lunedì 22 maggio 2017

Kurt Gossweiler, storico antinazista tedesco, è deceduto a Berlino all'età di 100 anni




La casa editrice Zambon lo ricorda con ammirazione e rispetto.
La compianta Adriana Chiaia, membro della nostra redazione, aveva intrattenuto con lui una fitta corrispondenza a seguito della nostra decisione di tradurre in lingua italiana due delle sue numerose opere:
La (ir)resistibile ascesa al potere di Hitler e 
Contro il revisionismo da Chrusciov a Gorbaciov 



Abbiamo ritenuto utile tradurre alcuni stralci da una sua intervista…

Kurt Gossweiler a colloquio con Heinz Gerhard il giorno 20. Maggio 1997.

Dottor Gossweiler, so dalla sua biografia, che lei èstato politicamente attivo sin dai primi anni di scuola. Agli occhi del lettore di oggi questo fatto sembra molto strano e inusuale. Potrebbe per favore spiegarci quale tipo di attività lei svolgeva enell'ambito di quale organizzazione giovanile? Esistevano altre organizzazione di diverso orientamento? 

Comincerò col dire che questa mia precoce attività politica era strettamente legata alle mie vicende famigliari. Mia madre Lena Reichle e il suo secondo marito, Adolf Reichle, hanno militato entrambi nel KPD a partire dal 1927,prima a Stoccarda e poi a Berlino dove si erano trasferiti. A quel tempo avevo 10 anni e mia sorella ne aveva 7 e rimanemmo entrambi temporaneamente a Stoccarda. Potemmo ricongiungerciai genitori nell'anno 1928. Nel frattempo siamo stati curati di una famiglia di conoscenti. Siamo stati educati sin da bambini come comunisti. A Stoccarda avevo frequentato la Waldorfschule (una scuola alternativa e non conformista informata agli insegnamenti di Rudolf Steiner). A Berlino fui invece iscritto alla scuola comunale; una scuolalaica senza istruzione religiosa. Nella mia classe incontrai il mio futuro amico e compagno Werner Steinbrink. Nel 1942 egli fu condannata a morte assieme a altri militanti del gruppo di Herbert Baum.I fascisti lo decapitarono in carcere. Entrambi, Werner ed io, eravamo iscritti alla scuola Karl-Marx di Neukölln, che era diretta da Fritz Karsen,un innovatore scolastico socialdemocratico. È in questa scuola che abbiamo entrambi aderito all'organizzazione degli scolari comunisti (la lega degli scolari socialisti SozialistischerSchülerBund). Non mi risulta che, oltre alla nostra, fosseroesistite altre organizzazione politiche nella nostra scuola.

Quando e in quali circostanze avete superato gli esami di maturità?

Purtroppo potemmo rimanere solo due anni alla scuola Karl-Marx e cioè fino al 30 gennaio 1933. La Karl-Marx era una scuola ubicata nel quartiere Neuköllned offriva ai figli della classe operaia la possibilità di giungere alla maturità. Non era dunque un ginnasio, ma solo una „Aufbauschule“. Ma questa scuola fu per me importante ancheda un altro punto di vista: lìconobbi la mia futura moglie chefrequentava la mia stessa classe.
Nel 1934 o 35 molti dei miei compagni abbandonarono lo studio, come per esempio Werner Steinbrike Edith Ebers, la mia compagna. Io invece vi rimasi fino al 1937, anno in cui sostenni l'esame di maturità.

In qual modo, concretamente, partecipava alla lotta antifascista?

Dopo il 1933 il nostro gruppo di scolari comunisti si sciolse perché molti compagni dovettero abbandonare la nostra scuola. Quelli che rimasero si organizzarono nella lega giovanile comunista (KJVD), che lavorava naturalmente nell'illegalità assieme ai compagni del quartiere e fra questi, in prima fila, Werner Steinbrink. 

(Nel frattempo Gossweiler era stato al fronte.)
...

Nell'autunno del 1942 fui informato da una lettera della mia sorella, che Werner Steinbrink stato giustiziato. (...)

