domenica 28 maggio 2017

L’imperatore visita le province.





MAY 24, 2017 

di MIKO PELED
Israele tira un sospiro di sollievo, mentre Trump lascia la regione  e senza una proposta di  “accordo”  gli permette di continuare a uccidere, trasferire, arrestare e torturare i palestinesi, prendere la loro terra e l’acqua per darli agli ebrei. La visita di Trump a Gerusalemme è stata come la venuta di Cesare in visita nelle province lontane. Israele lo ha accolto con sorrisi, bandiere e una parata militare perfettamente organizzata, mentre i palestinesi hanno manifestato il loro stato d’animo mettendo in atto uno sciopero generale – il primo sciopero che  dopo oltre venti anni ha incluso anche la Palestina del 1948 . Lo sciopero e le proteste, il cui significato ha raggiunto  probabilmente  Trump, è stata  anche una dimostrazione di solidarietà nei confronti dei prigionieri in sciopero che a questo punto sono  senza cibo da quasi quaranta giorni.
Trump è arrivato a  Tel Aviv dall’Arabia Saudita dove ha annunciato un accordo tra i due paesi che sicuramente porterà alla morte di molti innocenti nello Yemen. Vicino  al corrotto e invecchiato  Re saudita Salman, Trump ha annunciato che l’accordo sulle armi vale molti miliardi di dollari e ha assicurato che questo accordo porterà investimenti negli Stati Uniti e fornirà “lavoro, lavoro, lavoro,” per gli americani.
A Gerusalemme i media non hanno potuto e tuttora non riescono a ottenere abbastanza da Trump. Nessuno si è  lamentato del fatto che, sebbene Trump abbia raggiunto Gerusalemme in volo da Tel Aviv, l’autostrada che collega le due città è stata chiusa per parecchie ore “per sicurezza”. In un notiziario mattutino un gruppo che comprendeva l’intero schieramento politico sionista ha discusso la visita di Trump ed è risultato ovvio dalle loro discussioni chi  effettivamente comanda qui. Trump non rappresenta i  sionisti liberali “sani”,  né  il Likud del “centro destra”, ma piuttosto la fanatica e allucinante Daniella Weiss, la voce  dei più estremisti e fanatici coloni osservanti.
Ha esordito affermando che Trump non avrebbe portato alcun cambiamento, perché anche Trump , bravo a stipulare accordi, non può annullare ciò che è stato concordato tra Dio e il popolo ebraico quando  promise a “noi” la terra d’Israele. Poi ha dichiarato che ora ci sono 750.000 ebrei che vivono in Giudea e Samaria, e nessuno di loro potrà  o sarà mai rimosso.
“Che ne pensa dei circa tre milioni di palestinesi?”, le è stato chiesto.  Ha risposto chiaramente che non fanno parte della sua visione messianica. Il numero tre milioni è quello che i sionisti considerano come il numero degli abitanti palestinesi. Benché in Palestina vivano più di sei milioni di palestinesi, vengono presi in considerazione solo i palestinesi della Cisgiordania. Weiss è stata contestata da Omer Bar-Lev, veterano del gruppo liberista sionista Peace Now e membro della Knesset per il partito “Zionist Camp”, che con fervore ha affermato che “persone come lei stanno distruggendo la visione sionista” perché forzano una realtà in cui gli ebrei non saranno più una maggioranza e finirà in uno stato bi-nazionale (questo è il risultato della “sinistra”).
La differenza tra fanatici zelanti come Daniella Weiss e i liberisti sionisti è che i primi non vedono i palestinesi mentre questi ultimi hanno l’incubo ricorrente in cui Israele è costretto a concedere ai cittadini dei diritti di cittadinanza. Entrambe le parti credono che finché i palestinesi non avranno diritti Israele potrà pretendere di essere uno Stato ebraico.
I sionisti liberali sostengono che perché ci sia la “pace” gli ebrei debbano poter mantenere una maggioranza nella Palestina occupata nel 1948 e pochi “adeguamenti”  dei confini. Quella che gli ebrei liberali considerano  pace è una grande prigione palestinese a cielo aperto che si estende lungo quella che un tempo era la Cisgiordania. Chiameranno questo carcere uno stato e tutto andrà bene. Questo è secondo loro ciò che salverà gli ebrei dal dover vivere in mezzo ad una maggioranza araba. In questa visione pacifica e liberale, la maggior parte della Cisgiordania rimarrà parte di Israele. “Il consenso nazionale”, ha affermato Bar-Lev, “è che i principali blocchi di insediamenti rimangano”. Inoltre, secondo il consenso nazionale, tutta la valle del fiume Giordano e tutta Gerusalemme Est con i suoi sobborghi – o in altre parole la maggior parte di quello che era la Cisgiordania – rimarrà come parte di “Israele”.
Daniella Weiss rappresenta il vero volto del sionismo che ha sempre sostenuto che gli ebrei non dovrebbero preoccuparsi di  cose banali come di alcuni milioni di arabi. Bar-Lev, che comandava una delle unità più criminali di Israele, rappresenta la foglia di fico che copre il vero volto del sionismo. Quando si viaggia nella regione montuosa a sud di Hebron, che è per lo più un deserto bello e selvaggio, si avvistano città palestinesi e piccoli villaggi e si vede l’azione sionista in azione. I villaggi palestinesi sono piccoli, quindici o venti famiglie che vivono in grotte e tende, alcuni hanno costruito case. Di solito non c’è acqua corrente o elettricità e pochissime strade asfaltate. Anche dopo cinquant’anni di controllo israeliano, l’acqua, l’elettricità e le strade asfaltate non hanno raggiunto queste aree remote finché non sono arrivati  i coloni ebrei. Non appena sono arrivati hanno cacciato i palestinesi dalla loro terra e hanno costruito “avamposti” che sono come piccoli insediamenti. Poi, miracolosamente, sono arrivate l’acqua corrente, l’elettricità e strade ben asfaltate che però non hanno raggiunto nessuno dei villaggi palestinesi circostanti.
È così che gli ebrei fanno fiorire il deserto.
“Possiamo sentir dire che Trump è un grande amico”, ha detto un operatore Likud alla televisione. “Parla di pace e naturalmente anche noi vogliamo la pace, ma non abbiamo alcun partner per la pace”.
Così, mentre Trump parla di un “accordo” possiamo leggere i segnali.” I segnali sono il genero come nuovo ambasciatore degli Stati Uniti, che è un vero sionista come Daniella Weiss. Sono stato rimproverato una volta per aver affermato che il genero è ebreo, come se non avesse importanza, ma se qualcuno pensa che l’essere ebraico di Jared Kushner non sia importante, può chiedere a qualsiasi israeliano per strada. Vi diranno esattamente che cosa è un “buon amico” di Israele e quanti soldi la sua famiglia ha dato agli insediamenti e all’IDF.

