venerdì 16 novembre 2018

BETLEMME. UNA PIZZA AVVELENATA. - STORIA DI UN TRADITORE PALESTINESE CHE FA AFFARI CON GLI ISRAELIANI


di Patrizia Cecconi

Se volete leggermi, vi racconto una storia bastarda dalla Cisgiordania occupata.
**
BETLEMME. UNA PIZZA AVVELENATA.....ovvero i nemici in casa.
I nemici in casa a volte sono sciocchi e basta una croce, una maglietta appena un po' scollata e quattro, proprio quattro parole di arabo perché si manifestino.
Per motivi di sicurezza, ATTENZIONE DICO SICUREZZA E NON VIGLIACCHERIA, perché ritengo importante poter seguitare a scrivere e denunciare e non voglio mi sia impedito, il nome lo farò appena tornata in Italia, intanto però è bene che racconti il fatto e che chi sta o passa da Betlemme sappia.
Ieri per me era una giornata NO, ero molto giù per non aver avuto il permesso di entrare a Gaza (il rischio di bombardamenti è alto e sia le autorità gazawe che il consolato italiano stanno facendo un po' di problemi) e avevo rifiutato l'invito a uscire di diversi amici betlemiti. Non avevo voglia di vedere nessuno e neanche avevo voglia di scrivere.
Poi, chi conosce la potenza dei napoletani mi potrà capire, ieri sera un amico napoletano, un nuovo amico, un fotoreporter che è in Palestina per la prima volta e col quale ho parlato molto in questi giorni, mi ha convinto a uscire e mangiare qualcosa insieme. 
Ok, si va. Non da Afteem, dove andrò oggi e dove vado spesso, no, scegliamo una cucina non tradizionale. Quindi si cammina su shara Mahd fino a trovare un posto che ci ispira. Fanno la pizza. Be' certo, andare a mangiare la pizza a Betlemme con un amico di Napoli sembra quasi una bestemmia, ma lui è curioso, io so che la pizza normalmente è buona, purché non si pretenda di avere la napoletana di Napoli a Betlemme e quindi si va. 
Nella saletta in cui sediamo c'è una grande vetrata e sotto di noi si apre il panorama notturno fatto di luci vicine e lontane che fanno sembrare le Palestina un continuum non interrotto da oltraggiosi muri, né ferito da ronde armate di soldati occupanti. 
E' una vista gradevole. 
Ordiniamo una margherita gigante da mangiare insieme e due birre Taybeh, la birra locale più buona e ormai famosa. 
Chiacchieriamo, ridiamo, ci mostriamo le reciproche foto, mi passa anche il malumore, rispondiamo a qualche messaggio sui nostri cellulari e facciamo molto tardi. 
Il mio amico è affamato di notizie e io sono felice di dirgli tutto quel che so e che posso dire.
Passiamo dalla Palestina alle nostre storie personali e poi alla politica e di nuovo alla Palestina con scioltezza, come succede quando si crea un'atmosfera di confidenza e di fiducia. 
En passant gli faccio presente che infiltrati, collaborazionisti e informatori dell'occupante sono più diffusi di quanto si possa immaginare. 
Parliamo quindi della paura di Hamas verso gli internazionali e della sua paranoia verso chiunque proprio perché di informatori ce ne sono molti. Le "gole profonde" hanno anche fatto il loro lurido lavoro pochi giorni fa permettendo l'uccisione di Nur Baraka che non è stato ucciso SOLO perché dirigente della resistenza, ma quello è un altro discorso e ne parlerò altrove, sempre per quei motivi di sicurezza che non vanno confusi con vigliaccheria, non tutto quel che si sa si può dire. Questo è solo un racconto leggero e al tempo stesso una denuncia che spero possa essere utile. 
Andiamo avanti. 
Chiacchierando, chiacchierando si fa molto tardi, ormai ci siamo solo noi. Prima di essere invitati a uscire decidiamo di farlo spontaneamente e di seguitare a parlare a casa. 
Paghiamo. Il mio amico tira fuori una banconota da 200 shekel e vedo che il resto è troppo basso, allora tiro fuori le mie quattro parole di arabo ridendo (che essendo io stolta, il riso abbonda sempre sulla mia bocca e non sapete quanto sia efficace!) dico, "afwan, qadesh?" cioè "scusi, quant'è?" allora il ragazzo che ci aveva servito dice i prezzi in arabo della pizza e della birra. Per caso, tra le quatto parole che conosco ci sono i numeri fino a cento e quindi glieli correggo sulla base di quelli che erano scritti sul menu. 
Bene, il proprietario con croce d'oro al collo, quindi palestinese cristiano, restituisce 30 shekel di appropriazione indebita e chiede di dove siamo. Alla risposta "italiani" scatta il riflesso condizionato e ridendo dice "ah mafioso". Non so perché ma non si usa mai né il femminile né il plurale di quest'aggettivo. Mi è capitato anche altre volte e altre volte ho litigato. Quindi perdo il sorriso degli stolti che abbonda sempre sul mio viso e, acquisendo l'espressione che mio figlio definisce da pittbull, gli dico "we are as mafioso as you are zionist". (Siamo mafiosi come tu sei sionista) E qui la sorpresa.
