sabato 21 luglio 2018

L'EBREO SIONISTA MAX SIMON NORDAU SUI MATRIMONI MISTI



Vi presento Max Simon Nordau, ebreo sionista. In questa parte di lettera indirizzata a Herzl sono contenute le aberrazioni fondamentali degli ebrei sionisti: il nazionalismo, il rifiuto dei matrimoni misti, e l'esaltazioone della propria razza come superiore alle altre razze. Tutti i crimini di cui si macchiano sono la diretta conseguenza di questa esaltazione suprematista. 


Max Simon Nordau, nato Simon Maximilian Südfeld (in ungherese: Simon Miksa Südfeld; Pest, 29 luglio 1849 – Parigi, 23 gennaio 1923), è stato un sociologo, medico, giornalista e leader sionista ungherese. Cofondatore, insieme a Theodor Herzl, della Organizzazione sionista mondiale, è stato presidente o vicepresidente di numerosi congressi sionisti.

"Mia moglie è una cristina protestante; naturalmente per la mia formazione sono contrario a ogni forma di coercizione in materia di sentimenti e preferisco l'umano al nazionale. Tuttavia oggi ritengo che debba prevalere il principio nazionale e considero i matrimoni misti assolutamente inauspicabili. Se dovessi conoscere mia moglie oggi, o l'avessi conosciuta negli ultimi otto mesi, combatterei strenuamente la mia inclinazione per lei e mi direi che, in quanto ebreo,  non ho il diritto di farmi vincere dalle emozioni (...) Ho amato mia moglie prima di diventare sionista e non ho il diritto di punirla per le persecuzioni che la sua razza ha perpetrato contro la nostra." 

(Lettera di Nordau a Herzl e datata 22 gennaio 1898)

giovedì 19 luglio 2018

ISRAELE APPROVA LA LEGGE DEL TOTALITARISMO EBRAICO


di Gideon Levy

Haaretz, Israele
19 luglio 2018 


Il parlamento israeliano, la Knesset, ha approvato una delle leggi più importanti della sua storia, oltre che quella più conforme alla realtà. La legge sullo stato-nazione (che definisce Israele come la patria storica del popolo ebraico, incoraggia la creazione di comunità riservate agli ebrei, declassa l’arabo da lingua ufficiale a lingua a statuto speciale) mette fine al generico nazionalismo di Israele e presenta il sionismo per quello che è. La legge mette fine anche alla farsa di uno stato israeliano “ebraico e democratico”, una combinazione che non è mai esistita e non sarebbe mai potuta esistere per l’intrinseca contraddizione tra questi due valori, impossibili da conciliare se non con l’inganno.

Se lo stato è ebraico non può essere democratico, perché non esiste uguaglianza. Se è democratico, non può essere ebraico, poiché una democrazia non garantisce privilegi sulla base dell’origine etnica. Quindi la Knesset ha deciso: Israele è ebraica. Israele dichiara di essere lo stato nazione del popolo ebraico, non uno stato formato dai suoi cittadini, non uno stato di due popoli che convivono al suo interno, e ha quindi smesso di essere una democrazia egualitaria, non soltanto in pratica ma anche in teoria. È per questo che questa legge è così importante. È una legge sincera.
Le proteste contro la proposta di legge erano nate soprattutto come un tentativo di conservare la politica di ambiguità nazionale.

Il presidente della repubblica, Reuven Rivlin, e il procuratore generale di stato, i difensori pubblici della moralità, avevano protestato, ottenendo le lodi del campo progressista. Il presidente aveva gridato che la legge sarebbe stata “un’arma nelle mani dei nemici di Israele”, mentre il procuratore generale aveva messo in guardia contro le sue “conseguenze internazionali”. La prospettiva che la verità su Israele si riveli agli occhi del mondo li ha spinti ad agire. Rivlin, va detto, si è scagliato con grande vigore e coraggio contro la clausola che permette ai comitati di comunità di escludere alcuni residenti e contro le sue implicazioni per il governo, ma la verità è che a scioccare la maggior parte dei progressisti non è stato altro che vedere la realtà codificata in legge.

Era bello dire che l’apartheid riguardava 
solo il Sudafrica

Anche il giurista Mordechai Kremnitzer ha denunciato invano il fatto che la proposta di legge avrebbe “scatenato una rivoluzione, né più né meno. Sancirà la fine di Israele come stato ebraico e democratico”. Ha poi aggiunto che la legge avrebbe reso Israele un paese guida “per stati nazionalisti come Polonia e Ungheria”, come se non fosse già così da molto tempo. In Polonia e Ungheria non esiste un popolo che esercita la tirannia su un altro popolo privo di diritti, un fatto che è diventato una realtà permanente e un elemento inscindibile del modo in cui agiscono Israele e il suo governo, senza che se ne intraveda la fine.

Tutti questi anni d’ipocrisia sono stati piacevoli. Era bello dire che l’apartheid riguardava solo il Sudafrica, perché lì tutto il sistema si basava su leggi razziali, mentre noi non avevamo alcuna legge simile. Dire che quello che succede a Hebron non è apartheid, che quello che succede in Cisgiordania non è apartheid e che l’occupazione in realtà non faceva parte del regime. Dire che eravamo l’unica democrazia della regione, nonostante i territori occupati. Era piacevole sostenere che, poiché gli arabi israeliani possono votare, la nostra è una democrazia egualitaria. O fare notare che esiste un partito arabo, anche se non ha alcuna influenza. O dire che gli arabi possono essere ammessi negli ospedali ebraici, che possono studiare nelle università ebraiche e vivere dove meglio credono (sì, come no).

Ma quanto siamo illuminati. La nostra corte suprema ha stabilito, nel caso dei Kaadan, che una famiglia araba poteva comprare una casa a Katzir, una comunità ebraica, solo dopo anni di dispute. Quanto siamo tolleranti nel consentire agli arabi di parlare arabo, una delle lingue ufficiali. Quest’ultima è chiaramente una menzogna. L’arabo non è mai stato neanche remotamente trattato come una lingua ufficiale, come succede invece per lo svedese in Finlandia, la cui minoranza è nettamente più piccola di quella araba in Israele.

Era comodo ignorare che i terreni di proprietà del Fondo nazionale ebraico, che includono buona parte delle terre dello stato, erano riservati ai soli ebrei, una posizione sostenuta dalla corte suprema, e affermare che fossimo una democrazia. Era molto più piacevole considerarci egualitari.

Adesso ci sarà uno stato che dice la verità. Israele è solo per gli ebrei, anche sulla carta. Lo stato nazione del popolo ebraico, non dei suoi abitanti. I suoi arabi sono cittadini di seconda classe e i suoi abitanti palestinesi non hanno statuto, non esistono. Il loro destino è determinato da Gerusalemme, ma non sono parte dello stato. È più facile per tutti così.

Rimane un piccolo problema con il resto del mondo, e con l’immagine d’Israele che questa legge in parte macchia. Ma non è un grave problema. I nuovi amici d’Israele saranno fieri di questa legge. Per loro sarà una luce che illumina le nazioni. Tanto le persone dotate di coscienza di tutto il mondo conoscono già la verità, e da tempo devono farci i conti. Sarà un’arma nelle mani del movimento Bds (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele)? Sicuramente. Israele se l’è guadagnata, e ora ne ha fatto una legge.

(Traduzione di Federico Ferrone)

venerdì 13 luglio 2018

IL QUOTIDIANO LA STAMPA, CHIAMATO DAI TORINESI "LA BUSIARDA", E' IL VESSILLIFERO DEL SIONISMO ITALIANO


di Amedeo Rossi


Per chi non lo sapesse, due giorni fa il consiglio comunale di Torino ha votato una mozione, approvata all'unanimità, tranne il voto contrario del rappresentante della Lega e l'uscita dall'aula della sindaca e dei consiglieri del PD (tranne due, che hanno votato a favore), di condanna delle stragi perpetrate contro i manifestanti di Gaza e si chiede l'embargo delle forniture militari a Israele.
Ciò ha provocato la durissima reazione della comunità ebraica locale, di quella nazionale e dei vari gruppi filo-israeliani più accaniti.
"La Stampa" ha dato ampissimo spazio alle ragioni di questi ultimi, ignorando gli argomenti e le voci a favore della mozione. Ieri è comparso un articolo in questo senso ed oggi le stesse posizioni vengono riproposte con evidenza ancora maggiore, mentre viene quasi del tutto ignorata la posizione favorevole alla condanna di Israele dell'intellettuale ebreo Moni Ovadia, che ovviamente smentirebbe le accuse di antisemitismo. Accludo in allegato l'articolo in questione.
Su questa questione abbiamo avviato l'invio di lettere di protesta alla garante dei lettori de "La Stampa". La garante è già intervenuta in seguito alle proteste di alcuni lettori contro il modo in cui il giornale ha raccontato gli eventi di Gaza. Oltretutto si tratta di un metodo di pressione messo ampiamente in atto dai filo-israeliani, soprattutto in USA ma anche in Italia (vedi il sito "Informazione corretta").
Vi chiediamo quindi di mandare lettere di protesta in cui in sintesi si dice che:

1. L'edizione odierna del giornale riprende  quanto già scritto ieri, ripetendo le stesse argomentazioni degli oppositori alla mozione, mentre anche in questo caso ignora totalmente le ragioni di chi invece è favorevole;
2. Ignora quasi del tutto la presa di posizione a favore della mozione da parte del più famoso intellettuale ebreo italiano, Moni Ovadia, ignorandone le argomentazioni;
3. Riferisce di nuove prese di posizione contrarie alla mozione, in questo caso da parte di Pezzana, che ribadisce opinioni già espresse da altri;
4. Insiste sul concetto, già esternato ieri dagli stessi personaggi, secondo cui la critica contro il governo di Israele rappresenta una manifestazione di antisemitismo, cosa evidentemente falsa, come dimostra ad esempio la presa di posizione di Moni Ovadia.
5. Nella polemica il giornalista ignora totalmente il fatto che innumerevoli rapporti e denunce da parte di organizzazioni terze, tra cui Amnesty International, Human Right Watch, agenzie ONU, ecc. hanno denunciato da tempo il comportamento delle truppe israeliane ed il massacro di civili, come denunciato dalla mozione approvata, e hanno chiesto l'embargo della fornitura delle armi a Israele.