Kushner con la moglie Ivanka e il suocero, Donald Trump
Quindi, per riassumere la politica in Medio Oriente di Trump, la dinastia saudita è al sicuro e può continuare a uccidere i civili nello Yemen usando le migliori tecnologie in grado di acquistare e, in tal modo, fornisce anche “lavoro, lavoro, lavoro, ” agli americani. Trump è un grande amico di Israele, siamo tutti d’accordo sul fatto che Israele non ha partner per la pace e, a differenza di Obama, Trump sembra non mettere restrizioni all’espansione e alla campagna di pulizia etnica di Israele.
È una grande giornata per Israele quando l’imperatore viene in visita!
Trad. Invictapalestina.org

Il processo contro i comunisti ucraini



27 Maggio 2017 

da "Avante!”, Settimanale del Partito Comunista Portoghese | 
Traduzione di Marx21.it

Il processo per la messa fuori legge dei comunisti ucraini prosegue e, probabilmente, si sta avvicinando alla sua conclusione (il 31 maggio potrebbe essere emessa la sentenza sul ricorso presentato dal Partito Comunista di Ucraina contro il provvedimento liberticida).

Con questo resoconto, pubblicato nel settimanale dei comunisti portoghesi, continuiamo ad informare sugli sviluppi di una vicenda che, nel nostro paese, continua ad essere avvolta dal colpevole silenzio, non solo dell'apparato mediatico dominante, ma anche delle forze presenti nel nostro Parlamento. (Marx21.it)

Si è tenuta a Kiev, alla Corte Amministrativa di Appello, il 15 maggio, una nuova sessione del processo contro il Partito Comunista di Ucraina  (PCU), che mira alla sua messa fuori legge. La solidarietà con il PCU – che è stata costante durante l'intero processo – è stata riaffermata dalla presenza di João Pimenta Lopes, deputato del PCP al Parlamento Europeo, in rappresentanza del Gruppo della Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica, e anche dal rappresentante del Partito Comunista di Boemia e Moravia e da una rappresentante dell'Associazione Internazionale dei Giuristi Democratici.

Nella sessione sono state presentate le argomentazioni finali della difesa, tra cui va rilevato l'intervento di Petro Simonenko, segretario generale del PCU, che ha denunciato l'incostituzionalità della messa al bando del partito e della cosiddetta “Legge di decomunistizzazione”.

Il segretario generale del PCU ha avvertito dei rischi per la democrazia di quella decisione e ha denunciato la violazione del principio del pluralismo politico, il danno già causato e l'assenza della separazione dei poteri giudiziario ed esecutivo, che compromette l'indipendenza dei giudici, come è stato dimostrato nel corso di tutto il processo, di cui sono state enumerate le irregolarità.

Nel suo intervento, Petro Simonenko ha anche affrontato gli sviluppi politici nel paese, mettendo in rilievo gli eventi che, dal golpe del febbraio 2014 con la deriva fascistizzante in Ucraina, hanno portato alla persecuzione dei comunisti e di altri democratici, con l'obiettivo di mettere al bando il PCU, cercando attraverso un processo politico di compromettere e, possibilmente, annientare una forza politica conseguente con “più di 100.000 militanti e 3 milioni di elettori, che affronta il regime di natura fascista attualmente al potere”.

Sono stati riportati numerosi esempi, non solo della persecuzione giudiziaria, ma anche degli attacchi e delle aggressioni contro militanti comunisti, e degli assalti e saccheggi delle sedi del PCU. E' stato rivendicato il fatto che qualsiasi decisione venga presa, essa dovrà rispettare, oltre che la Costituzione dell'Ucraina, la Carta delle Nazioni Unite, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, e gli altri obblighi internazionali assunti dall'Ucraina, compresi quelli derivanti dall'Accordo di Associazione con l'UE. Sono stati anche ricordati diversi esempi di tentativi di messa fuori legge di Partiti Comunisti in altri paesi dell'Europa (Moldavia, Ungheria)  sventati e rientrati dopo il ricorso al Tribunale Europeo dei Diritti dell'Uomo.

Simonenko ha concluso con il riferimento storico al fatto che è la terza volta che si tenta di mettere fuori legge il PCU – la prima fu tra il 1941 e il 1944, dopo l'occupazione nazista; la seconda nel 1991, con la fine dell'Unione Sovietica, decisione rientrata nel 2000; e il terzo tentativo è quello in corso dal 2014. E' servito questo esempio per affermare la determinazione dei comunisti ucraini a proseguire la lotta contro il tentativo di messa al bando del PCU, la manipolazione e la riscrittura della storia e il potere di natura fascistizzante in Ucraina.