L'uomo non si scompone, scherza, dice che ha una bisnonna italiana ma non si ricorda di dove e comincia a parlarci, in un inglese peggiore del mio che è tutto dire ma ci capiamo, ci parla  della sua attività commerciale e della sua vita a Betlemme.
Non si sente offeso dall'accusa di essere sionista che in altri avrebbe scatenato una reazione pesante, ma al contrario, si fa molto confidenziale. Si accerta che noi siamo italiani e cristiani e poi mostra con orgoglio la sua pesante croce d'oro che, secondo me, se Cristo la vedesse gliela strapperebbe dal collo, ma andiamo avanti. 
Non gli dico di essere atea, è poco rilevante, e poi comunque sono di formazione e cultura cristiana come i miei amici palestinesi atei sono generalmente di cultura islamica, quindi va bene così. Sentiamo cos'ha da dirci.
Questo signore, finalmente, guardandosi intorno e vedendo che a tiro di voce siamo solo noi tre, ci confessa che lui "quelli" cioè i palestinesi musulmani, non li sopporta. Ci dice che si trova molto meglio con gli "altri". 
Chi sono gli altri? è chiaro, sono gli occupanti! Sono indecisa tra la voglia di affrontare un discorso serio e dirgli che è un bastardo traditore del suo popolo e il desiderio di sentire tutto quello che ha da dire. Ritengo più opportuno lasciarlo parlare, anche se non per molto perché anch'io ho uno stomaco e un fegato come ogni umano e ho il dovere di mantenerli sani.
Dunque il signore dice che lui fa affari con gli israeliani e che gli israeliani sono il suo mito. E per la verità usa più spesso il termine ebrei che non il termine israeliani, riferendosi comunque agli israeliani ebrei. 
Non temete, non mi dilungherò su analisi psicologiche tipo sindrome di Stoccolma e simili, no, perché nel genere umano persone di questo tipo si trovano a qualunque latitudine e con o senza percorsi psicologici tendenti a spiegare l'origine della loro bastardaggine.
Allora chiedo cos'è che gli fa vedere gli israeliani come amici dopo tutto quello che fanno al suo (suo?) popolo? Ma lui non risponde alla mia domanda e invece mi mostra ciò che gli israeliani gli hanno dato: un documentino a sfondo rosa, con la sua foto e le scritte in ebraico, una specie di patente in formato elettronico e dice che con quello lui va ovunque, a Gerusalemme, a Tel Aviv, ovunque, perché lui è amico degli israeliani e loro ricompensano la sua amicizia con quel prezioso documento.
FORSE L'OCCUPAZIONE SI MANTIENE E MANTIENE LA SUA FEROCIA IMPUNITA anche grazie a questi personaggi. Lui è più sciocco, o più arrogante di altri nella sua sicurezza e quindi ha dimenticato la prudenza, esponendosi così per mostrarsi importante. Non sapeva, il meschino, di avere davanti a sé una donna che da oltre trent'anni si occupa di Palestina e che le sofferenze di questo popolo ce le ha ormai come componente del suo sistema circolatorio. E non sapeva che il fotoreporter avvicinatosi per la prima volta alla Palestina ha già visto abbastanza per essere disgustato da quanto stava ascoltando. 
Eccolo il nemico in casa, eccolo! un ristoratore che ha anche negozi di souvenir ed altre attività commerciali e che, in nome del lurido denaro, quello che per il Cristo che porta al collo sarebbe solo lo sterco del demonio, si vende all'oppressore del suo popolo. 
Appena tornata in Italia aggiungerò a questo racconto i dettagli identificativi del luogo e del suo proprietario. Per ora vorrei solo ricordare che quando un palestinese viene ucciso dall'occupante, la mano dell'assassino è sostenuta anche da questo signore e da quelli come lui.
E voglio anche ricordare che tra poche ore nella Striscia di Gaza assediata si profila un'altra mattanza, e che intanto a Tel Aviv si manifesta a favore del nazista Lieberman che propone la soluzione finale per i palestinesi, e che arresti arbitrari e violenze di ogni genere in tante parti della Cisgiordania sono routine, mentre questo collaborazionista fa i soldi con gli assassini sionisti.
Bene, che almeno si sappia e si copra di vergogna il suo locale.
Per ora aggiungo solo che si trova in shara Mahd e che è identificabile con una grande ruota di vecchio carro a cavalli.