Vi preghiamo quindi di mandare lettere di protesta ed invitare altri posti conoscenti a fare altrettanto al seguente indirizzo della garante dei lettori:


Vi chiediamo anche di informarci delle lettere inviate.
Cordiali saluti

martedì 10 luglio 2018

Wikileaks rivela i garanti politici degli interessi USA in Italia


09 Luglio 2018 

di Francesco Galofaro

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!
Purgatorio, VI, 76-78.

L'Espresso e Repubblica mantengono da tempo un archivio on line di documenti segreti o riservati “spifferati” da Wikileaks e che riguardano l'Italia [1]. Si tratta per la maggior parte di cablogrammi dell'ambasciata americana. In questo archivio si trova di tutto: dal caso Calipari ai tentativi italiani di salvare gli USA dalle inchieste della corte dell'Aia al rapimento di Abu Omar. Emerge un ritratto a tinte fosche dei protagonisti della storia recente, specie a confronto con le immaginette oleografiche proposte dalla stampa nostrana.

Purtroppo, non tutti i documenti sono tradotti. In questo articolo ne presento tre. Mi sembrano utili per affrontare il problema della sovranità nazionale e del patriottismo da un punto di vista che – è bene che lo dichiari subito  – è quella di un uomo della sinistra. Dai documenti che ho scelto emerge con chiarezza come alcuni personaggi-chiave della politica italiana recente abbiano svolto il ruolo di rappresentante degli interessi statunitensi in Italia, tanto nei governi di centrosinistra quanto in quelli di centrodestra. E' anche molto chiaro come l'interesse nazionale italiano sia stato spesso sacrificato sull'altare dell'amicizia nei confronti dello scomodo alleato.

Marzo 2006: Marco Minniti garantisce 
per Fausto Bertinotti

Due mesi prima della fiducia al secondo governo Prodi, che subentrava al governo Berlusconi, un cablogramma riferisce di un incontro tra diplomatici statunitensi e Marco Minniti, avvenuto il 13 marzo 2006 [2]. Durante l'incontro, Minniti promette continuità in politica estera rispetto al governo di centrodestra su temi come l'impegno militare in Iraq e l'Afghanistan. Si fa sostenitore del programma di sviluppo congiunto di nuovi caccia Joint Strike Fighter, che comprende un trasferimento di tecnologie tra USA e Italia; rassicura sul fatto che i programmi militari della UE non sono in competizione con gli Stati Uniti. Last but not least, garantisce che l'Italia sarà a fianco degli USA contro l'Iran, nonostante i nostri interessi economici nella regione.

Rispetto alla partecipazione al governo di Rifondazione comunista, nel cablo leggiamo: «il leader del Partito della Rifondazione Comunista (RC) Fausto Bertinotti si è impegnato a rimanere nel governo e a non ripetere il suo precedente errore di far cadere il governo di Romano Prodi su una questione di bilancio. Di conseguenza, Minniti ritiene che Bertinotti si concentrerà su questioni interne».

Che cosa spinge un politico italiano a proporsi come esecutore della politica estera USA? Per comprenderlo, occorre calarsi nella psicologia del personaggio. Ecco il ritratto di Minniti che emerge dal cablogramma d'ambasciata. Minniti si fa trovare dall'ambasciatore con una scrivania invasa da bandierine e soldatini: «figlio di un pilota dell'aeronautica italiana, l'ufficio di Minniti era coperto da modellini di velivoli militari e cimeli della NATO, che ha ammesso essergli stati procurati da alcuni dei suoi colleghi più accondiscendenti». Secondo l'autore del cablo, a spingere Minniti è la nostalgia «per i giorni in cui coordinava personalmente l'impegno militare italiano nei Balcani con gli USA e la NATO. Era compiaciuto che il governo USA si interessasse nuovamente a lui». Ecco il ritratto di Minniti: un personaggio ambizioso, che ha visto giorni migliori ed è costretto a un ruolo di secondo piano; un personaggio che spera «in una posizione importante nel futuro governo di centrosinistra».

Alla fine Minniti passa l'esame: «A dire il vero, l'inclinazione europea di Prodi presenta ancora una sfida e la potenziale influenza dell'estrema sinistra rimane sconosciuta, ma il centro-sinistra contiene persone come Minniti con cui possiamo lavorare».

2003: Gianni Letta e il GPS europeo

Come abbiamo visto, Minniti era pronto a sacrificare allegramente le relazioni economiche che nel 2006 il Paese aveva con l'Iran. In cambio, si proponeva come l'uomo del dialogo con gli USA. Questo genere di funzione è molto ambita tanto nei governi di sinistra quanto in quelli di destra. Un cablo del 2003 ci racconta come gli USA chiesero a Gianni Letta, fidato consigliere di Berlusconi, un impegno a modificare il progetto Galileo [3]. Di che si tratta? Occorre sapere che il servizio GPS, il sistema di posizionamento satellitare che fa funzionare telefonini e navigatori, è un retaggio della guerra fredda ed è garantito da una rete di satelliti americani. Per questo motivo, a partire dal 2003 l'Unione Europea, attraverso l'Agenzia Spaziale Europea, ha sviluppato Galileo: una propria rete di satelliti tecnologicamente più avanzata, entrata ufficialmente in funzione solo nel 2016. A preoccupare gli americani sono chiaramente gli utilizzi di Galileo in campo aeronautico e navale, e dunque militare: una rete satellitare autonoma rappresenta una delle condizioni necessarie a ridurre la dipendenza della UE dagli USA in questo campo. Stando al cablo, Letta nomina altri supporter degli interessi americani nel governo Berlusconi, in particolare l'allora ministro della difesa Martino. Maggiori preoccupazioni suscitano negli USA il ministro dell'economia e il generale Tricarico, che allora era consigliere di Berlusconi per l'esercito e la sicurezza.

Maggio 2006: La famiglia Letta

Ritorniamo al 2006 e al governo Prodi. Minniti non è il solo garante degli interessi americani in Italia. Il nipote di Gianni Letta, Enrico, svolge nel centrosinistra le stesse mansioni dello zio nell'esecutivo precedente, come testimonia un cablo datato 24 maggio 2006 [4]. Secondo il resoconto, Letta si dichiara “very pro-US”. L'ambasciatore USA gli spiega che nulla danneggerebbe le relazioni reciproche più di un mandato di cattura per gli agenti CIA responsabili del rapimento di Abu Omar. Ricordiamo che l'imam di Milano fu rapito illegalmente dalla CIA nel 2003, tradotto in Egitto, torturato, e infine liberato nel 2007. Nel 2013 Obama chiese agli Italiani di graziare gli agenti CIA coinvolti. Non passò qualche giorno, e subito Napolitano concesse la grazia al colonnello Joseph Romano; nel 2015 Mattarella graziò Robert Seldon Lady e Betnie Medero; nel 2017 fu la volta di Sabrina De Sousa.

Ma non è tutto: nel cablo l'ambasciatore rimprovera aspramente Romano Prodi per un suo discorso davanti alle Camere sull'Iran: pur consapevole degli interessi economici dell'Italia in Iran, definiti “significativi”, chiede a Letta appoggio sulle sanzioni. Letta assicura la convergenza della posizione italiana con quella della UE, e supporto alle posizioni americane su Israele. Infine, all'epoca era in atto una riduzione di organico alla base militare pisana di Camp Darby. Letta fa presente che la cosa sta causando problemi con l'estrema sinistra, chiede di mitigare la ristrutturazione e al contempo assicura di credere che la presenza di basi militari in Italia sia un bene.

Riflessioni sul patriottismo

I cablogrammi pubblicati da l'Espresso non raccontano solo una storia di asservimento. Raccontano anche le preoccupazioni USA per le posizioni italiane su Iran, Russia, Libia, sui rapporti tra ENI e Gazprom, sull'ostilità della Lega di Bossi alla missione in Afghanistan. La politica estera dei governi italiani è evidentemente frutto della dialettica tra i rappresentanti di interessi diversi, talvolta opposti. Questo vale sempre, e probabilmente si può dire anche del governo in corso.

Esiste un “interesse nazionale”? La prima risposta che darei, parafrasando Hegel, è che ciò che si spaccia per interesse di tutti è di solito semplicemente l'interesse prevalente. Sarebbe molto facile dunque convenire con una semplificazione, per la quale esistono solo gli interessi di due parti della borghesia: la grande borghesia cosmopolita, senza patria, educata al liberalismo in qualche college inglese, sacrifica volentieri gli interessi italiani alla coltivazione dei propri interessi e relazioni internazionali; la piccola borghesia, che parla in dialetto le piccole aziende, gli artigiani, pagano le spese della competizione globale e spacciano per interesse nazionale la tutela dalla rovina, dal fallimento, dalla proletarizzazione. Per questo è più propensa a chiedere che lo Stato si impegni in conflitti commerciali oppure – in altri periodi storici – in guerre vere e proprie. Dunque, alcuni pensano che la sinistra dovrebbe disinteressarsi a questo genere di conflitti. Tuttavia, anche in questo caso la questione non è così semplice. In primo luogo, le contraddizioni sono per elezione il luogo dove esercitare l'azione politica, specie quando le forze sono scarse e vanno economizzate. Inoltre, occorre notare che il proletariato, definito come chi non controlla i mezzi di produzione e l'economia – e quindi: lavoratori tradizionali pubblici e privati, precari, partite IVA, disoccupati ecc. - costituisce pur sempre la maggioranza assoluta del Paese, il famoso 99%. Per questo motivo è possibile parlare di un interesse nazionale che è anche interesse popolare. Perciò, secondo Hegel, la composizione tra l'interesse collettivo, positivo, e quello individuale, negativo, avviene nello Stato: una forza politica che non sia in grado di capire quale sia questo interesse non si presenterà mai con un programma di governo credibile e sarà condannata per forza di cose ad essere minoritaria e testimoniale. Occorre tenerlo presente nel dibattito su come costruire una forza di sinistra autenticamente laburista e popolare, che sappia rientrare in gioco. Una forza che costruisce il proprio punto di vista autonomo criticando quanto c'è da criticare e dialogando quando c'è da dialogare, senza sommare le proprie forze a quelle dei liberali in piena disfatta. Quel che fa impressione è che queste posizioni, che definirei patriottiche, erano parte del DNA stesso della sinistra, e costituivano un ponte tra il modo di pensare di un Partigiano e quello degli attivisti che protestavano contro le basi militari fino agli anni '80. Fa pensare come l'attuale sinistra radicale, globalista, alternativa e un po' world music, abbia finito per considerare “di destra” e addirittura “fascista” ogni tentativo di ragionare seriamente su questi problemi: come inserirsi nella dialettica politica attuale facendo prevalere gli interessi popolari, supportando le forze centrifughe rispetto alla NATO e alle sue cinghie di trasmissione internazionali, finanziarie e militari.

