domenica 19 novembre 2017

LE ELEZIONI CILENE



di Livio Zanotti


Un elettorato scontento che configura l’astensionismo come primo partito con un 50 per cento, un centro-sinistra legalmente separato dopo quasi 30 anni di più o meno felice convivenza e una sinistra a sua volta divisa di fatto, richiamano situazioni europee da oltre 14mila chilometri a sud-ovest del vecchio continente, dall’altra parte del pianeta, nella punta estrema del Sudamerica. E’ il selfie che i cileni fanno del proprio stesso paese all’immediata vigilia delle elezioni presidenziali che sceglieranno anche il nuovo Parlamento e i consigli che governeranno le regioni. Un altro esempio di come l’economia globalizzata accentua le tensioni dei sistemi politici nazionali dell’Occidente, prescindendo sostanzialmente da diversità istituzionali e distanze geografiche.
Sconfitto Pinochet, il Cile era tornato alla storica suddivisione dell’elettorato in tre terzi: sinistra, centro, destra, ciascuno con un 30 per cento circa. Che però si misuravano riuniti in due schieramenti: centro-destra vs. centro-sinistra. Negli ultimi mesi la decomposizione di quest’ultima coalizione e il moltiplicarsi dei soggetti ha fatto saltare anche il sistema elettorale, che è diventato proporzionale. I concorrenti adesso sono otto. Vero che al secondo turno andranno soltanto i primi due, ma la frammentazione implica una dispersione significativa e comunque testimonia concretamente lo sfilacciarsi di una società certamente limitata nei numeri ma nella sua storia contrapposta per grandi blocchi.

Sebastián Piñera


I pronostici sono a questo punto tutti per il candidato della destra, che presenta un identikit mainstream: l’imprenditore milionario Sebastian Piñera, uno degli uomini più ricchi del Cile, peraltro già capo di stato dal 2010 al 2014. Almeno al primo turno, quando pur in vantaggio su tutti gli altri ben difficilmente riuscirà a passare. Ed è pensando al ballottaggio fissato per il 7 dicembre ch’egli promette moderazione, autodefinendosi espressione di una “destra moderna”, a cui spera dia apporto anche gran parte dell’elettorato democristiano in passato sostenitore del centro-sinistra. Anche in questo Cile cresciuto essenzialmente con i governi progressisti fino a diventare un modello internazionalmente celebrato, a decidere la sfida sarà così la classe media urbana.
Al suo secondo mandato, Michelle Bachelet è arrivata 4 anni fa sostenuta da un forte prestigio personale e da un favore popolare che era un invito ad approfondire le riforme per farla finita una volta per tutte con la pesante eredità della dittatura militare di Pinochet e meglio sostanziare la democrazia. Ha creduto di soddisfare il suo progetto affrontando il potenziamento della scuola pubblica, la depenalizzazione dell’aborto, rendendo più progressivo il sistema fiscale, creando un apposito ministero per accompagnare il riconoscimento culturale e sociale dei popoli originari, degli indios, come vengono più spesso indicati i primi abitanti del continente incontrato da Colombo e colonizzato dalla Conquista spagnola. Neppure i suoi l’hanno seguita compatti.


Michele Bachelet

Ostacoli politici e limiti di bilancio hanno trattenuto più o meno a metà strada tutte queste iniziative. E come spesso accade in certi casi, all’insoddisfazione degli avversari per quanto è stato fatto si è sommata quella dei sostenitori per ciò che non è stato possibile fare. Democristiani e liberalsocialisti (il cui candidato, l’ex Presidente Ricardo Lagos, prestigioso e competente ma non immacolato, è stato respinto alle primarie in favore di un outsider) rimproverano Bachelet di aver preferito l’alleanza con i comunisti. Ma per la Presidente la questione centrale è un’altra e ha carattere strategico: il paese non potrà svilupparsi ulteriormente senza prima realizzare una piena democrazia dei diritti. Ciò implica una diversa ripartizione delle risorse rispetto al passato. Di qui scontri e fratture

Fonte: http://www.ildiavolononmuoremai.it/di-qua-e-di-la-del-mare/

mercoledì 15 novembre 2017

I carcerieri incatenati di Gaza


di Amira Hass


Funzionari dell'ANP prendono il controllo della parte palestinese del varco di Erez a Gaza
Gli israeliani si rifiutano di capire che Gaza è una gigantesca prigione e che noi siamo i carcerieri.

Ho visto gazawi felici. Un giornalista di Kan, l’emittente pubblica israeliana, alcuni giorni fa è andato al checkpoint di Erez, ha sbattuto un microfono e una telecamera in faccia agli abitanti della Striscia di Gaza e li ha stimolati a sospirare di sollievo. Fantastico! Il posto di controllo di Hamas dal lato di Gaza è stato tolto e il barbuto personale di sicurezza non ci ha interrogati.
L’impressione che si ricava dal servizio televisivo e da un precedente reportage su Haaretz è che l’unico ostacolo che affrontano quelli che vogliono lasciare Gaza sia Hamas, ma ci sono alcune domande che non sono state fatte ai gazawi sul confine, insieme alle risposte che ne sarebbero seguite:
D. Adesso, dopo la rimozione dei posti di blocco di Hamas, chiunque voglia lasciare Gaza può farlo? R. Stai scherzando? Dal 1991 noi possiamo andarcene solo con l’autorizzazione di Israele.
D. Quanto dura il periodo di attesa per un permesso di uscita israeliano? R. Circa 50 giorni. A volte solo un intervento legale da parte di un’organizzazione israeliana come il ‘Centro legale Gisha per la libertà di movimento’ o ‘Medici per i diritti umani’ può far ottenere un permesso.
D. Quali sono gli strumenti di controllo al checkpoint israeliano? R. Uno scanner girevole, istruzioni gridate con i megafoni, a volte una perquisizione personale.
D. Che cosa vi è consentito portare? R. Non si possono portare computer portatili, panini, valigie con le ruote o deodoranti.
D. Oltre a quelli della Jihad islamica e di Hamas, a chi è vietato uscire? R. La maggior parte della gente non può uscire. La figlia di un mio vicino è stata in cura a Gerusalemme negli scorsi nove mesi e lui sta ancora aspettando un permesso per andare a visitarla. Lo stesso vale per tre amici che hanno avuto bisogno di un esame medico di controllo l’anno scorso. Giovani che vorrebbero studiare in Cisgiordania non possono farlo perché Israele non glielo consente. Circa 300 studenti che hanno avuto la possibilità di studiare all’estero stanno aspettando un permesso ed il loro visto è a rischio.
D. Sei stato interrogato dal servizio di sicurezza (interno) israeliano Shin Bet? R. Non oggi. Ma a volte arriviamo al checkpoint e ci prendono da parte, ci fanno sedere su una sedia per un giorno intero ed alla fine ci fanno alcune domande sui vicini di casa, per 10 minuti, o ci mandano a casa senza farci domande. E’ così che perdiamo un appuntamento all’ospedale o un incontro di lavoro.
Gli israeliani rifiutano di capire che Gaza è una gigantesca prigione e che noi ne siamo i carcerieri. Ecco perché essi [gli israeliani] sono incatenati dalla loro volontaria ignoranza. Riferire sulla situazione viene facilmente trasformato in propaganda ad uso dei politici. D’altro lato, le omissioni e le distorsioni negli articoli scritti dai dirigenti che fanno politica sono un fatto naturale. Come ad esempio l’articolo scritto dal Coordinatore delle attività governative nei territori [il governo militare israeliano sui territori palestinesi occupati, ndt], general maggiore Yoav Mordechai e da due suoi colleghi, pubblicato la scorsa settimana sul sito web dell’Istituto di Studi per la sicurezza nazionale.
Le omissioni e le distorsioni sono rivolte al pubblico in generale. Per esempio, l’articolo afferma: “Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza con la forza.” Invece, il quartetto per il Medio Oriente (Stati Uniti, Russia, Nazioni Unite e Unione Europea) e Fatah hanno agito in vari modi aggressivi per ribaltare i risultati delle elezioni democratiche per il Consiglio Legislativo Palestinese nel 2006, che Hamas aveva vinto.
“Hamas è diventato il potere sovrano”, hanno scritto Mordechai ed i suoi colleghi. Il potere sovrano? Anche se è Israele a controllare le frontiere, gli spazi aerei e marittimi ed il registro della popolazione palestinese? “Il governo di Hamas si sta indebolendo a causa della sua responsabilità relativamente all’impoverimento e alla disoccupazione.” I lettori che leggono questa frase nell’articolo hanno già dimenticato una precedente affermazione: “La situazione dei cittadini di Gaza è enormemente peggiorata dal 2007, soprattutto a causa delle restrizioni imposte alla Striscia da Israele (in termini di possibilità di muoversi da e per l’area ed in termini di attività economica).”
Gli autori del rapporto dell’Ufficio del Coordinatore delle Attività Governative nei Territori sono prigionieri della loro stessa posizione. Il COGAT impone rigorosamente queste restrizioni e le ha rese ancor più rigide. Gli autori mettono in guardia nell’articolo sulla prospettiva di un peggioramento della situazione, sia economicamente che psicologicamente, ma da ciò non consegue un coraggioso richiamo ai politici perché rimuovano i divieti al movimento della popolazione, delle materie prime e della produzione locale.
Gli autori suggeriscono al governo che sarebbe preferibile permettere che il processo di riconciliazione interna palestinese vada avanti. Ed invitano coraggiosamente i gentili [cioè i non ebrei, ndt] a finanziare la ricostruzione di ciò che Israele ha distrutto e sta distruggendo. Dopotutto, è ciò che essi hanno fatto dal 1993 – inviando un fiume di denaro per evitare un deterioramento ancor peggiore e per mantenere uno status quo conveniente ad Israele. E’ giunto il momento che i gentili utilizzino quei soldi come pressione politica che costringa Israele a ripristinare la libertà di movimento per i palestinesi a Gaza.
(Traduzione di Cristiana Cavagna)