Solo nel novembre del 1942 ho appreso i particolaridella sue morte. Quando, in occasione di una vacanza dal fronte, potei visitare la madre di Werner a Berlino, che mi raccontò iparticolari del suo arresto. Più tardi incontrai la madre di Werner Schaumann. Sia Werner che sua moglie Friedelerano stati arrestati nell'ambito dell´inchiesta del gruppo di Baum. Friedel era riuscita a sottarsi all'arresto ingerendo una dose di veleno che era riuscita a procurarsi nella sua qualità di infermiera.  Werner fu invece processato e condannato. Da entrambe le madri potei conoscere i particolari dell'azione politica che portò al loro arresto:. un attentatoincendiario alla mostra organizzata dai nazisti contro l`Unione Sovietica 1942 al Lustgarten all'insegna dell'odio e della denigrazione. L´assassinio dei miei compagni e la constatazione della triste fine della nostra organizzazione furono le motivazioni che mi indussero ad adottare la ferma decisione di passare, una volta ritornato al fronte, nelle fila dell'Armata Rossa. Vorrei però aggiungere alcuni particolari sulle mie attività svolte fino alla primavera 1939, prima di venir arruolato nelle fila del „Reichsarbeitsdienst“.
Fino al 1939 abbiamo continuato a sviluppare una notevole mole di lavoro propagandistico (diffusione di materiale di agitazione politica, volantini, giornali illegali, affissione di manifesti con slogan antinazisti). A partire di 1935 dovemmo limitare drasticamente queste attività sia a causa del perfezionamento dei metodi di indagine e di persecuzione dei nazisti, come anche per l´aumentato pericolo di denunce da parte di semplici cittadini. Cessammo di distribuire il nostro materiale nelle casette postali delle abitazioni e decidemmo di inviarlo per lettera ad indirizzi scelti dall'elenco telefonico. Un volantino fu per esempio distribuito per questa via dopo il pogrom del 9 novembre del '39, la famosa notte di cristalli. Avevamo anche discusso nel nostro gruppo quale avrebbe dovuto essere la nostra reazione nel caso la Germania avesse aggredito l`Unione sovietica. Quando, fra l'ottobre del 40 e l'aprile del 41 ottenni una vacanza per proseguire lo studio,ricontattainaturalmente i miei compagni. Discutemmo del pericolo di guerra con l´URSS fumo tutti d´accordo nel giudicare che, nel caso la Germania avesse scatenato una seconda guerra mondiale, la conseguenza certa sarebbe sicuramente stata quella di una rivoluzione radicale… e che quindi la Germania avrebbe avuto bisogno di noi. Questa convinzione ci indusse a restare nella Wehrmacht e a rimandare il piano di diserzione. 
Ma nel novembre del'42, dopo l'assassinio dei miei compagni, la situazione era radicalmente cambiata. Ero rimasto solo,isolato e quindi impotente. E non avrei quindi potuto contribuire alla lotta in mode efficace. È daallora che decisi di attendere il momento propizio per mettere in atto i miei piani. Sia mia madre che la mia fidanzata furonoda me informate che, in caso non avessero più ricevuto mie notizie, avrebbero dovuto dedurne che la diserzione era felicemente riuscita.

E come è riuscito a disertare...? Non fu certo un'impresa facile?... 