[1]      http://racconta.espresso.repubblica.it/espresso-wikileaks-database-italia/index.php
[2]      http://racconta.espresso.repubblica.it/espresso-wikileaks-database-italia/dettaglio.php?id=85
[3]      http://racconta.espresso.repubblica.it/espresso-wikileaks-database-italia/dettaglio.php?id=67
[4]      http://racconta.espresso.repubblica.it/espresso-wikileaks-database-italia/dettaglio.php?id=84

FONTE: Marx21

lunedì 9 luglio 2018

Spot televisivo della ministra Trenta sugli F-35

(La pentastellata Ministra della Difesa col superfalco americano John Bolton)

di Manlio Dinucci


«Non compreremo altri F-35»: lo ha dichiarato il 6 luglio a Omnibus su La7 la ministra della Difesa Elisabetta Trenta. Parole che hanno fatto sensazione: è arrivato finalmente il governo che «taglierà le ali agli F-35»? Non proprio. La Trenta ha spiegato che, dall’analisi che sta facendo, potrebbe «scoprire che tagliare costa più che mantenere poiché ci sarebbero delle forti penali». In realtà, ricorda GIuseppe Civati, la Corte dei Conti ha già chiarito che la partecipazione al programma dell’F-35 non è soggetta a penali contrattuali. La Trenta fa inoltre presente che, intorno all'F-35, c'è un indotto tecnologico e occupazionale che verrebbe a sua volta tagliato. Ipotizza quindi che, puttosto che tagliare, l’Italia potrebbe dilazionare nel tempo l’acquisto dei previsti 90 F-35. Per cui resterebbero sempre 90. 

Nella vulgata televisiva la ministra Trenta trascura di chiarire ai telespettatori le questioni nodali. Anzitutto il fatto che l’Italia è non solo acquirente ma partner di secondo livello del programma F-35 capeggiato dalla statunitense Lockheed Martin, prima produttrice mondiale di armamenti aerospaziali e missilistici.  Uno dei programmi di punta della Lockheed Martin è quello dell’F-35 Lightning II, definito «il più avanzato caccia multiruolo del mondo». Se ne producono tre modelli: a decollo ed atterraggio convenzionali (A), a decollo corto e atterraggio verticale (B) e come variante per le portaerei (C). Negli Stati uniti la rete produttiva dell’F-35 comprende oltre 1400 aziende in 46 stati e a Puerto Rico, che producono migliaia di componenti del caccia. Al programma dell’F-35 partecipano otto partner esteri: Australia, Canada, Danimarca, Gran Bretagna, Italia, Norvegia, Olanda e Turchia. Altri acquirenti sono Israele, Giappone e Corea del Sud.

(Elisabetta Trenta con Luigi di Maio)

La Trenta sembra anche ignorare che l’adesione dell’Italia al programma dell’F-35, quale partner di secondo livello, rinsalda l’ancoraggio agli Stati uniti, che il governo di cui fa parte definisce «alleato privilegiato» dell’Italia. La partecipazione al programma F-35 lega ancor più il complesso militare industriale italiano al gigantesco complesso militare-industriale statunitense. La decisione di partecipare al programma dell’F-35 è quindi essenzialmente una scelta politica,. 

La Trenta non dice che la principale industria militare italiana – la Leonardo (già Finmeccanica), presente in 180 siti nel mondo – fornisce negli Usa prodotti e servizi non solo alle Forze armate e alle aziende del Pentagono, ma anche alle agenzie d’intelligence. Per questo è stata affidata alla Leonardo, in Italia,  la gestione dell’impianto Faco di Cameri (Novara), nel quale vengono assemblati i caccia F-35 destinati all’Aeronautica e alla Marina italiane e parte di quelli ordinati dall’Olanda. I siti di Foggia e Nola realizzano le parti in composito e metalliche del cassone alare completo, del quale la Leonardo è seconda produttrice anche per gli F-35 delle Forze armate statunitensi. 

La Trenta si è soprattutto dimenticata di annunciare la grande notizia: dieci giorni fa, in base a un contratto stipulato dalla Lockheed Martin con la U.S. Navy, è stato stabilto che Cameri sarà uno dei cinque centri mondiali (tre negli Usa, uno in Australia e uno in Italia)  per la manutenzione, la riparazione e l’ammodernamento degli F-35,  

La Trenta tace anche sul fatto che, oltre ai potenti interessi del complesso militare-industriale, l’F-35 è legato alla strategia nucleare Usa/Nato.Per usare tutte le capacità della nuova bomba nucleare B61-12, che dal 2020 il Pentagono schiererà in Italia e altri paesi europei, occorrono i nuovi caccia F-35A. Ciò comporta la soluzione di altri problemi tecnici, che si aggiungono ai numerosi verificatisi nel programma F-35. Il complesso software del caccia, che è stato finora modificato oltre 30 volte, richiede ulteriori aggiornamenti. Per modificare i primi 12 F-35 l’Italia dovrà spendere circa 400 milioni di euro, che si aggiungono alla spesa ancora inquantificata (stimata in 13-16 miliardi di euro)  per l’acquisto dei 90 caccia e per il loro ammodernamento. Soldi che escono dalle casse dello Stato (ossia dalle nostre), mentre quelli ricavati dai contratti per la produzione dell’F-35 entrano nelle casse delle industrie militari.

Tutto questo la Trenta non l’ha raccontato nello spot pubblicitario  a Omnibus, assicurando che sarà il suo ministero a «decidere tenendo esclusivamente conto dell'interesse nazionale». Quando invece c’è un unico modo per garantire l’interesse nazionale: uscire completamente dal programma F-35.

(il manifesto, 7 luglio 2018)

venerdì 29 giugno 2018

LA MORTE DI FELICIA LANGER, EBREA MERAVIGLIOSA, ANTISIONISTA, AVVOCATO A FIANCO DEI PALESTINESI



di Gideon Levy

Non l'ho mai incontrata, l'ho chiamata solo due o tre volte nel suo luogo d'esilio, ma ricordo bene quello che era per me e per la maggior parte della mia generazione, nella nostra gioventù sottoposta al lavaggio del cervello: un simbolo di odio per Israele, un nemico pubblico, un traditore emarginato e rinverdito. È così che ci fu insegnato presto a considerare lei e alcuni altri dissidenti, e non ci siamo interrogati per capirne le ragioni.
Ora, a 87 anni, è morta in esilio; la sua immagine risplende nei miei occhi attraverso la distanza del tempo e dello spazio. Felicia Langer, morta giovedì in Germania, era una eroina, un pioniere e una donna di coscienza. Lei e alcuni suoi amici non hanno mai ottenuto qui il riconoscimento che meritavano; non è chiaro se lo faranno mai.
In un luogo dove gli "alunni" di un'organizzazione terroristica ebraica assassina sono benvenuti - uno un editore di giornali, un altro un esperto di diritto religioso - e dove razzisti auto-dichiarati sono accettati come partecipanti legittimi nell'arena del dibattito pubblico come in nessun altro luogo, non c'è spazio per guerrieri della giustizia coraggiosi che hanno pagato un alto prezzo personale per aver cercato di guidare un campo a cui non si sono mai conformati.
Langer fu una sopravvissuta all'Olocausto proveniente dalla Polonia che studiò legge all'Università Ebraica di Gerusalemme. Dopo l'occupazione, fu la prima ad aprire uno studio legale dedicato alla difesa delle sue vittime palestinesi. In questo, ha seguito un'illustre tradizione di ebrei che hanno combattuto l'ingiustizia in Sud Africa, America Latina, Europa e Stati Uniti.
Qui, il suo senso della giustizia l'ha portata al conflitto con il suo stato. Occasionalmente ebbe anche successo. Nel 1979, in seguito alla sua petizione, l'Alta Corte di Giustizia bloccò un ordine di espulsione contro il sindaco di Nablus Bassam Shakaa. Un anno dopo, una organizzazione terroristica ebraica mise una bomba alla sua auto che gli distrusse le gambe, e la giustizia israeliana venne alla luce.
Langer fu un pioniere tra gli avvocati israeliani di coscienza che vennero allo scoperto per la difesa dei diritti della popolazione occupata, ma fu anche la prima a gettare la spugna, chiudendo il suo studio legale nel 1990 e andando in esilio. In un'intervista del 2012 con il documentarista Eran Torbiner, spiegò: "Ho lasciato Israele perché non potevo più aiutare le vittime palestinesi con il sistema legale esistente e il disprezzo per il diritto internazionale che avrebbe dovuto proteggere le persone che stavo difendendo. Non potevo agire. Stavo affrontando una situazione disperata". Disse al Washington Post che "non poteva più essere una foglia di fico per questo sistema".
Aggiunse che non aveva cambiato i fronti di battaglia, solo il suo posto sul fronte, ma il fronte è attualmente al suo punto più basso. L'occupazione è radicata come mai prima d'ora e quasi tutti i suoi crimini sono stati legittimati.
Langer giunse alla conclusione che le cose erano senza speranza. A quanto pare aveva ragione. La lotta nei tribunali militari era destinata al fallimento. Non c’è alcuna prospettiva di successo perché i tribunali militari sono soggetti solo alle leggi dell'occupazione e non alle leggi della giustizia. Il procedimento non comporta altro che un rituale giuridico vuoto e falso.
Persino l'ordinamento giuridico civile, guidato dalla vantata Alta Corte di Giustizia, non è mai sceso dalla parte delle vittime e contro i crimini dell'occupazione. Qua e là sono state emesse ordinanze restrittive, qua e là le azioni sono state ritardate. Ma negli annali dell'occupazione, la Corte Suprema di Israele sarà ricordata come il principale legittimatore dell'occupazione e come un abietto collaboratore con i militari. In questo stato di cose, forse non c'era davvero nulla da fare per Langer. E' una conclusione singolarmente deprimente.
Che cosa ha combattuto questa donna coraggiosa e intrepida? Contro la tortura da parte del servizio di sicurezza Shin Bet in un momento in cui non credevamo che tale tortura esistesse, ma era al culmine della sua crudeltà. Ha lottato contro l'espulsione di attivisti politici, contro i falsi arresti, contro la demolizione di case. Soprattutto, ha lottato per l'applicazione del diritto internazionale da cui Israele ha deciso di escludersi per motivi incredibili. Questo è ciò che ha combattuto ed è per questo che è stata considerata un nemico pubblico.
Nella sua vecchiaia, suo nipote le disse che alla fine i palestinesi vinceranno e otterranno uno stato proprio. "Non lo vedrai, ma lo vedrò io", ha promesso alla sua nonna. Alla fine, il nipote sarà deluso, proprio come fu la sua illustre nonna.

