martedì 19 giugno 2018

LA LUNGA MARCIA DI PACE ED ECONOMIA IN COLOMBIA



(Accordo Farc-governo colombiano per porre fine a 40 anni di guerriglia)

di Livio Zanotti
(corrispondente per la RAI dall'America Latina)


Pace e sviluppo o guerra e stagnazione, è questo il bivio che ha di fronte la Colombia del nuovo presidente voluto con un’attiva e forte mobilitazione dall’establishment, Ivan Duque, eletto al ballottaggio di domenica scorsa con 10 milioni di voti; due più dell’avversario Gustavo Petro, ex sindaco di Bogotà e oltre 30 anni fa combattente del gruppo guerrigliero M19. Ha dunque vinto la destra, ampiamente, come previsto da tutti i pronostici: quella agraria, che controlla il grosso del voto clientelare, ben più di quella dell’industria manifatturiera. Con 8 milioni di suffragi, tuttavia, Petro è il candidato riformista più votato nella storia colombiana. 
Se sarà il governo estremista propugnato dall’ex presidente Alvaro Uribe, leader anche militare dell’oltranzismo latifondista, oppure Duque vorrà intermediare con il conservatorismo d’origine liberal-cattolica dell’altro suo sponsor, l’ex presidente Andrès Pastrana, e il moderatismo centrista a cui si è pur rivolto in campagna elettorale, saranno i fatti a confermarlo. Per ora egli si dichiara  presidente di tutti i colombiani, di non avere nemici e di voler correggere gli accordi con la guerriglia delle Farc, senza cancellarli. Ne ha la possibilità, visto che gli ex dirigenti del gruppo armato si dicono disponibili al dialogo.
Con ogni evidenza non si presenta certo agevole, però nessuno può escludere una nuova trattativa.
Gli ex guerriglieri sono consapevoli di non poter tornare a rinchiudersi nella selva, tanto meno dopo aver constatato l’insuccesso politico del loro rientro nella legalità. Denunciano la continuazione dello stillicidio di assassinii che sta decimando le loro fila e rifiutano di finire uno dopo l’altro in carcere per l’eventuale cancellazione della sostanziale amnistia prevista negli accordi sottoscritti. Confidano nel calcolo che la pace sia indispensabile agli interessi dell’intero paese, e segnatamente di alcuni dei suoi maggiori gruppi economici.  
Le distorsioni della campagna elettorale hanno creato in effetti il paradosso di dar per scontati i vantaggi della pace, per esaltarne invece i difetti. Ma la transizione coinvolge tutti. La crescita rallenta (2,6 l’incremento di quest’anno), pesante il deficit fiscale, gli aiuti economici internazionali promessi per sostenere il dopo-guerra condizionati ai suoi esiti. Non basteranno l’espansione delle attività minerarie -già contestate dagli ambientalisti - e anzi in un paese in cui lo stato controlla con difficoltà il proprio territorio, rischiano di convertirsi in ulteriori fuochi di conflitto se non verrà consolidata la pacificazione attraverso accordi con le residue formazioni in armi. 
Un processo difficile da conciliare con la prevista riduzione della spesa pubblica, a fronte degli oltre 4 milioni di profughi da indennizzare e reinserire sulle terre che furono costretti ad abbandonare per le violenze degli scontri tra la guerriglia, i paramilitari, l’esercito e il narcotraffico sempre più esteso che nel tempo li ha contaminati e spesso resi organicamente complici. Mentre i latifondisti impediranno la riforma agraria e altrettanto potenti saranno gli ostacoli per una non meno necessaria e urgente riforma fiscale. Settant’anni anni di guerra e violenze che dal 1948 insanguinano uno dei paesi più belli e con maggiori potenzialità economiche del mondo, hanno solo nascosto ed esasperato i ritardi della Colombia.


Livio Zanotti
Ildiavolononmuoremai.it

Giornalisti picchiati, macchine fotografiche distrutte: la polizia palestinese disperde la protesta anti-Abbas a Ramallah


di Amira Hass, Jack Khoury

14 giugno 2018, Haaretz

Decine di persone picchiate e arrestate, tra cui giornalisti stranieri, nella repressione delle manifestazioni contro le sanzioni economiche di Abbas a Gaza

La polizia antisommossa dell’Autorità Nazionale Palestinese ha sciolto con la forza una manifestazione a Ramallah mercoledì sera, imponendo il divieto di protesta in nome della festa di Id al-Fitr, che segna la fine del mese di digiuno del Ramadan.

