smantellamento con le ruspe del campus universitario, quando invece si trattava di interventi motivati da ragioni igienico sanitarie per il sovraffollamento, o di messa in sicurezza dal costante pericolo di incendi”. Se la prima news è un esempio di forzatura, in questo caso siamo di fronte a una vera e propria fake news.

Andiamo ora a parlare di una news edificante, ma non commentata nei nostri media. Le autorità tibetane hanno promosso nuove azioni per far conoscere la regolamentazione dei crescenti meccanismi di apertura di questa storica regione cinese, nell’ambito di un processo che coinvolge la Repubblica popolare da decenni.  Il Tibet, sempre più aperto e interconnesso, con ritmi di sviluppo economico straordinari, ma anche di avanzamento sociale e culturale (come abbiamo spiegato in alcuni interventi nel corso degli ultimi due anni), ha organizzato nel 2017 una serie di eventi per far conoscere ai locali la nuova legge nazionale sulla presenza delle Ong straniere. La prima organizzazione a registrarsi in Tibet è stata una Ong tedesca, dedita alla medicina tibetana, a cui se ne sono aggiunte molte altre, che sono state riconosciute ufficialmente per il contributo dato allo sviluppo locale. In generale, questi sforzi delle autorità locali a far conoscere le nuove regolamentazioni ha un duplice vantaggio: i residenti possono garantire una sorta di controllo sociale sulle attività delle Ong straniere, mentre quest’ultime possono evitare di incorrere in attività illegali, relative a questioni politiche, religiose e ideologiche, essendoci oggi un quadro normativo più chiaro e definito.

Gli esempi brevemente riportati riguardano regioni autonome di confine particolarmente soggette a interferenze esterne - avvenute frequentemente non solo nella Cina contemporanea, ma anche nella Cina moderna e antica. Si tratta di regioni colpite da attenti terroristici e attività sovversive, di grande estensione geografica e ricche di risorse energetiche.

Le stridenti contraddizioni statunitensi

Questi esempi mettono ancora una volta in evidenza l’uso strumentale ed ipocrita della questione dei diritti umani, messo in opera in modo particolarmente intensivo proprio dalle organizzazioni di un paese che, tuttavia, presenta contraddizioni stridenti. La prima riguarda la situazione, sempre più deteriorata, dei diritti umani negli Usa (vedi il rapporto annuale rilasciato dall’ufficio dell’informazione del Consiglio di Stato cinese). Il loro porsi come paladini dei diritti umani è discreditato e negato dalle manifestazioni di fenomeni sociali regressivi che lì si registrano: i crimini con armi da fuoco, comprese le sparatorie di massa, hanno raggiunto quasi i 60 mila casi nel 2016 (la sparatoria di Orlando di giugno 2016 è considerato il più sanguinoso della storia delle mass shooting negli Usa); per non parlare del più alto tasso di incarcerazione al mondo (secondo solo alle Seychelles), dei numerosi casi di discriminazioni e crimini razziali, del peggioramento delle condizioni dei soggetti sociali più vulnerabili, del divario crescente tra vari gruppi di reddito, delle migliaia di uccisioni di civili negli interventi arei in Siria, Iraq, Yemen, Pakistan e Somalia. Insomma, retorica contro realtà, così come il rifiuto del governo degli Stati Uniti di firmare molte Convenzioni e risoluzioni sui diritti umani in ambito Onu.

La seconda contraddizione emerge dall’ultimo rapporto sulla sicurezza della Casa Bianca, che ripete la propria visione conflittuale ed iper-competitiva delle relazioni internazionali. Nel rapporto si legge, ancora una volta, che Cina, Russia, Iran e DPKR sarebbero le principali minacce per gli Usa e il mondo. I primi due paesi, in particolare, sarebbero gli attori statali che “sfidano il potere, l'influenza e gli interessi americani tentando di erodere la sicurezza e la prosperità statunitensi”. E via dicendo con le azioni destabilizzatrici… A un osservatore di politica internazionale onesto sembrerebbe che gli Usa descrivano sé stessi, riferendosi però ad altri. In questo documento sembra non esserci spazio per il dialogo e quindi per la democrazia fra le nazioni, soprattutto se i “paladini” statunitensi si esprimono in questo modo: “proteggere la patria, il popolo americano e il suo modo di vivere, promuovere la prosperità statunitense, preservare la pace attraverso la forza e avanzare l'influenza Usa”. Qui c’è un grave deficit culturale, di civiltà.