(Traduzione dall'inglese di Diego Siragusa)

giovedì 28 giugno 2018

INTRODUZIONE ALLA “POLITICA COME DESTINO”


di Teodoro Klitsche de la Grange  


1. Quando un liberale italiano come Salvatore Valitutti si confronta con il pensiero di Carl Schmitt è inevitabile che accanto a ragioni di dissenso ve ne siano di apprezzamento, spesso critico, e non demonizzazione aprioristica.
E’ quanto capita in questo saggio, pubblicato prima su “Nuovi studi politici” nel 1976 e poi in libro insieme a un saggio di Karl Lövith su Schmitt (del 1935).
I punti principali della critica di Valitutti a Carl Schmitt, da un punto di vista liberale, sono tre.
Il primo è che la distinzione propria del “politico”, ovvero quella tra Amicus ed Hostis, la quale è come quelle di “buono e cattivo nel settore morale, di bello e brutto nell’estetico e di utile e dannoso nell’economico”, indipendente dalle altre e ad esse irriducibile. Cioè, come avrebbe sostenuto Freund, la politica è un’ “essenza”  (come l’etica, l’economia, l’estetica).
“La distinzione tra amicus ed hostis, di amico e nemico, (è) la estrema intensità di un legame o di una separazione…Amicus  è un gruppo di individui tenuto stretto e compatto dalla reciproca solidarietà determinata dal bisogno di difendersi, per sopravvivere, dall’Hostis. L’hostis  è hostis in quanto si contrappone al gruppo che gli è ostile, ma in se stesso è amicus.  La politica è perciò ostilità che divide e contrappone due gruppi ciascuno dei quali è amicus in se stesso, e cioè reso compatto contrapponendosi all’altro”, scrive Valitutti. I due gruppi hanno un senso dato dall’ostilità, che implica la possibilità di lotta armata. Da qui il rapporto necessario tra politica e guerra per cui se “Clausevitz scrisse che la guerra non è altro che una continuazione delle relazioni politiche con l’intervento di altri mezzi. Schmitt rovesciando la formula avrebbe potuto dire che la pace è la continuazione della guerra con l’intervento di altri mezzi”.
Schmitt, continua Valitutti, sente il bisogno di difendersi dell’accusa di una visione “guerrafondaia”. Lo fa realisticamente, spiegando che ciò consegue dall’ostilità (naturale in un pluriverso) “perché questa è la negazione essenziale di un altro essere”, affermazione che ricorda da vicino quella di Hegel sul nemico come differenza etica (in Schmitt esistenziale)[1]. Centrale, nel pensiero di Schmitt è, secondo Valitutti, il concetto di unità politica “soggetto della politica è il gruppo ma solo alla condizione che il gruppo realizzi una perfetta unità politica. L’essenza dell’unità politica consiste nell’esclusione del contrasto politico all’interno dell’unità stessa”. Ne consegue che “la teoria politica di Schmitt è una teoria monistica perché si basa sulla compattezza dell’unità politica”: una teoria pluralista diviene facilmente strumento di dissoluzione. Tuttavia se all’interno la concezione di Schmitt è monistica, all’esterno è pluralista[2].
Il secondo punto è il pessimismo antropologico.
Si fonda sulla concezione pessimistica dell’uomo, che è la medesima su cui si fonda la scriminante etica (buono, cattivo) e la possibilità di scegliere, cioè la libertà. Ma, scrive Valitutti “Schmitt nell’individuare nella malvagità dell’uomo la molla che fa scattare la politica come distinzione fra amico e nemico, non si avvede che giunge a mettere in crisi proprio   quella autonomia della politica, intesa come indipendenza dalle altre distinzioni esistenti, operanti nella vita umana…giungendo, come giunge, al presupposto  della malvagità umana   come condizione da cui scaturirebbe la necessità della politica, intesa come distinzione fra amico e nemico , egli riconduce la politica stessa proprio ad uno dei termini della coppia degli opposti che è la coppia della vita morale”.
Da ciò consegue la centralità dell’unità politica per comprenderne l’anti-liberalismo di Schmitt[3]. Questo è la “bestia nera” di Schmitt, secondo il quale ha dominato il secolo XIX. Il liberalismo combattuto da Schmitt è tuttavia un fantoccio polemico: “In questo fantoccio figurano lineamenti che appartengono al liberalismo storico ma che sono scissi da altri lineamenti essenziali dello stesso corpus di dottrine e di esperienze e che perciò appaiono deformati”[4]. Schmitt riconosce tuttavia che il liberalismo, come realtà storica, non è sfuggito né all’identificazione/designazione del nemico, né all’abolizione della guerra (perché impossibile)[5]. E Valitutti rileva che “Nella sua polemica contro il liberalismo Schmitt, credendo di incolparlo in realtà gli rende omaggio e comunque è nel vero anche quando sottolinea il rispetto del valore dell’autonomia delle varie forme dell’attività umana come un carattere distintivo del liberalismo” (il corsivo è mio)[6]. Peraltro Schmitt, partendo dal postulato dell’unità politica ha come obiettivo della di esso critica soprattutto il liberalismo sociale e associativo, che garantisce la società come “pluralità di legami sociali”. Ma così configura uno Stato che realizza continuamente “la sua unità come sintesi dialettica di differenti e congiunti centri di iniziativa. L’unità politica, secondo Schmitt, la quale ha la sua più perfetta espressione nello Stato, è viceversa un’unità monistica, immediata e immota”[7].
La distinzione amicus/hostis relativizza tutte le altre in quanto giunge a definire la distinzione politica come quella totale e totalizzante; “per cui Schmitt praticamente vanifica tutte le altre distinzioni. È l’unità politica che decide quello che è buono, bello e utile, e, in contrapposizione, quello che è cattivo, brutto e dannoso”. Il vizio di tale concezione è evidente: nel momento in cui la distinzione politica prevale sulle altre questa è non solo indipendente da quelle, ma superiore[8].
Nota poi Valitutti che tra le tante opposizioni il giurista di Plettemberg non ricorda mai quella di vero/falso[9]
Ovviamente, scrive Valitutti, in questa concezione la “volontà politica è regina assoluta”; onde è legittimo chiedersi “se egli si sia installato con tanta sicurezza e facilità nella sua teoria proprio in quanto è partito dalla preliminare negazione della realtà e del valore del pensiero teoretico”.
Valitutti prende in esame il saggio di Löwith su Schmitt pubblicato insieme al suo nel libro (da cui è tratto il saggio di Valitutti), scrivendo che Löwith attribuisce a Schmitt di credere “solo al valore della decisione per la decisione, cioè alla decisione come fine a se stessa”. Secondo Valitutti è più importante collocare storicamente la teoria di Schmitt tra “quegli atteggiamenti volontaristici e attivistici posti in essere nell’età post-hegeliana in contrapposizione alla tradizione del primato del pensiero teoretico, alcuni dei quali hanno rasentato o investito la stessa ragione deteriorandola o distruggendola”.
2. Il saggio di Valitutti appare condizionato (v. la nota bibliografica pubblicata nello stesso volume e redatta dall’autore) dal riferirsi, praticamente nella totalità delle opere di Schmitt che cita, a quelle tradotte in italiano fin verso la metà degli anni ’70 del secolo scorso, ed ai saggi su Schmitt pubblicati in Italia nello stesso periodo. Questo fa si che le note critiche dell’autore a Schmitt non tengono conto né delle opere tradotte successivamente (la stragrande maggioranza di quanto scritto dal giurista di Plettemberg) né dei successivi interventi intorno al pensiero del medesimo. Il che non significa che Valitutti abbia travisato la teoria del pensatore renano; ma che la conoscenza di queste ne avrebbe permesso di “centrare meglio” contenuto, obiettivi e senso.
In primo luogo: è vero che il liberalismo considerato da Schmitt è un “fantoccio polemico”; ma lo è per due ragioni.
La prima, ancora diffusa, nelle sue declinazioni “post-moderne”, nell’Italia degli anni a cavallo dei due secoli, e anche attualmente (che è quella prevalente, anche nell’ambiente politico e culturale non italiano) secondo la quale, sintetizzandola al massimo, il liberalismo è quell’ideologia che: a) tutela i diritti fondamentali b) prescrive la distinzione dei poteri (alla Montesquieu) c) discute ogni proposta e soluzione nelle assemblee rappresentative e (soprattutto) nell’opinione pubblica d) tutela i diritti (prevalentemente) attraverso il potere giudiziario e) ritiene la decisione dei conflitti più opportuna se disposta da organi giudiziari.
Non tutti questi aspetti godono di un consenso unanime da parte dei (spesso sedicenti) liberali, ma buona parte si.
Ciò che rende particolarmente ficcante la critica di Schmitt a tale/i concezione/i è che da un lato vi manca un qualcosa che costituisca l’unità politica; dall’altro che il liberalismo è, a intenderlo in senso ideale, non un modo di costituire il potere, ma quello di limitarlo. Onde aspettarsi di costituire una sintesi politica senza un principio politico costitutivo è vano. Come scrive Schmitt citando Mazzini “sulla libertà non si costituisce nulla”.
Ne consegue, come scrive Schmitt nella Verfassungslehre[10], che “I principi della libertà borghese possono ben modificare e temperare uno Stato, ma da soli non fondano una forma politica… Da ciò segue che in ogni costituzione con l’elemento dello Stato di diritto è connesso e misto un secondo elemento di principi politico-formali”[11].
Il liberalismo può modificare qualsiasi forma di Stato, facendolo diventare una monarchia o una democrazia liberale, ma non può eliminare il principio di forma politica su cui necessariamente lo Stato si basa. La costituzione dello Stato liberale è così necessariamente mista “nel senso che l’elemento in se autonomo e concluso dello Stato di diritto si unisce con elementi politico-formali”.
