mercoledì 16 gennaio 2019

L'IGNOBILE BUFFONATA DI SALVINI E BONAFEDE



Pubblichiamo questo comunicato diffuso dall’Unione delle Camere Penali in seguito alla gravissima sceneggiata recitata dai ministri Salvini e Bonafede in occasione dell’arresto di Battisti


Comunicato dell’Unione Camere Penali:

“Quanto accaduto ieri in occasione dell’arrivo a Ciampino del detenuto Battisti è una pagina tra le più vergognose e grottesche della nostra storia repubblicana.
È semplicemente inconcepibile che due Ministri del Governo di un Paese civile abbiano ritenuto di poter fare dell’arrivo in aeroporto di un detenuto, pur latitante da 37 anni e finalmente assicurato alla giustizia del suo Paese, una occasione, cinica e sguaiata, di autopromozione propagandistica.
I ministri Bonafede e Salvini hanno ritenuto di doversi presentare in aeroporto, dove erano stati zelantemente predisposti palchetti, per esibirsi in favore di telecamera, evidentemente al fine di acquisire nell’immaginario collettivo il merito di un evento frutto, come è ben noto, del lavoro ultratrentennale dei vari governi che si sono succeduti nel tempo, al pari delle forze di polizia e dei servizi di sicurezza e di intelligence.
Addirittura sconcertante è che il Ministro della Giustizia abbia diffuso un video, con sinistro commento musicale, titolando di “una giornata indimenticabile”; e non ci sono state risparmiate foto ricordo del detenuto, con due agenti della polizia penitenziaria al fianco, in spregio di espliciti divieti normativi.
L’Unione delle Camere Penali Italiane esprime tutto il proprio sdegno e la propria riprovazione per questa imbarazzante manifestazione di cinismo politico in una occasione in cui lo Stato aveva già dimostrato la sua superiorità senza gratuiti clamori. Altro è esprimere legittima soddisfazione per la conclusione di una lunga latitanza di un cittadino raggiunto da plurime sentenze definitive di condanna per gravissimi fatti di sangue, altro è esporre il detenuto, chiunque egli sia, qualunque sia la sua colpa, come un trofeo di caccia, con foto ricordo al seguito.
Una pagina umiliante e buia di malgoverno, che rappresenta nel modo più plastico e drammatico un’idea arcaica di giustizia ed un concetto primitivo della dignità umana, estranei alla cultura del nostro Paese.”

lunedì 14 gennaio 2019

ITALIA E UE VOTANO PER I MISSILI USA IN EUROPA

Risultati immagini per ONU and statua di san giorgio

di Manlio Dinucci 

10 GEN 2019 —


Presso il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, a New York, c’è una scultura metallica intitolata «il Bene sconfigge il Male», raffigurante San Giorgio che trafigge un drago con la sua lancia.

Fu donata dall’Urss nel 1990 per celebrare il Trattato Inf stipulato con gli Usa nel 1987, che eliminava i missili nucleari a gittata corta e intermedia (tra 500 e 5500 km) con base a terra. Il corpo del drago è infatti realizzato, simbolicamente, con pezzi di missili balistici statunitensi Pershing-2 (prima schierati in Germania Occidentale) e SS-20 sovietici (prima schierati in Urss).

Ora però il drago nucleare, che nella scultura è raffigurato agonizzante, sta tornando in vita. Grazie anche all’Italia e agli altri paesi dell’Unione europea che, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, hanno votato contro la risoluzione presentata dalla Russia sulla «Preservazione e osservanza del Trattato Inf», respinta con 46 voti contro 43 e 78 astensioni.

L‘Unione europea – di cui 21 dei 27 membri fanno parte della Nato (come ne fa parte la Gran Bretagna in uscita dalla Ue) – si è così totalmente uniformata alla posizione della Nato, che a sua volta si è totalmente uniformata a quella degli Stati uniti.

Prima l’amministrazione Obama, quindi l’amministrazione Trump hanno accusato la Russia, senza alcuna prova, di aver sperimentato un missile della categoria proibita e hanno annunciato l’intenzione di ritirarsi dal Trattato Inf.

Hanno contemporaneamente avviato un programma mirante a installare di nuovo in Europa contro la Russia missili nucleari, che sarebbero schierati anche nella regione Asia-Pacifico contro la Cina.

Il rappresentante russo all’Onu ha avvertito che «ciò costituisce l’inizio di una corsa agli armamenti a tutti gli effetti». In altre parole ha avvertito che, se gli Usa installassero di nuovo in Europa missili nucleari puntati sulla Russia (come erano anche i Cruise schierati a Comiso negli anni Ottanta), la Russia installerebbe di nuovo sul proprio territorio missili analoghi puntati su obiettivi in Europa (ma non in grado di raggiungere gli Stati uniti).

Ignorando tutto questo, il rappresentante Ue all’Onu ha accusato la Russia di minare il Trattato Inf e ha annunciato il voto contrario di tutti i paesi dell’Unione perché «la risoluzione presentata dalla Russia devia dalla questione che si sta discutendo». Nella sostanza, quindi, l’Unione europea ha dato luce verde alla possibile installazione di nuovi missili nucleari Usa in Europa, Italia compresa.

Su una questione di tale importanza, il governo Conte, rinunciando come i precedenti a esercitare la sovranità nazionale, si è accodato alla Ue che a sua volta si è accodata alla Nato sotto comando Usa.

E dall’intero arco politico non si è levata una voce per richiedere che fosse il Parlamento a decidere come votare all’Onu. Né in Parlamento si leva alcuna voce per richiedere che l’Italia osservi il Trattato di non-proliferazione, imponendo agli Usa di rimuovere dal nostro territorio nazionale le bombe nucleari B61 e di non installarvi, a partire dalla prima metà del 2020, le nuove e ancora più pericolose B61-12.

Viene così di nuovo violato il fondamentale principio costituzionale che «la sovranità appartiene al popolo». E poiché l’apparato politico-mediatico tiene gli italiani volutamente all’oscuro su tali questioni di vitale importanza, viene violato il diritto all’informazione, nel senso non solo di libertà di informare ma di diritto ad essere informati.

O si fa ora o domani non ci sarà tempo per decidere: un missile balistico a raggio intermedio, per raggiungere e distruggere l’obiettivo con la sua testata nucleare, impiega 6-11 minuti. 

