domenica 27 dicembre 2020

RADIO POPOLARE - VI DICO ADDIO

 



di Enzo Barone


Nessuna pretesa censorea, nettampoco di giudicare il lavoro di chi, comunque, immette professionalità in quello che compie, men che meno volontà di offendere, solamente delusione, amarezza, senso di abbandono vissuto da un Vostro amico da sempre (radio milanocentrale).

Potrei sbagliarmi ma sono indotto a pensare che nemmeno Voi che ”fate radiopopolare” siete consapevoli di quel che rappresentate e, parlo per me, del vuoto, incolmabile, che avete creato da un determinato sentire, collettivo, autonomo, di Sinistra (la maiuscola per doveroso rispetto e senso di appartenenza).

Verrò catalogato tra i residui nostalgici, un po' patetici e decisamente fastidiosi rispetto alla Vostra supponenza puntualmente manifestata a fronte di ogni tentativo di critica ma, ammesso Vi interessi continuare questa lettura, un bagno di umiltà, unitamente ad una rinnovata ed autentica fede sarebbero auspicabili; temo, purtroppo, sia tardi.

Avete accompagnato quasi mezzo secolo delle mie giornate, nel mutarsi delle stagioni e nel volgere degli eventi costantemente rimanendo essenziale punto di riferimento, anche allora e nel prosieguo, talvolta dissentendo ma sempre con la certezza di una corrisposta visione dell’analisi della società, delle sue nefandezze e, dall'altra parte, generosa esaltazione delle “nostre” differenze e dei virtuosi altruismi opportunamente descritti. Questo patrimonio frutto dell'opera instancabile di molti che hanno appartenuto a radiopop si è dissolto, Vi piaccia o no.

Sarebbe dispersivo, oltre che esercizio di sapore autolesionista, ripercorrere tutte le tappe che hanno condotto al presente ma un accenno a quel che eravate risulta significativo:

Genova 2001, Radiopopolare sa dove dev’essere e svolge un ruolo insostituibile da nessun emittente nemmeno lontanamente, non soltanto realizzato ma neppure ipotizzato; con estremo disagio affermo che quella Radio non esiste più, come afflato, scelta di parte, entusiasmo nel sacrificio.

Mi si potrebbe obiettare, anche legittimamente, come il mondo inteso nella sua globalità si sia modificato nel corso di ben 50 anni ed anche la lettura degli eventi susseguitisi abbia necessitato di un adattamento per evitare di finire nel famoso ”cimitero degli elefanti” tanto più letale per un emittente. Vero ma non è ad una visione alternativa, che non auspica ma addirittura aborre.

Personalmente persevero nell’attendermi da parte Vostra una presa di distanza dall'omologazione imperante, insufficienti risultando i Vostri apparenti distinguo, sempre più immedesimati in una comunicazione veicolata da interessi divergenti rispetto a sensibilità originarie, ma simile auspicio si risolve in costante delusione.

Poiché temo essere la presente la mia definitiva presa di distanza, con sommo rammarico, sentimento sincero, sofferto e meditato, espliciterò per intero il disagio che avverto.

E’ da tempo che l’impostazione della mia ex compagna di vita mi trova perplesso, persino furente talvolta, recuperando però, con estremo sollievo, in altri passaggi così rinviando scelte non volute, ferma restando, inamovibile, la convinzione che, comunque, Radiopop resta e deve restare un'icona da ascoltare, sostenere, diffondere: non è più così.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso della tollerabilità risale a sabato 19 dicembre.

Mi rendo perfettamente conto di entrare in un campo minato ma nonostante le differenti impostazioni sul tema, è indubitabile che almeno sul dato di partenza la sensibilità sia comune: la scomparsa di un uomo, ebreo, reduce da un campo di sterminio di esseri umani, è sempre motivo di cordoglio.

Nedo Fiano ha il mio rispetto e vorrei vedere, così come tutti coloro, non soltanto di razza ebraica, che sono stati sterminati dall’orda nazifascista; Suo figlio Emanuele no.

Il rispetto, inevitabile per ogni essere soggetto alla violenza ingiustificata altrui, non dovrebbe mai accompagnarsi, ove sincero, ad una supina noncuranza dei limiti propri ad ognuno di noi.

Ignoro e vorrei essere smentito, una presa di posizione autorevole, leale, umana da parte di questo come di altri reduci, non tutti come noto, tale da prendere le distanze dall’entità sionista e dai suoi crimini nei confronti del popolo palestinese, vessato ed oppresso dai coloro i quali si ritengono i discendenti del subito olocausto. Nemmeno Liliana Segre, splendida donna nonché personaggio di autentica testimonianza vivente di memoria storica, mi risulta abbia mai, nelle sue commuoventi esternazioni, accennato al tema del colonialismo da insediamento da parte dei suoi discendenti.

Questo dato di fatto, non inevitabile come attestano molteplici, differenti e nobili esperienze di altrettanto illustri reduci dal crimine nazista, non dovrebbe essere misconosciuto da parte di un'onesta disamina giornalistica, se non compiuta come compito da eseguire.

Perché non si tratta solamente di essere dalla parte dei palestinesi (e già sarebbe esaustivo) ma scegliere di appartenere alla legalità, alla giustizia, all’etica, naturalmente identificata in coloro i quali sono trucidati da 72 anni.

Che Radiopopolare si affidi nelle notizie dalla Palestina a corrispondenti improponibili rappresenta una scelta tecnica e non è in discussione; che, internamente, raramente l’analisi della notizia, quando viene diffusa e ciò non avviene sovente, trovi giornalisti preparati, è un problema ma ci si adegua, ma che il sionismo di base venga implicitamente fatto proprio dalla redazione questo, almeno al sottoscritto, risulta intollerabile, provocatorio, insultante.