No, assolutamente. Ma il caso mi venne in aiuto. Durante la grande offensiva dell´Armata Rossa, a StarajaRossia, fui ferito in un modo leggero con una ferita che, nel gergo militare, viene detta „Heimatschuss“, cioè una ferita che ti permette il rimpatrio. Successe il 14 marzo. Assieme ad altri feriti mi stavo recandoall'infermeria. Sulla strada fummo incrociati da una compagnia di tiratori scelti, comandata da un burbero ufficiale. Egli cercò di convincermi a entrare nella sua compagnia pere continuare a combattere. Gli altri feriti avevano delle ferite evidenti e ben visibili alle braccia o alle gambe, mentre la mia ferita era nascosta tra le scapole, per questo io sembravo sano. Mentre continuavo a tentare a convincerlo che la mia ferita non era meno grave quelle degli altri, mi resi conto di esser rimasto isolato del resto del gruppo. Cercai quindi di raggiungere gli altri feriti. Ma improvvisamente realizzai che, alla distanza di 100–200 metri, una pattuglia sovietica marciava nella mia stessa direzione. Non mi avevano ancora scoperto. E io approfittai per nascondermi nella neve e pensai: porca miseria adesso ti sei beccato una ferita grazie alla quale potresti tornare a casa… D´altra parte ti si presenta la possibilità da te tanto agognata e che avevi atteso da tanto tempo: quella di passare dall'altra parte senza pericolo di dover calpestare una mina o di venire abbattuto dalle sentinelle tedesche. E in più, particolare importante, non esponi a nessun pericolo tua madre, perché nessuno mai saprà che tu hai disertato: tu sarai ufficialmente semplicemente un „disperso“. Così mi alzai e mi diressi verso i russi a braccia alzate e gridando „non sparate!“ in lingua russa come avevo letto dai volantini che ogni tanto venivano lanciati sulle nostre linee. Soltanto allora si accorsero di me. Il loro comandante era molto sorpreso e mi gridò „Halt“, poi si avvicinò, mi strappò l`elmo dalla testa (avevo completamente dimenticato indossare un simile aggeggio di guerra) e mi perquisì alla ricerca di armi. ... ma non ne avevo. Indossai allora il mio berretto e giudicai che era molto più adatto alla situazione. Ma proprio in quel momento sopraggiunse un soldato dell'Armata Rossa che si aggiunse al gruppo portando con sé una enorme cartella di documenti. Egli apparteneva evidentemente alla stessa compagnia e aveva rinvenuto in un presidio tedesco dei documenti abbandonati. Potei soltanto capire le parole"comando, battaglione, documenti". Insomma era riuscito a sequestrare importanti documenti ed era comprensibilmente felice di questo fatto. Poi, indicandomi, chiese informazioni ai suoi compagni. Ottenne come risposta una frase dalla quale potei ricordare soltanto la parola „lingua“ senza che (allora) potessi comprenderne il significato. Il russo l'ho imparato soltanto in un secondo tempo, nel lazzaretto. E solo allora fui sorpreso si apprendere che la parola „lingua“, in russo (come del resto anche in italiano, ma a differenza del tedesco NdT) si riferisce sia alla lingua parlata, come anche all'organo anatomico). (...)

Poi mi condussero a quello che doveva essere il mio primo interrogatorioda parte dell'Armata Rossa. Le prime domande riguardavano la mia unita di appartenenza e la sua ubicazione. Erano in tre e uno di questi fungeva da interprete. Notai subito che proprio lui mi considerava uno sfacciato fascista. Forse perché il mio sereno atteggiamento era benlungi dal mostrare una qualsiasi forma di paura o rassegnazione. Mi trovavo anzi in uno stato di euforia per lui assolutamente incomprensibile. Poiché non ci furono altre domande mi son ben guardato dal dichiarare di aver disertato volontariamente. Da notare che nella mia uniforme portavo due emblemi che noi chiamavamo "medaglie della fame" ma che ufficialmente si chiamavano"medaglie dell'inverno". Tali medaglie vennero concesse a tutti coloro che avessero trascorso in Russia l'intero inverno '41/'42. L'Altra onorificenza, la croce di guerra di seconda classe, veniva concessa, pure indiscriminatamente, a chi era stato richiamato sul fronte orientale fin dal primo giorno di guerra. Ai loro occhi sembravo dunque un nazista convinto e coraggioso e per di più facente parte di una compagnia di mitraglieri, un gruppo che sicuramente non poteva raccogliere le loro simpatie. Se avessi a quel punto dichiarato di essermiarreso volontariamente non sarei stato creduto. Terminato l'interrogatorio, il commissario politico mi chiese perché mai i tedeschi uccidessero sistematicamente tutti gli ebrei. Io risposi: a farlo non sono i tedeschi, ma i fascistitedeschi. Alche egli rispose con ira: „tutti tedeschi sono fascisti!“ Io lo contradissi, al che egli impugnò una pistola e,mostrandomela sul palmo della sua mano, mi chiese: „la conoscete?“ non era la pistola sovietica, era una pistola tedesca. E io risposi senza esitazione: „Si, è una 08 tedesca“. La prontezza della mia risposta lo convinse ancora di più che io fossi un convinto militarista. Non poteva certo capire il motivo della mia tranquillità e sicurezza. 