(il manifesto, 8 gennaio 2018)

domenica 30 dicembre 2018

CRONACA DI UN VIAGGIO IN GIORDANIA

(Amman, l'anfiteatro romano)

di Diego Siragusa

Il Ministero per gli affari religiosi della Giordania ha invitato me ed altri amici a partecipare ad un convegno internazionale su Gerusalemme che doveva svolgersi nei giorni 20 e 21 dicembre 2018. Per motivi logistici, considerata l'eccessiva partecipazione di delegati, si è deciso di annullare l'evento e programmarlo per il mese di aprile 2019, prolungando la durata da due a tre giorni. Nel frattempo, gli organizzatori hanno voluto concederci l'opportunità di conoscere la realtà giordana e di visitare alcune istituzioni di assistenza, partiti politici e campi profughi. 



Assieme a tre amici giornalisti free lance: Luca Steinmann, Matteo Meloni e Damiano Greco, abbiamo avuto una serie di incontri di rilevante interesse conoscitivo ed esplorativo. Gli amici palestinesi, presenti in gran numero in Giordania, ci hanno aiutato, come guide e interpreti, conducendoci a visitare i campi profughi di Jabal e Baq'a, che si trovano ad Amman, e facendoci incontrare varie personalità della società civile e politica giordana attive nelle organizzazioni assistenziali. La nostra guida preziosa è stato Kazim Ayesh, palestinese, presidente della RETURN AND REFUGEES SOCIETY, parla inglese e ci ha fatto da interprete. 


(Kazim Ayesh)

CAMPO PROFUGHI DI JABAL

Fu costruito a nord-ovest di Amman nel 1952 per accogliere le famiglie palestinesi che sfuggivano alla pulizia etnica e ai massacri che i sionisti avevano commesso sulla popolazione civile per indurla a spopolare i villaggi ed entrarne in possesso. Vi abitano circa 30.000 palestinesi che, nel corso degli anni, hanno costruito case e negozi fino a trasformare il campo in un quartiere ormai incorporato alla città di Amman. Qui si è sviluppata una "economia del campo" fatta di artigiani, di negozi, di commercio di generi alimentari, ristoranti e servizi vari. L'immagine ci parla della povertà dei palestinesi, il disordine, la sporcizia lungo le strade, l'assenza di qualunque piano regolatore dovuta all'urgenza di provvedere ad una casa, a un tetto per questo popolo di profughi.  Le strade sono attraversate da un reticolo di fili elettrici che pendono da tutte le parti e i tetti mostrano centinaia di antenne paraboliche.
La UNRWA (United Nations Relief and Works Agency), dove Kazim ha lavorato per 27 anni, provvede, in parte, a fornire assistenza sanitaria e istruzione scolastica. I mercati sono colmi di merce. I negozi alternano vetrine pretenziose che mostrano abiti alla moda e prodotti elettronici con bottegucce umili, sudicie in prossimità di gallerie e cunicoli che diventano veri bazar, mercati coperti dove non manca nulla. 



Le donne sono numerose: in maggioranza indossano il velo ma solo una minoranza si attarda a indossare il fastidioso burka mostrando solo la fessura degli occhi. Sono quasi sempre le donne che chiedono l'elemosina, sia palestinesi che siriane fuggite dalla guerra. Mostro un euro, ma rifiutano, vogliono il dinaro giordano. Una bimba mi tende la mano. Un negoziante mi ha regalato una lattina di Coca Cola, gliela do ed è felice. L'amico palestinese che ci accompagna ci ha raccomandato di non dire di essere giornalisti, potrebbero essere reticenti e sospettosi a causa di tutte le menzogne che la stampa occidentale racconta su di loro. 






Nel campo ci sono anche delle piccole banche che elargiscono microcredito in aiuto ad artigiani e imprenditori. Una città nella città dove non vediamo ufficiali di polizia, ma ci sono, vestiti in borghese e svolgono funzioni di controllo alle dirette dipendenze del dipartimento di polizia giordana. Infatti, uno di loro si avvicina e ci chiede di seguirli nella loro sede. Ci offrono il té mentre attendiamo il responsabile dell'ufficio che arriva quasi subito. Si siede alla scrivania, ci chiede i passaporti e non nasconde il suo piglio di poliziotto, di piccola autorità locale. Alla fine ci saluta e ci accompagna all'uscita raccomandandoci di segnalare la nostra presenza in una eventuale prossima volta. 




CAMPO PROFUGHI DI BAQA'A

Istituito nel 1968, si trova a mezz'ora di macchina da Amman e ci vivono 120.000 rifugiati palestinesi. È il più grande campo profughi palestinese in Giordania e uno dei 10 campi profughi ufficialmente registrati dalla UNRWA, l'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione. Si trova su un terreno basso dove l'acqua piovana si raccoglie e si riversa dalle montagne circostanti. 
Su un muro bianco qualche artista ha provato a disegnare alcune pagine dell'epopea palestinese: la mancanza d'acqua e i rubinetti collettivi un tempo diffusi nel campo, la moschea di Al Aqsa a Gerusalemme, la bandiera palestinese sventolata con orgoglio, la morte di Muhammad al-Dura nel 2000, il bambino palestinese intrappolato in una sparatoria assieme al padre e colpito da pallottole israeliane.
Solo un anno dopo l'allestimento del campo, le forze armate giordane bombardarono e invasero le strade di Baqa'a dopo gli scontri scoppiati ad Amman tra l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e l'esercito giordano in quel tragico evento passato alla storia come "Settembre Nero". Il conflitto costrinse l'OLP a spostare il suo quartier generale nella capitale libanese, a Beirut, e il re giordano Hussein riprese il controllo delle aree catturate dai combattenti palestinesi.



Nel 1968 il campo accolse gli sfollati che avevano lasciato la West Bank e la striscia di Gaza dopo la guerra dei Sei Giorni del 1967. Fu costruito in tre fasi: 1 - distribuendo le tende; 2 - dotando i rifugiati di strutture portatili; 3 - costruendo case di cemento per gli abitanti. Qui  la UNRWA,  che ha una sede piuttosto ampia e moderna, distribuisce cibo, assistenza sanitaria e istruzione scolastica, ma non riesce ad assicurare tutto. Sono necessarie altre organizzazioni di beneficenza per affiancare l'UNRWA in questo compito immenso e difficile.