Il Vostro “Lele” è colui il quale, da esponente di primo piano del partito democratico-sionista per vocazione- difende, anche nel suo colpevole silenzio, ogni condotta dell’entità sionista, mai e riaffermo mai, condannando un solo atto di aggressione, omicidiario e genocida da parte dei suoi consimili.

L’onorevole Fiano sfila ogni anno a Milano nella festa della Liberazione dal nazifascismo tra le bandiere dell’oppressore nella c.d. ”brigata ebraica”, come dovreste sapere artificio della propaganda sionista.

Evidentemente potete ritenere costoro Vostri sodali, rappresenta una scelta sebbene intrisa di ipocrisia allorquando opporrete a siffatta contestazione argomentazioni atte a dimostrare l’equidistanza (appunto!!!) con le ragioni dei palestinesi (di quella parte asservita, peraltro); mi spiace, quella pletora di personaggi affini, complici, artefici o silenti, del crimine sionista non possono far parte, se non come avversari da combattere, del mondo di una radio libera ...come si soleva, meritoriamente, affermare nei tempi andati.

Posso immaginare, superbamente fantasticando siate giunti fino a queste righe, prenderete le distanze dalle circostanze esposte affermando trattarsi, da parte della radio nel suo messaggio di cordoglio, di vicinanza umana nel dolore per la scomparsa del padre nei confronti di una persona conosciuta; non pretendo condivisione, ma non è questa la realtà dei fatti.

Radiopopolare si è determinata quantomeno (ma di più) a considerare le rivendicazioni sioniste come patrimonio storico, a soppesarle diffondendole come legittime, infarcendo l’informazione con qualche critica giusto per non essere troppo di parte, celando la realtà quotidiana sul terreno e l’analisi complessiva che vede una perpetua dinamica occupante/occupato, saltuariamente dando voce a palestinesi accuratamente selezionati e relativi cronisti assuefatti all’occupazione, normalizzati allo stato di fatto voluto dall’oppressore.

Mi alzo in senso di rispetto nei confronti di Nedo Fiano e delle vittime come lui; il figlio, così come ogni sionista passato e presente, latore di un messaggio di morte analogo a quello che falsamente afferma di combattere non può, né deve far parte del mondo da me condiviso.

È stata una bella storia con Voi e per questo sarò veramente grato al Direttore per antonomasia.

Sinceramente,

Enzo Barone

Milano li 21 dicembre 2020

venerdì 18 dicembre 2020

ALL'O.N.U. , STATI UNITI E UCRAINA VOTANO CONTRO LA RISOLUZIONE ANTINAZISTA PROPOSTA DALLA RUSSIA

 

Fonte: US & Ukraine vote against anti-Nazi resolution proposed by Russia at UN General Assembly, eyebrows raised as Germany abstains | Defend Democracy Press


Gli Stati Uniti e l'Ucraina votano contro la risoluzione antinazista proposta dalla Russia all'Assemblea Generale dell'Onu, con le sopracciglia alzate mentre la Germania si astiene

17/12/2020


Una risoluzione russa che condanna la "glorificazione del nazismo" è stata approvata mercoledì dall'Assemblea generale dell'ONU, con un sostegno schiacciante, tuttavia, notevole.

Altrettanto degno di nota è stato il fatto che tutte le delegazioni degli Stati membri dell'Unione Europea, inclusa la Germania, si sono astenute dal voto, mentre il Regno Unito ha seguito l'esempio.

Molti altri Paesi europei - come la Serbia, la Moldavia e la Bosnia - hanno appoggiato la mozione, così come Israele.

L'Assemblea generale dell'ONU ha adottato la bozza di risoluzione russa sulla "lotta alla glorificazione del nazismo, del neonazismo e di altre pratiche che contribuiscono ad alimentare le forme contemporanee di razzismo, discriminazione razziale, xenofobia e intolleranza correlate" nell'ambito della sua 75a Assemblea generale.

La risoluzione invitava gli Stati membri ad approvare una legislazione per "eliminare tutte le forme di discriminazione razziale" e condannava la "glorificazione, in qualsiasi forma, del movimento nazista, del neonazismo e degli ex membri dell'organizzazione delle Waffen SS", così come il "revisionismo rispetto alla seconda guerra mondiale".

In un'epoca di forti tensioni tra la Russia e l'Occidente, la risoluzione può sembrare qualcosa su cui tutte le parti potrebbero essere d'accordo. Dopo tutto, l'Unione Sovietica, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti avevano lavorato insieme per sconfiggere la Germania nazista. La sconfitta dei nazisti viene ancora celebrata in Russia con una parata della vittoria ogni anno, mentre il solo accenno di simpatia per il Terzo Reich, una volta, poteva porre fine alle carriere politiche negli Stati Uniti e nel Regno Unito.

Ciononostante, gli Stati Uniti sono stati uno dei due soli Paesi a votare contro la risoluzione, insieme all'Ucraina, mentre 51 Paesi - tra cui gli Stati membri dell'Unione Europea - si sono astenuti. Anche la Germania, che secondo la Cancelliera Angela Merkel ha detto che ha "una responsabilità eterna" per le atrocità naziste, non ha votato.

Solo due paesi hanno votato contro la risoluzione russa sulla "Lotta alla glorificazione del nazismo e del neonazismo": Ucraina e Stati Uniti.

Che importa dell'Ucraina. Ma l'America? Odia così tanto la Russia che si rifiuta di condannare il nazismo solo per fare un dispetto a Mosca? 