domenica 11 novembre 2018

RAPPORTO DA TEHRAN SOTTO LE SANZIONI AMERICANE (English version available)



 di Diego Siragusa


Conoscevo la storia dell'Iran contemporaneo, almeno dal colpo di stato contro Mossadeq fino a oggi, e, soprattutto, avevo seguito con passione  la vicenda della rivoluzione popolare contro lo scià Reza Pahlevi. L'invito rivoltomi dall'Università di Tehran, per un incontro tra addetti ai lavori sul tema del DECLINO DELL'EGEMONIA USA E LE VOCI DI RESISTENZA, non mi ha trovato impreparato. I miei interlocutori conoscevano i miei lavori, libri e articoli, e, in particolare, il mio impegno accanto alla resistenza palestinese a cui l'Iran postrivoluzionario ha sempre dato il proprio sostegno. 

A causa di un ritardo dell'aereo partito da Milano Malpensa, ho perso a Doha, in Qatar, la coincidenza per Tehran. Trascorro la notte in un lussuoso albergo e, alle 5 del mattino, ritorno in aeroporto per raggiungere Tehran con un altro volo. Durante il viaggio rivedo la mia relazione di circa 20 minuti sul tema che mi era stato proposto. 
All'aeroporto Komeini mi aspetta una persona che, per riservatezza, chiamo Hossein. Molto gentile, mi prende la valigia, mi conduce in hotel e sarà il mio accompagnatore fisso per 5 giorni. Mi promette che, in serata, mi porterà a visitare la MILAD TOWER che domina su tutta la città. 

Sapevo alcune notizie su questa torre, alta 435 metri, grazie al mio amico Fabrizio Cassinelli, giornalista dell'ANSA, autore di un pregevole libro che ho recensito nel mio blog: L'iran svelato. Fabrizio racconta la storia della fornitura degli ascensori che fu affidata a una ditta italiana per il valore di 9 milioni di euro. Purtroppo, a causa delle sanzioni imposte all'Iran dagli Stati Uniti, col consenso gregario degli stati europei, l'Italia perse questa fornitura importante. Subentrò una ditta tedesca la quale, richiamata all'obbedienza atlantica dalla signora Merkel, dovette, pur essa, soccombere. Conclusione: una ditta giapponese si aggiudicò la fornitura. 
Hossein è orgoglioso della Milad Tower. "L'abbiamo costruita noi iraniani - mi dice - . Tra diversi progetti che sono stati presentati, il migliore era il nostro."


(I vari progetti di torre)

Ha ragione ad essere orgoglioso, in effetti, il progetto realizzato è il migliore. La torre accoglie diverse sale espositive con opere d'arte e installazioni con manichini di silicone creati con notevole verosimiglianza che riproducono personaggi emeriti della storia persiana: poeti, scienziati, scrittori, atleti, uomini politici e personaggi del clero sciita. 






Tehran è una città abitata da circa 8.600.000 persone. Pulita e ben ordinata. Niente scritte sui muri, niente spazzatura. La manutenzione dei viali, dei parchi e dei giardini è costante. Le grandi arterie stradali l'attraversano facilitando il traffico che, verso le ore 17, diventa piuttosto intenso. Osservo che un grande boulevard è dedicato a Nelson Mandela e all'Africa. Hossen mi informa che c'è una grande strada dedicata a Bobby Sands, il militante nordirlandese membro della Provisional Irish Republican Army, morto il 5 maggio 1981 dopo uno sciopero della fame condotto ad oltranza per protesta contro il regime carcerario cui erano sottoposti i detenuti repubblicani. Ne parla con orgoglio Hossein, come per dirmi che l'Iran è vicino ai combattenti dell'indipendenza. 

Nella città, spesso in prossimità degli incroci stradali, vi sono delle nicchie col ritratto di ufficiali e soldati semplici morti da martiri durante la guerra contro l'Iraq di Saddam Hussein, combattuta dal settembre 1980 all'agosto 1988. 

Da quasi 40 anni gli Stati Uniti, e i loro più fedeli alleati, tentano di mettere l'Iran in ginocchio con le sanzioni ma ottenendo deboli risultati. I negozi della città sono pieni di merci, la motorizzazione estesa, rarissimi i mendicanti. L'hotel che mi ospita è lussuoso ed efficiente. Nei ristoranti, spesso affollati, non manca nulla. La Russia, la Cina, l'India, la Corea del Sud e altri paesi si sono sostituiti all'occidente vanificando in buona parte gli effetti delle sanzioni. In questi giorni, il presidente Trump suona le trombe del ripristino duro delle sanzioni che Obama aveva attenuato. Avverto una certa preoccupazione alla quale gli iraniani reagiscono con l'orgoglio e manifestazioni di resistenza. In ogni caso l'ONU ha redarguito le sanzioni in generale ma, soprattutto quelle che riguardano i pezzi di ricambio degli aerei e del macchinario sanitario. L'ONU mette in guardia dal rischio di mettere a repentaglio la sicurezza dell'aviazione civile e di colpire le strutture sanitarie pubbliche che usano macchine sofisticate nelle loro attività terapeutiche. Ma il presidente Trump se ne infischia e prosegue nella sua attività di demolitore di ogni forma di dialogo.