(La sede dell'UNRWA nel campo di Baqa'a)







Soccorre una organizzazione: THE ISLAMIC CHARITY CENTER SOCIETY. Incontriamo il direttore, il sig. Ziad Qteshat che ci spiega le attività del centro istituito nel 1987 per assistere gli orfani, le vedove e i poveri. Le attività non sono diverse da qualsiaso organizzazione cattolica di beneficenza: cure sanitarie, sostegno economico continuato, attività sportive e di intrattenimento, fornitura di cibo, addestramento ai lavori manuali e artigianali, corsi di formazione e attività religiose ispirate ai valori dell'islam. 



 (A sinistra, il direttore del THE ISLAMIC CHARITY CENTER SOCIETY, 
Ziad Qteshat)


THE ISLAMIC ACTION FRONT PARTY

Una parte del nostro viaggio è dedicata all'incontro coi partiti politici presenti in Giordania. Abbiamo avuto la fortuna della disponibilità per una intervista dall'ing. Murad al-Adaileh, portavoce e Segretario Generale del ISLAMIC ACTION FRONT PARTY. Si tratta in realtà della sezione giordana della Fratellanza Musulmana. 




 (L'ing. Murad al - Adaileh - al centro -, portavoce del 
ISLAMIC ACTION FRONT PARTY)


(Il simbolo del ISLAMIC ACTION FRONT PARTY)

Il Segretario Aidaleh ci illustra gli obiettivi del suo partito che ha eletto 15 deputati al parlamento nelle elezioni del 2016:

 La ripresa della vita islamica nella società, l'attuazione della legge islamica "Sharia" in tutti gli aspetti della vita, la partecipazione alla costruzione della nazione, materialmente e moralmente, e il contributo al progetto arabo-rinascimentale islamico. Preparare la nazione a combattere i sionisti e i coloniali; servire la causa palestinese nella sua cornice arabo-islamica, e cercare la liberazione della Palestina dai sionisti .
- Cercare l'unità e la libertà della nazione; resistere all'influenza coloniale straniera. Promozione dell'unità nazionale e del sistema consultivo democratico; difendere i diritti e la dignità del popolo oltre alle libertà in generale; curare i problemi della vita delle persone; servire il popolo; sviluppo globale della società da un punto di vista islamico.
(I ritratti del re Abdallah II e del principe Hussein sono dappertutto)

Inizia la conversazione mettendo al centro il problema di una nuova legge elettorale che sia rappresentativa della forza reale dei vari partiti presenti in Giordania. Attualmente i partiti alleati della monarchia ashemita godono di un trattamento favorevole e, praticamente, sono inamovibili dall'esercizio del potere. Il partito di Adaileh si dichiara contro la politica degli Stati Uniti ma non contro il popolo americano. 
A una mia precisa domanda sulla causa palestinese e sul trattato di pace tra la Giordania e Israele, risponde riaffermando il sostegno alla causa palestinese che fa parte degli obiettivi del partito, e critica la politica del re di Giordania verso Israele e gli Stati Uniti. Il re Abdullah II - gli faccio osservare - ha ereditato dal padre, Hussein, quel trattato di pace per il quale riceve ogni mese un sostanzioso assegno in dollari dagli americani. In Giordania la presenza americana è visibile: banche, multinazionali, ristoranti Mc Donald, Burghy ecc. Adaileh si mostra d'accordo: "Non penso che la politica verso Israele serva alla Giordania" - dice - E critica la dipendenza economica dagli Stati Uniti voluta dal re. Aggiunge una polemica sulla gestione delle acque ricordando le deviazioni del fiume Giordano da parte di Israele che hanno impoverito giordani e palestinesi e arricchito Israele. 


Chiedo cosa pensa della gestione dei luoghi santi dell'Islam a Gerusalemme, affidati in custodia alla dinastia hashemita, e come sono i rapporti tra musulmani e cristiani. "I rapporti tra noi e i cristiani sono buoni. L'oltraggio che gli israeliani e, soprattuto, i coloni ebrei rivolgono alla spianata delle moschee a Gerusalemme non ha ricevuto da parte del re una reazione appropriata, bensì molto limitata". Ultima domanda: la questione siriana. La risposta di Adaileh è sintetica e ferma: "In Siria c'è una dittatura familiare. Nonostante le elezioni con più candidati, il potere è sempre nelle mani della famiglia Assad. Un cambiamento è necessario". 

I PROFUGHI SIRIANI

In Giordania vi sono cinque campi profughi per siriani che accolgono circa 1.350.000 persone.  Oltre a due milioni di palestinesi, vi sono circa un milione di iracheni. L'Alto Commissariato dell'ONU per i rifugiati assiste la gente assieme a organizzazioni giordane non governative. I siriani che hanno deciso di rientrare volontariamente in Siria sono pochi: circa 35.000. Tra quelli rimasti, il 70% non vorrebbe più tornare per motivi di sicurezza o economici, oppure per non precisate minacce di rappresaglia da parte del governo. Di loro si occupa la AL-KETAB & AL SONNA ASSOCIATION, una organizzazione umanitaria islamica che eroga assistenza ai profughi. Il suo presidente, Zayed Ibrahim Hammad, ci assicura che non praticano proselitismo religioso, sono imparziali, ed evitano ogni forma di settarismo. In altri termini: non fanno distinzione tra musulmani sciiti e sunniti, drusi, alawiti, cristiani, non credenti ecc... I criteri di lavoro sono simili a quelli adottati dalla Croce Rossa Internazionale. La sede si trova nella parte sud di Amman e fornisce i seguenti servizi: aiuti finanziari, assistenza sanitaria, sostegno psicologico, progetti di sviluppo economico, formazione professionale. E' una delle maggiori associazioni in Giordania tra quelle che assistono i profughi siriani. Finora hanno speso 150 milioni di dollari. Chiediamo da dove arrivano i soldi: 40% dal Qatar, 37% dall'Arabia Saudita, 6% dalla Giordania, 4,5% dalla Libia, 1,5% dagli USA, 2% dall'Unione Europea, 1,5% dal Bahrein, 1,5% dagli Emirati Arabi. A questi si aggiungono le donazioni private. 
Chiediamo se è possibile intervistare alcune famiglie di profughi. Il sig. Hammad si dimostra subito disponibile e ci mette a disposizione una persona che ci accompagnerà il giorno dopo a visitare cinque famiglie di profughi provenienti dalla città siriana di Homs e che abitano nel quartiere di Nazzal, ad Amman. 