L'udienza si è conclusa con la calendarizzazione di una nuova sessione del processo per il prossimo 31 maggio, quando saranno presentate le argomentazioni della difesa ancora mancanti e  probabilmente sarà emessa la sentenza da parte del collegio giudicante per quanto riguarda il ricorso presentato dal PCU.

Il rapporto che smonta tutte le fake news dei media mainstream sulle morti in Venezuela



Il documento sui 51 giorni di violenza promossa dall'opposizione è stato 

presentato alla stampa dal ministro Villegas



da Alba Ciudad





Il ministro del Potere Popolare per la Comunicazione e l’Informazione Ernesto Villegas; Il ministro degli Esteri del Venezuela Delcy Rodríguez e il Segretario Esecutivo del Consiglio Nazionale per i Diritti Umani, Larry Devoe, hanno tenuto una conferenza stampa con i mezzi d’informazione nazionali e internazionali, presentando un rapporto sui 51 giorni di violenza provocati dai partiti estremisti dell’opposizione, che hanno causato la morte di 60 persone. 


Villegas presentato una lista delle persone assassinate, sulla base di un rapporto della Procura sulle vittime mortali della violenza in Venezuela. «Tutte le vite hanno lo stesso valore, indipendentemente dall’età, il genere, la condizione sociale, il luogo dove sono cadute, la bandiera politica che hanno innalzato, i metodi che hanno utilizzato per esprimere la propria posizione politica. Tutte queste morti ci addolorano allo stesso modo!», ha dichiarato. 

L’opposizione si è concentrata su un piccolo gruppo di casi emblematici, anche se in realtà vi sono tra i 55 e i 60 morti durante i 51 giorni di violenza, la maggior parte dei quali sconosciuti al paese. 
«Vogliamo evitare che questa lista cresca. L’elenco non deve crescere. Necessario è porre fine immediatamente agli appelli alla violenza da parte di esponenti politici che hanno abbandonato la politica, per imporre un’agenda al paese attraverso la violenza, fuori dalla nostra Costituzione». 

Mostrando la copertina del quotidiano ‘Tal Cual’ che attribuisce le morti allo Stato, ha chiesto di fermare l’uso perverso dei loro nomi «per incolpare il governo bolivariano e il Presidente Nicolás Maduro di adottare una politica che ha portato alla morte di questi venezuelani». 
Villegas ha spiegato che secondo le cifre fornite dalla Guardia Nazionale Bolivariana, in Venezuela vi sono state oltre 1600 manifestazioni di diverso colore politico e con differenti metodi di espressione. «Circa 600 sono state violente». Con una politica repressiva ci sarebbe stato almeno un morto in ogni manifestazione, «avremmo avuto una cifra scandalosa», ma siccome la Costituzione proibisce l’utilizzo di armi da fuoco per il controllo delle manifestazioni pubbliche, e il Presidente Maduro ha ordinato che i corpi di sicurezza dello Stato controllino le manifestazioni senza nemmeno l’uso di manganelli, «non stiamo piangendo una tragedia ancora più grande».

«Se fossero vigenti i metodi della quarta repubblica, con manifestazioni così numerose, in luoghi diversi e con grande ferocia, sarebbero molte di più le famiglie a lutto». 

Bilancio delle persone uccise 

«L’aria è troppo simile a quella dell’aprile 2002. Questo è quello che abbiamo vissuto nell’aprile del 2002: una fazione politica ha utilizzato delle morti, che causarono lutti in tutto il Venezuela, per accusare il Comandante Chavez», ha dichiarato Villegas, mostrando un cartellone contente i volti di tutte le persone uccise. 

Il ministro ha inoltre mostrato un video dove Henry Ramos Allup anticipa che vi sarebbero stati ulteriori vittime. 
Sei vittime delle barricate 

Angel Moreira: un giovane morto mentre circolava a bordo di una motocicletta ed è stato investito da un veicolo che marciava controsenso per evitare una barricata.
Ana Victoria Colmenares
María Guanipa
Oliver Villa
Efraín Sierra
Carlos Hernández

Tre vittime chaviste assassinate nello Stato di Mérida

Anderson Dugarte
Luis Márquez
Jesús Sulbarán

Villegas ha lamentato che Ramos Allup ha attribuito la morte di Dugarte alla «repressione del regime» così come Freddy Guevara ha parlato di «assassinio della dittatura». Il ministro ha mostrato un video di German Dugarte, zio di Anderson Dugarte, afferma che suo nipote era chavista e antimperialista. 

Quattro chavisti vittime di omicidi su commissione

Quattro venezuelani sono stati vittima di omicidi su commissione, due di essi erano militanti chavisti che si trovavano in un’assemblea studentesca a El Tigre, nello Stato Anzoátegui:

Juan Bautista López
César Guzman
José Jesús Alcolado
Pedro Josué Carrillo:
Alcolado era un militante rivoluzionario cileno assassinato a Caracas, che «era venuto in Venezuela per realizzare quei sogni che la destra fascista aveva intercorro nel Cile di Allende». Carrillo, sequestrato e sottoposto a brutali torture dello Stato di Lara, perché chavista. 

Quattro membri della Polizia e della Guardia Nazionale Bolivariana morti

Villegas ha inoltre evidenziato che quattro uomini in divisa hanno perso la vita durante le proteste:

Yey Amaro: il deputato oppositore Alfonso Marquina aveva dichiarato che era stato ucciso dalla «dittatura di Maduro», ma è stato smentito dal governatore antichavista Henry Falcón che ha spiegato come sia morto a seguito di un incidente stradale. «Spesso viene utilizzato il dolore dei familiari, e nel bel mezzo del dolore e della necessità di giustizia, viene piantata una verità che dopo è molto difficile da smentire». 

