sabato 16 marzo 2019

UN INFAME SERVIZIO DE "IL MANIFESTO" A FAVORE DEL REGIME CRIMINALE DI ISRAELE


di Amedeo Rossi


Alla redazione del Manifesto

Sono rimasto sconcertato e indignato dal vostro inserto odierno relativo all’antisemitismo. Pur non negando la gravità della questione, trovo vergognoso che il giornale che leggo da decenni e che ho contribuito a finanziare in più occasioni si presti a dare spazio ad affermazioni che ripetono
i più noti argomenti della propaganda israeliana:
1) l’antisionismo e la critica contro Israele (con più di una citazione al BDS) come forma di antisemitismo;
2) c’è ben di peggio delle politiche israeliane, quindi chi si occupa di quelle lo fa in quanto antisemita.
A questo proposito mi colpisce quanto afferma un’intellettuale famosa e stimata come Agnes Heller, alla quale bisognerebbe ricordare quali sono state le politiche di Israele nei confronti dei palestinesi fin dalla sua nascita, ma anche che la campagna contro Soros di Orban, che ha alimentato l’antisemitismo in Ungheria, è stata ideata da due consulenti ebrei americani e che Netanyahu detesta anche lui Soros perché finanzia gruppi israeliani per i diritti umani.
( https://www.haaretz.com/misc/article-print-page/.premium-who-you-calling-an-auto-anti-
semite-1.6876609 ; http://zeitun.info/2017/07/29/linnamoramento-di-israele-per-gli-antisemiti-
ungheresi-mette-in-luce-lorribile-essenza-del-sionismo/; http://zeitun.info/2018/10/19/la-
frottola-del-giorno-lantisemitismo-e-la-negazione-dellautodeterminazione-degli-ebrei/)

Ad Heller ed agli esponenti della comunità ebraica da voi interpellati andrebbe obiettato che non solo non dicono una parola riguardo alla già citata deriva di estrema destra in Israele, ma neppure alle ottime relazioni del governo di quel Paese con personaggi razzisti ed antisemiti in tutto il mondo, dagli USA alle Filippine, dal Brasile alla Polonia, dall’India all’Ungheria, senza dimenticare la cordialissima accoglienza riservata a Salvini. In compenso accusano di antisemitismo, seguendo anche qui la propaganda israeliana, il partito Laburista di Corbyn o i giovani parlamentari della sinistra democratica negli USA.
Voi date spazio a queste opinioni proprio nel momento in cui in Israele le posizioni colonialiste, razziste e fondamentaliste sono sempre più esplicite e il rischio di annessione dei territori palestinesi occupati è sempre più concreto. Ci sono per fortuna intellettuali ebrei molto più avvertiti (https://www.liberation.fr/debats/2019/02/28/l-antisionisme-est-une-opinion-pas-un-
crime_1712216; https://www.middleeasteye.net/fr/news/rony-brauman-les-declarations-
demmanuel-macron-nourrissent-et-amplifient-lantisemitisme;
https://jacobinmag.com/2019/02/macron-antisemitism-zionism-racism), e persino sul New York
Times (https://www.nytimes.com/2019/01/07/opinion/rashida-tlaib-profanity.html)

ma che la vostra inviata in Francia non ha mai nominato, che si rendono conto dell’enorme pericolo per la comunità ebraica di questa assimilazione tra antisionismo e antisemitismo e della criminalizzazione del movimento BDS e in generale della solidarietà con i palestinesi. Dopo tanti anni ed una serie di recenti episodi che mi fanno pensare che questa stia diventando una presa di posizione costante almeno di una parte significativa della vostra redazione, che smentisce l’ottimo lavoro di Michele Giorgio e Chiara Cruciati, sto pensando di non rinnovare l’abbonamento al Manifesto.

Amedeo Rossi

venerdì 15 marzo 2019

LA CORAGGIOSA DEPUTATA DEMOCRATICA IHLAN OMAR SOTTO ATTACCO


di Mark Epstein

Fonte: Marx21


La neoeletta Ilhan Omar, che ha trovato asilo e cittadinanza in USA dopo essere fuggita dalle violenze e persecuzioni della sua nativa Somalia, si trova ora al centro di campagne persecutorie in USA, da parte sia dei Repubblicani che dei Democratici, semplicemente per il grande coraggio ed onestà che ha avuto, ha e dimostra tuttora.

Prima ha rifiutato di accodarsi all’aggressione dell’Impero contro il Venezuela, e, avendo l’occasione, ha posto delle domande molto dirette al criminale di guerra, Neocon e totalitario di ferro, Elliott Abrams riguardo le sue attività a sostegno di genocidi, dittature, torture, massacri, colpi di stato e terrorismo Contra in America latina.


Poi ha avuto l’onestà di dire ciò che tutti sanno riguardo le attività della AIPAC su suolo statunitense, la lobby israeliana, il potere che esercita sia dietro le quinte sia tramite suoi scagnozzi prezzolati attivi in molte aree della società statunitense, dai media, allo spettacolo, al mondo della ‘educazione’, e ovviamente a quello politico, finanziario ed economico in senso lato. I fatti sono noti da molti decenni, ed uno dei libri più recenti che ne tratta abbastanza in dettaglio è il libro di John Mearsheimer e Stephen Walt, The Israel Lobby and US Foreign Policy. Credo che agli osservatori meno parziali risulti ovvio che nessuna nazione gode dello stesso livello di influenza sul mondo politico dell’Impero esercitato da Israele tramite la lobby. Ovviamente i legami sono diventati tanto più stretti e perversi da quando l’Impero usa Israele come la sua “outpost of progress” (Joseph Conrad, Heart of Darkness) in Medio Oriente, ma a sua volta Israele usa questa ‘special relationship’ per estorcere ogni sorta di trattamento preferenziale e trattamento ‘al di fuori ed al di sopra della legge’ sulla scena internazionale, soprattutto nei fora dell’ONU, grazie alla protezione della sua mamma santissima, l’Impero appunto. Il caso paradigmatico della frase proverbiale “the tail wags the dog”...

Ci sono tantissimi cittadini di origini ebraiche che sono antisionisti, e verso di loro la Israel lobby e lo stato sionista hanno spesso tentato tattiche diffamatorie simili, del tipo che anche questi critici sono in realtà ‘antisemiti’ o sono “self-hating Jews”, ecc. Noam Chomsky, e molti altri sono attivi da molto tempo in senso anti-sionista, ed in difesa dei diritti dei palestinesi. Norman Finkelstein è stato uno dei ricercatori più coraggiosi ed espliciti nello smontare grandi parti della propaganda sionista, e per questo Alan Dershowitz, uno dei più schifosi strumenti delle persecuzioni sioniste è riuscito, con la connivenza di elementi dell’amministrazione dell’università dove Finkelstein insegnava, a fargli bloccare l’incarico di ruolo. Ma il suo caso è solo uno dei più noti vista la qualità della sua ricerca ed i suoi contatti. Ma molti altri sono stati licenziati, silurati, diventati oggetto di persecuzione. Nel mondo della musica e dello spettacolo pensiamo alle campagne diffamatorie e boicottaggi contro Roger Waters dei Pink Floyd per le sue attività a sostegno della causa palestinese.