Il mattino dopo eravamo in un quartiere povero formato da case popolari, vecchie e sudicie. Ci accolgono con imbarazzo, ci togliamo le scarpe e ci sediamo sui materassi foderati che di notte diventano letti. Le donne e i bambini sono reticenti e dobbiamo familiarizzare prima di riuscire ad avere qualche risposta che abbia senso. Dicono che la loro casa è stata distrutta e non vogliono più tornare in Siria. Evitano di dire se stanno dalla parte del governo o dei mercenari dell'ISIS. Gli uomini, attorniati da nidiate di figli, ci raccontano la loro professione: tappezziere, lavoratore a contratto nel settore delle costruzioni, muratore e falegname. Due donne si presentano a noi completamente velate. Ci lanciano occhiate curiose e poi si ritirano in cucina. Il falegname, un uomo giovane e con una faccia simpatica, è molto loquace. Dice di aver avuto una buona situazione economica in Siria. Racconta che i suoi nipoti sono stati uccisi e decapitati, la sua famiglia sterminata. Alla nostra domanda: "Da chi?", dà una risposta che non ci convince: "Dalle milizie sciite". Io e miei amici giornalisti abbiano una discreta conoscenza della guerra contro la Siria, ma questa è la prima volta che sentiamo un racconto simile. Neanche i più faziosi giornali occidentali o sauditi o qatarioti hanno mai fatto una simile affermazione. Sia Hetzbollah che gruppi sciiti iracheni, schierati col governo del presidente Assad, non sono mai stati soggetti ad accuse di questo genere. Ho rivolto il quesito il giorno dopo ad un esponente dal Partito Nazionale Sociale Siriano che mi ha dato questa risposta: "I combattenti di Hetzbollah sono molto disciplinati. Si tratta della solita bugia della propaganda". Prima di andar via, ho chiesto al falegname se potevo scattare una foto a lui e alla moglie completamente velata. Cortesemente mi ha detto di no. Potevo fotografare solo lui. Ho risposto che non mi interessava fotografare lui. Credo che abbia capito. 




(Profughi siriani)

Venerdì 21 dicembre 2018. Amman è vuota. Giorno di riposo come per noi la domenica. Si va in moschea per pregare, per incontrarsi, per stare insieme. Il Ministero per gli Affari Religiosi ci ha messo a disposizione un autista che ci conduce, su nostra richiesta, a visitare il monte Nebo dove, secondo la Bibbia, Mosè ricevette la promessa della terra. E' un luogo suggestivo visitato da molti turisti che vengono da ogni angolo del mondo. Dalla sommità del monte si vede la valle del Giordano, il Mar Morto e, nelle giornate limpide, anche Gerusalemme e Nablus. I francescani sono custodi di questo sito della Terra Santa e papa Woytila, prima di morire, venne qui e piantò un alberello di ulivo, simbolo di una pace che, forse, non arriverà mai. 


(La valle del Giordano vista dal Monte Nebo. A sinistra si nota uno scorcio del Mar Morto)

Incontro un frate e mi presento come ex allievo dei francescani e compagno di studi di padre Eugenio Alliata, illustre archeologo dei luoghi santi. Quando ero ragazzo, avevo studiato in un convento francescano e avevo avuto come compagno di banco Eugenio Alliata. Io abbandonai il convento, ma Eugenio divenne frate, andò in Terra Santa e divenne, assieme a padre Piccirillo, uno dei più grandi studiosi di archeologia dei luoghi santi. Quando nel 2004 andai in Palestina per incontrare Arafat, cercai Eugenio tramite un frate che era nel mio stesso albergo e che mi aveva dato il suo numero di telefono. Lo chiamai ma, nonostante lo sollecitassi coi miei ricordi di scuola, Eugenio non si ricordava più di me. Mi esortò ad andarlo a trovare nella chiesa della Flagellazione dove lui risiede tuttora, però non ebbi più l'opportunità. Padre Piccirillo è morto ed ora Eugenio ha preso il suo posto facendo un lavoro di elevato valore scientifico e filologico.  

(Padre Ammar Shahin)



(L'albero di ulivo piantato da Giovanni Paolo II)

Il frate che ho incontrato si chiama Ammar Shahin ed è stato per circa 20 anni custode della chiesa della Natività a Betlemme. Parla perfettamente l'italiano. Si mostra disponibile alle domande dei miei amici giornalisti e, inevitabilmente, gli confidiamo di essere simpatizzanti della causa palestinese. Padre Ammar non è diplomatico e, dopo averci detto che in Terra Santa tra cristiani e musulmani i rapporti sono "ottimi", si abbandona a considerazioni molto severe sulla condotta degli israeliani. "Non vogliono la pace", dice alla fine. Ci dà il suo indirizzo di posta elettronica e ci saluta alla maniera francescana: "Pace e bene". 



Torniamo ad Amman dopo aver visitato nei dintorni la chiesa di San Giorgio. Abbiamo conosciuto un grande amico durante la nostra permanenza in Giordania che ci ha aiutato nei nostri vari incontri: Issam Khatatbeh, rappresentante in Giordania dell'associazione italo-araba ASSADAKAH. In gioventù ha vissuto dieci anni in Italia laureandosi in Scienze Politiche all'Università di Perugia. Pur essendo giordano, militava nell'OLP. In Italia simpatizzava per il PCI e la domenica andava a diffondere l'Unità. Si era legato di una fraterna amicizia col grande storico comunista Giuliano Procacci a cui aveva insegnato l'arabo. Dopo la laurea era tornato in Giordania e, nonostante le diffidenze per la sua precedente militanza nell'OLP, divenne il portavoce del Ministero dell'informazione. Siamo tutti invitati a pranzo a casa sua. Il giorno dopo, sabato 22 dicembre, ritorneremo in Italia, e Issam, prima della nostra partenza, vuole farci conoscere la sua piccola famiglia: la moglie, una figlia e un figlio. 

(Il giornalista Luca Steinmann e, a destra,  Issam Khatatbeh)

Nel tardo pomeriggio ci aspettano in albergo due deputati del Parlamento giordano componenti la Commissione per la Palestina:  Saud Salem Ali Abu Mahfouz e Ahmed Sulaiman Awad Al Raqab. Riceviamo la visita anche del segretario generale della Waqf di Gerusalemme, la fondazione islamica che gestisce la Spianata delle Moschee, sotto la supervisione giordana. Ci motivano le ragioni che hanno consigliato agli organizzatori di spostare la data del convegno nel mese di aprile 2019 e di stabilire la durata in tre giorni. Con gli auspici di poterci rivedere tutti insieme in occasione del convegno, i due parlamentari ci hanno offerto una cena in un ristorante tipicamente giordano stringendo un rapporto reciproco di amicizia, di fiducia e di stima. 