L’errore di credere che possa esistere una costituzione liberale “pura” senza politica, né soprattutto elementi di forma politica era già espresso nell’art. 16 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789: “Toute société dans laquelle la garantie des droits n’est pas assurée, ni la séparation des pouvoirs déterminée, n’a point de constitution”. Fu stigmatizzato già da de Bonald, che lo riprendeva dalle (entusiastiche) parole di adesione di M.me De Staël.
Scriveva de Bonald che chiedersi se uno Stato esistente ed esistente da secoli come la Francia, non avesse una Costituzione, è come domandare ad un arzillo ottuagenario se è costituito per vivere. Ciò perché, come avrebbero affermato circa un secolo dopo altri eminenti giuristi come Santi Romano, uno Stato esistente non ha, ma èuna costituzione[12]. E lo stesso faceva Schmitt nel distinguere il concetto assoluto di costituzione come “concreto modo di esistere che è dato spontaneamente con ogni unità politica esistente”[13]e la cui forma “indica qualcosa di conforme all’essere uno status e non qualcosa di conforme ad un principio giuridico o di normativamente dovuto”[14]. Tuttavia “per motivi politici è spesso indicata come «vera» o «pura» costituzione solo ciò che corrisponde ad un determinato ideale di costituzione”[15]. Ma ritiene il giurista di Plettemberg “Una costituzione che non contenesse altro che queste garanzie dello Stato borghese di diritto, sarebbe impensabile; giacché lo Stato stesso, l’unità politica, ossia ciò che è da controllare, deve pur esistere ovvero al tempo stesso essere organizzato”[16].
I due elementi, quello politico e quello dei principi dello Stato di diritto, sono sempre congiunti e presenti[17].
Dove si constata la “prevalenza” dell’elemento politico su quello dello Stato borghese di diritto è nella disciplina dello Stato di eccezione con la sospensione, deroga, rottura della normativa costituzionale[18]… “In questi casi si mostra assai chiaramente che il moderno Stato costituzionale nella sua struttura è composto di due diversi elementi: di una serie di intralci al potere statale propri dello Stato borghese di diritto e di un sistema – sia esso monarchico o democratico – di attività politica”[19].
Nelle emergenze l’elemento politico (il potere costituito) sospende la normativa del bürgerliche rechtstaat, così come Jhering sosteneva che, nelle crisi gravi la forza “sacrificherà il diritto per salvare la vita”[20].
Ciò che distingue la disciplina dello “stato d’eccezione” dello Stato borghese da quello di altre sintesi politiche è l’accurata distinzione tra situazione normale  ed eccezionale, che in altri regimi è assente o sfumata. Laddove la sovranità è attribuita al vertice politico (al principe) vale il principio ulpianeo quod principi placuit legis habet vigorem applicabile ad ogni situazione contingente (quindi anche dell’emergenza); nello Stato liberal-democratico (o borghese secondo la terminologia preferita da Schmitt) i presupposti, (in parte) la normativa relativa all’eccezione, e le sanzioni per l’inosservanza sono regolate dalla Costituzione. Una norma, regolarmente votata dal Parlamento in uno Stato liberale democratico a forma di governo parlamentare che violasse la Costituzione, sarebbe annullata dal Giudice costituzionale (generalmente) istituito in tali forme di Stato. In una monarchia assoluta o in una dittatura sovrana, no. Come sostenuto da Agamben al riguardo “In ogni caso è importante non dimenticare che lo stato di eccezione moderno è una creazione della tradizione democratico-rivoluzionaria e non di quella assolutista”[21].
Sotto un altro profilo la concezione di Schmitt, corroborata dalle regolamentazioni normative che cita[22], è in linea con il “fattuale”. La regolamentazione/previsione dei poteri eccezionali è aderente alla realtà e alla necessità: se le costituzioni possono scegliere, disporre e regolare o meno i poteri eccezionali (cioè abolirli o non istituirli) non possono abolire le situazioni eccezionali. Solo l’Onnipotente può evitare guerre, calamità naturali, crisi economiche. Così un liberalismo realistico non può non prescrivere la normativa necessaria in siffatte emergenze; ed in effetti in quasi tutte le costituzioni lo dispone. Dove non è prescritta vale la regola di Jhering, e più ancora di Santi Romano: che “la necessità fa legge” ossia che è sicuro che nella situazione d’emergenza la costituzione sarà violata. E, se non violata, probabilmente sarà distrutta l’istituzione politica. Cosa che il liberalismo “ideale” – o almeno parte di esso – non considera, contrariamente a Schmitt, la cui critica è quindi confortata dalla storia.
3. Sempre il liberalismo esangue (e post-moderno, ma non solo) ha, se non abolito, messo tra parentesi il nemico (e la guerra); senza considerare sia la possibilità concreta che l’ostilità degeneri in guerra, sia soprattutto che gli interessi contrapposti, non possano essere conciliati con procedure giuridiche (trattati, mediazioni, Tribunali internazionali). Già da prima Constant e Spencer ritenevano le società orientate ad attività economiche tendenzialmente pacifiche; e Schmitt critica Constant perché considerava le società orientata al commercio (e al benessere economico) meno guerrafondaie delle comunità tradizionali.
Il tempo si è incaricato se non di contraddire, almeno di ridimensionare questa concezione. La diffusione nel periodo dell’imperialismo (classico) e cioè nel XIX secolo (ed oltre) di guerre dettate da motivi economici, d’altra parte tutt’altro che sconosciute prima (e dopo), ne è la prova[23].
Nella successiva “fase” tardo-moderna (e post-moderna) si è creduto di trasferire dall’economico e addossare al diritto il fardello di poter eliminare e/o ridurre (e decidere) i conflitti non solo all’interno – che è più naturale – ma anche all’esterno della sintesi politica. Ma se all’interno c’è comunque il soccorso della sintesi politica “totale e decisiva” col monopolio della violenza legittima e della decisione in ultima istanza, cioè sovrana e (spesso apparentemente) “neutra”, all’esterno mancano l’uno e l’altra.
Il che ha condotto a derogare, nel corso del XX secolo al principio internazionalistico che “par in parem non habet jurisdictionem”, attivando istituzioni e Tribunali internazionali, sia per la soluzione di controversie con (e tra) Stati e tra privati e Stati, sia per giudicare, specialmente dopo le guerre, i vinti da parte dei vincitori[24]. Il tutto in nome di un “diritto” universale che, al di là delle buone intenzioni, ha perso di vista come il diritto abbia anche, necessariamente, un momento (e apparati) d’applicazione. La fase successiva è stata di promuovere guerre - non denominate tali - in nome dei “diritti umani” che per lo più, al di là delle buone intenzioni – sempre presenti – hanno dimostrato che è solo la proporzione delle forze a determinare se, in quei Tribunali si è giudicati (e prima ancora, se il “reo” è debellabile senza (o con pochi rischi); onde, successivamente, i capi dell’unità politica “pacificata”, sono giudicati dalle apposite Corti (internazionali o meno). Perché un’operazione di peacekeeping contro una potenza, anche media, ancorché notoriamente vi si pratichi la violazione dei diritti umani, non si è finora vista. Spedizioni punitive del genere (e successivi giudizi dinanzi a Corti internazionali) sono state promosse in conflitti (prevalentemente) etnici, relativamente a entità statali minori e gruppi politici non consolidati, privi di strumenti militari decisivi, ed hanno visto sfilare come imputati generali e politici balcanici o dell’Africa nera.
Nessuno dei quali aveva il potere d’opporsi realmente all’operazione benintenzionata come avrebbero potuto fare tanti altri, perciò al riparo da interventi umanitari. Il che conferma il detto di Hegel che non c’è Pretore tra gli Stati[25]; perché fondandosi ciò su volontà particolari sovrane, avrebbe carattere “accidentale”. Più che altro mentre a fondamento della giustizia statale c’è un istituzione, di per sé generale, superiore, decisiva e durevole, a base di quella internazionale vi sono soltanto uffici(chiamarli organi è forse eccessivo), la cui esistenza è frutto di accordi e trattati particolari e pertanto carente (del carattere) di “istituzionalizzazione”, politica in specie.
Anche in tal caso la critica di Schmitt coglie nel segno: non appare realistico né confermato dalla storia che possano eliminarsi o ridursi drasticamente i conflitti e quindi l’inimicizia politica che ne deriva, né per l’orientamento sociale all’attività ed al benessere economico, né per decisione dei Tribunali[26].
Come la costituzione è l’assetto e l’organizzazione della comunità politica, in base all’insopprimibile (Freund) presupposto del politico  del comando/obbedienza; così non è possibile eliminare dal mondo la lotta e il nemico, altro presupposto del politico.
A base di tali illusioni c’è la credenza che sia possibile trovare, tra esseri razionali, un punto d’incontro, malgrado diverse visioni del mondo. Max Weber assicurava che si arriva comunque a valori non negoziabili e non vi è modo di conciliarli[27]. Un acuto studioso argentino come Bandieri, ha qualificato una delle correnti riconducibili a un (vago) liberalismo esangue, e cioè il c.d. “neocostituzionalismo”, come positivismo di valori, che distingue da quello di Kelsen (ed epigoni) che è positivismo di norme.
Nei casi estremi (quelli che più contano), tra comunità riconoscentesi in “tavole di valori” inconciliabili una decisione giuridificata o meglio (e soprattutto) giurisdizionalizzata, è pertanto impossibile.
Valitutti sostiene che “secondo Schmitt, l’unità politica è sempre unità decisiva, sovrana e totale. Egli scrive, e noi lo abbiamo già riferito, che è totale perché l’uomo viene afferrato tutto alle radici stesse del suo essere dalla partecipazione politica alla quale egli si da. Aggiunge incisivamente che la politica è destino… Il destino è il fatum in senso greco-latino, cioè una necessità superiore e ineluttabile. Per Schmitt il totalitarismo politico è il destino in questo significato”.