sabato 4 novembre 2017

SI… ISRAELE HA UCCISO JOHN F. KENNEDY




DI SAID ALAMI

Recentemente si è commemorato il cinquantesimo anniversario dell’assassinio del presidente degli USA John F. Kennedy, il 22 Novembre 1963 nella cittadina texana di Dallas.
Non spiegheremo come si sono svolti i fatti, ma faremo luce sul ruolo, più che ipotetico, che hanno avuto nell’assassinio i servizi segreti israeliani, il Mossad, tanto che nel mondo nessuno ha beneficiato di questo avvenimento come Israele. Tuttavia la stampa americana dell’epoca ignorò questo fatto e di conseguenza i media europei fecero lo stesso.
E’ incredibile come dopo mezzo secolo continui ad essere ancora poco chiaro alle autorità statunitensi il più importante assassinio della sua storia. A quanto pare non interessò neppure all’FBI e alla CIA, ampiamente infiltrate dal Mossad, risolvere questo caso.
Il fatto delle infiltrazioni del Mossad nell’FBI e nella CIA è stato frequentemente dimostrato dai ripetuti casi di spionaggio israeliano contro gli Stati Uniti, scoperti negli ultimi decenni e archiviati misteriosamente, senza conseguenze, lo stesso fu per il famoso caso di spionaggio a favore di Israele da parte del cittadino statunitense-israeliano Jonathan Jay Pollard, alto funzionario dell’amministrazione americana. Numerosi ufficiali e funzionari di entrambi gli organi di Sicurezza e Intelligence sono anche cittadini americani, ebrei naturalizzati con nazionalità israeliana e a volte con molti anni di residenza in Israele.
Le teorie sull’assassinio
Sono numerose le teorie sull’assassinio di Kennedy diffuse ampliamente dai media americani. Una delle più importanti è quella sulla cospirazione della CIA per uccidere il presidente. Tuttavia questa teoria conduce in realtà ad accusare Israele, visto che l’Agenzia è da sempre fortemente infiltrata dal Mossad.
Questa teoria si basa sulla profonda inimicizia che regnava tra Kennedy e la CIA, a causa del rifiuto di JFK di sostenere militarmente l’agenzia durante l’invasione della Baia dei Porci nel 1963, fallita poi miseramente, che ha portato a rafforzare la rivoluzione di Castro a Cuba. Kennedy era stanco degli eccessi della CIA e disse al suo collaboratore Clark Clifford, poco tempo dopo il disastro della Baia dei Porci, di voler smantellare in mille pezzi la CIA. Israele, attraverso i suoi uomini nella CIA, era a conoscenza di questi rapporti di tensione tra Kennedy e la CIA.
Altra teoria è quella che implica il crimine organizzato come responsabile dell’omicidio di Kennedy perché aveva dichiarato guerra alla mafia. Vedremo più avanti come molti dei principali capi della malavita statunitense erano ebrei fortemente legati a Israele e al sionismo.
Perché Israele ha assassinato Kennedy
Documenti declassificati negli ultimi anni tanto da Israele come dagli USA rivelano con dati concreti quello che già era noto in quel fatidico giorno del 22 novembre del 1963: la forte tensione tra l’allora presidente Kennedy e il primo ministro israeliano David Ben Guriòn riguardo l’insistenza del presidente americano sulla necessità che Israele permetta agli scienziati americani di ispezionare periodicamente l’impianto nucleare di nuova costruzione a Dimona, nel deserto di Nèguev, opera realizzata dalla Francia.

(Lee Harvey Oswald e Jack Ruby)