 (A destra, il deputato Saud Salem Ali Abu Mahfouz)

 (A destra, il deputato Ahmed Sulaiman Awad Al Raqab)









sabato 29 dicembre 2018

UN MEDICO EROICO A FIANCO DEI PALESTINESI. LA SCOMPARSA DI MARIO MEINERO


di Patrizia Cecconi

Fonte: L'antidiplomatico

Era un medico giovanissimo quando, circa 45 anni fa, si avvicinò alla Palestina, fisicamente oltre che politicamente. A dire il vero aveva una certa allergia a definire il suo lavoro politico anche se era frutto di una scelta indiscutibilmente politica, la scelta per le vittime dell’ingiustizia che lui cercava di “risarcire” in qualche modo col suo lavoro.


Non amava le luci della ribalta e non gradiva essere considerato un attivista. Era un chirurgo e come chirurgo operava ove lo portava il suo senso della giustizia e la sua umana empatia per chi era in stato di bisogno. Era nato nel 1946 ed aveva conosciuto la Palestina della “grande resistenza” dopo il 1967, quando aveva poco più di 20 anni ed era ancora all’Università. A 26 andò in Palestina per la prima volta come neo laureato deciso a conoscere ed eventualmente a dare il suo aiuto.

Nelle poche parole su di sé, strappategli con la tenaglia, non c’è mai più dell’essenziale. E nell’essenziale viene fuori che aveva conosciuto (leggi collaborato con) il dr. Fathi Arafat, fratello del presidente Yasser Arafat e fondatore della Mezzaluna Rossa Palestinese. Viene fuori che aveva conosciuto quasi tutti i grandi resistenti che Israele non aveva ancora ucciso ma che, l’uno dopo l’altro, sarebbero stati vittime della pena di morte senza processo. Quella che Israele somministra ai palestinesi con buona pace delle Istituzioni internazionali e sovranazionali grazie alla fantastica espressione mediatica di “esecuzione mirata” che dietro quel “mirata” riesce a nascondere l’essenza dell’assassinio.

Ma lui era un chirurgo e di quelle cose parlava solo in camera caritatis, generalmente a quattr’occhi e lasciando intravedere, suo malgrado, una certa commozione. Era difficile strappargli un’intervista che non riguardasse esclusivamente la sua professione e, anche rispetto alla sua professione, soleva dire “se quel che faccio è importante lo stabilisce chi ne beneficia, non c’è bisogno che io stia a raccontarlo”. E quel che faceva era molto importante. Lo sanno a Gerico, a Ramallah, a Hebron, a Beit Jala, a Gaza…. Lo sanno in tutti gli ospedali dove ha operato portando avanti con successo diversi progetti di formazione per chirurghi palestinesi, lo sanno i palestinesi e le palestinesi che hanno potuto beneficiare del suo programma di endoscopia e dell’applicazione innovativa delle tecniche di laparoscopia utilizzate per la cura della sterilità.

In un paese che per cultura e per profonda resiliente convinzione ripone nei figli l’importanza della vita, riuscire a curare la sterilità con interventi mini-invasivi e gratuiti nonostante la carenza di risorse sanitarie, ha dello straordinario. Ancor più straordinario e assolutamente originale l’incontro che il professor Meinero è riuscito a combinare tra la sua attività professionale e l’arte, lui che - pochi lo sanno - era anche un violinista.

Il chirurgo, volontario di decine di missioni in tutta la Palestina, violinista e padre di un’artista di teatro violista a sua volta, amico della direttrice del teatro Al Harar di Beit Jala, cittadina nel cui ospedale governativo ha operato a lungo, ha fornito le sue competenze per uno spettacolo teatrale che le due donne hanno realizzato insieme e che affronta il problema della maternità in modo profondo ed originale rappresentando un raro esempio di combinazione di arte, messaggio sociale e scienza. Citarlo fa capire l’immensità della figura di un uomo capace di irradiare energie positive a tutto campo.

Mario Meinero, un “orso cuneese” che attribuiva alle amate montagne, di cui era originario, il suo “brutto” carattere, quel suo modo di spegnere ogni frase di troppo con due parole, a volte addirittura con una: “ottimo”, per esempio, poteva essere la sua approvazione super-sintetica a un discorso di venti minuti.

Nelle parole cavategli con le pinze per un’intervista mai realmente conclusa, c’era il ricordo al tempo stesso infastidito e divertito di quando la cosiddetta security israeliana all’aeroporto di Tel Aviv gli aveva creato seri problemi per una targa di ringraziamento offertagli dal Ministero della Sanità Palestinese e aveva rischiato il divieto di accesso proprio lui, così schivo e volutamente in ombra, per aver portato una tecnica chirurgica di natura assolutamente pacifica in Palestina.

Dopo quell’episodio aveva sempre il timore che non gli lasciassero passare le strumentazioni tecniche che portava dall’Italia, ma la sua razionalità di “montanaro calcolatore” lo portava a dire che se gli bloccavano il materiale perdeva tremila euro, ma se il materiale passava aiutava tremila persone e quindi il rischio andava corso.

Una parte di quel materiale ora è lì, un po’ nella sua stanza a Betlemme e un po’ nell’ospedale di Gaza da cui è tornato solo pochi giorni fa.

Il professor Meinero, o meglio il dr. Mario come tutti lo chiamavano in Palestina, aveva la capacità di creare reti e di essere nodo di reti create dai suoi amici e in questi nodi, che lo vedevano amico tanto di suor Nabila, la direttrice delle Rosary Sisters di Gaza, la suora cattolica che oggi sta pregando per lui, quanto del dr. Raed Sabbah, medico ateo e comunista che pianterà un albero alla sua memoria. Mario era l’esempio vivente della possibilità di essere controcorrente in quest’Italia che va imbarbarendosi e che definisce sprezzantemente buonismo tutto ciò che è solidarietà consapevole.

Ancora due parole di un’intervista incompiuta per concludere la memoria di quest’uomo che da giovanissimo era stato vicino ai palestinesi nella battaglia di Al Karameh e che non li aveva più lasciati pur ripetendo sempre che lui era “solo un medico”. Proprio in quanto “solo medico” aveva perfino portato a Gaza due specialisti che professionalmente considerava eccellenti i quali gli avevano detto di essere sostenitori di Israele. Mario raccontava di aver detto loro “io vi sto chiedendo di venire come medici, dieci giorni per fare il vostro lavoro, venite, operate e con l’occasione vedrete. Poi forse seguiterete a sostenere Israele ma forse no, io vi sto ‘utilizzando’ per le vostre capacità professionali, se accettate, il volo è pronto”. I due accettarono e Mario ridendo disse “intanto hanno fatto quello che Israele non avrebbe certo voluto e l’hanno fatto con la massima professionalità, per il resto, dopo aver visto cosa fa Israele, faranno i conti con la loro coscienza, io ho finito”.