In questo quadro competitivo, contraddittorio e alquanto paradossale vanno recuperate e lette criticamente le news sulle regioni confinarie della Repubblica popolare e le legittime e lungimiranti misure volte a garantire l’unità del paese e la sicurezza della propria sovranità territoriale. Nell’interesse di tutti i membri delle Nazioni Unite… almeno quelli che hanno recentemente rigettato l’inqualificabile decisione Usa di spostare la capitale di Israele a Gerusalemme.

giovedì 4 gennaio 2018

LA CONVERGENZA IRANIANA


di Fabrizio Cassinelli


Cari amici, scusate se ho atteso un paio di giorni prima di commentare gli avvenimenti in Iran, ma il rischio di dire cose senza senso nelle prime ore di un fenomeno, prima di aver sentito tanti amici sul posto, era troppo alto. E io a differenza di tanti commentatori con l'analisi precotta, visto che non difendo gli interessi di nessuno, scrivo quando ho qualcosa da dire.

Dato che della sommossa in atto in Iran (oltre 50 le città coinvolte, non si può parlare di 'proteste') saprete già i fatti principali, cercherò di sintetizzare quello che ho appreso io.

1. la sommossa è spontanea, sì; senza una guida, sì; ma avrebbe una regia. Questa regia secondo molti iraniani ben introdotti e beninformati sarebbe da ricercarsi nelle ali più estreme dei conservatori, che si sarebbero appoggiati ad aree di militari e a forze paramilitari per accendere la miccia.

2. Il bersaglio di questa protesta sarebbe stato Rohanì, far cadere il suo governo. Ma la situazione (come prevedibile in un Paese stanco del carovita e della crisi) è sfuggita di mano: a fianco degli slogan contro l'incapacità del governo di migliorare la situazione economica, e ai primi slogan contro il carovita, si sono affiancati quelli contro Khamenei e la richiesta radicale di un cambio di 'sistema sociale'. Questo ha costretto perfino i falchi a correre ai ripari, a reprimere le manifestazioni prima incoraggiate, e forse Rohanì si salverà ancora. Perché far cadere lui ancora una volta darebbe la stura a un male peggiore, per i conservatori, che veder trionfare le aperture all'Occidente e al mercato: una rivoluzione di matrice antireligiosa. Un rischio troppo grosso, probabilmente, da correre, perfino nella lotta per la successione a Khamenei.

3. Questa situazione si inserisce in un quadro di destabilizzazione dell'Iran che vede gli Usa in prima fila. Sono loro, infatti, e ben prima di Trump, ad avere spinto per la ghettizzazione morale internazionale della Repubblica islamica, per le sanzioni rigide petrolifere, per quelle alimentari ed economiche, per la calunnia terroristica (non c'è una sola condanna internazionale per quest'accusa). Sono loro che dopo l'accordo sul Nucleare ostacolano le transazioni bancarie internazionali (illegalmente, a mio parere) e hanno cominciato una corsa al riarmo dell'Arabia saudita, naturale 'nemico' dell'Iran. E oggi twittano la loro 'solidarietà' al popolo iraniano dopo averlo affamato e (nei momenti più difficili, quando scrivevo L'IRAN SVELATO) impedendo perfino l'approvvigionamento delle medicine. Ma di che cosa stanno parlando? Non avendo più gli Usa interessi petroliferi in Medio Oriente a causa della rivoluzione petrolifera dello shale system, che spiego nel mio libro, e considerando che gli Usa sono un attore 'globale' mentre l'Iran solo 'locale' dove sarebbe lo scontro? Ne consegue che l'unico motivo per cui gli Usa facciano ancora tanta opera di destabilizzazione può essere solo in funzione del suo storico alleato, Israele, avversario geopolitico dell'Iran con un forte controllo sul Congresso e sui media americani.

4. Si è creata, in sostanza, una sorta di CONVERGENZA tra gli interessi americani e israeliani e quelli dei conservatori iraniani, mentre grottescamente si invita la popolazione a difendere i suoi diritti. Sia chiaro: ogni protesta pacifica che porti la società iraniana a volgere lo sguardo verso il mondo occidentale, l'economia di mercato, costumi più liberi e diritti umani dovrebbe essere benvenuta! Ma il timore e che facendo leva su questa sommossa si tenda a portare al governo i duri e i falchi, e a costringere i moderati a reprimere, in modo da interrompere il processo di apertura ideologica innescando una spirale di violenze, magari una discesa in campo dell'esercito, una svolta autoritaria. Vedete, può sembrare assurdo che gli Usa possano gioire per i Pasdaran al potere, ma paradossalmente un Iran più militare, 'cattivo', guerresco, va bene a tanti. Nei fatti noi occidentali abbiamo dimostrato di temere e osteggiare in ogni modo un Iran moderato, diplomatico, internazionalizzato.