Per l'Ucraina, la risoluzione è stata probabilmente vista come una barbarie politica. I gruppi neonazisti sono ben rappresentati nella politica ucraina, e alcuni sono stati accusati di crimini di guerra e di tortura durante la guerra civile nel Sud Est del Paese. Almeno uno di questi gruppi, il Battaglione Azov, è stato armato con armi americane.

Tuttavia, gli Stati Uniti sostengono che la loro opposizione alla risoluzione russa non ha nulla a che vedere con il loro sostegno ai gruppi neonazisti ucraini. I funzionari russi introducono la stessa risoluzione ogni anno, e gli Stati Uniti si sono opposti ogni volta, sostenendo che proibire la "glorificazione del nazismo" si scontra con la sua protezione del Primo Emendamento sulla libertà di parola.

Un mese prima del voto, la missione statunitense all'Onu ha detto che, mentre il nazismo è "ampiamente disprezzato dal popolo americano", anche i "nazisti dichiarati" sono protetti dal Primo Emendamento. I diplomatici di Washington hanno anche accusato la Russia di usare la risoluzione per dare peso ai suoi "racconti di disinformazione" sul neonazismo nelle nazioni vicine.

mercoledì 9 dicembre 2020


di Alessandro Bianchi 

- Lantidiplomatico -

15 Maggio 2017

 Gianni Minà: “Si persegue la fine del governo Maduro, come in passato con Chavez”


Intervista a Gianni Minà. Oltre cinquant'anni di giornalismo con un'attenzione particolare ai diritti dei più deboli e a chi si ribella alle ingiustizie nel nuovo libro conversazione (con Giuseppe de Marzo) di Gianni Minà, un gigante di una professione che ha visto lentamente morire in occidente. Il titolo del libro è: “Cosi va il mondo, Conversazioni su potere, giornalismo e libertà”.  “Questa professione da noi è totalmente morta. Io sono da anni che lavoro poco o niente. Ma ho accettato la realtà e non mi lagno. È il prezzo che si paga per la libertà”.

La prima domanda è d'obbligo visto il titolo del libro: come va il mondo in questo fase?

Male, molto male. In questa fase sembra che tutto debba essere veloce. E mi fa ridere, ma anche arrabbiare. Cosa significa essere veloci? Ho conosciuto uomini che hanno dato all’umanità regali di saggezza, civiltà e scrittura senza paragoni e che non hanno mai tenuto in conto la velocità e il tempo. Per loro al centro c’era la riflessione. Così mi sento di affermare che nel mondo moderno spesso si utilizza la velocità come scusa. Un malinteso per truccare e neutralizzare quello che dici. Si tratta di un piano perfetto, un capolavoro che annulla il bisogno della censura tanto caro al potere. Da questo punto di vista le reti sociali compiono molte volte purtroppo un ruolo fondamentale e diventano conniventi.

Qual è stata la scintilla per scrivere questo libro?

Il Referendum di Renzi. La prepotenza di chi ha voluto legare i destini di un paese ad un aut aut sulla menzogna affermando che con la vittoria del NO non ci sarebbe stato un domani. Ma, del resto, è l’epoca dei colpi di Stato mascherati.

E dopo questa frase non possiamo non arrivare all’America Latina, alla tua America Latina…

Eh già. Honduras, Paraguay, Brasile e ora Venezuela. In America Latina si ripete con ancora più arroganza e violenza quella che è stata per anni la campagna contro Hugo Chávez. E poi quando è morto, al funerale c’erano 33 fra capi di stato o di governo e milioni di persone presenti. Milioni. Lo ripeto sempre perché è la prova visiva più grande che tutto quello che i media occidentali avevano raccontato dal 1999 sulla rivoluzione bolivariana era falso. Si sono accorti che non era un criminale come l’avevano dipinto. Chávez aveva perso una sola elezione in quindici anni e aveva ammesso la sconfitta subito il giorno dopo. Se penso al volto attuale degli Stati Uniti, Donald Trump, mi viene da ridere. Come mi viene da ridere a vedere certi giornalisti che prima lo descrivevano come il diavolo, e ora si sono già allineati quando hanno capito che avrebbe portato avanti, anzi insistito con la stessa politica bellicista praticata dagli Usa in Afghanistan, Iraq e Siria.

Adesso però  la situazione in Venezuela ha assunto un livello di scontro ulteriore…

Si persegue la fine del governo di Maduro. Così come in passato si puntava alla fine del governo di Chávez e si arrivò al golpe dell’aprile del 2002. Dopo le 43 vittime del 2014 che sono state responsabilità diretta per la quasi totalità della destra golpista e reazionaria (come testimonia il Comitato delle vittime delle Guarimbas) l’opposizione violenta è tornata a prendere in ostaggio il paese e sono tornati i morti in Venezuela. Si persegue l’antico obiettivo. Per essere chiari il fatto che non ci siano le multinazionali del petrolio Usa (o le sue alleate europee) a gestire le risorse venezuelane è uno scandalo per i padroni del mondo. E l’informazione compie il ruolo che ha già giocato nel paese nel 2002 e nel 2014: la ricerca del disordine, del caos organizzato da squadroni di mercenari armati specializzati, per esempio, nel boicottare rifornimenti di derrate alimentari, bevande e di ogni altro genere primario di sopravvivenza. Maduro, eletto con il 50,78% dei voti nel 2013, magari non ha le capacità politiche che aveva Chávez, ma certamente finora ha saputo resistere a questo scorretto assedio, smentendo le previsioni e rispettando la democrazia.