A Gerico, città delle palme, dove ha fondato il “Centro di formazione endoscopica”, il professor Meinero, mostrando ancora una volta la sua bella poliedricità, un giorno decise di acquistare per sua figlia una palma da datteri medjoul, i migliori datteri della valle del Giordano, quelli che Israele spaccia per suoi. Ma acquistare una palma poteva significare espiantarla e portarla nel proprio giardino, questo probabilmente per chiunque altro ma non per Mario Meinero. Lui l’acquistò e dopo averne pagato il prezzo al contadino palestinese che l’aveva coltivata, stabilì che gli avrebbe pagato quanto necessario per curarla e raccoglierne i frutti che poi sarebbe andato a prendere. Chiunque abbia frequentato il dr. Mario nella stagione giusta ha potuto assaggiare i favolosi medjoul freschi, palestinesi di Gerico, allevati, cresciuti ed amati a casa loro.

Questo era il dr. Mario, solo uno spicchio di mondo lo sapeva, e quello spicchio lo piangerà a lungo, ma come a volte succede, il suo messaggio fatto di azione vera potrebbe espandersi proprio ora che una morte precoce lo ha ingiustamente e improvvisamente rapito proprio nel giorno di Natale. In questo mondo dove tutto è spettacolo l’esempio del dr. Mario mostra che è possibile fare grandi cose, farle in silenzio, seguitando a sorridere con leggerezza gentile e andare rigorosamente controcorrente.


Patrizia Cecconi

Roma 27 dicembre 2018

giovedì 13 dicembre 2018

La politica che cammina sopra i corpi

Risultati immagini per gaza

di Shadi Shurafa, 
prigioniero politico palestinese

Sionismo è guerra
11 ottobre 2018

Alla luce delle ingiuste sanzioni imposte al nostro popolo nella Striscia di Gaza, posso immaginare solo due scenari che l'Autorità di Ramallah desidera: l’insurrezione della Striscia di Gaza contro Hamas e l’esplosione generale contro l’occupante. In entrambi i casi intravedo solo un bagno di sangue che causerà migliaia di martiri tra il nostro popolo intrappolato nella Striscia.

Se la convinzione dell'Autorità di Ramallah si basa sul controllo di Gaza a qualsiasi costo, anche al costo di migliaia di martiri, allora saremmo dinanzi ad una politica criminale e ad una disgrazia per la dirigenza politica palestinese.

L'impressione generale che si avverte nello scenario palestinese mostra il bisogno urgente di imporre un unico programma politico al popolo, nonostante il suo costante quanto attuale fallimento e la sua inutilità, stante l’irrealistico potenziale, rispetto alla conquista dei legittimi diritti del nostro popolo. Il percorso costellato di assurdi negoziati e tregue ha portato solo disastri: i problemi della Cisgiordania e di al-Quds sono gli esempi più lampanti dei risultati ottenuti dal progetto sionista a scapito della causa nazionale palestinese.

A seguito della vergognosa separazione e della conquista del potere da parte di Hamas, l'occupazione sionista ha compiuto diverse aggressioni nella Striscia di Gaza, la più recente delle quali, avvenuta nel 2014, ha provocato il martirio di circa duemila persone ed il ferimento di altre migliaia, oltre alla spaventosa distruzione di abitazioni, edifici ed infrastrutture.

I mass-media sionisti hanno fatto trapelare che da Ramallah diverse organizzazioni politiche e loro esponenti "hanno benedetto" la guerra, sperando che continuasse sino al rovesciamento del governo di Hamas nella Striscia di Gaza. Quello che l’ANP da Ramallah non è riuscita a raggiungere attraverso il dialogo nazionale e bilaterale ma che desidera è "l'entrata in scena dei carrarmati israeliani", come alcuni hanno peraltro già affermato. Partendo dal presupposto che questa accusa non ha alcun riscontro nella realtà, la sua "attendibilità" è avallata nei fatti dalle sanzioni imposte alla Striscia di Gaza e dalle implacabili politiche di proseguimento dell'ingiusto stato di assedio imposto al nostro popolo.

Qui non si parla dell'Accordo del Secolo o di altre cospirazioni intraprese per decenni contro il nostro popolo. Ciò che sta accadendo è un approccio di emarginazione nel quale l’umanità è stata nascosta dietro vuoti slogan nazionali, specialmente perché esiste un partito che parla di unità nazionale in una mera prospettiva geografica, anziché rivolgersi alle forze nazionali palestinesi attive e basate sul pluralismo e su un programma di unità nazionale palestinese. Ciò promuoverebbe il nostro diritto di Resistenza contro l’occupazione, come garantito dalle norme e dalle convenzioni internazionali.

La logica di monopolizzare il consesso dirigenziale palestinese, l’unilaterale rappresentanza, l’accentramento del potere decisionale, il monopolio di un partito politico nella formulazione del programma palestinese, in linea con la sua esclusiva analisi, non porterà altro che rovina alla nostra causa nazionale. Così facendo di distrugge l'unità del popolo palestinese, minando alla base gli elementi indispensabili per la sua coesione.

Il disimpegno è la caratteristica fondamentale del sistema politico palestinese, come se la voce della potente dirigenza dell’Autorità dicesse: “Voglio riprendere il controllo della Striscia di Gaza per promuovervi una politica di emarginazione ed eclusione”. In sintonia con la visione dell’Occidente, cioè promuovere la riconciliazione nazionale per poi attuare l’emarginazione. È proprio la posizione delle potenze occidentali che fa sì che le organizzazioni politiche più rappresentative si oppongano alla logica della riconciliazione, la quale ricomprende tra l’altro lo smantellamento del movimento di Resistenza e la conseguente dipendenza da sterili illusioni di ricostruzione.

Non può neanche essere quello della Cisgiordania il modello da seguire, dove l’occupazione con i suoi coloni avanzano con serenità e facilità senza alcun reale deterrente mentre la controparte lavora per l’accondiscendenza della propria comunità. La Cisgiordania dove gli affari economici e politici sono la vera specialità del suo massimo dirigente e la libertà di opinione viene recintata dalle sue forze di sicurezza.