Conseguenza di ciò è che “il nostro è un tempo nel quale la distinzione schmittiana tra amicus e hostis, come distinzione totale e totalizzante, fornisce il criterio interpretativo di porzioni e manifestazioni cospicue della nostra realtà politica e sociale”[28]. Secondo il liberale italiano questo iperpoliticismo è viziato: “Il vizio, se così possiamo chiamarlo, attraverso il quale passa nella realtà effettuale il totalitarismo politico, è quello stesso attraverso il quale passa l’unilateralità dell’apoliticismo, cioè la reductio ad unum della multiforme vita spirituale dell’uomo”. L’apoliticismo è frutto non tanto del primato del Bourgeoissul citoyen ma dell’essere in corso “una grande rivoluzione utilitaristico-edonistica, che ha le sue armi nella scienza e nella tecnica e che è liberatrice di ingenti forze già compresse, ma che intanto produce uno squilibrio della vita spirituale”[29]. Nella vita spirituale del (tardo) XX secolo (ma anche oggi) è sovrana la praxis[30]. Così si crea uno squilibrio, riduttivo della comune umanità[31].
Il tutto presuppone, scrive Valitutti, la priorità della figura dell’hostis anche su quella dell’amicus”[32].
3. A considerare la critica di Valitutti a Schmitt, ancorché le censure del primo al secondo siano centrate, occorre valutarle nel contesto del pensiero di Schmitt, oggigiorno maggiormente noto al lettore italiano per la traduzione quasi integrale dell’opera del giurista di Pletteberg e per i contributi che ha suscitato.
Valitutti rimprovera a Schmitt l’ “iperpoliticismo” e, ad esso strettamente collegata, una concezione per così dire “settoriale” dell’uomo. Tuttavia l’intero pensiero di Schmitt è orientato allo stato d’eccezione. Come scrive nella Politische theologie nella situazione d’emergenza “L’esistenza dello Stato dimostra qui un’indubbia superiorità sulla validità della norma giuridica”[33]. Quindi l’eccezione, e la guerra, che dello stato d’eccezione è l’aspetto più rilevante, non nega la normalità, ma ne ridimensiona l’importanza e la stessa capacità di comprendere interamente il diritto, pubblico in particolare. Il diritto è norma ed eccezione: è ordinamento della vita della comunità e questa è fatta sia di situazioni normali che di eccezionali.
La critica al costituzionalismo liberale esangueconsiste così proprio nel fatto che non considera l’unità e la completezza dell’ordinamento e che questa ricomprende sia norme che ordinamento, sia comando che obbedienza, legittimità oltre che legalità, forza e norma, principi di forma politica e principi dello Stato borghese. E dimentica che in tante occasioni, come nella seconda guerra mondiale, l’esistenza politica delle democrazie liberali è stata difesa anche con bombardamenti indiscriminati (atomici e non), non proprio da considerare mezzi umanitari. Alla fine le teorie da Schmitt criticate sono più che errate, parziali: coperte strette che non coprono e non spiegano l’intero e tantomeno come, proprio nello stato d’eccezione, la parte “politica” prevalga su quella “normativa”. Così avviene anche per gli altri aspetti.
Come l’antropologia di Schmitt: se è vero, come scrive Valitutti, che Schmitt non considera l’uomo “tutto intero” ma enfatizzandone l’aspetto politico, è pure vero che, nel caso di guerra il cittadino (il componente della comunità) ha il dovere di difendere la comunità e così il rischio di morire. Cosa che generalmente non succede nel discutere una teoria scientifica o filosofica.
Quindi è nell’emergenza (e in vista di quella) che lo “squilibrio”  notato da Valitutti, si realizza a causa del montare di quello che Clausewitz chiamava il “sentimento politico”, elemento fondamentale – ancorché non esclusivo – del triedro della guerra[34].
Anche in questo caso il prevalere della politica è ridimensionato proprio dallo (e in vista) dello stato d’eccezione, d’altronde, come scrive Agamben, istituto tipico degli ordinamenti costituzionali moderni.
Piuttosto quanto sostiene Valitutti è spiegabile con il periodo in cui è scritto: in pieno sessantottismo e post-sessantottismo dove  si consumavano le ultime battute del comunismo (prossimo all’implosione), con slogans che ne enfatizzavano il potenziale liberatorio e di conformazione di una nuova società umana, per realizzare la quale nessuno sforzo (e mezzo) doveva essere risparmiato (terrorismo compreso). In quel contesto il personale (era) politico: espressione che coniuga iperpoliticismo con un sotteso edonismo (cioè con la maior pars dell’a-politicismo).
Valitutti fa carico a Schmitt di sottovalutare l’attività spirituale e teorica dell’uomo. Anche qui pare piuttosto che Schmitt segua quanto scrive de Maistre “L’uomo, per il fatto di essere contemporaneamente morale e corrotto, giusto nell’intelligenza e perverso nella volontà, deve necessariamente essere governato”[35]. E, in connessione con la sua antropologia, la perversità della volontà umana, è indipendente dalla (razionalità) e giustizia della sua intelligenza (e, spesso su quest’ultima prevalente).
Va da se che in tale contesto realistico è una nobile quanto illusoria aspirazione pensare che una decisione si possa raggiungere attraverso l’accordo tra uomini razionali, ispirati da imperativi categorici[36].
Quando poi Valitutti stigmatizza come “fantoccio polemico” il liberalismo criticato da Schmitt, la censura è largamente condivisibile. A un liberale italiano, peraltro di formazione  idealistica come Valitutti, non possono che apparire (almeno) parziali e riduttivi gli appunti, pur spesso centrati, di Schmitt al “liberalismo”. Per un liberale italiano il liberalismo è soprattutto “religione della libertà” e, scriveva Croce, come tutte le religioni, crea guerre di religione. Così furono in Italia le guerre civili del 1799 e del 1860 (senza aggiungere quella del 1806) in particolare nel Mezzogiorno. Lo Stato nazionale non fu costruito da congressi, accordi, trattati, sentenze ma da tre guerre interstatali e da una guerra civile (il c.d. brigantaggio). Altro che agreementstra esseri razionali. E di ciò è consapevole ogni liberale che abbia senso storico-politico. Diceva V.E. Orlando che “nulla per noi è più intollerabile della contrapposizione; Libertà e Patria”.
Lo Stato nazionale fu costituito – diversamente che in altri paesi europei – non dalle monarchie assolute, ma dalla collaborazione tra monarchia sabauda e movimento nazionale, di cui i liberali erano  la maior pars e cui era evidente che lo Stato era “nel fatto sorto da un procedimento rivoluzionario”[37].
Il principio politico (la monarchia mista con elementi di democrazia) era coniugato ai principi del Bürgerliche Rechtstaatin uno Stato “rappresentativo”. Il che vaccinava (per lo più) i liberali italiani da certe concezioni riduttivedel liberalismo, come quelle criticate dal giurista renano. Lo stesso termine con cui giuristi e scienziati politici del periodo liberale dello Stato nazionale lo qualificavano prevalentemente come rappresentativo[38]è indice sia della consapevolezza del processo di costruzione nazionale (e radicamento) che dell’unione dei principi di forma politica con quelli dello Stato borghese.
C’è un altro aspetto, meno “esclusivo”, ma comunque importante, nel pensiero liberale italiano[39]: è la concezione realistica dell’uomo, l’antropologia (moderatamente) negativa. Questa, tuttavia, è comune a ogni pensiero liberale “forte”.
Già gli autori del Federalista fondavano su quella sia la necessità dello Stato sia quella del costituzionalismo (liberale)[40]. La stessa antropologia realistica è presupposta nelle concezioni di Croce, di Fortunato, Einaudi, Puviani e tanti altri. Soprattutto nel pensiero di Mosca e Pareto l’uomo non è considerato  (solo) essere razionale e soprattutto capace di seguire una condotta  razionale, ma anche dotato di volontà, istinti, pregiudizi in grado di determinare le azioni assai più della razionalità.
Proprio Pareto con la sua teoria dei  residui  (non razionali, corrispondenti ad interessi e istinti  ) e delle derivazioni (apparentemente razionali) ne ha fatto una trattazione analitica “preceduta” dall’ancora più rilevante tra azioni logiche  e azione non logiche: le une e le altre soprattutto in relazione allo                      iato tra scopo perseguito e risultato conseguito.
Anche Mosca giudicava che la grande maggioranza degli esseri umani non agisce in base a convinzioni razionali (scientifiche) ma a illusioni diffuse[41].
Ciò non era carattere “proprio” ed esclusivo del pensiero italiano: ma è, in questo, almeno nel periodo suddetto, particolarmente sviluppato (ed autorevole).
5. In particolare il fantoccio polemico, che Valitutti critica in Schmitt è ciò che il giurista tedesco vede nei pensatori dallo stesso criticati, ma che non è né il liberalismo storico “classico” – in particolare italiano – né quello che emerge da un’analisi fattuale ma anche giuridico-normativa, sia dei comportamenti che degli ordinamenti dello Stato borghese. È piuttosto quel che risulta da condivisibili aspirazioni che hanno il limite di non considerare o di sottovalutare le costanti ossia, le regolarità  della politica (Miglio), con la conseguenza di non spiegare la conformazione dello stesso Stato democratico (o borghese a seguire Schmitt).
In questo senso l’analisi di Valitutti fatta all’inizio della “rinascita” in Italia dell’interesse per il pensiero del giurista renano[42]e in tempi in cui era demonizzato (e misconosciuto) molto più di oggi, è espressione di un coraggio intellettuale e di una pregevole indipendenza e chiarezza di giudizio.
Teodoro Klitsche de la Grange