Inumar Sanclemente: Effettivo della Guardia Nazionale Bolivariana assassinato nel municipio Los Salias da uno sconosciuto che gli ha sparato. 

Gerardo Barrera: Effettivo di Policarabobo assassinato con molteplici colpi di pistola.

Jorge Escandón: Altro effettivo di Policarabobo assassinato da terroristi che sparavano dagli edifici.

Tredici persone non si trovavano in zone interessate da manifestazioni

Altre tredici persone, secondo i rapporti messi a disposizione dai giornalisti dalla Procura Generale, non si trovavano in zone interessate da manifestazioni quando sono state uccise. Tra questi vi sono:

Brayan Principal: bambino morto a Barquisimeto. Villegas ha mostrato un video con la testimonianza della madre, segnalando che il bambino di un colpo sparato da bande criminali dal quartiere Yucatan verso la Città Socialista Alí Primera di Barquisimeto.
Di questo omicidio dirigenti dell’opposizione come Lilian Tintori e Maria Corina Machado hanno fatto un «uso bastardo», cercando di far passare il messaggio che il bambino era morto a causa della politica repressiva dello Stato.

Almelina Carrillo: muore mentre attraversa La Candelaria, nei pressi di una mobilitazione chavista contro la quale è stata lanciata una bottiglia d’acqua congelata, che l’ha centrata in pieno. Villegas ha denunciato che alcune ore prima il sociologo oppositore Tulio Hernández con un tweet aveva esortato a lanciare vasi e fioriere contro i chavisti. 

Ramón Martínez

Gruseny Canelón: nel suo caso abbiamo 14 effettivi della Guardia Nazionale imputati dalla Procura Generale. 

Daniel Rodríguez

Albert Rodríguez

Christian Ochoa

Jonathan Quintero, tra gli altri.

Altre persone che non stavano manifestando

Sono stati presentati anche i casi di altre persone i cui familiari o testimoni affermano che non stavano manifestando:

Jairo Ortiz: uscito per incontrare un amico non era coinvolto nelle proteste. L’agente di polizia stradale che lo ha ucciso non stava esercitando funzioni di ordine pubblico. È stato immediatamente arrestato dal Cicpc. Suo padre ha chiesto che il nome del figlio non sia utilizzato in maniera strumentale. 

Carlos Moreno, morto a San Bernardino. Uno dei responsabili è un agente della Polizia di Sucre, Stato Miranda, diretta dall’oppositore Carlos Ocariz, del partito Primera Justicia. 

Ricarda González: la sua morte è stata attribuita ai gas lacrimogeni della Guardia Nazionale Bolivariana, ma sua figlia ha scartato questa versione, affermando che è stata vittima di un attacco cardiovascolare, aggiungendo che le barricate e le guarimbas hanno ostacolato e impedito il trasferimento al più vicino ospedale. 

Mervins Guitian

Orlando Medina

Isabel Torrealba

Carlos Aranguren, tra gli altri.

Quattro vittime di armi non convenzionali

Villegas ha inoltre illustrato i casi di quattro vittime di armi non convenzionali, colpiti da oggetti metallici, che non possono essere vittime dei corpi di sicurezza: 

Armando Cañizales

Miguel Castillo

Juan Pernalete, che nel suo petto porta i segni di un dispositivo che corrisponde a una pistola spara bulloni

Diego Arellano

Otto folgorati durante i saccheggi

Ha denunciato anche la «mescola della politica con la criminalità», rappresentata dal saccheggio di una panetteria avvenuta a El Valle, che ha causato la morte per folgorazione di 8 persone. 

Morti manifestando

Ci sono altri cittadini morti nel corso delle manifestazioni, secondo la Procura Generale:

Paola Ramírez: assassinata a San Cristóbal il 19 di aprile. Nel suo caso «si è avuta una rapida risposta da parte della Procura Generale guidata dalla Procuratrice Luisa Ortega Diaz». Imputato un militante di Vente Venezuela che ha confessato di aver sparato oltre 27 colpi. 

Francisco González

Kevin León

Paúl Romero: investito da una persona civile mentre si trovava in una barricata.

Hecder Lugo: si tratta di un caso molto particolare perché «il padre ha inviato un messaggio al Presidente della Repubblica. Voglio dire  al padre che il suo messaggio è arrivato al Presidente, che è particolarmente interessato affinché sia fatta giustizia in tutti questi casi, particolarmente in quello di Hecder Lugo». 

Daniel Queliz

Edy Terán

Un rapporto simile a quello presentato dal ministro Villegas è stato realizzato da Alba Ciudad e può essere visionato cliccando qui. Il rapporto ufficiale della Procura Generale può essere letto cliccando qui.

Gli agenti che commettono abusi saranno processati

Sul caso di Lugo, «il Presidente Nicolás Maduro è stato chiaro: non avalla o nasconde nessun tipo di deviazione, eccesso o abuso nell’utilizzo della forza», ha spiegato Villegas. «Ha dato istruzioni molto chiare e determinate ai corpi di sicurezza affinché si astengano anche dall’utilizzo di manganelli o proiettili di gomma per il controllo di manifestazioni pubbliche, nonostante siano armi autorizzate dalla legislazione internazionale». 

Ha poi spiegato che «se qualche ufficiale, anche in situazioni drammatiche arriva a disobbedire a questi ordini, affronterà l’applicazione della giustizia». 

Appoggio agli agenti che hanno subito attacchi con escrementi 

Villegas ha spiegato che il 99,99% degli uomini e donne che compongono la Polizia Nazionale Bolivariana e la Guardia Nazionale Bolivariana hanno svolto il proprio lavoro secondo la legge, e hanno dovuto sopportare fatti ripugnanti e abominevoli come il lancio di escrementi, per questo ha rivendicato il lavoro della stragrande maggioranza di chi compone questi corpi. 