Il modello presentato da una dittatura è simile ai modelli dei partiti di governo totalitari nel mondo arabo: tali partiti, guidati da un’unica persona, monopolizzano le decisioni ed i loro dirigenti vivono in uno stato di profonda corruzione e rapina: coerentemente con la situazione palestinese, che conduce ad un naturale scenario di critica, malcontento ed alienazione. Tale è la situazione sociale e politica.

L’eventualità che le politiche avverse al nostro popolo nella Striscia di Gaza non inneschino lo scontro con Hamas, che ancora detiene il controllo della situazione, non significa che l'Autorità di Ramallah, che monopolizza la "legittimità", non rinuncerà a tale illusione. Le implicazioni di questa guerra civile indicano che Hamas non rinuncerà facilmente al proprio governo e che qualche migliaio di palestinesi moriranno nel tentativo di dimostrare la "legittimità" alla comunità internazionale. Onestamente, non vi è parola più ripugnante nel dizionario politico di “legittimità”: non per il lemma in sè, ma per l’interpretazione faziosa e soggettiva che qualcuno ne fa, dimenticando che non esiste legittimità se non per il popolo e la sua parte viva.

Quanto a coloro che cercano di ostacolare il progetto di riconciliazione e di imporre sanzioni, tentando contemporaneamente di destabilizzare la Striscia di Gaza esponendola alle forze di occupazione e mescolando le carte, trattando come irrilevante il suo isolamento internazionale ed il vigente stato di assedio, va detto che anche questa è una pietosa scommessa destinata al fallimento, perché non rappresenta la morte di migliaia di martiri. Si tratta della stessa parte politica che non crede nel movimento di Resistenza e nella sua capacità di fermare l'occupante: la Resistenza è stata cancellata dal suo dizionario politico, sostituita dalla politica totale dipendenza dalle elemosine, come accaduto pochi giorni fa all'Assemblea Generale dell’ONU.

Le sanzioni imposte alla Striscia di Gaza dimostrano, sulla base degli eventuali scenari succitati, la volontà di camminare sopra i corpi, come se le masse del nostro popolo fossero solo combustibile e legna da ardere per servire una certa classe/partito politico, che antepone i propri interessi a quelli universali del popolo palestinese.

Fino a che punto la potente dirigenza intenderà raggiungere i propri obiettivi? La sofferenza della vita delle persone è solo uno strumento, la repressione politica e la confisca delle libertà quotidiane da parte del coordinamento delle forze di sicurezza sono sacre e le organizzazioni della Resistenza diventano (ecco la loro “legittimità”...) semplici milizie, nel tentativo di equipararle ai terroristi... Così spariscono i concetti basilari che mostrano la sofferenza del nostro popolo, lo stato di assedio della Striscia di Gaza e le manifestazioni delle Marce del Ritorno, oltre ad offuscare il diritto al Ritorno e la lotta per il riconoscimento di un’entità statale. La manifestazione più ovvia del conflitto palestinese è l'utilizzo di un linguaggio ingannevole da parte degli artefici di accuse sempre pronte, in particolare rivolte alla compiacenza altrui con il cosiddetto Accordo del Secolo, come se il popolo palestinese potesse essere facilmente manipolato. I "dirigenti" possono essere in grado di circuire una parte della popolazione, ma non possono e non saranno mai in grado di raggiungere un consenso universale attraverso agitazioni di piazza o azioni persecutorie.

L’evoluzione dei fatti inerenti alla guerra sulla Striscia di Gaza sono pressanti; la storia condannerà coloro che per primi ne portano la responsabilità. Tali accadimenti non possono essere censurati, così come chiunque si preoccupi realmente degli interessi del suo popolo non impone sanzioni, non impedisce la riconciliazione e certamente non ostacola gli sforzi per combattere lo stato di assedio. E non ha la minima idea di cosa stia accadendo nella strada percorsa dai palestinesi.

Questo ci ricorda la regina Maria Antonietta durante la Rivoluzione Francese del XVIII° secolo: ella chiese ai suoi consiglieri “Qual è la causa delle sommosse dei poveri e dei contadini (allo scoppio della Rivoluzione)? Le fu risposto: non hanno pane da mangiare. Così, lei rispose: "Se non c’è pane, date loro brioches!". Tale affermazione non rappresentava un insulto o una presa in giro, ma la conferma dell'incapacità di Maria Antonietta di comprendere i problemi e la realtà del popolo. È questo anche il caso della nostra potente dirigenza palestinese, completamente alienata dal popolo e che dunque soffre uno stato di tensione, esclusione e perdita di fiducia. Una dirigenza ottenebrata dall'illusione della conquista, anche a spese di migliaia di martiri.

mercoledì 12 dicembre 2018

Commissione bipartisan USA: gli Stati Uniti devono prepararsi a una guerra “orrenda” e “devastante” con Russia e Cina


DI ANDRE DAMON

3 dicembre 2018 


Fonte: comedonchisciotte

Una commissione bipartisan nominata dal Congresso degli Stati Uniti martedì ha reso pubblico un lungo rapporto che appoggia i piani del Pentagono per prepararsi a una guerra di “grande potenza” contro la Russia, la Cina o entrambi, chiarendo che le politiche bellicose dell’amministrazione Trump sono condivise dal Partito Democratico.

Sicuri nella consapevolezza che le loro opinioni non verranno mai seriamente riportate dai mass media, gli autori di questo rapporto non fanno troppe domande su cosa significherà una guerra del genere. Una guerra tra Stati Uniti e Cina, che secondo il rapporto potrebbe scoppiare entro quattro anni, sarà “orribile” e “devastante”. I militari “subiranno perdite maggiori che in qualsiasi altro momento degli ultimi decenni”. Tale guerra potrebbe portare a “una rapida escalation nucleare” e i civili americani sarebbero attaccati e probabilmente uccisi.

È impossibile capire qualsiasi cosa nella politica americana senza riconoscere una realtà fondamentale: gli eventi e gli scandali che dominano il discorso politico, che lo rivelano nei notiziari serali e nei titoli dei siti di notizie e dei social media, hanno ben poco a che fare con le considerazioni di coloro che effettivamente assumono le decisioni. Le teste parlanti mediatiche svolgono i ruoli loro assegnati, sapendo che gli argomenti di maggiore rilevanza possono essere discussi solo entro limiti molto circoscritti.