La polizia ha arrestato giornalisti e decine di dimostranti, ha rotto le telecamere e picchiato molti dei manifestanti.

I dimostranti chiedevano al presidente palestinese Mahmoud Abbas di rimuovere le sanzioni che ha imposto a Hamas e ai residenti della Striscia di Gaza, dopo che Hamas ha fallito nel portare avanti un accordo di condivisione del potere.

Le forze di sicurezza palestinesi hanno sparato gas lacrimogeni, granate stordenti e sparato proiettili in aria. Hanno confiscato fotocamere e smartphone, ne hanno rotti alcuni e hanno ordinato ai giornalisti di non intervistare i dimostranti. La polizia ha arrestato giornalisti stranieri e palestinesi e ha picchiato un gran numero di manifestanti. Anche molti cittadini israeliani hanno partecipato alla protesta.

Nonostante la violenta repressione della protesta, un piccolo gruppo di manifestanti è riuscito a sfuggire alla polizia e si è radunato nelle strade secondarie, scandendo slogan come: “Disgrazia e vergogna” e “Con anima e sangue ti riscatteremo, Gaza. “

I corrispondenti riferiscono che da sei a quindici persone sono state ricoverate in ospedale per ferite tra cui l’inalazione di gas lacrimogeno. Decine di persone sono state arrestate; un rapporto porta il numero a 80, tra cui alcune giovani donne. I giornalisti stranieri presi in custodia sono stati rilasciati durante la notte.

Mercoledì la polizia palestinese ha disperso una protesta simile a Nablus.

Martedì scorso, l’Autorità Nazionale Palestinese ha vietato le dimostrazioni fino alla fine dei tre giorni di festeggiamenti per Id al-Fitr, che segnano la fine del mese di digiuno del Ramadan. L’Autorità Nazionale Palestinese ha dichiarato che la decisione era stata presa per evitare qualsiasi interruzione alle celebrazioni festive. L’ultimo giorno del digiuno è giovedì e la festa inizia la sera, dopo il tramonto.

Mercoledì gli organizzatori, un gruppo di personaggi pubblici e di attivisti sociali che hanno aperto la pagina Facebook “Le sanzioni contro Gaza sono un crimine”, hanno annunciato che avrebbero comunque svolto la manifestazione disobbedendo al divieto. Prima di quest’ultima dimostrazione, una dichiarazione rilasciata dagli organizzatori ha riferito che essi sono stati oggetto di una campagna diffamatoria sui social media, che si diceva contenesse minacce e intimidazioni e li aveva presentati come agitatori esterni.

La prima di una serie di proteste contro le sanzioni di Abu Mazen a Gaza si è tenuta domenica sera con circa 1.500 partecipanti. Una seconda protesta molto più piccola si è tenuta martedì pomeriggio.

Quando mercoledì i manifestanti sono arrivati a piazza Manara a Ramallah, sono stati accolti da un gran numero di poliziotti palestinesi in tenuta antisommossa, con uniformi nere e mimetiche, armati di fucili, gas lacrimogeni, granate assordanti e manganelli. La polizia ha cercato di impedire ai manifestanti di riunirsi e ha ordinato a tutti di disperdersi e di lasciare immediatamente la strada.

I testimoni dicono di aver visto la polizia afferrare un manifestante, picchiarlo e condurlo a un veicolo della polizia, mentre altri ufficiali hanno cercato di sgomberare la strada principale dal resto dei manifestanti. Poiché non ci sono riusciti, i poliziotti hanno iniziato a sparare gas lacrimogeni e granate stordenti contro i manifestanti e i molti passanti che riempivano le strade la sera dopo la fine della giornata di digiuno del Ramadan.

Forze di sicurezza in borghese hanno picchiato i manifestanti e anche arrestato alcuni di loro nelle strade piene di gas lacrimogeni. Dopo che queste misure non sono riuscite a fermare la protesta, un terzo gruppo è apparso in abiti civili con cappelli da baseball del movimento Fatah. Anche loro hanno picchiato i manifestanti e cercato di disperdere la folla, mentre urlavano slogan a sostegno di Abbas e in memoria di Yasser Arafat.