Alcuni anticorpi, però, l’America latina sembra averli costruiti: Papa Francesco, Mujica ed il Premio Nobel Esquivel hanno espresso, per esempio, prese di posizioni importanti e chiare a difesa del Venezuela…

Si in questi anni l’America Latina si è vaccinata. Gli anticorpi sono tanti. Ma che sia Almagro, un ex ministro di Mujica, il capo della sollevazione contro la sovranità del Venezuela in questo nuovo golpe è triste e ci spiega un altro pezzo importante del mondo attuale: si può comprare tutto. Così capisco l’amarezza di Mujica nella sua dichiarazione: “Almagro non è solo un pericolo per il Venezuela, è un pericolo per tutta l’America Latina”. E’ l’amarezza del mondo moderno. Tutto ha un prezzo e tutti possono affermare l’esatto contrario il giorno dopo.

A Cuba l’anno scorso hai realizzato un documentario sulla visita di Papa Francesco. Come hai trovato l’isola?

Si, il documentario si intitola “Papa Francesco, Cuba e Fidel” ed è andato in onda in occasione della scomparsa del Comandante unitamente all’ultima intervista che avevo fatto con lui. Devo dirti che in questi mesi mi hanno fatto proprio pena i soloni che si sono affrettati a scrivere affermando che il popolo cubano ha ceduto e che presto tornerà ad essere il parco giochi degli Stati Uniti. Non conoscono nulla di Cuba o sono in malafede. Un’isola dei Caraibi che ha resistito decenni si è seduta da pari a pari con la più grande potenza militare della storia. Un miracolo. Poi che dopo l’accordo, il bloqueo sia ancora in vigore, non spaventa certo il futuro di Cuba che resiste già da 55 anni. Nel mondo in cui viviamo, è fallito il capitalismo, è fallito il comunismo, ma Cuba è ancora lì.

Che insegnamento può trarre il Venezuela dalla storia del popolo cubano?

Resistere. Resistere alle ingiustizie del nostro tempo. Resistere ai piani delle oligarchie. Piani che sono banali e noti a tutti: privatizzazioni di massa, povertà diffusa, perdita di diritti, ricchezza per pochi. Il Venezuela deve resistere a tutto questo come ha fatto Cuba.

Quali obiettivi ti sei prefissato con quest'ultimo libro?

Tirare fuori da storie infami, italiane e internazionali, di ieri e di oggi, alcune verità ancora nascoste. Lo presenteremo il 19 maggio alla feria del libro a Torino insieme a Giuseppe de Marzo e con la testimonianza del giudice Felice Casson. Poi forse non ci crederanno lo stesso, ma iniziamo. Esiste una batteria di quelli che oggi vengono definiti “troll”, secondo me con origine negli Stati Uniti, che quando scrivi un articolo, magari smentendo le menzogne che vengono diffuse dai media, organizzano una campagna diffamatoria proprio contro di te. I periodi e le frasi utilizzate sono standard anche se gli argomenti sono diversi ed è incredibile. Personalmente l’ho potuto registrare quando in pochi anni ho scritto di Cuba, di Venezuela e… di Moggi. Quando ho toccato gli interessi di Moggi, ho sperimentato sulla mia pelle le stesse parole, le stesse offese che mi arrivavano per Cuba. Con le reti sociali tutto è più veloce e immediato. Sono Dei in terra ed è un golpe anche quello. L’opinione si forma attraverso il filtraggio di queste reti sociali. Per fortuna io resisto. Alle mie figlie cerco di installare il dubbio e loro mi ringraziano.

Infine, che eredità e quale messaggio speri di lasciare alle giovani generazioni attraverso questo libro?

Di non fidarsi mai di quello che gli viene dato per assodato, perché la verità assoluta non esiste. Esistono porzioni di verità che devi andare a cercare ogni volta e coltivare. Devi cercare e ricercare con sforzo e dedizione. Non è veloce, richiede tempo, lavoro e fatica. Ma poi trovi le prove e colleghi i pezzi. Perdi un mese magari, ma poi le trovi. Il male del mondo moderno è che oggi vince nella comunicazione chi è più veloce. E chi è più potente è anche più veloce.

Un caso emblematico spiega più di tutti il triste declino del mondo di oggi: un leader studentesco della sinistra venezuelana viene ucciso dopo aver annunciato l’adesione della sua sigla al processo costituente indetto dal presidente Maduro, ma per i media occidentali si tratta di “un nuovo caso della repressione della dittatura”. Era invece un delitto dell’opposizione di destra. Purtroppo siamo ormai oltre la mistificazione, siamo in un mondo virtuale. Mi dispiace molto che anche il Manifesto, che fino ad oggi sull’America Latina non aveva mai compiuto errori di questo tipo, ha dovuto fare la smentita ufficiale dopo aver rilanciato questa menzogna. L’ennesima del mondo di oggi.


lunedì 7 dicembre 2020

IL MODO IGNOBILE CON CUI LA STAMPA AMERICANA E I SUOI GIORNALISTI COMPRATI TRATTANO L'ASSASSINIO DELLO SCIENZIATO IRANIANO ESEGUITO DAL MOSSAD ISRAELIANO

di James North

Fonte: Mondoweiss


La copertura mediatica mainstream degli Stati Uniti sul pericoloso assassinio da parte di Israele dello scienziato nucleare iraniano Mohsen Fakhrizadeh continua ad essere confusa e fuorviante, anche se c'è almeno un punto luminoso. E l'assassinio ha fatto sì che l'editorialista del New York Times Thomas Friedman finisse il suo anno di quasi silenzio in Medio Oriente - con un imbarazzo che i lettori del Times hanno prontamente svisceratonella sezione commenti del giornale.