Come nel caso del Sudafrica ai tempi, negli atenei e nella società civile sta crescendo il movimento BDS (Boycott, Divest and Sanctions), appunto prendendo di mira il carattere razzista, oltre che persecutorio, dello stato sionista. Come reazioni, le parti più totalitarie e repressive dell’oligarchia imperiale e sionista, sono già riusciti in parecchi stati a far dichiarare “illegale” il movimento BDS, e cercano di osteggiare i suoi sostenitori in tutti i modi. Uno dei primi e più schifosi sostenitori della Israel Lobby contro BDS è stato il governatore dello stato di NY, Andrew Cuomo (vedi la discussione sui provvedimenti che ha preso qui). Dovrebbe essere più che ovvio a tutti che il diritto di organizzare forme di boicotto è un diritto democratico del tipo di quelli di associazione e di opinione, e che quindi tutte queste misure fanno appunto parte del crescendo totalitario nell’Impero.

Per coloro che non ne fossero al corrente, bisogna ricordare che il regime sionista fu uno dei sostenitori più smaccati del regime apartheid in Sudafrica, che aiutò il regime fin che era al potere a procurarsi armi e tecnologia di supporto nell’area del nucleare, e che per decenni il regime sionista aiutò innumerevoli dittature e regimi di tortura ed oppressione in America Centrale ed America latina a livello di intelligence, di aiuti da parte del Mossad, di forniture di software e hardware per monitoraggio di movimenti democratici e di sinistra, per tipi di sorveglianza totalitaria, spesso agendo come intermediario per conto dell’Impero nel sostegno alle forze più repressive del continente (questo nonostante gli USA ed appunto varie dittature latino-americane avessero fornito rifugio a migliaia di criminali nazisti, anche tra i più noti, dopo la II GM, cf. appunto il processo ad Eichmann).

È anche generalmente meno noto nell’area della sinistra, anche di quella marxiana, che c’erano aree del sionismo di estrema destra che erano/sono scarsamente distinguibili da quelle dei vari fascismi e totalitarismi di destra (tipici i casi delle bande Stern ed Irgun, terrorismo essenzialmente fascista della destra sionista). Lenni Brenner, un ricercatore della sinistra marxiana statunitense ha scritto un paio di buoni volumi a riguardo, usciti già decenni or sono: Zionism in the Age of Dictators e The Iron Wall (oltre ad un buon volume sulla mitologia del ‘male minore’ usata a sostegno dell’ala Dem della Duopoly, The Lesser Evil), dove parla dell’influenza dell’ideologo vicino alle Guardie di Ferro rumene, Lev Jabotinsky, rispetto a queste aree del sionismo di stampo fascista. (Ed in genere per vedere che non c’è affatto necessariamente contraddizione tra l’essere di origine ebraica, ed avere simpatie fasciste, cf. Alexander Stille, Uno su mille).

A riguardo esiste anche un bellissimo documentario del regista israeliano Yoav Shamir, Defamation (se ne trovano alcuni spezzoni su YouTube), che non solo esamina le attività della cosiddetta Anti-Defamation League (che in realtà ha un storia di collaborazioni molto equivoche per non dire autoritarie, con enti della repressione imperiale), ma anche come gli adolescenti israeliani vengano portati a visite ‘guidate’ ai campi di concentramento in Europa, dove sono proibiti incontri e scambi con i non ebrei, parte della campagna di indottrinamento/propaganda sionista).

Quindi in realtà Ilhan Omar ha sollevato solo le parti più note e meno controverse delle attività della Lobby, che sono documentatissime, e la stessa “The Nation” rivista molto moderatamente progressista, ha pubblicato un articolo in difesa della Omar, dicendo che sono cose ultranote, non controverse, documentatissime, ecc.

Gli ‘scandali’ mediatici vengono quindi montati ad hoc, anche appunto per colpire una neoeletta onesta, e che ha avuto il coraggio di avere pochi peli sulla lingua nel descrivere e porre domande riguardo la politica estera dell’Impero.

Ancora una volta la Duopoly si è rivelata a suo modo solidale negli attacchi alla Omar: i teppisti repubblicani diffamandola con collegamenti farseschi ed iper-assurdi col 9/11, se pensiamo che Trump ed i suoi scagnozzi (seguiti ovviamente a ruota su quasi tutta la linea dai proconsoli UE) non hanno voluto far praticamente nulla contro Bin Salman e l’Arabia Saudita, anche dopo l’assassinio di Khashoggi… Ma già sotto i Bush ed Obama i rapporti con l’Arabia Saudita sono sempre rimasti buonissimi, nonostante sia uno dei regimi meno democratici sul globo terracqueo, e nonostante l’orrendo genocidio che l’Arabia Saudita conduce da anni contro lo Yemen, con aiuti enormi da parte dell’Impero, della UK, e da molti elementi e fazioni della UE. E tutti dovrebbero sapere dei legami ultra-evidenti, sotto gli occhi di tutti, tra gli attentatori del 9/11 e l’Arabia Saudita... Come sempre i “due pesi e due misure” sfacciatamente agli antipodi a seconda di chi si vuole colpire, diffamare, bloccare. La Omar è quindi ora soggetta ad una campagna diffamatoria e denigratoria, così come intimidatoria (ci sono state minacce di morte, ecc.) da parte dei Repubblicani (forse dovrebbero in realtà chiamarsi ‘Republikaner’...). Ma Christopher Hitchens, che negli ultimi anni di attività passò da simpatie forse un po’ troppo retoriche ed esibite di ‘sinistra’ ad essere praticamente un Neocon, fautore di tutta la gamma dello ‘humanitarian imperialism’, fu uno dei primi a mascherare il suo sostegno per un tipo di Islamofobia come sostenitore dell’etichetta “islamofascism” (senza stare tanto a guardare quanto quelli che lui sosteneva fossero vicinissimi all’area del “fascism”). I Democratici, per non essere da meno, hanno invece introdotto una misura, che prima doveva appunto avere come bersaglio in modo esplicito la Omar, invece ora è ‘solo’, in modo tipicamente ed ipocritamente Dem, contro “l’odio” (di chi contro chi??? dell’Impero contro il resto del mondo meno totalitario???) in genere (anche se tutta la stampa oligarchica prezzolata ‘ci’ fa sapere che in realtà il bersaglio era/è la Omar... (solo appunto perchè ha avuto il coraggio di dire la verità e l’ovvio sulle attività della Lobby israeliana, della AIPAC e dello stato razzista e terrorista (terrorismo di stato a livelli inauditi...) sionista...). Questta escalation di campagne intimidatorie sioniste nell’Impero coincide non solo con la crescita del movimento BDS, ma anche con statistiche che mostrano come le generazioni di origine ebraica più giovani siano sempre meno disposte ad essere semplici propalatori di propaganda a favore di Israele, ed a cominciare invece ad avere una prospettiva più riflessiva e critica.