In risposta all’arresto dei giornalisti, l’associazione della stampa palestinese ha rilasciato una dichiarazione secondo cui i suoi membri non avrebbero pubblicato notizie sul governo dell’Autorità Nazionale Palestinese e le forze di sicurezza fino a nuovo avviso. Hanno invitato il primo ministro palestinese Rami Hamdallah a dimettersi, ritenendolo responsabile della repressione delle proteste. Molti commenti sulla pagina Facebook dell’associazione hanno accusato lo stesso Abbas della decisione di reprimere la protesta. Non è la prima volta che l’Autorità Nazionale Palestinese ha usato una simile violenza per reprimere le proteste e mettere a tacere l’opposizione.

Le proteste erano contro una serie di sanzioni economiche che Abbas ha imposto a Gaza dopo la rottura dell’accordo di riunificazione dello scorso anno. Ad aprile sono stati congelati i salari agli impiegati dell’ANP nella Striscia. I funzionari hanno riferito di piani per estendere ulteriormente queste misure – che hanno aggravato una situazione già disperata di povertà a Gaza – e per interrompere anche il servizio bancario e Internet.

(Traduzione di Luciana Galliano)

martedì 12 giugno 2018

Dopo aver ucciso Razan al-Najjar, Israele assassina il suo personaggio


di Gideon Levy

10 giugno 2018, Haaretz

Quando non c’è più onestà, ciò che rimane non è altro che propaganda

Poche parole – “Razan al-Najjar non è un angelo della misericordia” – riassumono la profondità della propaganda israeliana. Avichay Edraee, il portavoce in lingua araba dell’esercito israeliano, che parla anche in mio nome, è il rappresentante di un esercito della misericordia che ora si è autonominato giudice del livello di misericordia di una dottoressa che curava un ferito palestinese sul confine di Gaza con Israele e che i soldati dell’esercito israeliano hanno ucciso senza misericordia. Dopo averla uccisa, era anche necessario assassinare il suo personaggio.

La propaganda è uno strumento a disposizione di molti Paesi. Meno le loro politiche sono giuste, più incrementano i propri sforzi propagandistici. La Svezia non ha bisogno di propaganda. La Corea del Nord sì. In Israele viene chiamata ‘hasbara’ – diplomazia pubblica – in quanto: perché avrebbe bisogno di propaganda? Recentemente la sua propaganda è scesa a una bassezza talmente deprecabile che niente può dimostrare meglio di così che le sue giustificazioni sono esaurite, le sue scuse finite, che la verità è la nemica e che ciò che rimane sono menzogne e calunnie.

Si rivolge soprattutto al consumo interno. Nel resto del mondo pochi abitanti di Gaza ci crederebbero in ogni caso. Ma come parte del disperato tentativo di continuare con la repressione e la negazione psicologiche, nell’incapacità di dirci la verità e nell’elusione di ogni responsabilità – tutto è accettabile quando si tratta di questi sforzi.

Una dottoressa con un camice da infermiera è stata uccisa con un colpo di fucile da cecchini dell’esercito israeliano – come hanno fatto con giornalisti con i giubbotti con la scritta “stampa” e con un invalido senza gambe su una sedia a rotelle. Se ci fidiamo dei cecchini dell’esercito israeliano per sapere cosa stanno facendo, contando su di loro per essere i più corretti al mondo, allora queste persone sono state uccise deliberatamente. Sicuramente se l’esercito credesse alla giustezza della campagna militare che sta combattendo a Gaza, si sarebbe preso la responsabilità di queste uccisioni, manifestando rincrescimento e offrendo un risarcimento.

Ma quando la terra scotta sotto i nostri piedi, quando sappiamo la verità e capiamo che sparare contro manifestanti e ucciderne più di 120 e rendere centinaia di altri disabili assomiglia di più a un massacro, non si può chiedere scusa e esprimere rincrescimento. E allora l’aggressiva, goffa, imbarazzante e vergognosa macchina della propaganda del portavoce dell’esercito entra in azione – una fragorosa voce dal ministero della Difesa che aggrava semplicemente quello che è stato fatto. Martedì il maggiore Edraee ha reso pubblico un video in cui si vede da dietro un’infermiera, forse Najjar, mentre lancia lontano un lacrimogeno che i soldati avevano sparato verso di lei. Lo stesso Edraee avrebbe fatto altrettanto, ma quando si tratta di una propaganda disperata, è una prova inconfutabile: Najjar è una terrorista. Ha anche detto di essere uno scudo umano. Sicuramente un medico è un difensore di esseri umani.