Tutto è cominciato quando nel 1960 l’Amministrazione del Presidente uscente degli Stati Uniti, Eisenhower (che nella guerra di Suez del 1956 aveva chiesto di sospendere immediatamente gli attacchi sull’Egitto all’Inghilterra la Francia e Israele) chiese a Ben Guriòn spiegazioni riguardo una misteriosa costruzione a Dimona, in pieno deserto. Gli israeliani dissero che si trattava di una fabbrica tessile del tutto innocua. Tuttavia la CIA continuò ad indagare e ottenne foto dell’installazione di Dimona che furono classificate come “top secret” ma poco dopo il The New York Times le pubblicò in prima pagina.
Quando il presidente Kennedy prese possesso del suo incarico, il 20 gennaio del 1961, il caso Dimona era diventato un’autentica bomba a orologeria nelle relazioni tra Tel Aviv e Washington. L’amministrazione Kennedy continuò con le sue richieste su Dimona, Tel Aviv disse poi che era sì una centrale nucleare ma per scopi pacifici. Washington, come metodo di pressione su Israele, evitò d’invitare Ben Guriòn a visitare la Casa Bianca.
Per abbassare un po’ la tensione e poter ottenere un colloquio con Kennedy, Ben Guriòn acconsentì ad un’ispezione di scienziati americani all’installazione di Dimona, visita realizzata poi il 20 maggio 1961. Le autorità americane selezionarono per questa missione due scienziati, Ulysses Staebler e Jess Croach, che arrivarono in Israele tre giorni prima dell’appuntamento per la visita a Dimona. Tutti e due dichiararono a Washington, in un rapporto, che la centrale nucleare israeliana era per scopi pacifici.
Questo rapporto permise un incontro tra Kennedy e Ben Guriòn il 30 maggio del 1961 presso l’Hotel Waldorf Astoria, a New York, incontro dominato dall’affaire Dimona, tutto si svolse in un clima tranquillo.
Ben Guriòn, cosciente del fatto che Israele era allora uno stato debole ed economicamente dipendente dalle grosse donazioni delle potenti famiglie ebree e da organizzazioni sioniste all’estero, specialmente negli Stati Uniti, temeva possibili sanzioni economiche, che sarebbero state una catastrofe per il nuovo Stato appena creato. Così il presidente israeliano si limitò ad ascoltare le nuove richieste di Kennedy e stabilire di comune accordo nuove visite d’ispezione da parte di scienziati americani a Dimona, la volpe israeliana però nei due anni successivi al colloquio non mantenne le promesse.
Quando poi Kennedy si stancò scrisse personalmente a Ben Guriòn una lettera, era il 13 maggio 1963 e questa missiva conteneva chiare minacce di isolare a livello mondiale Israele nel caso non permettesse le visite periodiche al sito di Dimona agli ispettori americani. Invece di rispondere alla lettera Ben Guriòn rassegnò le dimissioni dal suo incarico.
“Alcune delle lettere scambiate tra JFK e Ben Guriòn continuano ad essere segrete. Nemmeno agli alti dirigenti dell’intelligence statunitense è permesso prendere visione di questi documenti potenzialmente esplosivi”. (Final Judgment, The Missing Link in the Assassination Controversy, Michael Collins Piper)
Una nuova lettera di Kennedy fu consegnata a Levi Eshkol dieci giorni dopo aver preso possesso del suo incarico di Primo Ministro d’Israele, il 16 giugno 1963. Da quel forte messaggio inviato da Eisenhower a Ben Guriòn in piena guerra di Suez (1956), Israele non aveva più ricevuto una lettera così impegnativa da Washington come quella di Kennedy a Eshkol. Il presidente americano avvertiva Israele che l’impegno degli Stati Uniti nei suoi confronti poteva essere seriamente danneggiato se Tel Aviv non lascia che gli Stati Uniti prendano “informazioni attendibili” sulle attività nucleari israeliane. Nella lettera Kennedy specificava nei dettagli come dovevano essere eseguite le ispezioni periodiche a Dimona. Eshkol prese quella lettera come una chiaro ultimatum.

Implicati cinque primi ministri israeliani ?

Non è sicuro chi tra Ben Guriòn e Eshkol prese la decisione di uccidere Kennedy, però ambedue hanno un passato da terroristi consumati. Ben Guriòn era il promotore e fondatore del gruppo armato Hashomer in Palestina nel 1909 oltre ad essere stato membro della Legiòn ebraica dell’esercito britannico nella prima guerra mondiale. Eshkol non era da meno essendo uno dei capi dell’organizzazione terroristica Haganah la cui origine era proprio Hashomer. Qualsiasi di questi due criminali, reclamati tra l’altro negli anni ’30 e ’40 dalla Polizia britannica in Palestina e nel resto del mondo per i loro numerosi omicidi e attentati, eletti poi alla carica di Primo Ministro, potrebbero aver ideato l’assassinio di Kennedy, ma chi l’ha poi messo in pratica è Eshkol.
Un terzo terrorista e futuro Primo Ministro d’Israele, Yitzhak Shamir, prese parte alla cospirazione per ammazzare Kennedy. Durante il mandato in Palestina Shamir era membro del gruppo terroristico ebraico Irgun entrando più tardi in Lehi, altra organizzazione terroristica in Palestina.
Quando Eshkol diventò Primo Ministro Shamir era a capo del comando omicidi del Mossad, dove ha servito dal 1955 al 1965, periodo in cui risiedeva per la maggior parte del tempo a Parigi, luogo dove si trovava l’ufficio europeo del Mossad. Shamir serviva il Mossad, tra le altre cose, per eseguire l’Operazione Damocle, operazione in cui vennero uccisi vari scienziati tedeschi trasferiti in Egitto dopo la Rivoluzione degli Ufficiali Liberi in Egitto nel 1952 e l’arrivo al potere di Nasser.
Un ex alto ufficiale dei Servizi Segreti francesi accusò Shamir di avere avuto personalmente contatti con i futuri organizzatori ed esecutori dell’omicidio Kennedy.
Il quarto terrorista e anch’egli futuro Primo Ministro di Israele, Menachem Begin, a sua volta ricercato dalla giustizia britannica durante il suo mandato in Palestina, partecipò anche lui, nel 1963, alla cospirazione per assassinare Kennedy. Begin ha militato nell’organizzazione terrorista Irgun per diventarne leader nel 1943. E’ stato colui che ordinò la mattanza all’Hotel Rey David, a Gerusalemme, nel 1946, dove morirono 91 persone. Due anni più tardi 132 terroristi di Irgun, comandati proprio da Begin, furono protagonisti della famosa strage di Deir Yasin, in cui vennero assassinati a centinaia in due villaggi palestinesi, donne e bambini compresi.
E‘ stato dimostrato, grazie ad alcune testimonianze e documenti declassificati, che settimane prima dell’omicidio di Dallas, Begin ha avuto conversazioni con Micky Cohen, l’uomo di fiducia della costa ovest degli Stati Uniti della figura più importante del crimine organizzato americano, l’ebreo Meyer Lansky, personaggio centrale nella cospirazione contro la vita di Kennedy come vedremo più avanti. Cohen reclutò l’ebreo Jack Ruby, appartenente a sua volta al sindacato del crimine di Lansky, per assassinare Lee Harvey Oswald, accusato di essere l’autore materiale dell’omicidio Kennedy. Secondo il libro di Collins Piper, Micky Cohen collaborò a stretto contatto con Menachem Begin le settimane antecedenti l’omicidio Kennedy.
Quinto futuro Primo Ministro d’Israele, Yitzhak Rabin, si trovava a Dallas il giorno dell’omicidio Kennedy, così come dice la vedova di Rabin, Leah Rabin, nella biografia scritta sul marito dopo il suo assassinio. Si tratta di una gigantesca casualità? Non sarebbe proprio una coincidenza, tenendo conto del fatto che Rabin lavorava per il Mossad. Rabin potrebbe essere stato uno dei giornalisti che intervistarono Jack Ruby, l’assassino di Oswald, due giorni dopo che questi fu arrestato e accusato d’aver ucciso Kennedy. Cosa ci faceva un giornalista israeliano intervistando Ruby nel quartier generale della Polizia di Dallas il giorno prima dell’assassinio di Oswald? Era davvero un giornalista? E perché intervistare Ruby al quartier generale della Polizia e non in un altro luogo? (Final Judgment, The Missing Link in the JFK Assassination Controversy, Michael Collins Piper) Vanunu e Collins Piper, tra gli altri. In realtà, la teoria che Israele stia dietro all’omicidio Kennedy non è né nuova né strana, però non fu mai presa sul serio dalle autorità di Washington e dai media americani, due aree, queste, controllate dai sionisti e da Israele attraverso una potente lobby politico-finanziaria ebrea che le tiene sottomesse.
Un esempio è quello del dissidente israeliano Mordechai Vanunu, che per dieci anni lavorò nello stabilimento nucleare di Dimona e che nel 1986 rivelò al londinese The Sunday Times il programma segreto israeliano per la produzione di ordigni nucleari. Vanunu rivelò inoltre che Israele aveva già in suo possesso circa 200 ordigni nucleari, oltre ad un numero imprecisato di bombe all’idrogeno e altre a neutroni. Accusato di aver rivelato segreti che minacciano la sicurezza nazionale, Vanunu fu detenuto in Israele per 18 anni, 11 dei quali trascorsi in una cella d’isolamento. Beh, Vanunu assicurò, in un intervista con Al Wasat, supplemento settimanale del quotidiano Al Hayat, pubblicato a Londra il 25 luglio del 2004, di avere indizi quasi certi che Israele è stato coinvolto nell’assassinio di Kennedy, con l’obiettivo di porre fine alla pressione che Kennedy faceva per ottenere che gli Stati Uniti ispezionassero periodicamente il sito nucleare di Dimona. Le sue dichiarazioni fecero il giro del mondo, essendo notizia da prima pagina e di ampio commento, tranne che negli Stati Uniti, dove continuò a regnare il silenzio mediatico sul ruolo di Israele nell’omicidio Kennedy.
In questo contesto c’è da segnalare, tra l’altro, il libro del giornalista e investigatore statunitense Michael Collins Piper, “Final Judgment, The Missing Link in the JFK Assassination Controversy”, pubblicato nel 1995 da Wolfe Press. Si tratta di un libro denunciato e criticato istericamente dai sostenitori della sempre falsa immagine che ha Israele in Occidente, accusando il suo autore di antisemitismo, un’accusa questa con cui Israele e il sionismo internazionale intendono tappare qualsiasi voce che denunci in Occidente i suoi innumerevoli crimini perpetrati nei cinque continenti.
Collins Piper dice, riferendosi a come nacque l’idea di scrivere questo libro, che leggendo “Coup d’Etat in America” di A.J.Weberman e Michael Canfield, pubblicato nel ’75, che racconta sull’omicidio Kennedy, lo richiamò all’attenzione un paragrafo, alla pagina 41, che dice così: “dopo l’assassinio di Kennedy un informatore dei Servizi Segreti e dell’FBI, che si era infiltrato in un gruppo di esuli cubani anticastristi a cui stava cercando di vendere mitragliatrici, ha riferito che il 21 novembre del ’63 (il giorno prima dell’attentato) alcune persone di questo gruppo gli dissero: ”ora abbiamo molti soldi, i nostri nuovi alleati saranno gli ebrei una volta liquidato JFK”. Questo informatore in passato ha sempre dato informazioni affidabili.
Nella stampa statunitense alcuni difensori d’Israele hanno cercato di distogliere l’attenzione da questo riferimento agli ebrei in quel paragrafo del libro, affermando che lo scrittore in realtà si riferisce a mafiosi ebrei come il gangster Meyer Lansky che prima della rivoluzione castrista aveva il predominio nel gioco d’azzardo e nei Casinò a Cuba. La rivista israeliana Maariv pubblicò un articolo su Lansky nell’aprile del 2103 descrivendolo come “il più grande gangster ebreo della storia” (Elder of Ziyon, 18 aprile 2013). Secondo Maariv, Lansky pagò milioni di dollari per sostenere la creazione dello stato di Israele.
Collins Piper continuò ad investigare in questa direzione, arrivando alla conclusione, attraverso numerosi dati presenti nei libri sulla vita di Lansky e altri documenti, che questo gangster era in realtà il re della delinquenza nella Cuba precastrista e in California. Inoltre, numerosi libri, documenti e rapporti investigativi inerenti al omicidio JFK segnalavano dei mafiosi come implicati nella cospirazione. Tutte quelle persone non erano altro che uomini di Lansky. Tuttavia la maggioranza dei media continuano ad ignorare le carte che danno a Lansky un ruolo nell’affare.
Altra conclusione cruciale cui arrivò Collins Piper nelle sue investigazioni fu l’esistenza di strette relazioni tra Lansky e Israele. Di fatto questo mafioso fuggì in Israele quando l’aria negli Stati Uniti si fece incandescente a seguito dell’omicidio. Negli anni ’70 cercò rifugio in Israele appellandosi, in quanto ebreo, alla Legge del Ritorno, però l’enorme pressione esercitata da Washington impedì ad Israele di accoglierlo arrivando ad estradarlo negli Stati Uniti per comparire di fronte ad un Tribunale per vari delitti, nessuno dei quali implicato nel delitto Kennedy. Fu un patto tra le autorità statunitensi ed israeliane l’accordo per cui Lansky venga consegnato agli americani in cambio di ignorare il suo coinvolgimento nell’assassinio? Tale accordo appare più che probabile, se pensiamo che negli anni ’70 le relazioni tra Tel Aviv e Washington erano eccellenti e che la lobby ebreo-sionista a Washington era molto potente.