«La strategia del lancio di escrementi, oltre che ripugnante, risponde a una strategia politica», ha spiegato il ministro. «La strategia del cosiddetto golpe morbido, delle cosiddette rivoluzioni colorate, che puntano alla provocazione affinché la forze dello Stato eccedano nella risposta. Lo hanno fatto alla lettera!». 
«Voi immaginate uomini e donne venezuelane subire per ore attacchi di questa natura?», ha dichiarato riguardo il lancio delle «puputov» o di recipienti in vetro contenti escrementi. « È ammirevole la capacità di autocontrollo che hanno avuto i nostri agenti sottoposti a questa disgustosa strategia, volta a provocarli affinché reagissero in maniera eccessiva a questa aggressione». 

Ha poi sottolineato che tutte le informazioni sono a disposizione dei giornalisti. 

Invitato infine l’opposizione ad accettare il dialogo: «Parlato le persone si capiscono», ha ribadito il ministro. 

(Traduzione dallo spagnolo per l’AntiDiplomatico di Fabrizio Verde)

Fonte: http://albaciudad.org/

sabato 27 maggio 2017

I MEDIOCRI AL POTERE!!!




IL LIBRO - «Non c’è stata nessuna presa della Bastiglia, niente di paragonabile all’incendio del Reichstag, e l’incrociatore Aurora non ha ancora sparato un solo colpo di cannone. Eppure di fatto l’assalto è avvenuto, ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere». 
Così questo libro annuncia l’oggetto delle sue pagine: la presa del potere dei mediocri e l’instaurazione globale del loro regime, la mediocrazia, in ogni ambito della vita umana.
La trattazione che ne segue è una sorta di genealogia di questo evento che, nella prosa accattivante ed errabonda di Deneault, tocca campi differenti – dalla politica (affidata ormai al «centrismo» dei mediocri) all’economia, al sistema dell’educazione, alla stessa vita sociale – offrendo differenti modulazioni di questa forma di potere.
Tuttavia, per Deneault, l’avvento della mediocrazia è impensabile senza l’avvento dell’industrializzazione del lavoro – sia manuale che intellettuale – e, in particolare, della sua espressione ultima, quella «Corporate Religion», quella religione d’impresa che pretende, nella nostra epoca, di «unificare tutto» sotto la sua egida.
Oggi il termine «mediocrazia» designa standard professionali, protocolli di ricerca, processi di verifica attraverso i quali la religione d’impresa organizza il suo culto, quell’ordine grazie al quale «i mestieri cedono il posto a una serie di funzioni, le pratiche a precise tecniche, la competenza all’esecuzione pura e semplice». È il risultato di un lungo percorso che è cominciato quando il lavoro è diventato “forza-lavoro”, un’esecuzione, appunto, in virtù della quale è divenuto possibile «preparare i pasti in una lavorazione a catena senza essere nemmeno capaci di cucinare in casa propria, esporre al telefono ai clienti alcune direttive aziendali senza sapere di cosa si sta parlando, vendere libri e giornali senza neppure sfogliarli».
Il risultato è che oggi, nella società delle funzioni “tecniche” (“tecnica” qui designa, naturalmente il suo opposto, l’assenza totale, cioè, di téchne, di arte e perizia), per lavorare «bisogna saper far funzionare un determinato software, riempire un modulo senza storcere il naso, fare propria con naturalezza l’espressione “alti standard di qualità nella governance di società nel rispetto dei valori di eccellenza” e salutare opportunamente le persone giuste. Non serve altro.
Non va fatto nient’altro». E per affacciarsi alla vita pubblica in ogni sua forma (diventare un parlamentare oppure un preside di facoltà universitaria) non occorre altro che occupare «il punto di mezzo, il centro, il momento medio elevato a programma» e abbracciare nozioni feticcio quali «provvedimenti equilibrati», «giusto centro» o «compromesso». Insomma, essere perfettamente, impeccabilmente mediocri.

«Mediocrità è un sostantivo che indica una posizione intermedia tra superiore e inferiore, ovvero suggerisce uno stare nel mezzo, una qualità modesta, non del tutto scarsa ma certo non eccellente; indica insomma uno stato medio tendente al banale, all’incolore, e la mediocrazia è di conseguenza tale stato medio innalzato al rango di autorità... In tale regime, definirsi libero sarà solo un modo di manifestarne l’efficacia».

«Curiosità, coraggio, talento? No, per essere cooptati, nelle imprese come nelle organizzazioni e nei posti decisionali, vince il conformismo, denuncia in un saggio il filosofo canadese Alain Deneault».
Corriere della sera

Alain Deneault è un docente e filosofo canadese. Ha scritto saggi sulle politiche governative, sui paradisi fiscali e sulla crisi del pensiero critico. Insegna Scienze Politiche presso l’Università di Montréal e collabora con la rivista Liberté.

Traduzione dal francese di Roberto Boi
Euro 16,00
224 pagine
EAN 9788854514386
I COLIBRÌ

giovedì 25 maggio 2017

Assolti per lo striscione contro Israele sulla sinagoga di Vercelli: "Non fu odio razziale"



Lo striscione al centro della polemica Il tribunale di Vercelli ha assolto dall'accusa di incitamento all'odio razziale Alessandro Jacassi e Sergio Caobianco, due vercellesi che nel luglio 2014 avevano appeso uno striscione sulla sinagoga di via Foa con le scritte "Stop bombing Gaza", "Free Palestine" e "Israele Assassini". Assistiti dagli avvocati Gianluca Vitale e Laura Martinelli, i due avevano rivendicato la protesta, che era avvenuta nei giorni dell'operazione Margine protettivo condotta dall'esercito israeliano contro Hamas ma avevano
anche spiegato che "l'azione non era a sfondo razzista: era un grido di dolore di fronte al bombardamento di Gaza. Non aveva assolutamente niente a che fare con il popolo ebraico, la cui storia amiamo e rispettiamo più di chiunque altro".