Un’inchiesta militare israeliana, basata ovviamente solo su testimonianze dei soldati, dimostra che non è stata colpita volontariamente. Chiaro. La macchina della propaganda è andata oltre ed ha suggerito che potrebbe essere stata uccisa da armi da fuoco palestinesi, che sono state usate molto di rado durante gli ultimi due mesi.

Forse si è sparata da sola? Tutto è possibile. E ci ricordiamo forse di una qualunque inchiesta dell’esercito israeliano che abbia dimostrato il contrario? L’ambasciatore israeliano a Londra, Mark Regev, che è un altro grande, raffinato propagandista, è stato veloce nel twittare in merito alla “dottoressa volontaria” tra virgolette, come se una palestinese non potesse essere una dottoressa volontaria. Invece, ha scritto, la sua morte è “un ulteriore dimostrazione della brutalità di Hamas.”

L’esercito israeliano uccide un medico in camice bianco, durante una vergognosa violazione delle leggi internazionali, che garantiscono protezione al personale medico in zone di conflitto. E ciò nonostante il fatto che il confine di Gaza non costituisca una zona di guerra. Ma è Hamas che è brutale.

Uccidimi, signor ambasciatore, ma chi potrebbe mai seguire questa logica contorta, malata? E chi può credere a questa propaganda a buon mercato se non qualche membro del Consiglio dei Deputati degli Ebrei Britannici – la più grande organizzazione rappresentativa dell’ebraismo britannico – insieme a Merav Ben Ari [del partito di centro Kulanu, all’opposizione, ndt.], la deputata della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] che ha subito approfittato dell’occasione e ha dichiarato: “Risulta che la dottoressa, proprio quella, non era solo un medico, come vedete.” Sì, quella. Come vedete.

Israele avrebbe dovuto essere scioccato dall’uccisione della dottoressa. Il volto innocente di Najjar avrebbe dovuto toccare ogni cuore israeliano. Organizzazioni di medici avrebbero dovuto esprimersi. Gli israeliani avrebbero dovuto nascondere la faccia per la vergogna. Ma sarebbe potuto succedere solo se Israele avesse creduto alla giustezza della propria causa. Quando non c’è più onestà, ciò che rimane non è altro che propaganda. E da questo punto di vista, forse questa caduta ancora più in basso annuncia novità positive.

(traduzione di Amedeo Rossi)

Usa e Ue in lite, ma uniti contro Russia e Cina


di Manlio Dinucci


Mentre si spacca il G-7 per effetto della guerra dei dazi, gli stessi litiganti si ricompattano rafforzando la Nato e la sua rete di partner. 

La proposta tattica di Trump di ripristinare il G-8 – mirante a imbrigliare la Russia in un G-7+1, dividendola dalla Cina – è stata respinta dai leader europei e dalla stessa Ue, che temono di essere scavalcati da una trattativa Washington-Mosca. La ha approvata invece il neo-premier Conte, definito da Trump «un bravo ragazzo» e invitato alla Casa Bianca.

La strategia resta però comune. Lo confermano le ultime decisioni prese dalla Nato, di cui sono principali membri Stati uniti, Canada, Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia, più il Giappone quale partner, ossia tutte le potenze del G-7. 

La riunione dei 29 ministri della Difesa (per l’Italia Elisabetta Trenta, 5 Stelle) ha deciso all’unanimità il 7 giugno di potenziare la struttura di comando in funzione anti-Russia, accrescendo il personale di oltre 1200 unità; di costituire un nuovo Comando congiunto per l’Atlantico, a Norfolk negli Usa, contro «i sottomarini russi che minacciano le linee di comunicazione marittima fra Stati uniti ed Europa»; di costituire un nuovo Comando logistico, a Ulm in Germania, quale «deterrente» contro la Russia, con il compito di «muovere più rapidamente le truppe attraverso l’Europa in qualsiasi conflitto». 

La «mobilità militare» è al centro della cooperazione Nato-Ue, che in luglio verrà rafforzata da un nuovo accordo. 