Permindex Connection

L’autore di “The Final Judgment” dice: “Conoscere le forze che ci sono dietro a Permindex significa comprendere il più grande mistero del ventesimo secolo: chi assassinò John F.Kennedy?”
Permindex, conosciuta pure come Permanent Industrial Exposition, è un’organizzazione commerciale internazionale con quartier generale a Basilea, sede del Movimento Sionista Internazionale. Secondo molti specialisti dei Servizi Segreti, Permindex non è altro che un’organizzazione di facciata della CIA, accusata da più di un investigatore dell’assassinio di JFK. Questa organizzazione è pesantemente infiltrata, come vedremo più avanti, dal Mossad israeliano ed è l’anello mancante che collega Israele non solo con l’omicidio del 22 novembre 1963 ma anche con il mantenere il mistero sul più importante assassinio del secolo scorso.
I personaggi centrali di Permindex nel 1963 e negli anni immediatamente precedenti avevano forti legami non solo con Meyer Lansky ma proprio col Mossad stesso.
Ad esempio c’era Clay Shaw, direttore del The International Trade Mart di New Orleans. Il primo marzo del 1967 fu arrestato per ordine del procuratore generale di quella città, Jim Garrison. Garrison lo accusò formalmente di cospirazione per l’assassinio di Kennedy. Successive indagini accertarono i forti legami di Shaw con Lee Harvy Oswald, l’unico accusato di aver sparato a Kennedy, il Mossad, Permindex e il Crime Syndicate di Meyer Lansky. Dichiarazioni di testimoni, ex agenti e direttori della CIA confermarono, assieme a prove concrete, la partecipazione di Shaw al complotto per uccidere Kennedy. Misteriosamente, il 1° marzo 1969, la giuria dichiarò innocente Shaw in solo un’ora.
Altro personaggio della storia Kennedy è stato uno dei capi Permindex, l’ebreo Louis M.Bloomfield, avente base a Montreal (Canada), ha lavorato molti anni per la CIA e ha rappresentato gli interessi della potente famiglia ebreo statunitense Bronfman. Questa famiglia non è stata solo una delle principali garanzie internazionali per lo stato di Israele ma bensì è stata per molto tempo uno dei principali componenti del noto sindacato criminale di Lansky. Inoltre i Bloomfield erano i leader della Histadrut israeliana in Canada per oltre 20 anni, secondo quanto segnalato dal The Canadian Jewish Chronicle. Il gigantesco sindacato israeliano Histadrut arrivò ad essere uno dei pilastri del sionismo non solo all’interno d’Israele ma anche all’estero. Bloomfield morì a Gerusalemme nel luglio dell’84.
All’interno di Permindex si trovava anche un altro milionario ebreo, Tibor Rosenbaum. Uno dei padrini dello stato di Israele e primo direttore finanziario del Mossad. Israeliano di nazionalità Rosenbaum fu inoltre uno dei principali finanziatori di Permindex. Come Presidente della Banca di Credito Internazionale era il responsabile in Europa per il riciclaggio del denaro proveniente dal sindacato criminale di Meyer Lansky.
Ci sono molti altri nomi coinvolti nel complotto israeliano per uccidere Kennedy, molti di loro sono ebrei fortemente legati ad Israele. Si tratta, oltre ai già citati, di altri appartenenti a Permindex, di personalità israeliane e altre appartenenti alla CIA, al gruppo di Lansky, a gruppi dissidenti cubani anticastristi, a influenti settori dei media statunitensi che si presero in carico di creare e diffondere la “carcassa” di Oswald “agitatore pro-castrista e pro- comunista” per distrarre appositamente l’attenzione pubblica dai veri assassini di Kennedy. Questi media sionisti legati ad Israele si incaricarono di diffondere mille storie su molte altre teorie ipotetiche circa l’assassinio di Kennedy per una massiccia opera di disinformazione, così da seppellire definitivamente la verità sui fatti.
Un esempio ne è stato quello dei due ebrei americani, i fratelli Edgar e Edith Stern, intimi amici di Clay Shaw e proprietari dell’impero mediatico WDSU, incaricati di distorcere la verità sul ruolo di Shaw nell’assassinio fino a quando non fu definitivamente scagionato da una giuria fortemente influenzata da questa vasta campagna mediatica a favore dell’accusato.