5. In questa situazione conta anche l'esito dell'allargamento iraniano in Medio Oriente. L'Iran ha vinto in Siria, ha stretto un legame militare operativo ancora più stretto con i russi, ha fatto un figurone combattendo il terrorismo mettendo alla frusta l'azione militare e politica dell'Occidente nella crisi siriana, si è seduto al tavolo della pace per le soluzioni del conflitto; controlla l'Iraq (dopo un milione di morti inutili causati da una guerra Usa basata su notizie false: solidarizza anche con gli iracheni, Trump?); controlla parte dell'Afghanistan; controlla parte della Siria; tiene saldamente in pugno il 'corridoio dei resistenti' tra Tehran, la Palestina e il Libano. Voi direte: un escalation anche militare...perché i falchi dovrebbero lamentarsi? Perché, appunto, lo scontro interno, più che ideologico, è finanziario, è per il potere. E i falchi, reduci dai successi internazionali (costati tante risorse economiche in un momento di crisi, ecco perché gli slogan della gente contro l'impegno militare e gli alleati) si sentono forse pronti a uno scossone. Che farebbe il gioco di Usa e Israele. E non certo quello di un'Europa con la mano mezza tesa da troppo tempo ma senza tenderla definitivamente.

Il resto a mio modesto avviso e fantacalcio, o ipocrisia.

sabato 30 dicembre 2017

EVANGELISMO: LA NUOVA IDEOLOGIA DELL'IMPERIALISMO

(Il presidente del Guatemala Morales e Netanyhau)

di Stefano Zecchinelli 

28 dicembre 2017 

Uno dei paesi che ha obbedito a Trump spostando l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme è il Guatemala. Questo stato dipende fortemente dagli USA, ma – come ha sottolineato Alberto Negri – la sudditanza verso Washington non è la sola ragione; il presidente Jimmy Morales, ex comico, è un protestante evangelico che ha studiato economia e teologia. Alberto Negri, con la solita precisione, ci ha spiegato che: ‘’ In Guatemala i protestanti sono oltre il 40 per cento. Il protestantesimo, movimento molto frammentato, ha incrociato il giudaismo messianico, detto anche ebraismo messianico, corrente religiosa d’ispirazione giudeo-cristiana ed evangelicale, nata intorno agli anni settanta e ottanta, i cui membri condividono in genere la dottrina cristiana sulla figura di Gesù ma credono anche nella restaurazione della terra, della lingua, del popolo e della fede di Israele’’. Un’altra ragione di questa scelta scellerata è la forte presenza del Mossad in centro America; l’intelligence israeliana ha collaborato con gli USA nello sterminio pianificato dei ceti popolari e proletari, distruggendo i movimenti rivoluzionari, tanto d’ispirazione socialista quanto nazionalista. L’evangelismo è un’ arma controrivoluzionaria, forse fra le più potenti, una vera bomba sociale, di cui dispongono gli USA ed Israele; fortemente avversi al ‘’cattolicesimo popolare’’, al Cristianesimo sociale, alla Teologia della Liberazione e al socialismo, gli evangelici propugnano il disimpegno sociale, l’ultracapitalismo ed il disprezzo verso le minoranze. Dai linciaggi furibondi anti-indios alle persecuzioni degli omosessuali (pensiamo all’omofobo brasiliano Bolsonaro), gli evangelici – forti ammiratori dello Stato etnico israeliano – danno libero sfogo alla loro intolleranza, ragion per cui, oltre ai ricchi capitalisti USA e alla destra sionista, hanno arruolato nelle proprie file molti neonazisti. Si tratta del movimento reazionario più insidioso del ventunesimo secolo. Una vera e propria macchina da guerra contro i popoli ed i lavoratori.