Sabato 4 novembre  
(L'ingresso dell'abitazione di Komeini)

Al mattino visita al quartiere Jamaran, famoso perché qui vi abitò l'imam Komeini. Hossein, che è molto religioso e devoto dell'imam, mi conduce dentro la casa del simbolo della rivoluzione iraniana. Komeini viveva in poco spazio, semplicemente, mangiava pochissimo e in questa modesta casa ricevette il presidenye sovietico Michail Gorbačëv. Al piano inferiore c'è un piccolo museo con molti ritratti e cimeli dell'imam. Mi colpisce la foto di Komeini assiene a mons. Hilarion Capucci, amico mio e indimenticabile combattente della causa palestinese.


(Komeini e mons. Capucci)

Subito dopo, Hossein mi porta a visitare L'EBRAT MUSEUM, un edificio costruito come prigione, progettato da ingegneri e disegnatori tedeschi nel 1932 per ordine di di Reza Shah. L'edificio fu terminato nel 1937 con una struttura per impedire qualsiasi forma di fuga. Le pareti sono insonorizzate per annullare all'esterno le urla dei prigionieri torturati. Hossen mi presenta al direttore del Museo che mi accompagna nella visita mostrandomi tutte le celle, i cimeli dei prigionieri, la squallida sala delle docce, le stanze della tortura con manichini che mostrano le varie tecniche di supplizio a cui i prigionieri furono sottoposti. In alcune salette si proiettano dei cortometraggi con interviste alle vittime sopravvissute alla detenzione e alle torture che raccontano le violenze subite. Anche i rappresentanti del clero sciita entrarono e sostarono  in questa prigione: gli ayatollah Ali Khamenei, Rafsanjani, Ali Rajaee, Beheshti, Motahari e Taleghani. 
Gli aguzzini dello scià non risparmiarono nemmeno le donne. Lungo i corridoi osservo le centinaia di fotografie delle detenute, alcune coi segni in volto delle percosse. Questo era il regno della spietata polizia segreta, la famigerata SAVAK addestrata dal MOSSAD, l'altrettanto famigerato servizio segreto israeliano. Uno dei capi della SAVAK, Parviz Sabeti, fuggì in Israele con la sua famiglia all'inizio della rivoluzione e poi si trasferì negli Stati Uniti. E' ancora vivo, si chiama Peter Sabeti e fa il costruttore edile a Orlando in Florida. Diversa fu la sorte del Direttore della SAVAK, il generale Nematollah Nassiri, che fu arrestato e giustiziato con un processo sommario assieme a 438 agenti. 













Domenica 4 novembre

Al mattino è prevista una grande manifestazione per ricordare il 39esimo anniversario dell'assedio dell'ambasciata americana a Tehran e l'ostaggio dei diplomatici. Decine di pullman hanno portato i manifestanti nelle piazze. Sorprendente è il muro perimetrale della ex ambasciata: uno spazio immenso riservato a Sua Maestà gli Stati Uniti d'America che con lo scià Reza Pahlavi oggettivamente controllavano l'Iran permettendo alle corporations americane e inglesi enormi profitti con l'estrazione del petrolio che Mossadeq aveva nazionalizzato, sottraendolo alla Anglo-Iranian Oil Company, e destinando i profitti al popolo iraniano. Un caso da manuale di imperialisno fase suprema del capitalismo, per dirlo con Lenin. 

(Mossadeq)


Appena nominato Primo Ministro, Mossadeq mantenne le promesse, sciolse l'Anglo-Iranian Oil Company e costituì la National Iranian Oil Company. Per ritorsione la Gran Bretagna congelò i capitali iraniani che erano in gran parte nelle sue banche, rafforzò la presenza militare nel Golfo Persico, attuò un blocco navale che impediva l'esportazione di petrolio e dispose un embargo commerciale. La questione divenne competenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Mossadeq si recò a New York per difendere il suo Paese e ottenne una vittoria diplomatica sull'Inghilterra. Proseguì il suo viaggio in America con una visita a Washington dove incontrò il Presidente Truman. Per la sua vittoria all'ONU fu proclamato "Uomo dell'anno 1951" dalla rivista "Time".


A causa della crisi economica e delle resistenze alle sue riforme per modernizzare il Paese, Mossadeq fu abbandonato da molti suoi alleati, e, in particolare, dal clero sciita guidato dall'Ayatollah Kashani. Grandi latifondisti e religiosi, che gestivano immense proprietà, si allearono contro Mossadeq che, nell'agosto del 1953, fu destituito con un colpo di stato militare favorito da un'operazione dei servizi segreti americani e britannici, denominata “Operazione Aiace”. Il ruolo degli Stati Uniti nella crisi è considerato tra le cause della radicalizzazione della rivoluzione islamica, che raggiunse l’apice nella crisi degli ostaggi dell'Ambasciata americana. 



(L'ingresso della ex ambasciata americana a Tehran)

Le strade e le piazze attorno alla ex ambasciata sono piene di gente con cartelli su cui si legge "DOWN WITH U.S.A. -  DOWN WITH ISRAEL, VICTORY TO ISLAM", ABBASSO GLI STATI UNITI, ABBASSO ISRAELE, VITTORIA ALL'ISLAM.Vedo tantissime donne e ragazze che indossano il chador il quale, abolito dallo scià, era diventato per contrasto uno dei simboli della rivoluzione su sollecitazione del clero sciita che lo volle reintrodurre. 