Ma la Omar, lungi dal farsi intimidire, ha rincarato la dose, e ha appena criticato anche una delle recentissime ‘vacche sacre’ dell’iconografia disneyana-ipocrita del Panteon prezzolato Dem, e cioè niente popodimeno che lo stesso Barack Obama, dicendo, di nuovo in modo assolutamente veritiero, e se caso troppo cauto, che Obama non ha affatto portato “hope and change” ma invece ha semplicemente proseguito e spesso rincarato le misure più orrende dell’Impero, anche se dietro il paravento di tanti sorrisi e tante ipocrisie e smancerie laccate (e la stessa ACLU ha dichiarato che nessun regime statunitense ha intrapreso una campagna persecutoria così vile e completamente contraria allo spirito della costituzione e dei diritti civili contro i “whistleblower” come quello di Obama (che si è spesso vantato di essere uno “constitutional scholar”): spero di ritornare su questi argomenti riguardo informazione, stampa, e propaganda): vedi qui. Quindi tanto di cappello alla Omar, e speriamo che riesca ad influenzare lo stesso Sanders a essere un po’ meno accondiscendente nei riguardi degli interessi dell’oligarchia, soprattutto in politica estera.

I FANATICI EBREI SIONISTI ATTACCANO ALTRI EBREI CHE NON PENSANO COME LORO




Judith Butler: "Ebrei, lasciate vivere Gaza"


NEL LORO SITO "INFORMAZIONE CORRETTA", (CHE SIGNIFICA: CANCELLIAMO LE NOTIZIE VERE E LE MANIPOLIAMO COME PIACE A NOI), GLI EBREI ULTRASIONISTI ITALIANI ATTACCANO DUE GRANDI EBREI: JUDITH BUTLER, FILOSOFA STUDIOSA DI HEGEL, E IL GRANDE DIRETTORE D'ORCHESTRA DANIEL BARENBOIM. LEGGETE IL PATTUME CHE HANNO SCRITTO.



La notizia ha dell’incredibile, soprattutto perché non ha trovato ospitalità sui media europei: Israele ha chiesto alla Cancelliera Angela Merkel di non finanziare più il Museo Ebraico di Berlino. Inaugurato nel 2001 e poi ampliato da Daniel Libeskind nel 2012, è uno dei luoghi più significativi dal punto di vista storico della capitale tedesca. Che qualcosa non andasse nel verso giusto nella sua organizzazione si poteva già prevedere quando a celebrarne l’apertura venne chiamato Daniel Barenboim, una scelta che già allora fece discutere. Come hanno dato origine a polemiche gli inviti a personalità del mondo ebraico la cui attività si svolge in gran parte nella delegittimazione dello Stato, come quella della sociologa americana e militante Lgbt Judith Butler, è lei che ha inventato il termine “pinkwashing” per accusare Israele di ‘ripulire’ la propria politica ‘coloniale’ nei confronti dei palestinesi dandosi una immagine inventata di ‘paese all’avanguardia dei diritti Lgbt’. Una attività diffamatoria che ancora oggi influenza i movimenti Lgbt a livello internazionale. Il Museo ebraico di Berlino organizzò una sua conferenza con la partecipazione di più di 500 invitati.



lunedì 11 marzo 2019

COME RISPONDERE ALLE CAMPAGNE DIFFAMATORIE DEI SIONISTI E DEI NORDAMERICANI

Risultati immagini per Caitlin Johnstone

(Donald Trump e Caitlin Johnstone)

di Caitlin Johnstone
(Giornalista indipendente)

mar 2 2019

Fonte:https://medium.com/@caityjohnstone/how-and-how-not-to-beat-a-smear-campaign-74e4e95c9306