L´interrogatorio era finito. 

Il commissario mi ordinò. "vattene!".
La situazione era chiara: io era venuto lì a combattere contro il nazismo e correvo invece il rischio di venire ucciso come criminale nazista. Temevo per la mia vita. Non mi mossi e gli dissi che avrei seguito il suo ordine solo se mi avesse assicurato l'incolumità. Tutto questo non fece che aumentare la sua ira e gridò con voce alterata „Fuori di qui!“. Ma nemmeno allora persi la mia calma. Egli dissi: „Stalin ha detto: se un soldatotedesco si arrende, nulla gli succederà!“. A questo punto la meraviglia si dipinse sul suo viso e il suo atteggiamento nei miei confronti mutò radicalmente. In realtà non sapeva più cosa pensare di me. 
Ripetè una terza volta: "Vattene" ed io gli ripetei di nuovo che me ne sarei andato soltanto dopo aver ricevuto una sua assicurazione di incolumità… al che mi rispose con una voce diversa ma ferma: "vivrai". Era questa dunque la mia "sentenza di vita". Fece un cenno alla guardia che mi accompagnò all'uscita. Ma appena fuori, capii che avevo rischiato grosso. Eravamo nell'immediata vicinanza di una postazione d'artiglieria. Già dalle linee tedesche mi ero accordo che dei caccia-bombardieritedeschi si accanivano contro una vicina postazione sovietica. Ora io ero lì a poca distanza dall'obiettivo e potevo costatare gli effetti di questi attacchi: cannoni distrutti o piegati come fossero stati di legno, e tutt'intorno cadaveri in parte carbonizzati degli artiglieri.
 Ero comunque finalmente dall'altra parte, dalla parte giusta. Ma per loro ero soltanto un "prigioniero di guerra". Il giorno successivo fui trasferito, in compagnia di altri prigionieri tedeschi, in un ospedale da campo, dove molti soldati sovieticiattendevano sulle barelle di venir medicati. Com'era prevedibile, il nostro arrivo non sollevò delle reazioni molto positive.
Quando poi, subito dopo il nostro arrivo e senza farci attendere, fummo immediatamente curati per primi, mentre fuori i feriti sovietici attendevano sulle loro barelle, i loro commenti verso il personale medico non furono molto amichevoli. Io non mancai di far osservare ai miei compatrioti. "provate a immaginare che in un lazzaretto tedescovenga data la precedenza ai prigionieri sovietici…"
Reagirono tutti con un silenzio meditabondo e riflessivo.
Venimmo tutti infine trasferiti in un lazzaretto situato in un'isola sul "SeeligerSee" (ai confini con la Finlandia NdT) dove fummo rimessi in sesto. È lì che ho imparato il mio russo maccheronico, avvalendomi soprattutto della lettura della "gazzetta della trincea" confrontando con difficoltà ogni volta immagini e testo.
È per questa via che un giorno sono venuto a conoscenza che compagni, emigrati e prigionieri avevano fondato il "Comitato Nazionale Germania Libera".

Quando, nel luglio del 1943, la mia ferita fu finalmente cicatrizzata, il medico primario del campo, un ebreo che si era prodigato nella cura dei prigionieri tedeschi, mi chiese di rimanere al suo fianco con l'incarico d'interprete. Ma io avevo ormai deciso di dedicarmi alla propaganda antifascista frai prigionieri. Fu così che arrivai a Ostaschokow, dove fui dapprima destinato all'estrazione della torba.
…..

Gli anni trascorsi nella scuola politica sono stati i migliori della mia vita. Hitler ha mandato al macello milioni di soldati tedeschi in una criminale guerra di saccheggio con lo scopo di annientare l'Unione Sovietica. L'Unione Sovietica ha reagito facendo in modo che migliaia di questi "servitori fedeli del fascismo" rimpatriassero convertiti in convinti antifascisti.
Ricordare di aver potuto dare il mio contributo in questa missione mi dà un senso di appagamento e serenità.


Il testo completo è reperibile in "Im Widerstand gegen das NS-Regime. Gespräche aus den Jahren 1977/1998. Teil I, Berlin 2000

Per saperne di più consultareKurt Gossweiler - PolitischesArchiv

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