[1] Per una esposizione più articolata e diffusa v. Hegel Sistem der sittlichkeit ora in “ Il dominio della politica” trad. it. di  N.Merker, Roma 1980 p. 174 ss.
[2] “Il monismo all’interno presuppone il pluralismo all’esterno. Il mondo politico – afferma Schmitt – è un pluriversum, non un universum, L’unità politica presuppone la reale possibilità  del nemico, e quindi almeno un’altra unità politica coesistente. Il mondo politico è perciò il coesistere e il competere di differenti e contrapposte unità politiche”.
Sviluppando poi il primo aspetto, Valitutti rileva “Il carattere mistico dell’unità politica nel pensiero di Schmitt è comprovato dall’assoluta negazione del suo carattere associativo”; non c’è alcuna società, ma solo comunità politica. Anche quando alla nascita un’unità politica ha carattere associativo (come nella federazione), diviene subito esclusiva e totalizzante.

[3] “La prima e più consistente ragione del tenace e veemente antiliberalismo di Schmitt è da ricercare e da ravvisare nel posto che occupa nel suo pensiero il concetto di unità politica. Quanto meno è in questo concetto che si annodano e si saldano tutti i motivi del suo antiliberalismo”
[4] Sostiene Valitutti che i suoi padri (secondo Schmitt) sono soprattutto Spencer e Constant “Per Schmitt il liberalismo è puro individualismo, in quanto avrebbe solo e sempre presente come principio e fine del suo processo logico l’individuo”. Il fatto che, secondo il giurista di Plettenberg il liberalismo si muove tra le polarità dell’etica e dell’economia “non gli fa sorgere il dubbio che un pensiero politico che affonda sia pure in parte le sue radici nel concetto del primato dell’etica non possa rimanere relegato nel mero individualismo”
[5] Il problema consiste che, nella sua dimensione/aspirazione ideale “il liberalismo concepisce la realtà come gara e lotta, gara che sul piano spirituale si svolge come discussione, cioè come lotta tra idee, e sul piano economico come concorrenza, lotta e concorrenza eterne che non debbano mai diventare sanguinose, cioè degenerare in ostilità”.
[6] Aggiunge che Schmitt “individua esattamente quello che è il maggiore sforzo logico in cui si travaglia quella concezione della realtà a cui si ricollega il liberalismo politico nel secolo XIX, cioè lo sforzo inteso a distinguere le varie forme dell’attività spirituale e della vita umana per fondarne e salvaguardarne l’autonomia e insieme la connessione”
[7] Per cui Schmitt concepisce l’unità politica come “decisiva, sovrana e totale”.
Questa unità, che storicamente, nella modernità si costituisce in Stato, considera tutto, potenzialmente, come politico “il decidere se una faccenda o un genere di cose sia apolitico è una decisione specificatamente politica, Perciò non c’è nulla che per virtù propria sia distinto dalla politica. Anche il non politico è una qualificazione attribuibile dalla decisione politica”. 
[8] Tuttavia a leggere Der hüter der Verfassung, trad it. di A. Caracciolo Il Custode della costituzione, Milano 1981 p. 115 ss, si ridimensiona tale giudizio di Valitutti. Scrive Schmitt quanto alla situazione costituzionale del XIX secolo e la diversa nella Repubblica di Weimar che in quella la sua struttura “fondamentale è stata riassunta dalla grande  dottrina tedesca dello Stato di questo periodo in una formula chiara ed utile: la distinzione fra Stato e società” onde “ Esso era abbastanza forte per confrontarsi autonomamente con le restanti forme sociali e quindi per determinare da sé il raggruppamento, cosicchè tutte le numerose differenze all’interno della società … erano relativizzate e non impedivano la comune considerazione in seno alla «società». Ma per altro verso esso si manteneva in una posizione di ampia neutralità e di non-intervento nei confronti della religione e dell’economia e “ripettava in notevole misura l’autonomia di questi ambiti di vita e di interessi; cioè, esso non era assoluto e non così forte nel senso che avrebbe reso privo di importanza tutto il non-statuale” mentre con Weimar “adesso lo Stato diventa l’ «auto-organizzazione della società». Perciò cade, come menzionato, la distinzione finora sempre presupposta di Stato e società” e così “la società che si organizza da sé in Stato passa dallo Stato neutrale del liberale secolo XIX ad uno Stato potenzialmente totale. La potente svolta può essere interpretata come parte di uno sviluppo dialettico, che si svolge in tre stadi: dallo Stato assoluto del XVII e XVIII secolo attraverso lo Stato neutrale del liberale secolo XIX allo Stato totale dell’identità di Stato e società”.
[9] “Se Schmitt avesse salvaguardata la coppia di vero e falso avrebbe dovuto ammettere la distinzione tra la teoria e pratica e proprio questa distinzione gli avrebbe creato non superabili difficoltà nella teorizzazione della totalità politica. Egli è potuto giungere al suo mostruoso concetto della totalità politica sul presupposto della negazione dell’attività teoretica come attività distinta e autonoma dello spirito umano”.
[10] V. trad. it. dr. A. Caracciolo La dottrina della Costituzione, Giuffrè Editore, Milano 1984.
[11] Op. ult. cit., p. 265 (il corsivo è mio).
[12] Nel criticare l’opinione che Stati costituzionali siano solo quelli rappresentativi (cioè a “regime libero”) scrive “Ogni Stato è per definizione, come si vedrà meglio in seguito, un ordinamento giuridico, e non si può immaginare, quindi, in nessuna sua forma fuori del diritto… Uno Stato «non costituito» in un modo o in un altro, bene o male, non può avere neppure un principio di esistenza, come non esiste un individuo senza almeno le parti principali del suo corpo” Principi di diritto costituzionale generale, Milano 1947, p. 3.
[13] Op. ult. cit., p. 16.
[14] Op. ult. cit., p. 17 e prosegue “Anche qui sarebbe più esatto dire che lo Stato è una costituzione; è una monarchia, un’aristocrazia, una democrazia, una repubblica dei Soviet, e non ha soltanto una costituzione monarchica, ecc. La costituzione è qui la «forma delle forme», forma formarum”.
[15] Op. ult. cit., p. 58 e poche pagine dopo scrive “Nello sviluppo storico della costituzione moderna si è affermato un particolare concetto ideale con tale successo che dal XVIII sec. Sono indicate come costituzioni solo quelle costituzioni che corrispondono alle richieste della libertà borghese e contengono determinate garanzie di questa libertà” p. 60, per cui la Costituzione è un “sistema di garanzia della libertà borghese” onde come “costituzioni liberali, che meritino il nome di «costituzione», sono considerate solo quelle costituzioni che contengono alcune garanzie della libertà borghese” (p. 61).
[16] Op. ult. cit., p. 64 e aggiunge “Le costituzioni degli attuali Stati borghesi sono perciò composte sempre di due elementi: da un lato i principi dello Stato di diritto posti a difesa della libertà borghese contro lo Stato, dall’altro l’elemento politico, dal quale si deve dedurre la vera forma di Stato (monarchia, aristocrazia, democrazia o «status mixtus»). Nel collegamento di questi due elementi si trova la caratteristica delle odierne costituzioni dello Stato borghese di diritto”.
[17] È da considerare nei rapporti tra democrazia e liberalismo il giudizio di M. Alessio che “Schmitt insomma distingue troppo rigidamente democrazia e liberalismo, senza pensare che quest’ultimo può attecchire solo su di un terreno già preparato politicamente. Il liberalismo contemporaneo è una derivazione della democrazia moderna, ed è dunque su di essa che bisognerebbe puntare dapprima l’attenzione”. Democrazia e liberalismo (lo status mixtus) sono uniti nella modernità in concreto da un ethoscomune, v. Carl Schmitt Democrazia e liberalismo, Milano 2001, p. 8 (introduzione di M. Alessio).
[18] La costituzione in senso proprio, scrive Schmitt “cioè le decisioni politiche fondamentali sulla forma di esistenza di un popolo, ovviamente non può essere temporaneamente abrogata, ma – proprio nell’interesse del mantenimento di queste decisioni… possono esserlo la normative legislative costituzionali generali emanate per la sua attuazione. In particolare, ci sono le normative tipiche dello Stato di diritto poste a protezione della libertà borghese, che sono soggette ad una sospensione temporanea…Nei turbamenti della sicurezza e dell’ordine pubblico, in tempi di pericolo come una guerra e durante una rivolta, sono sospese le limitazioni legislative costituzionali. Op. cit., p. 154.
[19] Op. loc. cit..