Coloro che fanno realmente la politica – un gruppo selezionato di membri di alto rango del Congresso, funzionari del Pentagono e membri dello staff di think-tank, così come gli assistenti della Casa Bianca – parlano un linguaggio completamente diverso tra di loro e nelle pubblicazioni, sapendo che il pubblico generale non leggerà [tali pubblicazioni], e che i media non le riporteranno seriamente.

Tutte queste persone accettano come fatti evidenti e ovvi affermazioni che, se mai fossero fatte nei telegiornali della sera, verrebbero liquidate come “teorie della cospirazione”.

L’ultimo esempio di questo schietto modo di parlare si presenta sotto forma di un nuovo rapporto pubblicato dalla National Defence Strategy Commission, un organismo istituito dal Congresso per valutare la nuova strategia di sicurezza nazionale del Pentagono, pubblicata all’inizio di quest’anno, che ha dichiarato che “la competizione tra le grandi potenze” – e non il terrorismo – è ora l’obiettivo principale “delle forze armate statunitensi”.

I risultati del gruppo, pubblicato come rapporto dal titolo “Come preparare la difesa comune”, possono essere riassunti come segue: L’esercito americano ha perfettamente ragione di prepararsi alla guerra con Russia e Cina. Ma il Pentagono, che spende ogni anno più delle otto maggiori forze militari nazionali messe assieme, richiede una massiccia espansione delle spese militari, da pagare con tagli a programmi sociali di base come Medicare, Medicaid e sicurezza sociale.


Il rapporto costituisce, in altre parole, la legittimazione del Congresso al potenziamento militare dell’amministrazione Trump, mettendo in parole ciò che il Congresso ha compiuto in atti quest’anno quando è passato, con un schiacciante sostegno bipartisan, il più grande aumento del budget militare dai tempi della Guerra Fredda.

Ma al di là del riconoscimento che gli Stati Uniti dovrebbero prepararsi per una imminente guerra di “tutta la società” con impatti “devastanti” sulla popolazione americana, il documento è un forte avvertimento di un’altra realtà fondamentale: gli Stati Uniti potrebbero benissimo perdere una guerra del genere che in pratica richiede la conquista militare dell’intero pianeta da parte di un paese con meno del cinque per cento della popolazione mondiale.

Gli Stati Uniti “potrebbero lottare per vincere, o forse anche perdere, una guerra contro la Cina o la Russia”, dichiara il documento. Queste guerre non sarebbero solo combattute all’estero, ma probabilmente colpirebbero la popolazione americana: “Sarebbe poco saggio e irresponsabile non aspettarsi che gli avversari tentino debilitanti attacchi cinetici, informatici o di altro genere contro gli americani in patria mentre cercano di sconfiggere i nostri militare all’estero”.

Ed aggiunge: “Se si verificherà una guerra, le forze americane dovranno affrontare scontri più duri e maggiori perdite che in qualsiasi momento degli ultimi decenni. Val la pena rammentare che durante la Guerra delle Falkland, un avversario decisamente inferiore, l’Argentina, ha paralizzato e affondato un’importante nave da guerra britannica colpendola con un singolo missile guidato. La quantità di distruzione che un avversario più potente dell’Argentina potrebbe infliggere alle forze statunitensi oggi potrebbe essere di un ordine di grandezza maggiore”.

Infine, la relazione delinea una serie di scenari. Il primo riguarda Taiwan che dichiara l’indipendenza dalla Cina nel 2022, provocando la rappresaglia cinese. “Il Pentagono informa il Presidente che l’America potrebbe probabilmente sconfiggere la Cina in una lunga guerra, se venisse mobilitata tutta la potenza della nazione. Tuttavia, nello sforzo perderebbe un gran numero di navi ed aerei, oltre a migliaia di vite, subendo per di più gravi sconvolgimenti economici – il tutto senza alcuna garanzia di ottenere un impatto decisivo prima che Taiwan venga invasa… Ma evitare questo risultato adesso richiederebbe di dover assorbire perdite orribili”.

La soluzione, conclude il rapporto, è un esercito molto più grande, finanziato da consistenti aumenti pluriennali delle spese. “È indispensabile una straordinaria urgenza nell’affrontare la crisi della difesa nazionale”, scrive.

L’esercito ha bisogno di “Più corazzati, missili a lungo raggio, maggiore ingegneristica e unità per la difesa aerea”. L’Air Force necessita di “caccia e bombardieri a lungo raggio con capacità furtive incrementate oltre a più aerei tanker, sistemi di intelligence, sorveglianza e ricognizione”. Le forze nucleari hanno bisogno di più missili. E così via.

Per pagare tutto questo, i servizi sociali devono essere svuotati. “I programmi per i diritti obbligatori portano a crescita della spesa”, lamenta il rapporto, chiedendo che il Congresso reindirizzi questi programmi, che includono Medicare, Medicaid e Sicurezza Sociale. Si avverte che “tali aggiustamenti saranno indubbiamente molto dolorosi”.

E infine, tutta la società deve essere mobilitata per lo sforzo bellico. È necessario adottare un approccio “a livello nazionale”, comprese la “politica commerciale”, l’educazione scientifica, tecnologica, ingegneristica e matematica. “Tutto ciò che va dalle multinazionali private alle istituzioni accademiche deve essere portato avanti”.

Nell’elencare le varie sfide degli Stati Uniti per poter combattere e vincere una guerra contro la Russia o la Cina, nessuno degli illustri membri del comitato è giunto alla conclusione apparentemente ovvia: che forse gli Stati Uniti non dovrebbero combattere una guerra del genere.

Ma in questo rappresentano lo schiacciante consenso all’interno dei circoli politici americani. Nei suoi ultimi giorni, Adolf Hitler avrebbe dichiarato più e più volte che se la nazione tedesca non poteva vincere la Seconda guerra mondiale, non meritava di esistere. La classe dirigente americana è interamente impegnata in una linea d’azione che minaccia la cancellazione non solo di gran parte della popolazione mondiale, ma della stessa popolazione americana.

Questa non è la follia di qualcuno, ma l’insania di tutta una classe sociale rappresentativa di un sistema superstite e in bancarotta, il capitalismo, e di un quadro politico altrettanto superstite, quello del sistema degli stati-nazione. E non può che opporsi a un’altra forza sociale: la classe operaia mondiale, i cui interessi sociali sono internazionali e progressisti, e la cui stessa esistenza dipende dall’opporsi ai megalomani obiettivi bellici del capitalismo americano.



Andre Damon
Fonte: www.wsws.org/

Link: https://www.wsws.org/en/articles/2018/11/16/mili-n16.html