Il colonialismo britannico, per perpetuare il suo dominio mondiale, ha manipolato le tre religioni monoteistiche creando il giudaismo talmudico, l’Islam wahabita ed cristianesimo evangelico. I Padri Pellegrini, mutuando il mito ebraico della Terra Promessa, si lanciarono alla conquista del continente americano, non privi di cattive intenzioni verso le popolazioni autoctone. Lo sterminio dei pellirossa, uno dei più brutali genocidi della storia, venne confrontato all’eliminazione delle popolazioni cananee quindi legittimato su basi ‘’teologiche’’. In questo modo, oltre oceano, sarebbe sorto un nuovo Israele. La verità è atroce: tanto i puritani, ispirati alle idee del monaco intollerante Calvino, quanto i ‘’sionisti religiosi’’ diedero vita ai peggiori movimenti reazionari mai esistiti. Per completare l’opera, Londra s’inventò il wahabismo, una variante tribale, integralista e guerrafondaia dell’Islam. Gli evangelici, i wahabiti ed i sionisti religiosi rivendicano una adesione letterale ai dettati della Bibbia e del Corano rimuovendo ciò che lega le religioni abramitiche: il Corano è fondamentalmente una rilettura araba della Bibbia ebraica con una forte carica universalista. Se i profeti Gesù e Maometto dovettero fare i conti con le ingiustizie delle aristocrazie dell’epoca (romana, persiana e bizantina), Lutero criticò il dispotismo della Chiesa Cattolica. Fu Calvino a seppellire gli insegnamenti luterani, esaltando il nascente capitalismo ed il colonialismo. Roger Garaudy, teorico del Partito comunista francese poi convertito – partendo dal protestantesimo – all’Islam, ribadì la necessità di un nuovo dialogo fra civiltà abbandonando, una volta per sempre, l’imperialismo. Il cattolicesimo popolare e l’Islam sciita hanno compreso questa necessità, ma lo Stato d’Israele e le lobby evangeliche premono, giorno dopo giorno, sull’amministrazione nord-americana per scatenare un nuovo conflitto bellico mondiale. Vogliono una guerra termonucleare, che non risparmierà le popolazioni civili. Chi sono questi signori che odiano così tanto la possibilità di una convivenza pacifica e democratica fra i popoli e alimentano lo scontro di civiltà?

Gli evangelici, in America Latina, hanno sostenuto le dittature di Pinochet, Videla e Fujimori, esaltando le dottrine economiche della Scuola di Chicago. Non sopportano il pauperismo cattolico ed impongono agli sfortunati finiti nelle loro sette il disimpegno sociale. Chi è benvoluto da Dio diventa ricco; il capitalismo, seguendo i loro sproloqui, è la massima espressione della volontà divina. Il giusto e l’ingiusto scompaiono. Nessuna religione – per quanto, personalmente, possa essere critico verso il monoteismo assolutistico – si è spinta fino a questo punto. I ricchi, i teorici del capitalismo e dell’imperialismo al massimo non devono eccedere nella repressione, ma esercitando il loro dominio – dicono gli evangelici – non fanno altro che raccogliere i premi concessi loro, generosamente, da Dio. Quali premi, mi viene da chiedere? La distruzione di interi popoli, la mortificazione dei lavoratori, la fine dell’indipendenza nazionale sotto il giogo del gendarme statunitense o israeliano. Il loro Dio è crudele, vendicativo e geloso, dovrebbe replicare un credente onesto. L’evangelismo, in realtà, non è una religione; non è, come diceva Hegel, una ‘’rappresentazione dell’assoluto’’, non corrisponde a nessuna ricerca del ‘’sé collettivo’’, ci troviamo davanti ad una vera e propria ideologia bellica ed anti-popolare che sta generando deserti sociali. L’evangelismo ha distrutto migliaia di vite sottoproletarie gettate, dopo essere state spolpate per ‘’bene’’ dalla setta, nell’abbandono. Un vuoto esistenziale difficile da riempire.

L’antropologa Alessandra Ciattini ci ha spiegato le ragioni che hanno portato all’ ‘’evangelizzazione’’ del Sudamerica. Leggiamo: ‘’L’ipotesi della protestantizzazione dell’America Latina non scaturisce dalla “teoria della cospirazione”, ma è suffragata di documenti molto precisi, i quali sono la Informe di N. Rockfeller del 1969, i Documenti di Sante Fe I e II, del 1980 e 1989. Da tali documenti si ricava la forte preoccupazione dell’amministrazione statunitense per tendenze progressiste sorte nella Chiesa cattolica a seguito del Concilio Vaticano II; preoccupazione del resto condivisa da papi come Wojtyla e Ratzinger. In particolare, nel documento di Santa Fe II, in cui si fa addirittura riferimento alla riflessione di Antonio Gramsci e alla grande importanza che questi ha attribuito alla dimensione culturale e morale, si afferma: “Non basta più lo Stato con i suoi caudillos, non basta il giogo della dipendenza economica, non basta nemmeno l’intervento militare diretto degli Usa” (M. Filippini, Gramsci globale, 2011: 150). Per concludere invita a operare vigorosamente anche in campo ideologico, come del resto mostra l’operato di varie agenzie statunitensi che controllano a livello internazionale la libertà religiosa, finanziano le chiese loro gradite e i “cristiani che lottano per la democrazia” (per es. l’Institute on Religion and Democracy)’’ 1. Lo storico Diego Siragusa con il suo libro, Papa Francesco marxista?, ha cercato d’inserire Bergoglio all’interno dello scontro fra il cattolicesimo popolare e l’evangelismo imperialista. Papa Francesco sa molto bene che la Chiesa Cattolica, se vuole sopravvivere, deve dare un senso alla vita dei diseredati, quindi il neoliberismo ed il fondamentalismo puritano, arrivati a questo punto, si configurano in quanto nemici frontali della cristianità. Francesco I criticò – a torto – profondamente la Teologia del popolo e quella della liberazione, ma, una volta Papa, ha dovuto fare una scelta: allearsi col suo antico nemico contro il pericolo neocalvinista. Si è ravveduto, ma la sua svolta sarà sincera? Pagine e pagine di Togliatti e Garaudy ci spiegano l’importanza di un dialogo fra cattolici, socialisti e comunisti, spero che gli uomini di fede, con un po’ di sale in zucca, non rimuovano le pagini più nobili della loro (non tutta disprezzabile) storia.