Gran parte della copertura statunitense dell'omicidio è confusa, soprattutto sui telegiornali via cavo. Ma il messaggio dominante sembra essere questo:

* L'Iran ha continuato un programma segreto per costruire armi nucleari, e Mohsen Fakhrizadeh lo ha diretto. 

* L'Iran sta arricchendo l'uranio, e potrebbe essere vicino a pochi mesi dall'averne abbastanza per costruire una bomba. 

* Israele, probabilmente con la connivenza degli Stati Uniti, ha ucciso Fakhrizadeh per impedire all'Iran di diventare una potenza nucleare.

A ben vedere, le fonti di questa interpretazione, anche nel New York Times, si rivelano essere anonime funzionari dell'"intelligence americana e israeliana". Ci sono moltissimi esperti che si oppongono a questa versione della realtà, ma il mainstream americano non sembra riuscire a trovarli. Ecco solo un esempio: Juan Cole, l'illustre professore del Michigan, sottolinea che l'Agenzia internazionale per l'energia atomica ha condotto "ispezioni estese e intrusive" all'interno dell'Iran come parte dell'accordo nucleare iraniano, e  ha costantemente certificato 

che nessun materiale nucleare iraniano è mai stato dirottato (cioè verso possibili usi militari).

Cole aggiunge:

L'Iran non ha un programma di armi nucleari, e non ne ha uno dal 2003 circa.

Il Times ha effettuato un'analisi più accurata, anche se ha aspettato fino a due giorni, dopo che molte altre fonti, tra cui questo sito, si erano già espresse. L'articolo di David Sanger parte dall'affermazione che l'assassinio di Israele 

minaccia di paralizzare lo sforzo del presidente eletto Joseph E. Biden Jr. per rilanciare l'accordo nucleare con l'Iran prima ancora che possa iniziare la sua diplomazia con Teheran. E questo potrebbe essere stato uno degli obiettivi principali dell'operazione.

Nel frattempo, il prezioso quotidiano israeliano Haaretz ha fatto notizia: "L'uccisione di uno scienziato iraniano è una provocazione pericolosa". Aspettiamo e vediamo se la redazione del New York Times ha qualcosa di altrettanto intelligente da dire. 

Ma lo specialista degli affari esteri del Times, Thomas Friedman, si è intromesso nell'assassinio di Mohsen Fakrizadeh. Questo sito ha rimproverato a Friedman di non aver detto quasi nulla per tutto l'anno nelle sue rubriche bisettimanali sul crescente rischio di conflitto con l'Iran. Oggi ha rotto il suo quasi silenzio, e il risultato è un patetico imbarazzo, cercando di razionalizzare la condotta di Israele. Friedman dice che il vero contesto dell'assassinio di Israele è un "nuovo" Medio Oriente in cui l'Iran è l'aggressore. Friedman è come un pugile ubriaco che avrebbe dovuto uscire dal ring molto tempo fa.

E i lettori del Times stanno vedendo attraverso l'incompetenza di Friedman. Tutti i commenti dei lettori più popolari sul suo articolo lo scagionano, come Easy Friend, dal New England:

Sono abbastanza grande da ricordare quando Tom Friedman ha condotto il caso pubblico per l'invasione dell'Iraq e, più recentemente, ha lodato Mohammad bin Salman, [sovrano dell'Arabia Saudita e mandante dell'assassinio del giornalista Kashoggi]. Non credo che sia nella posizione di spiegare il Medio Oriente al presidente eletto.

Friedman si concentra sul successo dell'attacco missilistico guidato di precisione del settembre 2019 al grande impianto petrolifero dell'Arabia Saudita ad Abqaiq, rivendicato dal governo Houthi nello Yemen, ma molto probabilmente portato avanti dall'Iran. Dice che l'attacco è stato "non provocato", e avverte che i bersagli all'interno di Israele sono ora a rischio: "La centrale nucleare di Israele, l'aeroporto, i porti, le centrali elettriche, le fabbriche ad alta tecnologia e le basi militari".

Quindi l'attacco missilistico Houthi/Iraniano è stato "non provocato"? In realtà, l'Arabia Saudita sta conducendo da anni un terribile bombardamento aereo contro lo Yemen, che ha ucciso decine di migliaia di yemeniti e scatenato un'epidemia di colera. Entrambe le camere del Congresso degli Stati Uniti hanno approvato una legislazione volta a ridurre il sostegno militare degli Stati Uniti all'assassino assalto saudita, ma Donald Trump ha posto il veto alla legge nell'aprile del 2019. La colonna di Friedman ignora completamente questa storia rilevante.

Non c'è dubbio che il rischio di una guerra in Medio Oriente stia aumentando. Ma ascoltiamo gli scrittori editoriali di Haaretz, che dopo tutto, a differenza di Friedman, vivono sotto il (presunto) rischio di quei missili di precisione iraniani. Haaretz ha detto: 

C'è un equilibrio di terrore tra Israele e Iran, una corsa agli armamenti per ottenere deterrenza senza alcuna soluzione all'orizzonte. Si devono prendere in considerazione soluzioni diplomatiche, e non solo militari, per un'escalation.


(Traduz. di Diego Siragusa)



domenica 29 novembre 2020

CONFESSIONI DI UN TRADITORE ISRAELIANO


di ASSAF GAVRON  


fonte: Washington Post

del 23 ottobre 2015 


Confessioni di un traditore israeliano

 

Ero un soldato delle forze di difesa israeliane a Gaza 27 anni fa, durante la prima intifada. Abbiamo pattugliato la città, i villaggi e i campi profughi e abbiamo incontrato adolescenti arrabbiati che ci lanciavano pietre. Abbiamo risposto con gas lacrimogeni e proiettili di gomma.