Chiunque si opponga all'interventismo occidentale o pensi che i poveri siano esseri umani è un antisemita russo. Se non sei d'accordo, è perché anche tu sei un antisemita russo.
La narrazione è una cosa divertente. Puoi fare tutto bene, incrociare tutte le "T" e punteggiare tutte le "I" e i colori all'interno di tutte le linee ufficiali, ma se offendi i potenti possono comunque riorganizzare la narrazione dominante sotto di te per uccidere la tua influenza pubblica.
In Venezuela in questo momento un tizio di nome Juan è stato elevato alla guida della nazione semplicemente dai governi di altre nazioni che si rivolgono a lui come "Presidente Guaido" e negando la legittimità dell'attuale tizio che dirige il governo venezuelano. La cosa divertente è che se abbastanza persone ci credono, può teoricamente funzionare; l'unica cosa che mantiene i capi al potere è il racconto concordato che essi sono i capi. Se si può sostituire quella narrazione con un'altra, come stanno tentando di fare persone potenti, in teoria è possibile fare un colpo di stato con una narrazione pura. Non si potrebbe chiedere un'illustrazione più perfetta del potere del controllo narrativo.
Le campagne diffamatorie funzionano allo stesso modo. Chiunque metta in discussione le narrazioni autorizzate e lo status quo dell'egemonia oligarchica può vedersi distruggere la propria reputazione dai lacchè della classe plutocratica che esercita un'influenza massiccia sulla classe politica/mediatica, neutralizzando così la propria capacità di influenzare il pubblico. Se il pubblico diffida di qualcuno, non crederà alle narrazioni che quella persona sta proponendo, anche se quelle narrazioni sono sane come proteggere i poveri, opporsi agli insensati guerrafondai o difendere i diritti dei palestinesi. Nel clima politico di oggi, in cui si ignora sempre più spesso di dipingere qualcuno come socialista o comunista, le campagne di diffamazione più efficaci sono attualmente quelle che dipingono il bersaglio come un servitore del Cremlino o un odiatore di ebrei.
Il segretario della sinistra populista laburista britannica Jeremy Corbyn, per il suo sostegno ai diritti dei palestinesi è stato preso di mira da una campagna diffamatoria incredibilmente virulenta che il giornalista Jonathan Cook descrive come "un sistema di incriminazione perfetto e auto-razionalizzante – che nega alla vittima una voce, anche in sua difesa". Una narrativa è stata promulgata con estrema aggressività dai media britannici che riferiscono un'orribile epidemia di antisemitismo che ha, in qualche modo, superato il Partito Laburista sotto la guida di Corbyn, e che Corbyn stesso (nonostante una vita di opposizione a tutte le forme di razzismo e bigottismo) è anche un antisemita nascosto.
Corbyn ha risposto a questa campagna di diffamazione priva di fatti con la capitolazione dopo la capitolazione, da ultimo con la sospensione del deputato Chris Williamson per accuse infondate di antisemitismo e un post Twitter di ieri di un video di avvertimento sulle teorie antisemite della cospirazione. Non c'è nulla di intrinsecamente sbagliato nell'avvertire le persone sulle teorie antisemite (che sono tossiche per tutta una serie di ragioni), ma il video che Corbyn ha scelto di condividere citava esplicitamente le critiche sul sionismo come esempio di una di queste teorie cospirative. Il sionismo è l'ideologia razzista che sostiene l'esistenza di un etnostato ebraico (proprio come l'etnostato bianco ricercato dai nazionalisti bianchi americani come Richard Spencer), ed è la forza motrice dell'oppressione e della persecuzione del popolo palestinese di oggi.
Convalidare questa conflazione di antisionismo con l'odio verso gli ebrei è una capitolazione alle richieste di coloro che hanno portato avanti questa campagna diffamatoria, ed è il modo sbagliato di combatterla. Non funzionerà mai, perché l'obiettivo non è mai stato quello di combattere l'antisemitismo, l'obiettivo è stato quello di distruggere Corbyn. Non importa se Corbyn ha fatto tutto quello che tutti gli chiedevano di lui e poi ha postato un video di se stesso mentre urlava in ginocchio: "Signore abbia pietà di questo malvagio ebreo nazista colmo d’odio" . Non ci sono abbastanza capitolazioni per porre fine a questa campagna per  eliminarlo. L'obiettivo non è l'antisemitismo, l'obiettivo è Corbyn. E l'obiettivo non è quello di dire la verità, ma far avanzare una narrazione.
Stiamo vedendo lo stesso tipo di campagna diffamatoria avanzata contro la deputata Ilhan Omar in risposta al suo sostegno ai diritti dei palestinesi, alle critiche alla lobby israeliana degli Stati Uniti e all'opposizione all'interventismo del cambiamento di regime statunitense in nazioni come il Venezuela. Attualmente lei è di nuovo dipinta come antisemita per aver affermato, in modo dimostrabile, che influenti americani spingono per la fedeltà a Israele, anche mentre il GOP sta ottenendo una quantità molto inferiore di pubblicità affiggendo un manifesto che la ritrae letteralmente come se avesse legami con gli attacchi dell'11 settembre. Il fatto che questa sfacciata islamofobia stia ricevendo molta meno attenzione dei media dell'establishment rispetto alle accuse di antisemitismo senza fatti ti dice che questa campagna diffamatoria non ha nulla a che fare con i fatti e tutto a che fare con la narrazione.
Eppure vediamo ancora Omar che cerca di placare questi insopportabili spargitori di fango scusandosi pubblicamente per le dichiarazioni perfettamente veritiere e accurate. La campagna per uccidere la sua influenza continuerà per tutto il tempo in cui lei continuerà a sconvolgere le narrazioni ufficiali dell'impero centralizzato degli Stati Uniti, quindi nessuna quantità di scuse o sensibilità alla preoccupazione per l'antisemitismo potrà mai fermare le calunnie.
Anche la deputata Tulsi Gabbard è stata soggetta alla stessa sovversione del controllo narrativo per la sua opposizione all'interventismo statunitense in Siria, Venezuela e Iran, le sue critiche al disastroso interventismo statunitense in passato in Iraq e Libia, e i suoi appelli a porre fine alla nuova guerra fredda contro la Russia. I mass media americani si sono fatti prendere per il culo da quando lei ha annunciato la sua candidatura alla presidenza e stanno facendo gli straordinari per diffamarla come amica del Cremlino e del presidente siriano Bashar al-Assad. Durante una recente apparizione, ospite su The View, al rappresentante delle Hawaii è stato detto dalla figlia sciocca dello psicopatico John McCain, che "Quando sento il nome Tulsi Gabbard, penso all'apologeta di Assad".
La risposta di Gabbard? Contribuire alle narrazioni propagandistiche della macchina da guerra sulla Siria.
"Non c'è dubbio che Bashar al-Assad in Siria è un dittatore brutale", ha detto Gabbard. "Non c'è dubbio che abbia usato armi chimiche e altre armi contro il suo popolo".
Ancora una volta, Gabbard non viene presa di mira dal portavoce dell'establishment come l’anima infernale di John McCain perché c'è una reale preoccupazione che lei nutra qualche strana lealtà verso un casuale capo mediorientale dall'altra parte del mondo. Eppure Gabbard ha capitolato a narrazioni che sa bene che sono altamente discutibili nel vano tentativo di placare i suoi diffamatori.
Non è così che si sconfiggono questi personaggi viscidi. Il modo di batterli è quello di attaccare direttamente chi ti diffama.
Sono stata io stessa l'obiettivo delle campagne di diffamazione, e ho avuto sconfitte e vittorie nell'affrontarli. Il fatto che io sia ancora qui a parlare a un vasto pubblico di lettori senza che la mia influenza sia stata uccisa significa che ho preso un indizio su come affrontare i tentativi di manipolare la narrazione pubblica su di me, quindi sto solo condividendo quello che ho imparato qui nel caso in cui sia utile a qualcuno.
Chiunque tenti di controllare la narrazione dominante su chi sei e cosa rappresenti, sta cercando di controllare te e la tua voce. È un attacco diretto alla tua capacità di influenzare il tuo mondo, e se riesce, sarai necessariamente reso impotente. È quindi necessario combattere una campagna diffamatoria su di te in modo diretto e aggressivo come qualsiasi altro tentativo di derubarti delle tue facoltà o capacità. Questo non significa ignorare i tuoi calunniatori, né capitolare alle loro richieste, ma mettere alla prova le loro calunnie ad alta voce e pubblicamente in un modo che esponga pienamente ciò che stanno tentando di farti.
Se qualcuno racconta menzogne su di te, che cerca di influenzare l'opinione pubblica su di te, smaschera questa menzogna e attira l'attenzione ad alta voce su di essa. Se la tua posizione viene travisata da qualcuno che cerca di influenzare l'opinione pubblica su di te, correggi quella falsa dichiarazione e richiama l'attenzione su quanto sia manipolatorio e disonesto il tuo imbroglione. Spiega i loro veri motivi per perseguirti e respingi le loro false ragioni dichiarate dimostrando che sono false giustificazioni .
Stanno cercando di controllare la narrazione che ti riguarda, quindi l'idea è quella di riprendere il controllo della tua narrazione. Non devi convincere tutti che hai ragione, devi solo evitare che la loro narrativa malevola su di te diventi quella che tutti accettano come vera, perché è quello che dicono tutti gli altri. La maggior parte delle persone non credono alle cose a causa di fatti e prove, ma perché altre persone nella loro vita credono a queste cose. Se riesci a creare abbastanza dubbi nelle narrazioni maliziose che circolano su di te e abbastanza fiducia nelle tue, puoi far passare quella dinamica di consenso unanime e impedire che la tua influenza venga uccisa.
Quando la vedi per quella che è veramente, una campagna diffamatoria è davvero disgustosa da guardare. Le persone hanno una naturale avversione alla manipolazione e all'inganno una volta che l'hanno vista, specialmente quando è fatta al servizio dei potenti contro gli interessi dei diseredati. Tutto quello che devi fare, quindi, è attirare con forza l'attenzione su ciò che stanno facendo al punto che il loro impegno nella campagna di diffamazione li fa sembrare peggiori di quello che cercano di farti apprire. Questo ucciderà la loro capacità di manipolare la percezione pubblica di te.
Fa schifo doverlo fare. E' davvero disgustoso dover continuare a entrare nel letame e combattere i tuoi diffamatori al loro livello, ma l'alternativa è lasciare che controllino la narrazione su di te, che è la stessa cosa di dare loro il controllo sulla tua voce e, in una certa misura, sulla tua vita. Perché puoi essere certo al cento per cento che non smetteranno di lavorare per uccidere la fiducia del pubblico in te e nelle tue parole se le ignori o sei gentile con loro sperando che si fermino. Ricordati, non si preoccupano del fatto che tu sei un nazista/antisemita/sostenitore di putin /o di Assad; non si preoccupano di combattere l'antisemitismo come fai tu o qualsiasi adulto sano. Hanno un semplice obiettivo, che è quello di uccidere la tua influenza sulla mandria. Continua a lanciare anche il tuo messaggio; non lasciare che combatere la diffamazione diventi la maggior parte del tuo lavoro, ma non dare loro neanche un solo centimetro di controllo sulla narrazione pubblica su di te.
Se vedi qualcuno che diffama Corbyn, Omar, Gabbard o qualsiasi altro bersaglio di campagne di diffamazione istituzionale come Julian Assange, il modo migliore per aiutarli a continuare a sconvolgere la matrice narrativa è (A) confutare la calunnia, poi (B) esporre in modo aggressivo il calunniatore per quello che è e per quello che fa. Chiunque controlla la narrazione controlla il mondo, e chi controlla la narrazione su una particolare cosa controlla quella cosa. Se quella particolare cosa è qualcosa o qualcuno a cui sei legato, non lasciare che controllino la narrazione. Non trattare mai un argomento fatto in malafede come se fosse un argomento fatto in buona fede. Esponi le loro menzogne e attacca una conversazione sulla tattica spregevole che stanno usando.