Sul chador occorre fare chiarezza. E' stato utilizzato sulla stampa occidentale, anche con alcune ragionevoli motivazioni, per attaccare l'Iran e gli aspetti più retrivi della religione islamica verso le donne. Questa usanza di nascondere le donne, in Medioriente, è molto antica e ne parlò persino Plutarco nella sua opera Vite Parallele. Oggi solo le donne anziane, sia quelle delle zone urbane sia quelle delle zone agricole, e quelle che praticano la  religione in modo tradizionale, indossano il chador. La grande maggioranza, invece, preferisce il ruwsari, il foulard variamente colorato e disegnato. 


 

(Donne col chador e col foulard)



Osservo che le donne sono presenti in modo notevole nelle attività produttive e nei servizi pubblici. Le giovani generazioni manifestano un alto grado di istruzione, hanno consuetudine con la lingua inglese e conoscono il resto del mondo tramite la televisione. 
Mentre mi portava in hotel, Hossein mi ha chiesto di parlargli di Roma, poi, cambiando discorso, mi ha confessato che gli piace il calcio e lo pratica. "Quand'ero giovane - mi dice - mi piaceva Paolo Maldini."


(Il generale Mohammad Ali Jafari)
Sul palco degli oratori si alternano vari personaggi. Il Gen. Mohammad Ali Jafari, il comandante in capo della Guardia rivoluzionaria paramilitare iraniana, ha fatto un discorso in cui ha promesso che l'Iran "può superare questa guerra economica e il fallimento del progetto di sanzioni è imminente".
"Mr. Trump! - ha gridato - Non minacciare mai l'Iran perché i gemiti delle forze americane spaventate di Tabas si possono ancora sentire", ha detto Jafari, riferendosi alla missione americana fallita per salvare gli ostaggi conosciuta come Operazione Artiglio dell'Aquila (Operation Eagle Claw).

Riscuote un certo successo un grande cartello che mostra il generale Qassem Soleimani mentre tiene al guinzaglio Trump e Netanyhau, i nemici mortali dell'Iran. "Generale, - recita il cartello - puoi contare su noi studenti." Soleimani è un mito, è molto popolare, è la mente della difesa nazionale, l'uomo che dirige le operazioni in Siria. Serio, intelligente, taciturno, preparatissimo, è nel mirino dei servizi segreti avversari. 
Mentre ci sono le elezioni di medio-termine, che potrebbero cambiare i rapporti di forza nel Congresso americano, Trump fa l'energumeno dichiarando: "Le sanzioni stanno arrivando", in Iran si risponde con l'immagine di Qassem Soleimani che replica: "Mi batterò contro di te".

Al telefono un amico mi chiede come va l'economia. Non lo so. Non ho conoscenze sufficienti. So soltanto che ho cambiato 100 euro per 16.000.000 di rial. Sì, avete letto bene: 16 milioni. Il panorama politico e la dislocazione delle classi? Non mi sono ancora occupato di questi argomenti e sbaglierei a formulare giudizi. Chi conosce l'Iran molto meglio di me mi dice che le riforme sono necessarie e vitali, che il processo di espansione della democrazia e della partecipazione non è rinviabile, che vi è una opposizione annidata tra le classi agiate e occidentalizzate che hanno come modello il liberismo occidentale e gli USA. Soprattutto non è ammissibile una repubblica confessionale, teocratica, come Israele che si è autoproclamato lo stato di soli ebrei.

Hossein si avvicina a una giornalista della TV nazionale che sta raccogliendo una serie di interviste. Non so cosa le abbia detto e come mi abbia presentato. La giovane giornalista si avvicina e mi chiede una intervista mentre il cameraman mi inquadra. La conversazione è tutta in inglese. Le domande riguardano la manifestazione, le sanzioni, il ruolo di Obama e quello di Trump, la presenza iraniana e russa in Siria come muro contro la strategia di dominio totale di Israele e dell'imperialismo americano in Medioriente. Mi pernetto di concludere l'intervista esortando gli iraniani a resistere e dichiarandomi favorevole alla loro bomba atomica utile per annullare la minaccia di Israele, già potenza nucleare. 

Alle ore 19, ora locale, il telegiornale ha mandato in onda varie interviste, tra cui la mia, ma solo per circa 8 secondi. 












Lunedì 5 Novembre

Inaspettatamente, gli amici iraniani mi fanno una sorpresa: visita agli studi televisivi di HISPANTV e PRESSTV.  HISPANTV è un canale televisivo iraniano appartenente all'IRIB (la radiotelevisione pubblica) che trasmette in lingua spagnola. Questo canale, creato il 21 dicembre 2011 per rafforzare i legami del governo iraniano con i paesi dell'America Latina, trasmette notiziari, film e programmi di carattere politico. PRESSTV è una rete televisiva in lingua inglese che trasmette informazione 24 ore su 24. Il canale è di proprietà della IRIB, l'Islamic Republic of Iran Broadcasting, ovvero la compagnia di stato dell'Iran responsabile dei media.