[20] R. Von Jhering Der Zweck im Rechttrad it. Di M. G. Losano, Torino 1972 p. 184 ss.. È interessante ricordare per sommi capi, la concezione di Jhering “Il diritto non è quanto di più elevato vi sia al mondo, non è fine a se stesso, ma è soltanto un mezzo diretto ad un fine, ed il suo fine ultimo è l’esistenza della società. Se si riscontra che, nella situazione giuridica attuale, la società non è in grado di esistere, se il diritto non è in grado di venirle in aiuto, interviene la forza a compiere ciò che è necessario: nella vita dei popoli e degli stati prende così forma lo stato di emergenza. Nello stato di emergenza, il diritto vien meno tanto nella vita dell’individuo quanto anche nella vita dei popoli e degli stati” e poiché “al di sopra del diritto è la vita; e se ls asituazione concreta è quella da noi ipotizzata – cioè una situazione di emergenza politica riducibile all’alternativa; o il diritto o la vita – non vi possono essere dubbi sulla decisione da prendere: la forza sacrificherà il diritto per salvare la vita” e prosegue “ Abbiamo così individuato il punto in cui il diritto sfocia nella politica e nella storia: qui il giudizio del politico, dell’uomo di stato e dello storico deve sostituirsi a quello del giurista, che giudica soltanto alla stregua del diritto positivo” … “Se non ci si fanno scrupoli nell’usare il termie “diritto” in questo senso, potremmo qui parlare di un diritto eccezionale della storia, che in linea di principio rende praticamente possibile l’esistenza del diritto e, sporadicamente, il raffiorare della forza della sua missione e funzione storica originaria, cioè come fondatrice dell’ordinamento e creatrice del diritto” op. cit. p. 185 ss.
[21] G. Agamben, Stato d’eccezione Torino 2003, p. 14; e l’affermazione è ripetuta “Lo stato di eccezione si presenta anzi in questa prospettiva come una soglia di indeterminazione fra democrazia e assolutismo” idem p. 11.
[22] V. Verfassungslehere, trad. it. cit.p. 154 ss, v. anche pp. 46,56, 236.
[23] D’altra parte Schmitt ha avanzato anche la spiegazione, assai interessante, che ciò dipendeva dalla centralità nello spirito europeo del XIX secolo dell’economia e del conseguente criterio del raggruppamento (principale) di amicus/hostis. Per cui il raggruppamento decisivo è quello borghese/proletario, come evidente in particolare nei bolscevichi e nel concetto di guerra civile mondiale. V. ne Le categorie del politico, Bologna 1972, p. 167 ss.
[24] Anche se la normativa internazionale più recente ha evitato (almeno) che nel ruolo dei giudici vi fossero i vincitori e in quella dei giudicati, i vinti, precostituendo dei giudici non coinvolti.
[25] Hegel spiegava che la rappresentazione kantiana di una pace perpetua, presuppone la concordia tra gli Stati. Considera che questa si baserebbe su fondamentali morali, religiosi ed altri; ma avrebbe “pur sempre per base delle volontà sovrane particolari”, e perciò rimarrebbe affetta da accidentalità. Grundlinien des Philosophie des Recht , trad. it. di V. Cicero, Milano 1995, §333 p. 555
[26] Anzi è l’esistenza e lo svilupparsi del conflitto che rende necessario (per arrivare ad una soluzione dello stesso) ad “internazionalizzare” il diritto derogando a quello normale “interno”, come scriveva Santi Romano, nel caso delle guerre civili (amnistie, scambi di prigionieri, accordi), v. Corso di diritto internazionale, Padova, p. 73. Il processo di cui scrive il giurista è proprio l’inverso di quello criticato e la cui ratio è di applicare per risolverlo istituti di diritto interno. Infatti come nota Santi Romano “Così, in caso d’insurrezione o di guerra civile, le norme di diritto internazionale, specialmente attinenti alla guerra e alla neutralità, vengono spesso riferite agli insorti … Ciò può accadere per diverse ragioni, che però si riducono ad una sola: l’impotenza dello Stato nel quale scoppia l’insurrezione a dominare col suo ordinamento gli autori di essa, per cui lo stesso Stato sente il bisogno, per mitigare la lotta, di condurla secondo le norme internazionali, purchè anche gli insorti adottino uguale comportamento” (il corsivo è mio).
[27] “Tra i valori, cioè, si tratta in ultima analisi, ovunque e sempre, non già di semplici alternative, ma di una lotta mortale senza possibilità di conciliazione, come tra «dio» e il «demonio». Tra di loro non è possibile nessuna relativizzazione e nessun compromesso. V. ora trad. it.. di P. Rossi ne Il metodo delle scienze storico-sociali, Milano 1980, p. 332. Tuttavia prosegue: “Beninteso, non è possibile secondo il loro senso. Poiché, come ognuno ha provato nella vita, ve ne sono sempre di fatto, e quindi secondo l’apparenza esterna, ad ogni passo”. Il che significa che il compromesso è spesso praticabile ma non sempre e non in tutti i casi.
[28] Ed aggiunge “Oggi si sta moltiplicando il purus politicus, l’uomo per cui non esiste che la politica. Poiché la politica è lotta, il purus politicus è un uomo lottante … non poche antitesi si trasformano e si esasperano in antitesi politiche nel senso chiarito da Schmitt, cioè in antitesi tra amicie hostes.
[29] E prosegue “perciò si arrugginiscono, quando non si atrofizzano, quelle altre attitudini che permettono all’uomo di abbracciare tutta la realtà e di nutrirsene, e in particolare le attitudini conoscitive”
[30] “La scienza e la tecnica sono baconianamente ricercate e utilizzate per il cangiamento e il miglioramento delle condizioni di vita. La praxis è sovrana e assorbente e distoglie dalla teoria. È l’impeto della vitalità che ostruisce ad un tempo quelle che il filosofo ha chiamato le fonti della cratività morale e le vie della ricerca della verità”.
[31] Scrive Valitutti che ciò comincia da Marx e dalla celebre 11ª postilla a Feuerbach, per cui compete ai filosofi (futuri) cambiare il mondo più che interpretarlo “Oggi si tende a possedere la realtà solo praticamente e perciò solo utilitaristicamente”. La ragione è “neutralizzata; perde il rapporto con il contenuto oggettivo perché è usato per soli fini utilitari, e non per conoscere la verità”. Da un lato c’è l’apoliticismo la cui conseguenza è che “scarseggiano i fattori unificanti e aumentano quelli dirompenti. Gli uomini si accomunano e concentrano nel godimento del benessere che è intrinsecamente isolante”. E l’altra faccia di questo Giano è il “raggrupparsi politico, in cui il cemento è l’ostilità contro l’hostis, cioè contro il raggruppamento nemico. Tra apoliticismo e panpoliticismo c’è passaggio pur se il secondo si manifesta talvolta con il volto tragico del vendicatore che vuole colpire la tirannia dell’edonismo”
[32] “Concezione che ritiene erronea e “cattiva”; ma cattive teorie possono originare cattive coscienze: “come la cattiva coscienza si insinua nella cattiva teoria e le fornisce impulsi e stimoli, così la cattiva teoria fornisce un sostegno alla cattiva coscienza”.
[33] V. trad. it. di P. Schiera ne “Le categorie del politico” Bologna 1972 p. 39, e aggiunge “Il caso d’eccezione rende palese nel modo più chiaro l’essenza dell’autorità statale. Qui la decisione si distingue nella norma giuridica e (per formulare un paradosso) l’autorità dimostra di non aver bisogno di diritto per creare diritto. Per la dottrina dello Stato di diritto di Locke e per il razionalistico XVIII secolo, lo stato d’eccezione era qualcosa di incommensurabile. La diffusa consapevolezza del significato del caso d’eccezione che domina il diritto naturale del XVII secolo, va presto perduta nel corso del secolo seguente, allorché viene instaurato un ordine relativamente durevole … Solo una filosofia della vita concreta non può ritrarsi davanti  all’eccezione e al caso estremo, anzi deve interessarsi ad esso al più alto grado. Per essa l’eccezione può essere più importante della regola, e non in base ad una ironia romantica per il paradosso, ma con tutta la serietà di un punto di vista che va più a fondo delle palesi generalizzazioni di ciò che comunemente si ripete. L’eccezione è più interessante del caso normale. Quest’ultimo non prova nulla, l’eccezione prova tutto; non solo essa conferma la regola: la regola stessa vive solo dell’eccezione. Nell’eccezione, la forza della vita reale rompe la crosta di una meccanica irrigidita nella ripetizione” e conclude il passo “Abitualmente non ci si accorge della difficoltà poiché si pensa al generale non con passione ma con tranquilla superficialità. L’eccezione al contrario pensa il generale con energica passionalità”
[34] Si noti che il generale prussiano il quale distingue, tra l’altro, guerra assoluta e guerra “normale”, anche nella concezione generale del fenomeno bellico ritiene che “la guerra si presenta inoltre nel suo aspetto generale, sotto il rapporto delle tendenze che regnano in essa, come uno strano triedro composto:
1. della violenza originale del suo elemento, l’odio e l’inimicizia, da considerarsi come un cieco istinto;
2. il giuoco delle probabilità e del caso, che le imprimono il carattere di una libera attività dell’anima;
3. della sua natura subordinata di strumento politico, ciò che la riconduce alla pura e semplice ragione.
La prima di queste tre facce corrisponde più specialmente al popolo, la seconda al condottiero ed al suo esercito, la terza al governo” Vom Kriege trad. it. Milano 1970, vol. I, p. 40. Quindi anche nella guerra sono presenti elementi razionali, che contribuiscono a ridimensionarla ed umanizzarla.
[35] V. Du Pape, trad. it. Milano 1995, p. 155.
[36] Che è poi uno dei presupposti di un liberalismo esangue, ispirato al pensiero di Kant (ma sottovalutando il “legno storto”). Ma che tale condivisibile aspirazione possa costituire una base – sempre e ovunque valida – non è credibile, per cui si trasforma in una sicura illusione, che seleziona della natura umana il connotato più gestibile: la ragione. E, al tempo, sminuisce quello che lo è meno, la volontà (istinti, interessi, pregiudizi e così via).