(Traduzione di Diego Siragusa)

mercoledì 6 marzo 2019

“Io, ex vicesegretario dell’Onu, vi spiego il grande imbroglio della crisi in Venezuela, tra Wall Street e petrolio”


di Pino Arlacchi* 

• 27 febbraio 2019

Fonte: L'Interferenza

Se c’è una lezione che si impara dirigendo una grande organizzazione internazionale come l’Onu è che, nelle cose del mondo, la verità dei fatti raramente coincide con la sua versione ufficiale. Le idee dominanti – come diceva il vecchio Marx – restano quelle della classe dominante. E il caso del Venezuela di questi giorni si configura appunto nei termini di una gigantesca truffa informativa volta a coprire la sopraffazione di un popolo e la spoliazione di una nazione.

Il principale mito da sfatare riguarda le cause di fondo del dramma venezuelano. I media occidentali non hanno avuto dubbi nell’additare gli esecutivi succedutisi al potere dopo l’elezione del “dittatore” Chávez alla presidenza nel 1998 come unici responsabili della crisi, nascondendone la matrice di gran lunga più importante: le barbare sanzioni americane contro il Venezuela decise da Obama nel 2015 e inasprite da Trump nel 2017 e nel 2018.

Spese sociali mai così alte. La “dittatura” di Chávez, confermata da 4 elezioni presidenziali e 14 referendum e consultazioni nazionali successive, è stata condotta sotto il segno di uno strappo radicale con la storia passata del Venezuela: i proventi del petrolio sono stati in massima parte redistribuiti alla popolazione invece che intascati dall’oligarchia locale e imboscati nelle banche degli Stati Uniti.

Nonostante Chávez abbia commesso vari errori di malgoverno e corruzione tipici del populismo di sinistra – errori confermati in seguito dal più debole Maduro – sotto la sua presidenza le spese sociali hanno raggiunto il 70% del bilancio dello Stato, il Pil pro capite è più che triplicato in poco più di 10 anni, la povertà è passata dal 40 al 7%, la mortalità infantile si è dimezzata, la malnutrizione è diminuita dal 21 al 5%, l’analfabetismo è stato azzerato e il coefficiente Gini di disuguaglianza è sceso al livello più basso dell’America Latina (dati Fmi, Undp e Banca Mondiale).

Ma la sfida più temeraria lanciata dal Venezuela “socialista” è stata quella contro l’egemonia del dollaro. L’economia ha iniziato a essere de-dollarizzata favorendo investimenti non statunitensi, tentando di non farsi pagare in dollari le esportazioni, e creando il Sucre, un sistema di scambi finanziari regionali basato su una cripto-moneta, il Petro, detenuta dalle banche centrali delle nazioni in affari col Venezuela come unità di conto e mezzo di pagamento. Il tempo della resa dei conti con il Grande Fratello è arrivato perciò molto presto. Molti hanno evocato lo spettro del Cile di Allende di 30 anni prima.

Ma il Venezuela di oggi è preda ancora più consistente del Cile. Dopo la Russia, è il Paese più ricco di risorse naturali del pianeta: primo produttore mondiale di petrolio e gas, secondo produttore di oro, e tra i maggiori di ferro, bauxite, cobalto e altri. Collocato a tre ore di volo da Miami, e con 32 milioni di abitanti. Poco indebitato, e capace di fondare una banca dello sviluppo, il Banco do Sur, in grado di sostituire Banca Mondiale e Fondo monetario come sorgente più equa di credito per il continente latinoamericano.

È per queste ragioni che la “cura cilena” è inizialmente fallita. Il tentato golpe anti-chavista del 2002 e le manifestazioni violente di un’opposizione divenuta eversiva e anti-nazionale, si sono scontrati con un esecutivo che vinceva comunque un’elezione dopo l’altra. Perché anche i poveri, dopotutto, votano. L’occasione per chiudere la partita si è presentata con la morte di Chávez nel 2013 e il crollo del prezzo del petrolio iniziato nel 2015.

La strategia delle sanzioni – La raffica di sanzioni emesse l’anno dopo con il pretesto che il Venezuela fosse una minaccia alla sicurezza nazionale degli Usa mettono in ginocchio il Paese. Il Venezuela viene espulso dai mercati finanziari internazionali e messo nelle condizioni di non poter più usare i proventi del petrolio per pagare le importazioni. Quasi tutto ciò che entra in un’economia che produce poco al di fuori degli idrocarburi deve essere pagato in dollari contanti. E le sanzioni impediscono, appunto, l’uso del dollaro. I fondi del governo depositati negli Usa vengono congelati o sequestrati. I canali di rifinanziamento e di rinegoziazione del modesto debito estero del Venezuela vengono chiusi. Gli interessi sul debito schizzano in alto perché le agenzie di rating al servizio di Washington portano il rischio paese a cifre inverosimili, più alte di quelle della Siria. Nel 2015 lo spread del Venezuela è di 2 mila punti, per raggiungere e superare i 6 mila nel 2017.