Mi presentano i capi redattori che mi illustrano la loro attività dichiarandomi la loro disponibilità alle collaborazioni esterne. Siccome rilascio abitualmente interviste alla radio iraniana in Italia PARSTODAY, mi sembra di aver capito che sono disponibili a ospitare miei commenti o interviste. 
La giornata si conclude con un incontro serale col prof. Foad Izadi che mi ha invitato a questo incontro. E' famoso in Iran e i suoi commenti politici alle varie televisioni, soprattutto  a RUSSIATODAY, possono essere visti tramite Youtube. Ha studiato negli Stati Uniti e mi invita per un prossimo convegno di studi. Auspica da parte mia articoli, commenti, interviste e libri sull'Iran. 

Poche ore dopo, partenza per l'aeroporto Komeini e ritorno a casa. Hossein mi accompagna, paziente, mite e gentilissimo. Mi aiuta a portare la valigia sul nastro trasportatore e mi segue  fino al metal detector. "You are my brother" - mi dice salutandomi, sei mio fratello. "Sì, Hossein, anche tu sei mio fratello".


lunedì 29 ottobre 2018

JAIR BOLSONARO VINCE: E’ PRESIDENTE DEL BRASILE




di Livio Zanotti
(Corrispondente della RAI dal Sud America)

In politica i miracoli non esistono, neppure nell’esuberante terra brasiliana. E solo un miracolo di convinta, attiva solidarietà repubblicana e democratica avrebbe potuto evitare la vittoria dell’estremista di destra Jair Bolsonaro. Troppi e lasciati marcire troppo a lungo i contrasti, le diffidenze, le rivalità, gli inganni tra i dirigenti politici di un centro-sinistra largo, la cui somma dei voti raccolti al primo turno di queste elezioni sarebbe pur stata sufficiente a fermare il successo dell’ex capitano nostalgico di colpi di stato e dittature militari. Ma nessuno, tranne forse il perdenteFernando Haddad, ci ha creduto davvero. Il voto del secondo turno ha certificato la realtà: quasi il 55 per cento a Bolsonaro, quasi il 45 per Haddad. 
Eppure il paese non appare più il gigante deitado, il gigante sdraiato della sua poesia patriottica. Gli oltre centodieci milioni di elettori della maggiore potenza economica sudamericana hanno espresso un voto articolato, sebbene maggioritariamente orientato a destra. Il recupero del candidato di centro-sinistra in questo secondo turno è dell’ordine di vari milioni di voti, dunque rilevante anche in termini percentuali. Il partito dei lavoratori (PT) che lo ha espresso resta il primo gruppo parlamentare, anche se ridotto di un 10 per cento. Nella distribuzione dei governi statuali (il Brasile è uno stato federale) la destra non è riuscita a sbaragliare gli avversari. Alcuni stati chiave restano al centro-sinistra.


L’evidente e rilevante successo personale (e dell’intera famiglia: con Jair sono stati eletti in diversi ambiti istituzionali anche i suoi tre figli, tutti maschi e più bellicosi del padre) non spalanca tuttavia a Bolsonaro una presidenza facile. Il nuovo capo dello stato dovrà costruirsi al Congresso una maggioranza capace di sostenere le sue già annunciate iniziative di legge (più armi, meno diritti alle donne e alle minoranze sociali e di genere, meno rispetto dell’ambiente, aumento delle spese scolastiche, etc.), in un sistema abnorme, con 30 partiti abituati nella maggior parte dei casi al più lucroso commercio dei propri voti. E’ nelle permanenti e ineludibili trattative di corridoio che si sono usurati nei decenni trascorsi prestigio e credibilità di più d’un Presidente. 
Sconfitti nella corsa al Palazzo del Planalto, al centro-sinistra e al PT che fu del presidente-operaio Lula viene adesso richiesto di mostrare la capacità di rinnovarsi nel ruolo di oppositori, contro un governo dichiaratamente risoluto ad abbattere l’incompiuta democrazia brasiliana, smontandone le garanzie fondamentali. E’ questo il solo terreno, per vasto, impervio e pericoloso che sia, sul quale possono sperare di ricucire la profonda lacerazione, anche e forse innanzitutto culturale, creatasi tra la loro capacità di rappresentanza e gran parte del paese. Non esclusa quella nient’affatto trascurabile che ha continuato a votarli solo seguendo il criterio del meno peggio. 
Meriti e prestigio del passato non bastano più per aspettarsi credito. 

sabato 27 ottobre 2018

BRASILE: ALLARME BOLSONARO


di Livio Zanotti
(corripondente della RAI dall'America Latina)