La procura, invece, aveva chiesto per loro quattro mesi di reclusione. La Comunità ebraica di Vercelli, assistita dall'avvocato Tommaso Levi, si era costituita parte civile. All'indomani dell'episodio i responsabili della sinagoga avevano presentato una denuncia per diffamazione, mentre il reato contestato dalla procura era stato di istigazione all'odio razziale. "Dal nostro punto di vista - spiega la presidente della
comunità, Rossella Bottini Treves - non è mai stato un processo di natura politica né un processo sul conflitto israelo-palestinese, ma il gesto è ritenuto grave perché possibile oggetto di pericolose strumentalizzazioni.
Riteniamo, infatti, che il tempio israelita sia un luogo sacro e inviolabile e quindi sarà nostro compito tutelarne l'integrità, la sicurezza e denunciare qualsiasi tipo di oltraggio si dovesse verificare in futuro".

COMUNICATO STAMPA

Oggi 24 maggio a Vercelli si è concluso il processo istruito contro due giovani: Alessandro Jacassi e Sergio Capobianco che nel luglio del 2014 avevano - come loro stessi hanno ammesso - affisso uno striscione sulla cancellata della sinagoga di Vercelli recante la scritta “Stop bombing Gaza, Free Palestine, Israele assassino” in seguito all'attacco
militare di Israele contro Gaza noto come Margine Protettivo. Lo striscione è stato affisso nella notte del 17 luglio a ridosso dell'uccisione di 4 bambini che giocavano a pallone sulla spiaggia di Gaza La presidente della Comunità ebraica di Vercelli ha sporto denuncia contro i due giovani identificati dalla telecamera di sorveglianza, accusandoli di propaganda di idee basate sulla discriminazione e istigazione all'odio razziale.

In una memoria scritta i due giovani hanno affermato: “Il nostro gesto non ha nulla a che vedere con il razzismo” e più avanti “ Lo Stato di Israele e le scelte perpetrate dal suo governo sono cosa per noi distinta dal popolo ebraico e contestare il governo israeliano non vuol dire attaccare il popolo ebraico.”
Il processo si è svolto in un periodo caratterizzato da numerosi interventi in Italia delle Comunità ebraiche spalleggiate dall'Ambasciata israeliana volte a impedire dibattiti nelle aule universitarie o proiezioni di film in solidarietà con il popolo palestinese che fra pochi giorni dovrà subire il cinquantesimo anniversario dell'occupazione israeliana.
Dopo quattro udienze il processo è arrivato alla conclusione finale con l'assoluzione piena degli imputati “perché il fatto non sussiste”, mentre il pubblico ministero aveva chiesto la
condanna a 4 mesi degli imputati con le attenuanti generiche.

Questo processo assume una rilevante importanza in quanto è la prima volta che dinanzi alla denuncia alla magistratura di una Comunità ebraica contro la manifestazione di un pensiero critico nei confronti dello Stato di Israele si arriva a una sentenza assolutoria facendo cadere le accuse di istigazione all'odio razziale e di propaganda di idee basate sulla discriminazione.


mercoledì 24 maggio 2017

TENERI LUPI - LA POESIA DI PAOLO DI MIZIO



di Diego Siragusa

Paolo Di Mizio
Teneri lupi
Capponi Editore
pagg. 427

Quante volte abbiamo visto la figura elegante, professionalmente impeccabile, di Paolo Di Mizio composto dentro lo schermo televisivo mentre commentava le notizie o ci leggeva la rassegna stampa? Forse ci siamo chiesti cosa si nascondesse dietro la sua personalità misurata di giornalista. Per me Paolo era il professionista dell'informazione consapevole della responsabilità del suo lavoro. Ricordo il  suo racconto delle ultime ore trascorse negli studi di Mediaset prima di andare in pensione: il commiato dai colleghi, un brindisi e  il saluto a tutti i dipendenti che gli stavano vicino, compreso il portinaio. Alcuni mesi dopo, fattasi più frequente la nostra corrispondenza, mi comunica di aver scritto un libro e mi invia la bozza curioso di conoscere il mio parere. 
Ero convinto che il libro fosse una collezione di articoli, reportages, memorie di incontri in tutti quegli angoli del mondo che, come giornalista, lui aveva visitato. Invece, con mia sorpresa, si sono aperte davanti a me pagine di versi, interrotte da prose, riflessioni e osservazioni. Nell'ultima parte, Paolo ha raccolto brevi saggi letterari, le sue emozioni di lettore e le sue prove di traduttore dall'inglese. Un'attività che da parecchio tempo occupa anche me e mi sono riconosciuto nel suo rovello e nella sua "disperazione" mentre traduceva le licenze lessicali e le invenzioni linguistiche di Ezra Pound. Superata la sorpresa, ho cominciato a leggere (come mi capita spesso) i versi a caso, saltando da una pagina all'altra. In anni lontani avevo pubblicato tre libri di versi, ma l'urgenza politica del presente mi ha allontanato da quella mia passione giovanile che dura tuttora. 



Paolo dice che voleva essere poeta. Ascoltiamo il suo racconto: 

"Da bambino volevo fare il poeta. Sono diventato un giornalista, e questa è stata la professione prevalente in tutta la mia vita. Ma da una certa età sono stato anche scrittore e poeta."