Gli economisti del centro studi Celag hanno quantificato in 68,6 miliardi di dollari, il 34% del Pil l’extra costo del debito venezuelano tra il 2014 e il 2017. Ma il più micidiale degli effetti del blocco finanziario del Venezuela è il rifiuto delle principali banche internazionali, sotto scacco americano, di trattare le transazioni connesse alle importazioni di beni vitali come il cibo, le medicine, i prodotti igienici e gli strumenti indispensabili per il funzionamento dell’apparato produttivo e dei trasporti. Gli ospedali venezuelani restano senza insulina e trattamenti antimalarici. I porti del paese vengono dichiarati porti di guerra, portando alle stelle le tariffe dell’import-export. Il valore delle importazioni crolla da 60 miliardi di dollari nel 2011-2013 a 12 miliardi nel 2017, portandosi dietro il tonfo del 50% del Pil.

Le banche di Wall Street – I beni che riescono comunque a essere importati vengono accaparrati e rivenduti di contrabbando dagli oligopoli dell’industria alimentare che dominano il settore privato dell’economia venezuelana. La stessa delinquenza di alto livello che tira le fila del sabotaggio del Clap, il piano di emergenza alimentare del governo che soccorre 6 milioni di famiglie. È stato calcolato che tra il 2013 e il 2017 l’aggressione finanziaria al Venezuela è costata tra il 110 e il 160% del suo Pil, cioè tra i 245 e i 350 miliardi di dollari. Senza le sanzioni, l’economia del Venezuela, invece di dimezzarsi, si sarebbe sviluppata agli stessi tassi dell’Argentina.

Durante il 2018 si sviluppa in Venezuela una crisi umanitaria interamente indotta. Che si accompagna a un’iperinflazione altrettanto fasulla, senza basi nei fondamentali dell’economia, determinata da un attacco del mercato nero del dollaro alla moneta nazionale riconducibile alle 6 maggiori banche d’affari di Wall Street.

È per questo che il rapporto dell’esperto Onu che ha visitato il Venezuela nel 2017, Alfred De Zayas (di cui non avete mai sentito parlare ma che contiene buona parte dei dati fin qui citati), propone il deferimento degli Stati Uniti alla Corte Penale Internazionale per i crimini contro l’umanità perpetrati in Venezuela dopo il 2015.

* Vicesegretario Generale dell’Onu dal 1997 al 2002

Fonte articolo: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/02/27/venezuela-in-crisi-cosa-nasconde-il-grande-imbroglio/5000660/
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lunedì 4 marzo 2019