In Brasile il tramonto della democrazia ha un nome e una data, domenica prossima Jair Bolsonaro potrebbe uscire dalle urne del secondo turno elettorale come il nuovo capo dello stato. Uno che invita i cittadini ad armarsi per la difesa individuale dai diavoli: le donne che disistima per pregiudizio, i diritti che turbano l’ ordine gerarchico naturale (dirà lui quali...), gli omosessuali, la sinistra e tutti coloro che non l’attaccano con la baionetta in canna. I sondaggi gli attribuiscono una larga maggioranza sul candidato del centro-sinistra ed erede dell’ex presidente Lula ormai in carcere, il cattedratico del diritto Fernando Haddad. 
Bolsonaro catalizza dunque tensioni e timori da entrambi gli emisferi americani, ma lo seguono con sgomento anche dall’Europa. Oltre trenta celebrità internazionali della cultura, dalla Sorbona, da Cambridge e Oxford, da Yale, Princeton, Harvard si sono rivolte all’ex capo di stato e prestigioso sociologo Fernando Henrique Cardoso, affinché in nome del superiore interesse nazionale e dei comuni valori civili superi dissapori e risentimenti personali per favorire in ogni modo il massimo sostegno a Fernando Haddad. Anche il compassato Economist, in un’iniziativa del tutto eccezionale, ha espresso con toni drammatici la sua preoccupazione. 
La Folha di San Paolo, il maggiore quotidiano economico-finanziario del Sudamerica, ha rivelato che l’inedita esplosione di WhatsApp che attaccano in ogni modo Haddad, anche con grossolane falsità, per favorire Bolsonaro, al pari di altre estese campagne aggressive sulle reti sociali, sono state finanziate in segreto (con oltre 12 milioni di reales) da grandi imprese private in violazione alla legge che impone di dichiararne i rilevantissimi costi come donazione. Bolsonaro insiste di non saperne nulla, come ha ripetuto anche al vescovo di San Paolo che ha incontrato a lungo l’altro giorno. E continua a rifiutare qualsiasi confronto pubblico con l’avversario.
Non è il cavaliere nero dell’Apocalisse, fame e violenza; solo un ex capitano dell’esercito che il milionario vescovo della Igreja Universal do Reino de Deus , Edir Macedo (la sua emittente TV è seconda per ascolti nel paese soltanto alla onnipresente Rede Globo), ha introdotto anni addietro nel giro delle sempre più potenti chiese evangeliche. Ma dalla fine della ventennale dittatura militare, nel 1983, nessun candidato alla massima magistratura dello stato aveva mai manifestato in forme tanto aperte e provocatorie l’intenzione di sovvertire l’ordine costituzionale dello stato come ha fatto Bolsonaro. Mezzo mondo ormai gli dice fascista.
Se lo sconcerto è profondo, la sorpresa resta tuttavia relativa. Il protrarsi della crisi economica che con strappi alterni soffoca da un decennio l’intero Occidente, nel bel mezzo di un rinnovamento epocale dei sistemi produttivi, ha accelerato anche il logoramento delle sue istituzioni e cultura politica. Se il Brasile fa eccezione, è per esserne un caso particolarmente virulento.  La corruzione, certo: è un leitmotiv  che con piena ragione ha marcato a fuoco la lotta politica dopo aver inquinato il sistema dei partiti. La giustizia l’ha pesata con la bilancia tutta da una parte. La campagna elettorale se n’è ingrassata a crepapelle. Bolsonaro ne è una conseguenza. Appena la prima, per evidenza.
La malattia viene però di lontano ed è penetrata nelle viscere del paese. Sintomi significativi sebbene grotteschi erano visibili fin dagli anni Trenta del secolo scorso, l’esercito era un arcipelago ​di feudatari. Poi i moti di caserma, il suicidio di Vargas, l’ultima dittatura dopo la cacciata di Quadros e Goulart. Cardoso restaura una democrazia avvelenata dallo statuto militare. Lula presidente-operaio che sembra conciliare le anime inconciliabili del gigante sudamericano e 
rianimarle entrambe. Ma il marcio mai scomparso corrode tutto. Il maledetto narcotraffico come ultimo esito: fonte inesauribile di corruzione dei poteri, della semplice dignità dei cittadini, d’ogni valore civile.  
L’anno scorso 64mila morti ammazzati. E 2mila milionari certificati ufficialmente che se ne vanno con i loro capitali dal paese per stabilirsi a Miami e a Lisbona, dove gli fanno ponti d’oro, scartoffie ridotte al minimo e fisco friendly . E l’emorragia continua. Anche in Brasile assistiamo a una classe media disorientata e schiacciata nella rivolta delle periferie culturali, sociali e toponomastiche contro élites di cui finiscono per diventare massa di manovra. Senza che dall’abnorme eterogeneità dei 30 partiti presenti in Parlamento esca un’iniziativa capace di preservare la società brasiliana, 200 milioni di persone con l’ottava economia del mondo, dai danni del più pericoloso progetto estremista.