La Commissione Warren

Lyndon B. Johnson, vicepresidente di Kennedy inoltre fu scagionato dalle accuse di essere implicato nell’omicidio. Dopo essere diventato presidente, una volta venuto a mancare Kennedy, creò una commissione, per investigare sull’accaduto, presieduta da Earl Warren, allora presidente della Corte Suprema, per questo fu conosciuta come Commissione Warren.
La relazione finale della Commissione era di 889 pagine, 552 testimonianze, mille documenti e molte conclusioni. Tutto questo ha “ridotto” scandalosamente l’omicidio avvenuto a Dallas il 22 novembre del 1963 e il successivo assassinio di Lee Harvey Oswald, arrivando alla conclusione che Oswald ha agito di “motu proprio”, stessa cosa per l’ebreo- statunitense Jack Ruby che ammazzò Oswald due giorni dopo. Secondo questa surrealistica conclusione nessuno cospirò per uccidere il presidente degli Stati Uniti e tutto fu opera di uno squilibrato pro-castrista e che Ruby ha ucciso di sua iniziativa. Alcuni poi smontarono le conclusioni della Commissione Warren, proprio come Collins Piper.
Un altro autore, Mark Lane, nel suo libro Rush to Judgment, 1996, ha concluso che c’è stato un complotto multiplo per assassinare Kennedy. Questo libro, che raccoglie documenti e interviste a numerosi testimoni, diventò un documentario di 122 minuti prodotto dalla BBC.

Numerosi investigatori indipendenti del caso Kennedy hanno messo in serio dubbio che Lee Oswald abbia avuto a che fare seriamente con questo omicidio, era un pessimo tiratore, molto lontano dell’essere in grado di centrare un bersaglio in movimento da lunga distanza, come nel caso del presidente Kennedy salito in auto che transitava per piazza Dealey a Dallas. Di fatto Oswald, come qualsiasi altro marine, fu addestrato e giudicato al tiro, totalizzando 212 punti nel dicembre del 1956, leggermente al di sopra del minimo per essere classificato cecchino. Nel maggio del ’59 il suo punteggio scese a 191. Che avrebbe incaricato un così pessimo tiratore per questo attentato così “storico”? E a quale mediocre tiratore gli sarebbe passato per la testa di assassinare un Kennedy in movimento e da una lunga distanza ? Kennedy fu ucciso con tre colpi, che dovrebbero essere stati sparati da più di un cecchino o da un professionista con molto sangue freddo.
Lee Oswald, arrestato due minuti dopo l’attentato e interrogato, ha negato di aver ucciso Kennedy e ha sempre dichiarato in pubblico che lui era solo un capro espiatorio.
Però, supponendo che Oswald fosse l’unico e vero autore degli spari che uccisero Kennedy, questo non allontana l’idea che Israele possa aver pianificato il tutto. Le già menzionate indagini del Procuratore Generale di New Orleans, Jim Garrison, provarono che il maggior indiziato per il crimine di Dallas, Clay Shaw, aveva forti legami con Oswald, col Mossad, con Permindex e col Sindacato del Crimine dell’ebreo sionista Meyer Lansky.
D’altra parte, e secondo varie fonti, l’ebreo sionista A.L.Botnick, di cui scrisse il The New York Times il 9 ottobre del 1995 (poco dopo la sua morte) che era stato direttore regionale dell’ufficio di New Orleans della Lega Anti-Diffamazione del B’nai B’rith (un’entità di propaganda israeliana legata al Mossad molto conosciuta) per più di tre decenni, aveva grossi legami col responsabile delle operazioni della CIA in quella città, Guy Banister.
Banister era colui che elaborò, nel periodo antecedente l’omicidio Kennedy, il profilo procastrista di Oswald, profilo che una volta perpetrato il crimine fu dato in pasto ai media americani, in una gigantesca operazione di disinformazione. Molte evidenze e indizi dicono che la manipolazione di Oswald fino al giorno dell’omicidio è stata fatta sotto la supervisione della Lega Anti-Diffamazione.
In quanto all’ebreo Jack Rubenstein, meglio conosciuto come Jack Ruby, non era affatto uno sconosciuto e un cittadino qualsiasi, come descritto dai media: un semplice cittadino che ha voluto vendicare l’assassinio di Kennedy assassinando a sua volta Oswald durante i suoi due giorni di detenzione il 24 novembre del 1963.
L’omicidio di Oswald si consumò mentre la polizia lo trasferiva dal quartier generale di Dallas al carcere. C’erano molti fotografi, cineoperatori e giornalisti al seguito di Oswald che camminava a fianco delle sue guardie nel parcheggio sotterraneo del comando di Polizia. Jack Ruby si fece strada in mezzo a quel gruppo di professionisti della stampa e sparò contro Oswald, ferendolo mortalmente.
Nella relazione della Commissione Warren si afferma che Ruby, morto misteriosamente in carcere il 3 gennaio 1967 (si disse di cancro), agì di iniziativa propria, senza far parte di nessuna cospirazione. Senza dubbio Ruby, che fu immediatamente arrestato dopo aver sparato, ad alta voce e di fronte a numerosi testimoni disse che “gli ebrei hanno coraggio” riconoscendo di aver commesso il crimine nel suo essere ebreo.
L’autore di Rush to Judgment, Mark Lane, che era avvocato della madre di Lee Oswald nel giudizio contro Ruby, si chiede alla pagina 18: “Come fu possibile per Ruby arrivare ad Oswald ed essere tanto vicino a lui mentre si trovava sotto custodia della Polizia all’interno del suo quartier generale?”. Lane non scarta l’ipotesi di complicità nella Polizia per dare modo a Ruby di avvicinarsi così tanto a Oswald, inoltre, nella sua veste di avvocato, che ha avuto un ruolo chiave nel processo, presenta nel suo libro numerose testimonianze e prove che l’assassinio di Oswald fu premeditato e fu parte di una cospirazione e che la Polizia di Dallas era largamente corrotta con Ruby prima dell’assassinio di Kennedy.
Ruby era un gangster già conosciuto del Texas, dove gestiva locali e negozi di liquori, e apparteneva, secondo Collins Piper, al gruppo di Lansky. In breve Ruby era l’uomo di Lansky in Texas, col quale si chiude il cerchio d’implicazioni del Mossad nell’omicidio Kennedy.
Se a tutto questo aggiungiamo che l’allora agente del Mossad, e molti anni dopo Primo Ministro d’Israele, Yitzhak Rabìn, si trovava a Dallas lo stesso giorno dell’omicidio Kennedy, si dissipano gli ultimi dubbi sul coinvolgimento diretto di Israele nell’omicidio Kennedy, con la collaborazione della CIA, la lobby ebraica – statunitense, il sindacato del crimine di Lansky e il controllo ebraico di quel paese, ciecamente fedeli, come lo sono oggi, al sionismo e a Israele.