Entro il 2020 la Nato disporrà in Europa di 30 battaglioni meccanizzati, 30 squadriglie aeree e 30 navi da combattimento, dispiegabili entro 30 giorni o meno contro la Russia.

 A tal fine, come richiesto dagli Usa, gli alleati europei e il Canada hanno aumentato la loro spesa militare di 87 miliardi di dollari dal 2014 e si impegnano ad accrescerla. La Germania la porterà nel 2019 a una media di 114 milioni di euro al giorno e pianifica di accrescerla dell’80% entro il 2024. 

Germania, Francia, Gran Bretagna, Canada e Italia, mentre al G-7 in Canada litigano con gli Usa sui dazi, in Europa partecipano sotto comando Usa all’esercitazione Saber Strike che, mobilitando 18000 soldati di 19 paesi, si svolge dal 3 al 15 giugno in Polonia e nel Baltico a ridosso del territorio russo. 

Gli stessi paesi e il Giappone, gli altri sei membri del G-7, parteciperanno nel Pacifico, sempre sotto comando Usa, alla Rimpac 2018, la più grande esercitazione navale del mondo in funzione anti-Cina. 

A queste prove di guerra, dall’Europa al Pacifico, partecipano per la prima volta anche forze israeliane. 

Le potenze occidentali, divise da contrasti di interesse, fanno fronte comune per mantenere con qualsiasi mezzo – sempre più la guerra – il dominio imperiale del mondo, messo in crisi dall’emergere di nuovi soggetti statuali e sociali. 

Nel momento stesso in cui in Canada si spaccava il G-7 sulla questione dei dazi, a Pechino Cina e Russia stipulavano nuovi accordi economici. La Cina è il primo partner commerciale della Russia, e questa è il primo fornitore energetico della Cina. L’interscambio tra i due paesi salirà quest’anno a circa 100 miliardi di dollari. 

Cina e Russia cooperano allo sviluppo della Nuova Via della Seta attraverso 70 paesi di Asia, Europa e Africa. 

Il progetto – che contribuisce a «un ordine mondiale multipolare e a relazioni internazionali più democratiche» (Xi Jinping) – viene osteggiato sia dagli Usa che dall’Unione europea: 27 dei 28 ambasciatori della Ue a Pechino (salvo l’Ungheria) sostengono che il progetto viola il libero commercio e mira a dividere l’Europa. 

In crisi non è solo il G-7, ma l’ordine mondiale unipolare imposto dall’Occidente.

(il manifesto, 12 giugno 2018)

giovedì 31 maggio 2018

Medio Oriente. Morti di Gaza come numeri


di Michele Giorgio


Il Manifesto, 27 maggio 2018

Nomi e volti dei palestinesi uccisi dai soldati israeliani a Gaza girano nei social ma l'Europa non li nota. Passata la reazione per la strage del 14 marzo, la routine di morte e sofferenza di Gaza non fa più notizia. Vendeva gelati e bibite fredde Hussein Abu Aweida. Alle manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno andava per guadagnare qualche soldo per sopravvivere. Sulla sua vecchia bicicletta aveva fissato due frigoriferi portatili e pedalando per la strade malandate di Gaza portava dolcezza e ristoro a piccoli e grandi. Un colpo sparato da un tiratore scelto dell'esercito israeliano durante le dimostrazioni della scorsa settimana l'ha colpito alla colonna vertebrale ed è spirato ieri all'alba all'ospedale Shifa. Hussein Abu Aweida è il 116 palestinese di Gaza ucciso dai militari israeliani da quando sono cominciate, lo scorso 30 marzo, le manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno. Qualche ora prima erano morti altri due giovani feriti, di 23 e 21 anni.


(Cecchini israeliani che si esercitano nell'arte di uccidere 
o mutilare i palestimesi disarmati)

Nomi e volti degli uccisi di Gaza girano sui social. L'Europa non li nota. Passata la reazione per la strage del 14 marzo - circa 70 vittime tra quelli uccisi subito e i feriti deceduti nei giorni successivi - la routine di morte e sofferenza di Gaza non fa più notizia. E regna l'indifferenza verso i motivi delle manifestazioni lungo le linee di demarcazione tra Gaza e Israele. Prevale la narrazione del governo Netanyahu che descrive la Grande Marcia del Ritorno come una copertura per gli attacchi di Hamas. La responsabilità di tutti quei morti sarebbe solo del movimento islamico anche se a sparare su manifestanti disarmati sono i soldati israeliani. Anzi, la reazione di Israele è stata "moderata", spiegava qualche settimana fa alle Nazioni Unite l'ambasciatrice Usa Nikki Haley.