Da allora, il conflitto tra israeliani e palestinesi ha visto sostituire le pietre con armi da fuoco e bombe suicide, poi razzi e milizie altamente addestrate, e ora, nell'ultimo mese, coltelli da cucina, cacciaviti e altre armi improvvisate. Alcuni di questi mezzi a bassa tecnologia hanno avuto un successo orribile, con vittime giovani di 13 anni. C'è molto da discutere sulla natura e sui tempi della recente ondata di attacchi palestinesi - una risposta disperata e umiliata all'elezione di un governo israeliano ostile che incoraggia i coloni estremisti ad attaccare i palestinesi. Ma come israeliano, sono più preoccupato per le azioni della mia società, che in questo momento stanno diventando sempre più spaventose e sgradevoli.

La discussione interna in Israele è più militante, minacciosa e intollerante che mai, con una tendenza al fondamentalismo sin dall'operazione israeliana a Gaza alla fine del 2008, ma recentemente è andata di male in peggio. Sembra che ci sia una sola voce accettabile, orchestrata dal governo e dai suoi portavoce, e teletrasportata in ogni angolo del Paese da un clan di fedeli media che sommergono tutte le altre. Quei pochi dissidenti che tentano di contraddirla - con domande, proteste, presentando un’opinione diversa da tutto questo consenso artificiale - sono ridicolizzati e screditati nel migliore dei casi, minacciati, diffamati e attaccati fisicamente nel peggiore dei casi. Gli israeliani che non “sostengono le nostre truppe” sono visti come traditori, e i giornali che fanno domande sulle politiche e le azioni del governo sono visti come demoralizzanti.

Dall'inizio della guerra di Gaza dello scorso anno, ci sono stati diversi episodi di violenza contro la sinistra che hanno accompagnato gli attacchi contro i palestinesi: i manifestanti di sinistra sono stati assaliti durante le manifestazioni contro la guerra a Tel Aviv e Haifa l’estate scorsa, durante la guerra; il giornalista di sinistra Gideon Levy di Ha’aretz è stato accusato di tradimento da un membro della Knesset, un crimine che in tempo di guerra è punibile con la morte. Da allora ha assunto delle guardie del corpo. La comica Orna Banai ha perso un lavoro nella pubblicità dopo un'intervista in cui ha espresso orrore per le azioni israeliane contro i palestinesi. Questo mese, persone ad Afula hanno attaccato un corrispondente arabo di una rete televisiva israeliana e la sua troupe ebraica mentre riferivano di un attentato con arma da taglio. Un nuovo disegno di legge del Knesset incoraggia la psicopolizia allontanando i visitatori in Israele che hanno sostenuto il movimento per boicottare le compagnie che traggono profitto dall'occupazione. Venerdì, un colono ebreo mascherato ha attaccato il presidente del gruppo di sinistra “Rabbini per i diritti umani” in un uliveto palestinese in Cisgiordania.

Sui social media si tolgono i guanti, si abbandonano le cortesie sociali, l'odio alza la sua orrenda testa. Le pagine di Facebook che invocano la violenza contro la sinistra e gli arabi compaiono spesso, e anche quando vengono tolti, in un modo o nell'altro riappaiono di nuovo. Ogni sentimento non allineato al presunto consenso viene accolto con una raffica di vetriolo razzista. Un gruppo di Facebook che si fa chiamare i “Leoni Ombra” ha discusso su come interrompere un matrimonio tra un arabo e un ebreo, pubblicando il numero di telefono dello sposo e sollecitando la gente a chiamarlo e a molestarlo. Su Twitter e Instagram, gli hashtag come #leftiesout e #traitorlefties abbondano. La regista Shira Geffen, che ha chiesto al pubblico del suo film un momento di silenzio per rispettare i bambini palestinesi uccisi in un'offensiva israeliana, è stata scorticata sui social network israeliani. “Shame” [Vergogna], una nuova e brillante opera teatrale dell'attrice Einat Weitzman, porta in scena una selezione dei commenti odiosi che ha ricevuto dopo aver indossato una maglietta con la bandiera palestinese. Un esempio tratto dalla commedia: “Se il bambino che è stato ucciso fosse tuo, mi chiedo quale bandiera ti metteresti addosso. Ora calpestala e riporta la tua brutta testa nel tuo minuscolo appartamento e seppellisciti dalla vergogna fino a morirci da sola e, forse, al tuo funerale chiederemo alla Jihad di leggere i versi del Corano”.

In quest'ultima tornata di combattimenti, il volume è stato alzato ancora una volta. Mentre gli attacchi con i coltelli continuano, io e la mia famiglia siamo a Omaha, dove insegno per il semestre, e quello che sento e leggo da Israele mi lascia sconcertato. Ancora una volta diretta da politici di destra (con il perplesso sostegno di membri della presunta opposizione, come Yair Lapid[1]), poi diffusa dai media mainstream sensazionalisti, c'è stata una demonizzazione unificata di palestinesi e arabi israeliani. Un recente sondaggio del giornale Maariv ha rilevato che solo il 19 per cento degli ebrei israeliani pensa che la maggior parte degli arabi non condivida gli attacchi. La scorsa settimana, la tendenza ha raggiunto il suo assurdo picco, con la ridicola affermazione del primo ministro Benjamin Netanyahu che Hitler aveva deciso di annientare gli ebrei solo dopo essere stato consigliato a farlo dal muftì di Gerusalemme Haj Amin al-Husseini, il capo degli arabi palestinesi dell'epoca. (Il Twitter israeliano era così pieno di battute e commenti divertenti sul discorso, che un'immagine in circolazione lo aveva definito “Hitlerioso”. Anche per i sostenitori di Netanyahu, a quanto pare, questo era troppo).