Papa Francesco marxista?


di Livio Zanotti

pubblicato in: Articolo21. 
3/11/2017


A ben vedere non è malizioso, né gratuito il titolo sensazionalista del nuovo libro su Papa Bergoglio, scritto da Diego Siragusa, filosofo per formazione, osservatore documentato e tagliente della politica internazionale. Stessa avvertenza per la controcopertina scritta dall’editore Zambon, che rimarca la brusca contraddizione tra il freddo volto burocratico e conformista attribuito al Pontefice da taluni osservatori in Argentina e il benevolo sorriso che illumina il suo ritratto romano fin dal primo affacciarsi dalla finestra aperta sulla folla di piazza San Pietro. Francesco mostra una personalità complessa e non si limita a denunciare le malattie del mondo, si impegna a curarle. Più d’uno non glielo perdona.
Tante controverse etichette, del resto, c’è da credere che possano infastidirlo ma di sicuro non lo sorprendono. Il risanamento della Chiesa a cui Bergoglio è stato chiamato con l’urgenza d’un intervento da terapia intensiva (le dimissioni di Benedetto XVI non sono state un semplice gesto di stanchezza), rianima la massa dei fedeli nel mondo intero; tuttavia non basta a frenare la continua guerriglia che gli oppongono -dentro e attorno alla Chiesa- i non pochi rentier del tradizionalismo cattolico, più ancora che i suoi ultrà. Lasciando comunque della loro idea (semmai si fosse proposto di correggerla) i critici più canonici di sponda marxista. I quali indicano nell’ interclassismo di questo Papa la prova provata che la sua è un’utopia velleitariamente conciliatrice.


Il vero tema di Siragusa -va chiarito-, sta nel sottotitolo: “Innovazione e continuità nella dottrina sociale della Chiesa”. Il libro lo svolge senza censure e con un certo equilibrio. Sforzandosi anche di documentare opposti punti di vista sull’intimo carattere della persona, capace di alternare grande riservatezza ad altrettanta estroversione. La cui attuale azione concreta, in ogni caso, risulta dirompente al punto di aver catalizzato l’attenzione e spesso lo stupore del mondo. L’unica cosa che infatti è possibile affermare senza tema di smentita, è che questo Pontefice (“facitore di ponti” dice l’etimologia della parola) ha affrontato i nodi della crisi che attanaglia l’intero Occidente con una lucidità e un’energia senza precedenti nella storia della Chiesa dal secolo scorso a oggi.
Non meno certo, lascia intendere l’autore, è che Francesco neppure tenta di scalfire la compattezza dei dogmi; e sostanzialmente immutata lascia la liturgia. Se ne trae che le frequenti, scomposte grida all’eresia sono perciò solo il frutto di un’esagitazione in mala fede, l’aspetto più scalmanato di un’altrimenti indicibile difesa di situazioni spesso illegittime, talvolta illegali, rese arcaiche e -queste sì- scandalose dalla scelta di assoluta austerità personale compiuta da Bergoglio subito dopo essere stato eletto al soglio di San Pietro. Gli attacchi alla “Evangelii Gaudium”, alla sua contrarietà all’economia finanziarizzata che accentua le ingiustizie sociali, non sono estranei -per esempio- agli interessi colpiti dalla riforma pur insufficiente della banca centrale vaticana, il già famigerato IOR, voluta da Francesco.
Dell’esortazione apostolica che rifiuta il neo-liberismo globalizzante, “PAPA FRANCESCO, MARXISTA?” riporta brani significativi ed estesi, meritevoli di essere riletti e meditati. Così come prima di confutarle puntualmente, riferisce le rampogne per il peccato di secolarismo rivolte a Francesco dal liberale e liberista Marcello Pera, ex presidente del Senato e parlamentare della berlusconiana Forza Italia. Lo sforzo documentario è evidente lungo tutte le quasi 250 pagine del libro. Non solo per disinnescare buona parte degli attacchi al Papa, esponendo bensì -in nome della completezza d’informazione- anche le accuse a lui rivolte di cripto-peronismo e sia pur occasionale collusione con la sanguinaria dittatura militare argentina degli anni 1976-83.
Quest’ultima evidentemente non è solo politica, né lieve. Riferisce della doppiezza con cui Bergoglio, allora Provinciale dei gesuiti d’Argentina, cioè loro capo e responsabile, avrebbe trattato in circostanze drammatiche con i generali golpisti la sicurezza personale e infine la vita di sacerdoti a lui affidati. Il fatto che quelle circostanze rimangano per più d’un aspetto controverse non esaurisce la vicenda, parte di un periodo che in Argentina non appare ancora chiarito fino in fondo e concluso. E che rimanda a una storia nazionale di privilegi per pochi e sfruttamento dei più, difesi con cospirazioni e violenze che hanno generato a loro volta la ricerca d’impercorribili scorciatoie e ingannevoli utopie.
All’origine di tutto c’è l’interventismo militare, che fin dall’Ottocento in America Latina ha impedito la nascita di borghesie nazionali capaci di liquidare le oligarchie feudali del post-colonialismo e dirigere processi di sviluppo nei rispettivi paesi. Gli eserciti hanno sempre represso nel sangue i diritti dei più deboli. In Argentina il peronismo nasce da un duplice colpo di stato (1943-45) e viene decapitato da un terzo (1955). Negli anni Settanta del secolo scorso, dopo ulteriori golpes che feriscono a morte il sistema democratico, il peronismo implode in uno scontro senza quartiere tra le sue tendenze socialiste e quelle conservatrici-reazionarie, con i militari che una volta ancora ne approfittano per imporre il lugubre potere delle caserme, in beneficio dell’establishment e proprio.
Nelle “Venti verità del Peronismo”, carta magna del Movimento (17.10.1950), l’ottava dichiara che “Nell’azione politica al primo posto c’è la Patria, poi il Movimento, quindi gli uomini”; la ventesima che “Su questa terra il meglio che abbiamo è il popolo”. Se l’opzione per i poveri della dottrina sociale della Chiesa è più che compatibile con quest’ultima, Francesco non sembra però seguire l’ordine di valori della precedente. Il suo presunto peronismo risale del resto alla frequentazione in gioventù (oltre 60 anni fa…) di un gruppo ultra-nazionalista. Il persistere del protagonismo peronista nella vita accidentatissima del suo paese l’avrà poi indotto a più d’una riflessione. Almeno tanto quanto la polarizzazione socio-economica. Ma che “disoccupazione, fame e paura sono i mattoni con cui vengono costruite le dittature”, l’ha detto per primo Franklin Delano Roosevelt, non Peron o Bergoglio.
Dalle varie, per lo più rapide escursioni del libro sulla storia contemporanea latinoamericana, si comprende come pur essendosene tenuto a cauta distanza, questo Papa ha posto fine all’attiva avversione della Santa Sede nei confronti della Teologia della Liberazione. E in effetti ha abbracciato alla luce del sole il peruviano Gustavo Gutierrez, forse il primo anche se tra i meno conflittivi degli autori. Quella a Bergoglio più affine risulta essere la Teologia del popolo, formulata dai sacerdoti Rafael Tello e Lucio Gera, per molti anni docenti della UCA, l’università dei gesuiti a Buenos Aires. Tello, considerato un tomista aperto, sebbene attento a non identificarsi con ideologie politiche per evitare i rischi di scontrarsi con la gerarchia, conosceva Bergoglio da quando aveva 17 anni e non era neppure del tutto certo che avrebbe scelto il sacerdozio.
Ormai deceduti da alcuni anni, Tello e Gera furono attivi nel rinnovamento promosso dal Concilio Vaticano II e alla storica Conferenza episcopale di Medellin nel 1968, rivendicando sempre l’emancipazione umana e sociale dei lavoratori come missione centrale della Chiesa. E Diego Siragusa chiude il libro con le risposte di Francesco a imprenditori, dipendenti e sindacalisti dell’ILVA di Genova, nel maggio scorso. Disse, tra l’altro, il Papa: Il lavoro, massima dignità e priorità dell’essere umano, oggi è a rischio (…); una malattia dell’economia è la progressiva trasformazione degli imprenditori in speculatori, l’imprenditore non deve confondersi con lo speculatore: i campi, il mare, le fabbriche sono sempre stati altari di opere belle e pure come preghiere. Oltre l’ovvia interlocuzione storica con le culture contemporanee, il marxismo non sembra entrarci molto.
*Ildiavolononmuoremai.it