Anche i giudici israeliani ritengono legittima la risposta data sino ad oggi dall'esercito alle manifestazioni palestinesi. La Corte Suprema israeliana ha respinto all'unanimità due petizioni presentate da gruppi per i diritti umani che chiedevano alle forze armate di non usare più cecchini e munizioni vere contro dimostranti disarmati a Gaza. Secondo la Corte quei manifestanti costituivano un pericolo reale per i soldati e i cittadini israeliani. A nulla è valso il dato che quel "pericolo", in due mesi di proteste con decine di migliaia di persone, non ha causato il ferimento di alcun israeliano, civile o militare. Inutili le testimonianze di alcuni delle migliaia di feriti e la recente risoluzione di condanna di Israele votata dal Consiglio dell'Onu per i Diritti Umani. Tutto regolare, tutto lecito.

Domani a Bruxelles, in occasione del Consiglio Affari Esteri, Avaaz depositerà 4.500 paia di scarpe vicino alla sede della riunione, un paio di calzature per ciascuna vittima di Gaza negli ultimi anni. Oggi pomeriggio al Circo Massimo a Roma la campagna "CambiaGiro", in occasione della tappa finale del Giro d'Italia colorerà la zona di verde, rosso, bianco e nero, i colori della bandiera della Palestina, per protestare contro la scelta degli organizzatori della Corsa Rosa di far partire il Giro da Gerusalemme ignorando lo status internazionale della città e le rivendicazioni dei palestinesi sulla zona Est occupata da Israele.

martedì 29 maggio 2018

A GAZA GLI ISRAELIANI SPARANO PURE SUI MEDICI!!!


di Amira Hass 



Un'ambulanza al minuto, 1.300 persone sparate in un giorno: L'ospedale Shifa di Gaza deve far fronte a crisi che sommergerebbero i migliori ospedali del mondo


8 maggio 2018 2:13 AM

Fonte: Haaretz

Qualsiasi sistema sanitario in Occidente crollerebbe se dovesse curare tante ferite da arma da fuoco in un solo giorno come nella Striscia di Gaza il 14 maggio, dicono i medici internazionali. Eppure il sistema medico di Gaza, che per anni è stato sull'orlo del collasso a causa del blocco israeliano e del conflitto interno palestinese, ha affrontato la sfida in modo sorprendentemente positivo. In Israele, gli eventi del 14 maggio sono già storia. Nella Striscia, le loro conseguenze sanguinose influenzeranno la vita di migliaia di famiglie per gli anni a venire.

E' stato il numero di persone ferite da pallottole, più che l'elevato conteggio dei corpi, a essere così scioccante: quasi la metà delle oltre 2.770 persone che hanno cercato assistenza di emergenza ha subito ferite da armi da fuoco. "Era chiaro che i soldati sparavano soprattutto per ferire e mutilare i manifestanti". Questa è stata la conclusione che ho ascoltato dai miei interlocutori, alcuni dei quali avevano una buona esperienza in sanguinosi conflitti internazionali. L'obiettivo era quello di ferire, non di uccidere, di lasciare il maggior numero possibile di giovani con disabilità permanenti.

(La giornalista israeliana Amira Hass)