Ildiavolononmuoremai.it

venerdì 26 ottobre 2018

I FATTI HANNO LA TESTA DURA (K.Marx)



di Diego Siragusa

Questa mattina ho temuto un nuovo blocco di Facebook. Mi hanno inviato un elenco di mie notizie vecchie di circa due anni che documentano i crimini orrendi degli israeliani. Ragazzi uccisi, mutilati, deformati e sfigurati da pallottole sparate in testa e in faccia. Siccome non sopporto la violenza e il male fatto ad esseri umani innocenti e indifesi mi indigna profondamente, non potevo evitare di chiamare i sionisti coi loro nomi: criminali, assassini, terroristi, nazisionisti... e così via. Mi hanno detto che questo è "incitamento all'odio" e viola le regole della comunità di Facebook. Lascio ai miei lettori la libertà di commentare questa demenziale e disumana affermazione. 
Tutti i post che mi sono stati contestati si riferivano solo a notizie riguardanti i crimini commessi dai sionisti: nient'altro. Gli ebrei sionisti sono così: vogliono essere amati mentre commettono i peggiori crimini. Non so se nella storia umana siano mai esistite persone così perverse. 

mercoledì 24 ottobre 2018

LA CENSURA DI FACEBOOK SUI CRIMINI ISRAELIANI: COMUNICATO STAMPA


(Questo è il comunicato stampa che ho inviato a diversi organi di stampa. Esorto i miei contatti a diffonderlo con tutti i mezzi, soprattutto tramite Facebook, Twitter, ecc..)


Gentile Direttore,


Nell’arco di tre mesi, Facebook ha bloccato la mia pagina tre volte per un periodo di 30 giorni ciascuna: alla fine saranno 90 giorni di censura e di bavaglio durante i quali il cittadino Diego Siragusa non potrà esprimere le proprie opinioni e documentare i crimini dello stato razzista, terrorista e genocidario che si chiama ISRAELE. Il secondo blocco è stato motivato per aver io citato una frase dei rabbini antisionisti di NETUREI KARTA: “Non sono malvagi perché sono sionisti, sono sionisti perché sono malvagi”. Incredibile! Ma è la verità.
Ormai il progetto sionista è chiaro. Dopo l'accordo tra il governo israeliano e Facebook per censurare e bloccare tutte le critiche a Israele, non si contano più i casi in cui liberi cittadini che esprimono il loro sdegno per i crimini di Israele, sono bloccati e censurati dai burattinai di Facebook. I lettori potranno documentarsi sul giornale inglese THE INDEPENDENT che riporta la notizia dell’accordo tra Il governo israeliano e Facebook (https://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/israel-palestine-facebook-activist-journalist-arrests-censorship-accusations-incitement-a7377776.html)

 E' necessario, quindi, denunciare a livello di massa e portare la questione nelle sedi politiche e governative. Si tratta di una violazione palese dell'art. 21 della nostra Costituzione. Voglio rammentare che al matematico Odifreddi, dopo una critica severa a Israele, fu tolta una rubrica che egli gestiva sulle pagine del quotidiano la Repubblica, proprietà di un ebreo sionista. Sorte analoga ha avuto il filosofo Gianni Vattimo che non ha più pubblicato una sola riga sul quotidiano sionista LA STAMPA dopo i suoi giudizi severi sulla politica coloniale e criminale di Israele. Questo episodio è stato raccontato a me dallo stesso Vattino, venuto nella mia città per presentare un mio libro sul terrorismo israeliano. Due giorni fa, sul Corriere della Sera, la sionista Donatella di Cesare, docente di Filosofia teoretica, ha occupato mezza pagina per attaccare e diffamare il mio amico Diego Fusaro accusandolo di essere antisemita e accusando, contestualmente il filosofo Costanzo Preve, maestro di Fusaro, di essere “negazionista”!!! Una menzogna ignobile! Preve è morto, ma il figlio Roberto, avvocato, ha annunciato una querela nei confronti dell’ebrea sionista Donatella di Cesare. Recentemente, il mio amico Paolo Di Mizio, ex giornalista di Canale 5, ha lamentato un blocco di pochi giorni per un commento su Israele. Tanti altri semplici cittadini e militanti della causa palestinese mi hanno comunicato di essere stati vittime della censura di Facebook. E' sufficiente una segnalazione di un ebreo sionista o di un’intera comunità ebraica, a far scattare la censura o, come nel mio caso, una vera persecuzione. Libertà totale è concessa, invece, ai sionisti che non lesinano attacchi isterici, volgari e razzisti senza incorrere in sanzioni o censure. Sto raccogliendo parecchi di questi documenti per un libro che sto scrivendo. 
Lo scopo finale è quello di poter condurre a compimento quel crimine che si chiama “pulizia etnica della Palestina” con conseguente sradicamento della cristianità e della religione islamica a vantaggio del progetto di giudaizzazione dell’intera area, nel silenzio del mondo e con la complicità dei paesi occidentali, di tutto il sistema dell’informazione, e non solo. 
Imbavagliare l’informazione, in questo preciso momento, è fondamentale per Israele e i sionisti poiché più allarmanti diventano le notizie di un imminente attacco a Gaza con conseguente massacro di migliaia di esseri umani. 

Diego Siragusa
24/10/2018