lunedì 30 ottobre 2017


di Mauro Gemma

Girano in rete impropri paragoni tra la dichiarazione di indipendenza della Catalogna e la creazione delle repubbliche popolari nel Donbass.

E' opportuno precisare che, al contrario di quanto è successo in Catalogna con la rivendicazione dell'indipendenza dalla Spagna, la richiesta iniziale delle regioni russofone dell'Est dell'Ucraina era quella dell'autonomia nell'ambito dello stato ucraino* (nato, questo, da una decisione, presa dai nazionalisti ucraini in combutta con Eltsin dopo il suo colpo di Stato, che ha violato la decisione espressa, a grande maggioranza, dal popolo della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina di rimanere nell'URSS, attraverso il referendum del marzo 1991) e, in particolare del rispetto della lingua, della cultura e dell'identità peculiare delle sue popolazioni, a grande maggioranza russe e russofone. E ciò avveniva in conseguenza delle prime misure approvate dal governo golpista che si proponevano di impedire persino l'uso della lingua russa.

E' stato in seguito al rifiuto di accettare le richieste avanzate e allo scatenamento di una repressione armata senza precedenti (appoggiata da USA/UE/NATO) contro il popolo antifascista della Novorossija che è stato avviato il processo che ha portato alla proclamazione delle repubbliche popolari attraverso un referendum. E ancora oggi, lo stesso Partito Comunista di Ucraina si sta battendo con coraggio contro l'isteria nazionalista della giunta golpista di Kiev per ottenere un assetto federale dello stato, rispettoso di tutte le autonomie, le culture e le identità, con l'attribuzione al russo dello status di lingua ufficiale. Forse è troppo tardi per giungere a una simile soluzione della questione, ma questa rimane la posizione ufficiale dei compagni comunisti ucraini.

Inoltre, c'è anche da rilevare che la stessa Federazione Russa continua a considerare l'Est dell'Ucraina parte del paese confinante e non ha mai avanzato alcuna richiesta di annessione (al contrario di quanto è avvenuto in Crimea, una regione storicamente russa che solo negli anni 50 dello scorso secolo venne consegnata da Krusciov alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, pur nell'ambito dell'URSS, che con un referendum è tornata alla Russia).

Ragion per cui, si può pensarla come si vuole dell'indipendenza della Catalogna, anche scambiando lucciole per lanterne e pensando che siamo di fronte alla creazione del Venezuela bolivariano in Europa occidentale. Ma per cortesia, non si metta di mezzo il Donbass. O almeno, prima di parlarne, se proprio non si vuole studiare, almeno ci si informi.

* "Nella notte del 22 febbraio 2014 decine di patrioti del Donbass sono intervenuti in difesa del monumento a Vladimir Lenin, simbolo dei lavoratori di Donetsk, e non hanno consentito ai fascisti ucraini di portare a compimento la demolizione della statua. Insieme ai difensori del monumento c'erano anche i comunisti, che per primi avevano organizzato e allestito una tendopoli. Vicino al monumento decine di migliaia di persone hanno organizzato manifestazioni di condanna del colpo di stato a Kiev. I partecipanti all'azione hanno avanzato alle autorità la richiesta di svolgere un referendum sulla struttura federale dell'Ucraina, che permettesse di garantire un corso di politica estera basato sulla collaborazione con i paesi della CSI, e in primo luogo con la Federazione Russa. Ma Kiev e la dirigenza della regione di Donetsk non hanno voluto ascoltare la richiesta del popolo" (dalle tesi programmatiche del Partito Comunista della Repubblica Popolare di Donetsk)

domenica 8 ottobre 2017

L'ANIMA NERA DEL DOCILE GIORNALISMO TEDESCO

 
L'ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder ha deciso recentemente di accettare l'invito di porsi alla guida della società russa che si dedica alla ricerca di petrolio nelle regioni artiche e siberiane.
I giornalisti dei partiti "democratici" cioè quei "galantuomini a pagamento" il cui compito è quello di creare un'opinione "democratica" nella popolazione tedesca (e che sino ad ieri appoggiavano entusiasticamente la politica di guerra contro la Jugoslavia dello stesso Gerhard Schröder) hanno condannato quasi all'unanimità questa sua decisione: Connivenza con il "nemico"; tradimento della "democrazia"; riabilitazione della dittatura di Putin; pugnalata alla schiena agli "amici" americani...
In prima fila come al solito la nota organizzazione, generosamente finanziata dal governo tedesco, che si finge amica degli oppressi e che risponde al nome di "Gesellschaft für Bedrohte Völker". (Società per i Popoli Minacciati"
Questa "Gesellschaft für Bedrohte Völker" si è posta in passato al servizio del colonialismo e dell'imperialismo e ha contribuito a far digerire all'opinione pubblica i perduranti massacri in Afghanistan in nome ... dell'emancipazione femminile
ha sostenuto apertamente le imprese neocoloniali dello stesso Schröder e del bieco Joschka Fischer in Jugoslavia, dove i bombardamenti della Germania finalmente unificata e "libera" dall'ipoteca comunista e pacifista, ha potuto imporre i propri interessi "democratici e coloniali" a prezzo della morte di almeno 2000 civili, della distruzione dell'intera struttura industriale e dell'inquinamento radioattivo che -ancor oggi miete quotidianamente nuove vittime innocenti in Iraq non ha sollevato ciglio per la morte d'inedia di 500 mila lattanti causata dall'embargo imposto dagli USA; anzi ha inneggiato alla successiva strage di militari e civili e all'assassinio del presidente iracheno.
Mai una parola contro il razzismo di Israele e la sua violenza omicida, né contro i nazisti ucraini che vengono anzi descritti -secondo i desideri dei loro finanziatori- come sinceri democratici, né contro i mercenari che hanno distrutto la "dittatura" di Gheddafi, e con essa la società e l'economia della Libia, il paese che poteva vantare il più alto livello di vita politico dell'Africa intera ed un invidiabile ed equilibrato sistema e che oggi è allo sbando.
 