preparativi nelle 10 stazioni di triage e stabilizzazione traumi sono stati impressionanti. Ciascuna delle stazioni erette vicino ai siti di protesta era composta da paramedici e studenti volontari di medicina. In media, in sei minuti, sono riusciti a esaminare ogni paziente, a determinare il tipo di lesione, a stabilizzarlo e a decidere chi doveva essere curato in ospedale. A partire da mezzogiorno circa, ogni minuto è arrivata un'ambulanza all'ospedale Shifa di Gaza City. Le sirene non hanno smesso di ulularei. Ogni ambulanza trasportava quattro o cinque persone con ferite.
Dodici sale operatorie hanno lavorato senza sosta. I primi a essere curati sono stati i soggetti con lesioni ai vasi sanguigni. Centinaia di persone con lesioni meno critiche hanno aspettato nei corridoi dell'ospedale per il loro turno, in preda a lamenti e vertigini. Gli unici antidolorifici disponibili erano pensati per mal di testa al massimo, non per ferite da sparo. Anche se il Ministero della Salute dell'Autorità Palestinese in Cisgiordania non ha ridotto le sue spedizioni di medicinali nella Striscia di Gaza nell'ultimo anno, seguendo le direttive dei vertici politici palestinesi, è dubbio che l'ospedale avrebbe avuto gli antidolorifici e gli anestetici necessari per curare i circa 1.300 pazienti con ferite da arma da fuoco e per effettuare le centinaia di operazioni eseguite il 14 maggio.
Nessun ospedale al mondo dispone di chirurghi vascolari e ortopedici sufficienti per operare su centinaia di vittime di colpi di arma da fuoco in un solo giorno. Sotto la guida degli specialisti sono stati introdotti chirurghi di altre specializzazioni. Nessun ospedale dispone di un numero sufficiente di équipe mediche per curare così tanti pazienti. Dopo le 13.30, quando le famiglie dei feriti cominciarono a precipitarsi nell'ospedale già sovraffollato, le cose cominciarono a crollare. Un gruppo della sicurezza armata del Ministero dell'Interno, sotto il controllo di Hamas, è stato chiamato per imporre l'ordine ed è rimasto lì fino alle 20.30. Di notte, 70 manifestanti feriti attendevano ancora un trattamento, mentre altri 40 hanno aspettato la mattina seguente. Una settimana dopo è arrivato il momento della chirurgia ortopedica e della riabilitazione della terapia fisica, ma la Striscia non dispone di fisioterapisti, chirurghi ortopedici e attrezzature mediche sufficienti.
 Dal 30 marzo al 22 maggio, un totale di 13.190 persone, tra cui 1.136 bambini, sono rimasti feriti nelle manifestazioni lungo il confine con Israele, secondo un rapporto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità  rilasciato il 22 maggio. Di questi, 3.360 sono stati feriti da munizioni vere sparate dai nostri eroici - e ben protetti - soldati; 332 sono ancora in condizioni critiche (due persone sono morte per le loro ferite durante il fine settimana). Sono state effettuate cinque amputazioni agli arti superiori e 27 agli arti inferiori. Solo nella settimana del 13-20 maggio, i soldati israeliani hanno ferito 3.414 cittadini di Gaza. Di questi, 2.013 sono stati curati negli ospedali e nelle cliniche gestite da organizzazioni non governative, di cui 271 bambini e 127 donne; 1.366 hanno subito ferite da arma da fuoco.
I nostri coraggiosi soldati sparano anche alle squadre mediche che si avvicinano alla recinzione per salvare le vittime. Gli ordini sono ordini, anche quando si tratta di sparare ai paramedici. Di conseguenza, i medici lavorano in squadre di sei: se uno è ferito, altri due lo porteranno via per il trattamento e i tre che rimangono continueranno a lavorare, pregando che non vengano colpiti essi stessi.

Il 14 maggio, un paramedico della Protezione Civile Palestinese è stato ucciso, ucciso a colpi di arma da fuoco sulla strada per salvare un manifestante ferito. Per circa 20 minuti, i suoi colleghi hanno cercato di raggiungerlo, ma non sono riusciti, spaventati dal fuoco pesante. Il paramedico è morto di collasso polmonare. Nella settimana del 13-20 maggio, altri 24 membri del personale medico sono rimasti feriti: otto con munizioni vere, sei con schegge di proiettile, uno con granata di gas lacrimogeni e nove con esposizione a gas lacrimogeni. Dodici ambulanze sono state danneggiate. Tra il 30 marzo e il 20 maggio sono rimasti feriti 238 operatori sanitari e sono state danneggiate 38 ambulanze.
Il 23 maggio, a seguito di una visita a un ospedale e a un centro di riabilitazione a Gaza, il commissario generale dell'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione, Pierre Krähenbühl, ha sottolineato lo svolgimento dei recenti eventi: "Credo veramente che gran parte del mondo sottovaluti completamente l'entità del disastro in termini umani che si è verificato nella Striscia di Gaza dall'inizio delle marce il 30 marzo. ... Durante sette giorni di proteste sono state ferite molte persone, o anche solo un po' di più, di quante ne siano state ferite durante l'intera durata del conflitto del 2014. E' davvero sconcertante. Durante le visite sono rimasto colpito non solo dal numero di feriti, ma anche dalla natura delle lesioni. ... Il modello di piccole ferite d'ingresso e di grandi ferite d'uscita indica che le munizioni utilizzate hanno causato gravi danni agli organi interni, al tessuto muscolare e alle ossa. Sia il personale degli ospedali del ministero della Sanità di Gazan che quello delle ONG e delle cliniche dell'UNRWA stanno lottando per affrontare ferite e cure estremamente complesse".             