I cattolici di sinistra hanno iniziato a muoversi contro l’imperialismo USA? Due teologi, Antonio Spadara e Marcelo Figueroa (di formazione protestante), hanno scritto, insieme, un eccellente saggio contro la follia evangelica. Credo che riportarne qualche passo, possa essere illuminante. L’evangelismo, in questo elaborato articolo, viene inquadrato – anche se i due religiosi non utilizzano questi termini – come ideologia del neocolonialismo statunitense. Lo studio è davvero ben documentato.

‘’Un altro aspetto interessante è la relazione che questa collettività religiosa, composta principalmente da bianchi di estrazione popolare del profondo Sud americano, ha con il «creato». Vi è come una sorta di «anestesia» nei confronti dei disastri ecologici e dei problemi generati dai cambiamenti climatici. Il «dominionismo» che professano – che considera gli ecologisti persone contrarie alla fede cristiana – affonda le proprie radici in una comprensione letteralistica dei racconti della creazione del libro della Genesi, che colloca l’uomo in una situazione di «dominio» sul creato, mentre quest’ultimo resta sottoposto al suo arbitrio in biblica «soggezione».

In questa visione teologica, i disastri naturali, i drammatici cambiamenti climatici e la crisi ecologica globale non soltanto non vengono percepiti come un allarme che dovrebbe indurli a rivedere i loro dogmi ma, al contrario, sono segni che confermano la loro concezione non allegorica delle figure finali del libro dell’Apocalisse e la loro speranza in «cieli nuovi e terra nuova».

Si tratta di una formula profetica: combattere le minacce ai valori cristiani americani e attendere l’imminente giustizia di un Armageddon, una resa dei conti finale tra il Bene e il Male, tra Dio e Satana. In questo senso ogni «processo» (di pace, di dialogo ecc.) frana davanti all’impellenza della fine, della battaglia finale contro il nemico. E la comunità dei credenti, della fede (faith), diventa la comunità dei combattenti, della battaglia (fight). Una simile lettura unidirezionale dei testi biblici può indurre ad anestetizzare le coscienze o a sostenere attivamente le situazioni più atroci e drammatiche che il mondo vive fuori dalle frontiere della propria «terra promessa».’’ 2

Questa ideologia ha favorito l’avvento della destra più intollerante che, sulla scia di Steve Bannon, ha sostituito l’antisemitismo con l’islamofobia. Per i due teologi la maggiore pericolosità dell’evangelismo sta in ‘’questo strano ecumenismo ascrivibile alla sua visione xenofoba e islamofoba, che invoca muri e deportazioni purificatrici. La parola «ecumenismo» si traduce così in un paradosso, in un «ecumenismo dell’odio». L’intolleranza è marchio celestiale di purismo, il riduzionismo è metodologia esegetica, e l’ultra-letteralismo ne è la chiave ermeneutica’’. Il loro ‘’ecumenismo dell’odio’’ lo ritroviamo nei movimenti neofascisti, in quelli neoconservatori e nello Stato d’Israele che vorrebbe sterminare – un po’ come i puritani fecero coi pellirossa – il popolo palestinese. Reagan, Bush, Clinton, Obama ed ora Trump sono, nessuno escluso, i volenterosi fantocci di queste sette. Pupazzi telecomandati che, mandato dopo mandato, potrebbero gettare il mondo nel caos. I neocon, maestri delle pulizie etniche, possono essere fermati? La risposta deve essere, per forza di cose, positiva.

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