SENZA DIRE UNA PAROLA, LE TRUPPE ISRAELIANE PICCHIANO UN UOMO CIECO NEL SUO LETTO


di Gideon Levy

marzo 2, 20190

Sintesi personale
È sdraiato sul divano del soggiorno, vicino al fornello a gas, cercando di riscaldare il suo corpo ferito. Quando lo abbiamo visitato questa settimana, era appena tornato dall’ospedale ed era sfiancato per il trattamento di dialisi, tre volte alla settimana  da 11 anni, ossia, da quando i suoi reni hanno smesso di funzionare come conseguenza del grave diabete.
Prima di questo, 15 anni fa, ha iniziato a perdere la vista e negli ultimi anni è diventato  completamente cieco. Inoltre, nel corso degli ultimi sei anni, ha dovuto gradualmente avere le dita dei piedi amputate, operazione dopo operazione. La sua faccia è giallastra per la  dialisi.
Fisicamente distrutto, giace lì, a malapena in grado di muoversi. Ha bisogno di aiuto per alzarsi; è incapace di fare qualsiasi cosa da solo.
Si reca, non tutti i mesi, in Giordania per il cateterismo dei vasi sanguigni nelle gambe che si stanno bloccando. Sì, Munzer Mizhar, 47 anni, è un uomo molto malato. Tuttavia, la scorsa settimana ciò non ha impedito ai  soldati israeliani  di picchiarlo senza pietà, anche dopo che i vicini li avevano avvertiti che era malato. Né sua moglie, testimone oculare dell’attacco, è stata in grado di impedire il pestaggio di suo marito nonostante lui  gridasse  di essere anche cieco.
Niente ha aiutato. I pugni sono atterrati sul suo viso, i segni blu sono ancora visibili, in particolare sotto i suoi occhi morti. Ha anche ferite sulle spalle e a entrambe le mani per i suoi tentativi di scongiurare il brutale assalto.
Tutto è successo mentre era nel suo letto dopo le 4 del mattino del 20 febbraio.
Mizhar era impiegato in un laboratorio appartenente all’Autorità palestinese, ma ha dovuto ritirarsi presto a causa del suo peggioramento della salute. Parla un buon inglese. Lui e sua moglie Iman hanno quattro figli, di età compresa tra i 18 anni e i 16 anni.
Iman, che ha 45 anni, ha un cancro ed è curata  all’ospedale Augusta Victoria a Gerusalemme est e in Giordania. Le sue condizioni sono buone. Si è unita alla conversazione nella loro casa questa settimana, ma è diventata pallida mentre parlava e ha dovuto sdraiarsi diverse volte con gli occhi chiusi  e pieni di lacrime.
Il trauma del pestaggio del marito è ancora vivido, doloroso e difficile da sopportare, forse anche più che per lui. I membri della famiglia dicono che si rannicchia spaventata ogni volta che gli orrori di quella notte vengono richiamati. Vivono in una casa ben tenuta nella città di Dawha vicino a Betlemme.
Quel mercoledì Munzer è stato svegliato verso le 4:45 dal suono di passi in casa. Ha svegliato sua moglie. Pensò che forse i suoi figli stavano vagando nell’oscurità.
Sua moglie ha aperto gli occhi e ha urlato. Non capiva cosa stesse succedendo. All’inizio pensarono che i ladri si fossero intrufolati.  Iman ha visto figure oscure che  entrare  nella loro stanza, mentre i raggi laser rossi tagliavano l’oscurità  e si proiettavano verso il loro letto.
Gli spettri si muovevano senza suono. Più tardi sarebbe emerso che le truppe avevano silenziosamente abbattuto la porta. Dopo un istante, Iman si è resa conto che gli intrusi erano soldati. Erano mascherati, cinque o sei in camera da letto, e puntavano i loro fucili contro la coppia. Altre truppe stavano aspettando fuori.
Iman è scesa dal letto, i suoi capelli esposti agli occhi degli uomini che avevano invaso la sua stanza – una questione molto delicata per loro, Munzer  ne  riferisce con dolore. Un soldato si è avvicinato al letto e senza una parola gli ha dato un buffetto in faccia. Munzer è convinto che l’aggressore portasse pugni di ferro. La sua faccia  comincia a sanguinare,  un sacco di sangue  gli cola dal naso, nonché dalle ferite sulle mani, alla fine non riesce a proteggere il suo viso. Non vede niente, ovviamente.
Iman, in piedi accanto al letto, urla, i soldati le impediscono di difendere suo marito. Cerca di spiegare che è cieco e malato, ma è inutile. Probabilmente nessuno dei soldati capisce l’arabo. Il soldato tiene la testa di Munzer con una mano e lo colpisce implacabilmente con l’altra, dice lei. Gli altri rimangono lì. Le percosse continuano per almeno cinque minuti.
Una luce nel bagno illumina un poco la stanza. Fuori è ancora buio e i soldati non accendono le luci all’interno. Forse è per questo che non si  accorgono che la persona maltrattata è indifesa, cieca e malata.
Munzer  chiede  ai soldati chi siano. Non ha  risposta. Iman chiede di poter parlare con l’ufficiale in carica. Nessuno  risponde. Alla fine i colpi cessano.
Munzer  chiede  dove sono i bambini. Poi lo aiuta a rialzarsi e lo guida verso una sedia nella stanza. All’inizio i soldati non hanno permesso a Munzer, con la faccia rigata di sangue, di sedersi. Non gli hanno chiesto di identificarsi e non hanno detto chi stavano cercando.
Il figlio maggiore, Talal, si  sveglia e  sente i genitori gridare che ci sono ladri in casa. Poi, dalla porta, vede suo padre sanguinare. Anche i suoi fratelli si svegliano. I soldati  rifiutano di lasciarli entrare nella stanza dei genitori e  ordinano  loro di alzare le mani. Uno dei figli, sopraffatto da vertigini , cade  a terra.
I soldati restano in casa per circa 20 minuti. Non hanno cercato nulla. nessuno di loro pensa di offrire l’attenzione medica a Munzer ferito.
Munzer sottolinea che la cosa peggiore è che un cieco non sa quando arriverà il prossimo colpo.
Perché l’hanno colpito?
“Non sai perché?” Ci chiede sua sorella Maysoun, un sorriso amaro sulle sue labbra. “Ho paura di parlare perché sei ebreo. Ci hanno picchiati tutti. L’occupazione ci batte tutti. Siamo sotto occupazione Questa non è la prima volta che picchiano qualcuno senza motivo e non sarà  l’ultimo. La novità è che questa volta picchiano un cieco“.
Uno dei ragazzi suggerisce una spiegazione diversa: forse hanno colpito il padre perché ha la barba? Vero, non una barba folta, ma una piccola barba che solleva dei sospetti.
Maysoun è preoccupata che  a suo fratello non sarà permesso di recarsi in Giordania a giugno per le sue cure mediche regolari. Abbiamo cercato di rassicurarla – dopotutto non ha fatto niente.
In ogni caso, tornando a quel mercoledì mattina, i soldati hanno ordinato ai quattro ragazzi di mettersi in ginocchio, le facce premute sul pavimento e di non muoversi. Quindi hanno lasciato la casa.
Munzer è stato portato all’ospedale Hussein a Beit Jala. Dall’evento soffre di dolori alla mascella e ha difficoltà a mangiare cibi solidi. E’ disteso  sul divano del tutto indifeso, cercando di trovare una posizione comoda, i suoi piedi  sono fasciati, ogni tanto chiude gli occhi. Questo per capire cosa hanno commesso i soldati.
Il giorno dopo la famiglia ha saputo che i soldati stavano cercando Fadi Hilweh, 20 anni, ricercato dall’esercito e dal servizio di sicurezza Shin Bet, anche se non è chiaro il perché. Vive al piano di sopra. I soldati sono andati prima là e,  quando non lo hanno trovato, un agente dello Shin Bet noto come “Cap. Nidal “ha ordinato  alla madre di Hilweh di contattarlo e farlo tornare a casa.
Nel frattempo i soldati  sono scesi al piano terra dove abita Mizhar. I vicini hanno avvertito i soldati che Munzer era cieco e malato, ma  a nessuno importa. Munzer vuole sapere perché non hanno bussato alla porta invece di invadere la casa. Avrebbe aperto la porta e avrebbero potuto vedere da soli che Hilweh non c’era.
Hilweh alla fine è tornato a casa e arrestato. I soldati pensavano che Munzer fosse la persona ricercata, quindi lo hanno picchiato? Perfino al buio nessuno poteva scambiare un uomo malato, cieco, di 47 anni per un ventenne. “Forse pensavano che [l’uomo ricercato] fosse Munzer, e forse erano solo criminali violenti“, dice Maysoun. Musa Abu Hashhash,  del  gruppo per i diritti umani B’Tselem: “Questo è il caso più scioccante che abbia mai documentato“.
L’ufficio del portavoce dell’IDF ha rilasciato a Haaretz la seguente dichiarazione: “Durante un’operazione per arrestare un individuo ricercato a Betlemme, è stata ricevuta l’informazione che la persona ricercata si trovasse all’interno di un particolare edificio, e lì è stata effettuata una ricerca. Durante la ricerca una donna palestinese ha cercato di impedire a uno dei militari di raggiungere un uomo palestinese nella stanza che il militare voleva ispezionare. Egli ha cercato di controllare l’uomo palestinese che ha reagito afferrando il suo corpo e la sua arma, urlando e agendo in modo disordinato. Il combattente ha spinto il palestinese in modo aggressivo, cercando di tenerlo sotto controllo e di conseguenza l’uomo è rimasto ferito. A questo punto il militare si è reso  conto che l’uomo era cieco e non era la persona ricercata. Ha cercato di calmarlo permettendo alla moglie dell’uomo di occuparsi di lui immediatamente.“
Iman è in uno stato di depressione e  di paura costante da quella notte. I ragazzi chiedono se i soldati torneranno. La famiglia ha aggiunto una serratura extra alla porta d’ingresso. Munzer può concentrarsi solo sulla sua malattia e sul suo dolore. Si sveglia ogni notte immaginando di sentire dei passi nell’oscurità. È certo che i soldati stiano tornando per dargli un’altra bastonata.

(Traduzione a cura di BOCCHESCUCITE)

sabato 2 marzo 2019

ISRAELE E LA CORTE PENALE INTERNAZIONALE


dell'Avv. Ugo Giannangeli

(Alcuni mi hanno chiesto di trascrivere l'intervento di venerdì scorso a Milano in occasione dell'incontro con l'avv. Salah di Gaza. Questo è il testo come l'ho ricostruito dal mio brogliaccio.)