venerdì 25 maggio 2018

Giornalisti assassinati in Equador. Cronache di un massacro



di Livio Zanotti

17 Aprile 2018

Gli ultimi li hanno uccisi il 7 aprile scorso a Mataje, lungo la frontiera dell’Equador con la Colombia: Javier Ortega, 36 anni, cronista, Paulo Rivas, 45, fotoreporter, Efrain Segarra, 60, autista, tutti del quotidiano El Comercio di Quito, Equador. Andavano a fare il lavoro d’ogni giorno, raccontare ai lettori le vicende del paese, insanguinate in quella regione dai delitti dei trafficanti di cocaina e di ribelli armati passati al banditismo. Il 26 marzo dovevano constatare gli effetti dell’attentato a un commissariato di polizia, assaltato da un gruppo che ha disertato dalle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (FARC), quando i suoi massimi comandanti hanno scelto di accordare la pace con lo stato e trasformarsi in forza politica legale.
Alla testa del gruppo dissidente c’è un meticcio nato e noto nella zona, poco oltre i trent’anni, un fisico imponente e uno sguardo insondabile: Walter Arizula Vernaza, uno inseparabile dal suo mitragliatore FN2000 che spara 850 colpi al minuto a oltre 300 metri. Lo chiamano Guacho, un soprannome che ha diversi significati ma nel suo caso vuol dire “scalmanato”. E’ lui che Ortega e Riva volevano incontrare, riuscire a fargli dire qualcosa della storia di tradimenti che avrebbero permesso alla DEA, l’agenzia degli Stati Uniti che combatte il narcotraffico, di localizzarlo nelle scorse settimane e tentare di catturarlo vivo o morto. Si sarebbe salvato fortunosamente, deciso a vendicarsi. Qualcuno (forse una donna che Guacho frequenta da tempo in un paesino non lontano), gli avrebbe attaccato indosso un microchip senza che lui se ne accorgesse in tempo.
Quei giornalisti così audaci da andarlo a cercare nella sua tana devono essergli apparsi le esche che cercava per arrivare a chi l’aveva tradito. Ha ordinato di sequestrarli e fatto poi sapere di essere disposto a rilasciarli, se le autorità avessero soddisfatto una serie di sue richieste che a tutt’oggi nessuno ammette di conoscere. Lo ripete ancora adesso che li ha fatti ammazzare senza neppure riconsegnarne i corpi. Attribuisce ai militari dell’Equador e colombiani la responsabilità di aver impedito lo scambio. Ma polizia ed esercito d’entrambi i paesi stanno presidiando l’intera zona da una parte e dall’altra del confine con migliaia di uomini. Ritengono che Guacho e i suoi siano semplicemente la punta di diamante del sistema di autodifesa dei narcotrafficanti della regione, la trattativa solo un pretesto e i giornalisti uccisi perché avevano raccolto prove di quella piena complicità.
Certo è che questo ulteriore e triplice assassinio è avvenuto in una sempre più luttuosa geografia che si estende dal Messico alla Colombia e all’Equador. La smisurata violenza dei narcotrafficanti, il loro potere di corruzione, vi s’incrociano con residui politici e umani di guerriglie sociali ormai contaminate da un bandolerismo senza bandiere e con la denigrazione del giornalista da icona della testimonianza civile a innocua figura sacrificale. Si tratta di una frontiera che corre parallela all’emarginazione sociale e politica, ma soprattutto culturale. Segue un degrado epocale in cui anche valori antichi come il rispetto per l’avversario indifeso ha cessato di essere lo specchio del più forte, del suo onore personale. L’attenzione del lettore è la maggiore protezione del giornalista che scrive per lui.