Ci sono state richieste di uccidere gli aggressori in ogni situazione, in spregio alla legge o a qualsiasi regola d'ingaggio accettata dai militari. Lapid, per esempio, ha detto in un'intervista: “Non esitate. Anche all'inizio di un attacco, sparare per uccidere è corretto. Se qualcuno brandisce un coltello, sparategli”. Anche il ministro della Pubblica Sicurezza, Gilad Erdan, ha dato la sua benedizione a questo concetto. E il capo del dipartimento di polizia di Gerusalemme, Moshe Edri, ha annunciato: “Chiunque accoltelli gli ebrei o faccia del male a persone innocenti deve essere ucciso”. Il membro del Knesset, Yinon Magal, ha twittato che le autorità dovrebbero “fare uno sforzo” per uccidere i terroristi che compiono attentati.

Tale sentimento ha portato a incidenti come la morte a Gerusalemme Est di Fadi Alloun, sospettato di un attacco con coltello, ma ucciso dalla polizia mentre lo aveva circondato. A volte succede il contrario: questo mese, un vigilante ebreo, vicino ad Haifa, ha pugnalato un collega ebreo israeliano che pensava fosse arabo. Mercoledì scorso, i soldati hanno ucciso un ebreo israeliano che hanno scambiato per un aggressore palestinese.

Il punto più basso (finora) è stato il linciaggio di domenica notte di Haftom Zarhum, 29enne eritreo, richiedente asilo, erroneamente identificato come l'autore di un attacco terroristico a Beersheba. Zarhum è stato ucciso da una guardia di sicurezza e poi picchiato a morte da una folla di passanti come risposta prevedibile all'incitamento dei nostri stessi politici a uccidere per vendetta. E il tono sempre più intollerante, bollente e razzista delle conversazioni tra israeliani è - non c'è altro modo di dirlo - il risultato di 48 anni di occupazione di un altro popolo. Il messaggio che gli israeliani ricevono (o almeno lo comprendono come tale) è che siamo superiori agli altri, che controlliamo il destino di quegli esseri inferiori, che ci è permesso di ignorare le leggi e qualsiasi nozione di base della moralità umana nei confronti dei palestinesi.

L'effetto complessivo di questa recente violenza senza senso è estremamente inquietante. Sembra che ci troviamo in un rapido e allarmante vortice che ci trascina in basso, in una società selvaggia e irreparabile. C'è solo un modo per rispondere a ciò che sta accadendo oggi in Israele: dobbiamo fermare l'occupazione. Non per la pace con i palestinesi o per il loro bene (anche se sicuramente hanno sofferto per mano nostra per troppo tempo). Non per una qualche visione di un Medio Oriente idilliaco - queste argomentazioni non finiranno mai, perché nessuna delle due parti si muoverà mai, o sarà mai smentita da qualcosa. No, dobbiamo fermare l'occupazione per noi stessi. In modo da poterci guardare negli occhi. In modo da poter legittimamente chiedere, e ricevere, il sostegno del mondo. Solo così possiamo tornare a essere umani.

Qualunque siano le conseguenze, non possono essere peggiori di quelle che stiamo affrontando. Non importa quanti soldati mettiamo in Cisgiordania, o quante case di terroristi facciamo saltare in aria, o quanti lanciatori di pietre arrestiamo, non abbiamo alcun senso della sicurezza; nel frattempo, siamo diventati diplomaticamente isolati, percepiti in tutto il mondo (a volte giustamente) come carnefici, bugiardi, razzisti. Finché dura l'occupazione, siamo la parte più potente, quindi siamo noi a prendere le decisioni, e non possiamo continuare a dare la colpa agli altri. Per il nostro bene, per la nostra sanità mentale - dobbiamo fermarci ora.[2]



[1] Giornalista, scrittore e politico israeliano, fondatore e capo del partito politico Yesh Atid che, presentatosi per la prima volta alle elezioni israeliane nel 2013, ottenne a sorpresa il secondo posto dietro il Likud del Primo Ministro uscente Benjamin Netanyahu. Fu ministro delle Finanze dal marzo 2013 al dicembre 2014.

[2] https://www.washingtonpost.com/posteverything/wp/2015/10/23/confessions-of-an-israeli-traitor/


giovedì 26 novembre 2020

LETTERA A MARADONA PER LA LIBERAZIONE DEL CALCIATORE PALESTINESE MAHMOUD SARSAK

 


(Lettera aperta a Diego Maradona con la Palestina nel cuore! Scritta da varie organizzazioni italiane di attivisti)


Caro Diego,


ti abbracciamo calorosamente, come solo noi Napoletani sappiamo fare.

Per molti di noi sei il calciatore mito, che seppe conquistare il nostro amore assoluto quando facesti ottenere al nostro Napoli lo scudetto 1986-87. Resta nel nostro ricordo quella stagione di entusiasmo e di passioni.

Più volte hai dichiarato il tuo sostegno ai Palestinesi ed ai loro diritti. Questo è per noi un altro motivo di stima e di vicinanza. Per la Uefa under 21 del 2013 è stato sorteggiato Israele come paese ospitante delle finali. Tu sai molto bene che Israele è uno Stato che discrimina pesantemente i palestinesi, viola quotidianamente i loro diritti umani e, inoltre, impedisce il normale e pacifico sviluppo della pratica sportiva. Per questo, 42 club ed associazioni sportive palestinesi hanno chiesto a Platini, presidente UEFA, di spostare la sede delle finali. La Campagna “Cartellino rosso all’apartheid israeliana” chiede proprio questo: i crimini israeliani, sempre impuniti, non possono essere anche premiati con l’onore di ospitare il campionato europeo under 21!