Il libro è una inconsueta autobiografia, più condotta attraverso il ritmo dei versi che della prosa. L'autore, a scanso di equivoci, ci dice anche cosa intende per poesia, come a prevenire una eventuale obiezione:

CHE COS’È LA POESIA

Che cos’è la poesia?
mi chiedi.
La poesia è il fascio
delle uniche debolissime
scintille
che l’uomo
riesce ad emettere
entro il buio infinito
dell’universo.

Ora lo sappiamo. Sappiamo cosa il poeta intende per poesia e come noi lettori dobbiamo predisporci a leggere i suoi versi. Egli, con immagini suggestive, ci dice subito da dove viene;

Vengo da un paese di mare
ma ho sempre navigato la terra.
I venti dell’Adriatico mi hanno spinto
tra genti e porti.
L’odore di salsedine
non mi ha mai abbandonato.
E ovunque mi hanno seguito
gli odori della ruggine
delle sàrtie cotte dal sale
della nafta esalante dal motore ansimante.
Con animo di marinaio
ho solcato onde
ho sfidato tempeste
ho combattuto mostri del giorno e della notte.
Il mio mare è stato il mondo
così bello così terrificante.
Vengo da un paese di mare
ma ho sempre navigato la terra.
La parte più lunga del viaggio
è compiuta
ma la carta nautica e la bussola
ora non dicono
quante miglia dovrò ancora consumare.
Attendo che il mio vecchio peschereccio
tocchi l’ultimo porto, per riposare.

Diversamente da tanti giornalisti, che ci ossessionano da anni col loro servilismo di coscienze al guinzaglio, Di Mizio partecipa emozionalmente alle tragedie del nostro tempo e i suoi versi sono pagine di diario intimo, lacerato:

I nuovi padroni della Terra s’avventarono al saccheggio,
pirati transeunti ma non meno crudeli,
e spazzarono ogni memoria bruciando
le effigi e gli alfabeti
e ogni segno delle ragioni
erette dalle generazioni.
Bruciarono i borghi e i templi
e come vichinghi a Lindisfarne
disfecero il monastero e la biblioteca
e uccisero gli ultimi uomini
e sventrarono donne e bambini e libri
consegnando carne, pagine e inchiostro alle fiamme.
Così ebbe inizio la Storia dell’uomo...

La sensibilità del poeta deve fare i conti con senso di sconfitta davanti al desiderio di un mondo nuovo che tarda ad arrivare:

Mi trovo sconfitto
in una battaglia che non so
di aver combattuto.
Cerco i nemici, cerco le armi
che non trovo.


STANCO DI GUERREGGIARE

Per Eley S. Lawanan

Sono stanco di guerreggiare.
Chi può darmi il congedo da questa guerra?
C’è qui un generale, un colonnello?
Signore, sì, sono tanto stanco.
E se il congedo non è previsto,
Per favore mi assegni una licenza
Per qualche tempo.
Voglio tornare nel luogo
Dove non sono mai stato
E vivere con la persona
Che non ho mai conosciuto.
Sì, Signore, là, una piccola casa
In una piccola vallata azzurra
Sempre fresca di brezze
Là dove mi aspetta la mia amata
Alta e bruna mi dicono
Forte come un giovane albero
Bella come un fiore blu,
Lei che profuma di semplici gioie.
Sono stanco di guerreggiare.
Chi può darmi il congedo da questa guerra?
Voglio tornare nel luogo
Dove non sono mai stato
E vivere con la persona
Che non ho mai conosciuto.
Sì, siamo tutti soldati, Signore.
Ma nessun soldato può guerreggiare per sempre.
Così stanco di guerreggiare, Signore.

In questo panorama di disillusioni, le certezze sono i valori antichi che danno un senso alla nostra pietas domestica: il padre e la madre. Paolo dice di non essere credente, si definisce un "non credente religioso" e l'aggettivo "religioso" non significa "chiesastico o praticante", significa dedito ad una concezione etica della vita, la coscienza dell'uomo che nel rapporto con "l'altro" misura l'abisso del mistero dell'esistenza. Intendiamo così la "religiosità" del dolore del figlio dopo la morte dei propri genitori:

LUNGA LA TUA STRADA, VINCENZO IVO

Per la morte di mio padre, avvenuta il 18 Marzo 2013

Lunga la tua strada, Vincenzo Ivo,
e così accidentata a volte
ma soddisfatta e felice altre volte.
Lunga la tua strada
dietro speranze sogni ambizioni
affrontando le intemperie delle sconfitte
e godendo i clamori delle vittorie.
Partito da lontano
inseguivi gli orizzonti
scritti nel tuo pensiero.
Quante volte sei caduto
quante volte ti sei rialzato
quante volte non ti sono stato vicino
sbagliando deludendoti addolorandoti.
Ma per un tratto di strada
ho camminato con te
siamo stati anche felici.
Ancora un tratto di strada, pur breve,
avrei voluto
percorrere con te.
Ora che non ci sei più
mi manca il suono dei tuoi passi.
Né potrò più tenere la tua mano nella mia,
come negli ultimi giorni,
quando alimentavo il tuo sorriso stanco
con dolci promesse di un futuro immaginario.
Ora sarò solo,
padre mio.
Addio.
Hai camminato tutti i tuoi giorni,
è stata lunga la tua strada, Vincenzo Ivo


ALLA MADRE

Nel giorno della morte di mia madre

Il focolare è spento
tutte le braci sono fredde
Adesso che anche tu te ne sei andata.
La casa è vuota,
le finestre chiuse per sempre.
Ogni cosa è finita ora.
Addio, madre

Iniziando la professione di giornalista, un saggio capocronista lo mette in guardia sulla fragilità del loro lavoro. Meritano un'attenta lettura questi versi:


IL CRONISTA

Fin dall’inizio il mio primo capocronista
mesto m’aveva avvertito:
“Non t’illudere,
scriviamo sulla sabbia.
Che sia con l’inchiostro o col microfono,
alla fine di ogni giorno
la coda di un’onda cancellerà le nostre parole”
Per oltre tre decenni raccontai
- dissi di sogni e delusioni,
di passioni scintillanti e di infime miserie,
di virtù e di vizio,
del potere e della caduta,
di ogni cosa dissi.
Cronache di uomini e di donne raccontai,
con zelo, con amore,
con involontario errore,
con pietà
raccontai.
Ma di tanto narrare
tutte le parole andarono a nutrire il mare,
ad una ad una,
alghe disfatte, esili cadaveri
ogni giorno dall’onda inghiottiti
Quelle larve di carta
conservate in cantina
o quegli inerti DVD gettati in un cassetto e già morti
non hanno più voce per testimoniare
che raccontai
del fuoco, della carne e della furia
- cronache di uomini e di donne
cronache del mondo
per oltre tre decenni raccontai
Fin dall’inizio il mio primo capocronista
mesto m’aveva avvertito: “Non t’illudere,
scriviamo sulla sabbia
e un’onda cancellerà le nostre parole”

Nella vita di Paolo un posto malinconico è occupato dall'amore erotico: le donne amate, incontrate, conosciute, lasciate e, a volte, morte. 

NO, NON TI AMO

No, non ti amo
ma lasciami trovare tenerezza
nel tuo corpo
penetrato
con sudato abbraccio
finché io non mi disfi
o insieme ci disfiamo
e sarà dolce
il disciogliersi dei grumi,
tu ed io
finalmente liberi
di fronte alle porte aperte della notte


LE PORTE DI BOREA

Per Laura Efrikian

Sfioriranno questi fiori
che oggi ti dono:
presto perderanno la vita.
Rimane solo un attimo,
un attimo.
Ma tu, amore, corri, corri,
oltrepassa le porte di
Borea
corri , ti prego,
infila in fretta lo spiraglio
del tempo che si chiude,
corri
prima che l’ago della bussola arrivi
a segnare il nord,
corri più che puoi,
corri, amore.
Solo così
carezzerò le tue gote arrossate
le tue gambe nervose
quando ci vedremo
ancora una volta
una sola volta
prima di perderci
per sempre.

Indignati e strazianti i versi e le prose dedicati ad una causa dolorosissima che mi accomuna a Paolo di Mizio: la tragedia palestinese. L'autore conosce bene la storia della colonizzazione della Palestina. Da bravo giornalista segue con passione umana e civile, giorno dopo giorno, lo strazio di un popolo e l'ignavia delle istituzioni sovranazionali che si girano dall'altra parte, l'ignavia complice di politici e uomini di cultura che fingono di non sapere o non vogliono sapere. Ci tornano in mente, in modo ossessivo, in questa landa desolata, i versi del nostro poeta: SONO STANCO DI GUERREGGIARE!. 

La poesia dedicata al massacro dei palestinesi a Gaza è dolente e non cela la rabbia, soprattutto quando Paolo ci racconta che cosa lo spinse a scrivere questi versi:

GAZA No, nessun Dio veglia su Gaza, nessun Dio veglia su di voi, fratelli palestinesi Fratelli, sorelle, voi oppressi, voi schiavi, creature scosse dall’orrenda tempesta di fuoco il terrore nel petto la polvere nei polmoni l’odore dell’esplosivo la furia del mondo inferno in terra le nubi nere delle bombe vi schiacciano le vostre case esplodono la materia va in pezzi l’anima va in pezzi non avete salvezza non potete salvare i vostri figli i vostri figli sono divorati da un nuovo Moloch sono divorati dai figli spietati di un Dio immaginario e disumano Ultimi discendenti di Canaan, udite? Sono crollate le mura di Gerico. Non c’è pietà non c’è pietà nel mondo Fratelli palestinesi fratelli vittime di eccidio fratelli del nuovo olocausto carne vivente per l’eccidio oh fratelli voi non siete figli di alcun Dio nessun Dio veglia su di voi, siete carne vivente per l’eccidio. Lascerete come unico segno la nostra eterna vergogna per non avervi noi salvati, voi che siete carne vivente per l’eccidio

"La poesia fu scritta dopo che ebbi letto un resoconto in cui si parlava di medici palestinesi che uscivano dalle sale operatorie piangendo, sconvolti: dovevano operare senza anestetici, e molti dei pazienti erano bambini, ai quali le bombe avevano staccato mezzo viso o un braccio o una gamba. Circolano ancora oggi foto atroci, inguardabili, di quei momenti e di quelle piccole vittime. Poco prima di scrivere avevo visto un filmato girato in una piazza di Gerusalemme. Alcune centinaia di israeliani manifestavano a favore dell’attacco a Gaza e festeggiavano la nuova strage di bambini palestinesi. Cantavano una specie di coro da stadio: “Domani a Gaza / le scuole sono chiuse. / Non hanno più bambini / non hanno più bambini / olé olé olé / olé olé olé”. Credo che neppure le SS tedesche o gli aguzzini sovietici agli ordini di Stalin o i torturatori cileni al servizio di Pinochet abbiano mai irriso un massacro di bambini." Grazie, Paolo, per averci regalato un libro denso di umanità e di passione civile.

Curriculum professionale di Paolo Di Mizio:
Editorialista presso Nuovo Corriere Nazionale Alganews Precedentemente Caporedattore presso Mediaset TG5 Precedentemente Inviato speciale presso Corriere della Sera Domenica del Corriere Precedentemente Redattore presso L'occhio quotidiano Precedentemente Foreign Correspondent presso Agenzia di stampa NEA Precedentemente Italian Lecturer presso City Literary Institute