 
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Deutsche Version
 
DIE SCHWARZE SEELE DES KÄUFLICHEN DEUTSCHEN JOURNALISMUS
 
Als Ex-Bundeskanzler Gerhard Schröder das Angebot neulich annahm, die Führung einer russischen Firma, die in der Arktis nach Bodenschätzen forscht, zu übernehmen, ist über ihn sofort die Meute der Journalisten hergefallen.
Die Journalisten der etablierten "demokratischen" Parteien, d. h. jene, die erwählt und bezahlt sind, um die richtige demokratische Meinung der deutschen Bevölkerung zu vermitteln (diejenigen, die bis gestern Schröders Kriegserklärung an Jugoslawien vorbehaltlos befürwortet hatten), haben dagegen heute fast ausnahmslos seine Entscheidung, das Angebot anzunehmen, verurteilt.
Sie werfen ihm stillschweigendes Einverständnis mit dem "Feind", Verrat der "Demokratie", Rehabilitierung der Diktatur Putins vor. Schröders Verhalten sei ein Dolchstoß gegen die amerikanischen "Freunde".
Zum Beispiel Herr Delius, der Vorsitzende der Organisation "Gesellschaft für bedrohte Völker", die von der deutschen Regierung finanziert wird, hat die Zuhörer des Deutschlandfunks mehrmals zu Tränen gerührt, in dem er bildreich die schwerwiegenden Folgen der Erschließung der Ölreserven für die Bevölkerung der sibirischen Tundra beschrieb.
Es ist dieselbe Organisation, die zu Diensten dem Kolonialismus und Imperialismus war, z. B. in dem sie die anhaltenden Massaker der Amerikaner in Afghanistan befürwortete im Namen der Emanzipation der Frauen!
Außerdem hatte damals diese Organisation die neokolonialen Unternehmungen von Schröder und dem machthungrigen Joschka Fischer in Jugoslawien unterstützt. Beide haben den Krieg in Jugoslawien im Namen eines vereinten Deutschlands befürwortet, das endlich von Kommunismus und Pazifismus befreit war. So konnten sie dem Land ihre eigenen "demokratischen und kolonialistischen" Interessen überstülpen zum Preis von 2000 getöteten Zivilisten, der Vernichtung der industriellen Infrastruktur und einer radioaktiven Verseuchung, die heute noch ihre Opfer fordert.
Vor dem völkerrechtswidrigen Krieg der Amerikaner gegen den Irak, starben bereits über 500 000 irakische Säuglinge aufgrund des amerikanischen Embargos... aber weder gegen dieses Ereignis, noch gegen den Massenmord an Soldaten und Zivilisten, noch gegen den Mord an den irakischen Präsident konnte man ein Kommentar der "Gesellschaft für bedrohte Völker" registrieren.
Kein einziges Wort gegen den Zionistischen Rassismus und die israelische Staatsgewalt, die ukrainischen Nazis, die -den Wünschen ihrer Gönner entsprechend, werden uns als lupenreine Demokraten verkauft, die Söldner, die die Gheddafis "Diktatur" zerstört haben, und somit ein Land, das mit dem afrikanischen Primat was die Ökonomie und die soziale Gerechtigkeit angeht, in ganz Afrika sich wappnen konnte, und heute zwischen islamischen Kämpfer und imperialistischen Lobbies bestritten wird.
 

mercoledì 4 ottobre 2017

Grandi manovre nucleari alla Camera

di Manlio Dinucci

il manifesto, 3 ottobre 2017

Il giorno prima che il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari venisse aperto alla firma alle Nazioni Unite, alla Camera dei deputati è stata approvata il 19 settembre, a grande maggioranza (296 contro 72 e 56 astenuti), una mozione Pd a firma Moscatt e altri. Essa impegna il governo a «continuare a perseguire l'obiettivo di un mondo privo di armi nucleari attraverso la centralità del Trattato di non-proliferazione (Tnp), valutando, compatibilmente con gli obblighi assunti in sede di Alleanza atlantica, la possibilità di aderire al Trattato per vietare le armi nucleari, approvato dall'Assemblea generale dell'Onu».

La mozione Pd, «su cui il governo ha espresso parere favorevole», è una cortina fumogena per nascondere il fatto che l’Italia è accodata al crescente riarmo nucleare Usa/Nato ospitando, in completa violazione del Tnp, le bombe nucleari Usa B-61 che dal 2020 saranno sostituite dalle ancora più pericolose B61-12.

La vera posizione del governo Gentiloni è emersa il giorno dopo quando, attraverso il Consiglio nord-atlantico di cui fa parte insieme agli altri 28 governi della Nato, ha respinto in toto e attaccato il Trattato Onu.

Alla Camera dei deputati la mozione Pd è stata votata da Forza Italia, Fratelli d’Italia, Scelta Civica, Alternativa Popolare, Democrazia Solidale e Gruppo Misto.

La Lega Nord, assente in aula al momento del voto, con una sua mozione chiama il governo «a non rinunciare alla garanzia offerta dalla disponibilità statunitense a proteggere anche nuclearmente l'Europa e il nostro stesso paese, non necessariamente rispetto alla Russia». Come se l’Italia fosse in grado di stabilire contro chi debbano essere puntate le armi nucleari Usa.

Sinistra Italiana e Articolo 1, nelle loro mozioni respinte dalla Camera, chiedono la rimozione delle armi nucleari Usa dall’Italia in base al Trattato di non-proliferazione e l’adesione dell’Italia al Trattato Onu. Però, sulla mozione Pd, entrambi i gruppi non hanno votato contro ma si sono astenuti.

Ha invece espresso voto contrario il Movimento 5 Stelle. Nella sua mozione, anch’essa respinta, esso non chiede però al governo né la rimozione delle armi nucleari Usa dall’Italia in base al Trattato di non-proliferazione, né l’adesione dell’Italia al Trattato Onu, ma di «relazionare al Parlamento sulla presenza in Italia di armi nucleari, non facendosi più paravento di un vincolo atlantico alla riservatezza inesistente per i cittadini e i parlamentari Usa» e di «dichiarare l'indisponibilità dell'Italia ad utilizzare armi nucleari, a non acquisire le componenti necessarie per rendere gli aerei F-35 idonei al trasporto di armi nucleari».

La mozione del M5S rispecchia la posizione espressa dall’aspirante premier Luigi Di Maio che «non vogliamo uscire dalla Nato» (come ha dichiarato lo scorso aprile in una conferenza negli Usa), che (come ha dichiarato in un’intervista lo scorso giugno) «vogliamo restare nella Nato, ma vogliamo parlamentarizzare gran parte delle scelte».

Illusione o peggio. Nel Consiglio nord-atlantico, stabiliscono le norme Nato, «non vi è votazione né decisione a maggioranza», ma «le decisioni vengono prese all’unanimità e di comune accordo», ossia d’accordo con gli Stati uniti cui spettano per diritto la carica di Comandante supremo alleato in Europa e gli altri comandi chiave, compreso quello del Gruppo di pianificazione nucleare della Nato.

Promettere che gli F-35, aerei concepiti per l’attacco nucleare soprattutto con le B61-12, possano essere usati dall’Italia con una sorta di sicura che impedisca l’uso di armi nucleari, equivale a una favola raccontata ai bambini per fargli dormire sonni tranquilli.