Nella primavera di quest’anno il giovane calciatore palestinese Mahmoud Sarsak, sequestrato dalle forze israeliane proprio mentre cercava di raggiungere la sua nuova squadra di calcio e incarcerato da Israele per tre anni senza processo e senza capo d’accusa, è riuscito a richiamare l’attenzione internazionale sui prigionieri politici in Israele e ad ottenere la scarcerazione grazie ad uno sciopero della fame di tre mesi. Si sono attivati pubblicamente il Presidente della FIFA Sepp Blatter, il campione francese Éric Cantona e molti giocatori e sportivi spagnoli, tra cui Javier Paredes (Zaragoza), Antonio López (di Madrid), Carlos Gurpegui (Athletic), Patxi Puñal (Osasuna).

Lo stesso Sarsak ha invitato ad aderire all’appello e denuncia: “Israele si adopera incessantemente per reprimere il calcio palestinese, proprio come fa per molte altre forme di cultura palestinese. Il giocatore della Lega Palestinese Mohammed Sadi Nemer e il portiere Omar Khaled Abu Omar Rowis sono stati arrestati a febbraio di quest’anno e rimangono tutt’ora in carcere. I calciatori Ayman Alkurd, Shadi Sbakhe e Wajeh Moshate, così come oltre 1.400 palestinesi a Gaza, sono stati uccisi e lo stadio nazionale di Rafah è stato distrutto durante l’assalto israeliano a Gaza del 2008-09.”  Abbiamo aderito all’appello palestinese e abbiamo spedito a Platini migliaia di lettere, in diversi stati europei si sono avute manifestazioni degli aderenti alla campagna.

Diego, ti chiediamo di sostenere la campagna e di chiedere pubblicamente a Platini, anche tu con noi, che le finali della Uefa under 21 non si tengano in Israele.


martedì 24 novembre 2020

LA MALEDETTA SECONDA GIOVINEZZA DELLA BASE USA E NATO DI AVIANO

di Antonio Mazzeo


14 novembre 2020 

Fonte: Nuovo soldo.it


Nell’attesa di sapere se la nuova amministrazione USA confermerà la decisione di Donald Trump di trasferire in Italia i cacciabombardieri F-16 del 52nd Fighter Wing dell’US Air Force attualmente schierati in Germania a Spangdahlem, la grande base aerea di Aviano (Pordenone) di certo non se ne sta con le mani in mano. Le pesanti restrizioni alla mobilità di persone e mezzi riservate ai cittadini italiani in tempi di pandemia non sembrano assolutamente valere per i militari statunitensi presenti nello scalo aereo friulano. Così, specie nelle ultime settimane, ad Aviano si assiste a un continuo via vai di caccia, grandi aerei cargo, velivoli spia e armamenti pesanti e leggeri destinati alle forze armate Usa che operano in diversi teatri di guerra.

Il sito specializzato Aviation Report ha dato notizia che il 30 ottobre 2020 sono giunti nella base di Aviano tre aerei “Pilatus” U-28A forniti di sofisticate apparecchiature ISR (Intelligence, Sorveglianza e Riconoscimento), appartenenti al 492nd Special Operations Wing dell’U.S. Air Force Special Operations Command, il comando delle forze speciali dell’Aeronautica USA con quartier generale a Hurlbult Field, Florida.

Provenienti dalla base di Souda Bay, Creta, i velivoli sono poi ripartiti per Ramstein (Germania) e successivamente per Prestwick (Regno Unito). I tre “Pilatus” hanno poi attraversato l’oceano Atlantico per rientrare alla base di Hurlburt Field. Attivato il 10 maggio 2017, il 492nd Special Operations Wing svolge operazioni di guerra “irregolare” per conto dell’Aeronautica militare statunitense. E’ costituito da cinque gruppi di volo: il 319th, il 34th, il 318th e il 5th e il 19th Special Operations Squadron che fungono pure come unità da addestramento per le forze aeree “speciali” impiegate in ogni parte del mondo.


(La base di Aviano)

L’aereo impiegato dal reparto di punta dell’U.S. Air Force Special Operations Command, il “Pilatus”, è un velivolo monomotore ad ala bassa, progettato e prodotto dall’azienda aeronautica svizzera “Pilatus Aircraft”. Con una lunghezza di 14,4 metri e un’apertura alare di 16,28 m., esso ha una velocità di crociera di 519 km/h e un’autonomia di volo di 2.890 km. Normalmente viene utilizzato per compiti di trasporto leggero, pattugliamento marittimo, ricognizione e piattaforma di comando e controllo nelle missioni di guerra elettronica. La versione U-28A acquistata in 28 esemplari da U.S. Air Force è dotata di sistemi di comunicazione comprendenti data link, video e data voice, mentre alcuni aerei hanno ricevuto sensori elettro-ottici per svolgere missioni d’intelligence. Cosa ci facevano i “Pilatus” del 492nd Special Operations Wing nelle acque del Mediterraneo orientale a fine ottobre? E sono state informate le autorità italiane del transito dei tre velivoli spia dalla base aerea di Aviano o sulle segretissime operazioni militari svolte fuori dal contesto e dalle catene di comando NATO? 

Continua in: http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2020/11/la-maledetta-seconda-giovinezza-della.html