Inizio col dire perché ritengo che la Corte penale internazionale ben difficilmente perverrà mai ad una condanna dei criminali israeliani per concludere che, ciononostante, anche questa strada giudiziaria è da battere.
Non vedo contraddizione in questa affermazione se il fine realistico che ci prefiggiamo con l’iniziativa giudiziaria internazionale è quello di dimostrare che Israele utilizza consapevolmente e sistematicamente i propri criminali- esercito e coloni- per portare avanti quello che Ilan Pappe definisce un genocidio incrementale e per realizzare il suo colonialismo da insediamento.
Insomma i crimini di guerra e contro l’umanità sono strumenti indispensabili per la realizzazione del progetto sionista.
L’errore più frequente commesso dal movimento di solidarietà con la Palestina è quello di ritenere che imputato avanti alla Corte penale internazionale possa essere Israele. Quante volte abbiamo sentito o letto “occorre portare Israele avanti alla Corte penale internazionale”?.
Invece si possono portare solo le singole persone. Lo dicono gli articoli 14 e25 dello Statuto di Roma nonché il principio fondamentale per cui la responsabilità penale è personale.
Le singole persone vanno individuate e qui iniziano i problemi. Come è possibile farlo senza la cooperazione di Israele? È impensabile che Israele cooperi. Non ha mai fatto entrare commissioni internazionali di inchiesta ( si pensi al caso Goldstone per Piombo fuso); ha revocato il visto a esponenti di Human Rights Watch, incluso il suo direttore. Non ha mai condannato i propri criminali. In qualche raro caso ha inflitto sei mesi per omicidio, pena sospesa. Eclatante la condanna di un soldato all’epoca di Piombo fuso per “uso di carta di credito rubata” ! Centinaia di uccisi, migliaia di feriti e tutto si riduce all’uso di una carta di credito rubata. Siamo alla irrisione.
L’associazione israeliana B’Tselem nel suo rapporto sulla tortura- edito in Italia da Zambon nel 2017- ha definito farse i processi avanti alle Corti militari. Tutto il sistema giudiziario israeliano è una farsa, dalle sentenze dei tribunali militari (leggete la splendida testimonianza della avvocatessa Felicia Langer nel libro “Coi miei occhi”, riedito sempre da Zambon lo scorso anno) alle loro rituali conferme in appello da parte della Alta corte di giustizia (siamo a una percentuale superiore al 95% !); spiego subito perché è importante avere chiaro questo aspetto.
Israele opporrà sicuramente la carenza di giurisdizione della Corte penale internazionale ma questa eccezione è destinata a sicuro rigetto dopo l’adesione della Palestina allo Statuto di Roma nel 2015. Ricordiamo che l’adesione ha effetto retroattivo dal 13 giugno 2014 per tutto quanto avvenuto nei Territori occupati e a Gerusalemme est.
Israele opporrà l’improcedibilità per avere già sottoposto al giudizio i presunti responsabili. La Corte penale internazionale, infatti, interviene solo in via sussidiaria, quando lo Stato non si è attivato. Si pensi ad esempio al caso dei quattro bambini della famiglia Bakr uccisi da due cannonate sulla spiaggia di Gaza nel 2014. I responsabili sono stati assolti dalla giustizia farsa: bambini che giocavano a pallone scambiati per “miliziani” di Hamas ! Occorrerà dimostrare avanti alla Corte penale internazionale che ricorrono gli estremi dell’articolo 17 dello Statuto di Roma che prevede la procedibilità avanti alla Corte se la sentenza assolutoria è frutto della incapacità dello Stato di procedere correttamente. Nel caso di Israele si tratta non di incapacità ma di mancanza di volontà: il mandante copre sempre gli esecutori.
È lecito il dubbio che questi processi siano stati avviati da Israele al solo fine di potere poi eccepire l’improcedibilità (per Margine protettivo sono stati portati a giudizio almeno sei casi tra cui quello dei bambini). Come è possibile dimostrare che il processo è stato una farsa senza almeno l’acquisizione del relativo fascicolo processuale? Israele mai lo rilascerà e non fornirà neppure i nominativi degli imputati assolti adducendo ragioni di sicurezza.
A livello mediatico Israele si indignerà alla sola idea che possa essere messo in discussione il proprio sistema giudiziario e che gli eroici soldati di Tsahal debbano sottostare a un’indagine internazionale. La Corte penale internazionale diventerà un covo di antisemiti al pari del Consiglio per i diritti umani dell’Onu, così definito sotto la sua sede a Ginevra nel 2016 da Yair Lapid per le sue 62 risoluzioni contro Israele (per la precisione Lapid lo ha definito “il Consiglio per i diritti del terrorismo”).

*****

Cosa sta facendo la Corte penale internazionale? non sembra fremere dalla volontà di indagare. La denuncia dei crimini commessi dal giugno 2014 in poi pende dal 2015. Il 22 maggio 2018 si è svolto un importante incontro tra la delegazione palestinese e la Procuratrice presso la corte. Non mi risultano novità. Il sito della Corte mostra 10 casi in fase di esame preliminare, tra cui quello della Palestina, e 12 casi in fase di indagine. Non sembra una grande mole di lavoro pendente.
Nonostante l’inattività della Corte, Israele si prepara a recitare la parte che gli viene meglio: quella della vittima. A livello di propaganda sta incrementando, per dirla con Finkelstein, l’industria dell’Olocausto. Non passa giorno che non si parli della recrudescenza dell’antisemitismo: in Inghilterra il caso del Labour e di Corbyn, in Francia il filosofo insultato, in Italia è stato scomodato l’antisemitismo perfino per l’occupazione del Monte Stella a Milano. Il fine è evidente: la totale assimilazione tra antisionismo e antisemitismo. Macron lo ha detto due giorni fa: sono la stessa cosa. Sappiamo che non è vero, lo sanno anche i sionisti ma la menzogna è indispensabile. Come disse Hannah Arendt “…. i fatti sgradevoli possiedono una esasperata ostinazione che può essere scossa soltanto dalla pura e semplice menzogna”.
Ho letto che l’avvocato Abdel Salah Ati intende fare pressioni sulla Unione europea. Ne ha ragioni. Sinora la UE ha fatto ben poco, giusto l’intervento sulla corretta etichettatura dei prodotti israeliani, vietando il “made in Israel” per i prodotti delle colonie. Potrebbe cancellare dalla lista delle organizzazioni terroristiche quelle che sono organizzazioni di resistenza. Potrebbe avviare una politica di boicottaggio e sanzioni. Attualmente nel mondo sono oltre 30 paesi sotto sanzioni UE per molto meno dei crimini israeliani. Nessuno di questi paesi è passato al vaglio della Corte penale internazionale. Il giudizio è stato solo politico. Quanti altri crimini, quanti altri uccisi occorrono perché termini l’impunità di Israele? Golda Meir disse: “ Dopo la Shoah tutto ci sarà consentito”.
Impegniamoci perché questo non avvenga.

Libera trascrizione dell’intervento dell’avvocato Ugo Giannangeli nel corso
dell’incontro con l’avvocato Salah Ati a Milano il 22 febbraio 2019.