mercoledì 7 gennaio 2026


di Vicky Amendolia

(Giurista)

Due secoli di interventi a stelle e strisce: 

quando l’eccezione diventa regola

C’è un vizio antico, quasi congenito, nel modo in cui gli Stati Uniti – e con essi una parte consistente dell’Occidente politico e mediatico – raccontano le proprie incursioni nel mondo. Ogni intervento é sempre  accompagnato e decorato con parole solenni: democrazia, libertà, sicurezza, diritti umani. Poi, puntualmente, finisce con un Paese destabilizzato, istituzioni distrutte e una popolazione che paga il prezzo più alto. In mezzo, come una parentesi imbarazzante che si finge di non vedere, restano il diritto internazionale e una lunga teoria di precedenti che dovrebbero indurre almeno alla prudenza, coloro che si lasciano andare a giudizi entusiastici.

Il Venezuela non fa eccezione. Non è un fulmine a ciel sereno, né una deviazione improvvisa. È l’ennesima variazione di uno schema già collaudato. Eppure il dibattito pubblico, anche questa volta, è stato scientemente ridotto a una domanda sbagliata: Maduro sì o Maduro no. Tiranno o non tiranno. Come se il diritto internazionale funzionasse per giudizi morali e non per regole. Come se la legittimità dell’uso della forza dipendesse dal grado di simpatia che un leader suscita nei salotti occidentali.

A chiarire la questione, con una lucidità che molti analisti sembrano aver smarrito, è stata una donna (di origine contadina che vanta quale unico titolo di studio quello di quinta elementare) e che, dunque,  di geopolitica non ha mai letto una riga, che mentre rassettava casa mia mi ha chiesto cosa stesse accadendo in Venezuela (in quel momento stavano trasmettendo la notizia in TV). Dopo averle spiegato con semplicità, ha commentato: “È come se qualcuno entrasse a casa mia sfondando la porta e pretendesse di cambiare i mobili perché non gli piacciono”. È una metafora di una semplicità disarmante e proprio per questo devastante. Perché coglie l’essenza dell’arbitrio: la pretesa di sapere cosa è giusto per gli altri senza chiederne il permesso.

Il punto, infatti, non è Maduro. Il problema è che questo comportamento non è episodico. È strutturale. Gli Stati Uniti lo praticano da oltre due secoli, affinando nel tempo il linguaggio con cui lo giustificano: é il prodotto di una visione del mondo che ha accompagnato l’ascesa degli Stati Uniti da giovane repubblica (nel mentre procedeva al massacro degli indigeni locali “ovviamente cattivi e selvaggi”, per “far spazio”) a potenza globale. Una visione secondo cui la propria idea di ordine, di civiltà, di democrazia diventa metro universale, esportabile, persino imponibile. Per gli USA il metodo “far west”, non è mai tramontato, ma si è solo “evoluto”.

Già agli inizi dell’Ottocento, con le guerre barbaresche condotte tra il 1801 e il 1815 nel Nord Africa, gli Stati Uniti sperimentano per la prima volta l’uso della forza oltre i propri confini in nome della protezione del commercio e della navigazione (e nel frattempo esportavano schiavi). È un dettaglio tutt’altro che marginale: fin dall’inizio, l’intervento militare viene giustificato come difesa di interessi economici. Un filo che non si spezzerà più.

Pochi decenni dopo, la guerra contro il Messico, tra il 1846 e il 1848, segna il passaggio dall’intervento episodico all’espansione ideologica. L’annessione di oltre metà del territorio messicano – California, Texas, Arizona, New Mexico – viene legittimata dal celebre “Destino Manifesto”, l’idea che gli Stati Uniti abbiano una missione storica, quasi naturale, di espansione. Qui la forza smette di doversi giustificare: diventa destino, necessità, diritto implicito.


Alla fine del XIX secolo, il salto di qualità è definitivo. Il colpo di Stato del 1893 contro la monarchia hawaiana, sostenuto da interessi statunitensi, e la guerra ispano-americana del 1898 segnano l’ingresso ufficiale degli Stati Uniti nel novero delle potenze imperiali. Cuba, Porto Rico, Guam, Filippine diventano territori di influenza o controllo diretto. Nelle Filippine, tra il 1899 e il 1902, un movimento indipendentista viene represso militarmente. Anche qui, la narrazione parla di liberazione; la realtà è una guerra coloniale.

Nel primo trentennio del Novecento, l’America Latina diventa il laboratorio permanente dell’interventismo statunitense. È l’epoca delle cosiddette Banana Wars: Nicaragua, Haiti, Repubblica Dominicana, Honduras, Panama. Occupazioni militari, governi eterodiretti, Stati trattati come estensioni funzionali di interessi economici privati. Nasce allora l’idea, mai formalizzata ma rigidamente applicata, degli Stati Uniti come “gendarme dell’emisfero occidentale”.

Con la Guerra Fredda, cambia la giustificazione, non il metodo. L’anticomunismo diventa la parola d’ordine che legittima colpi di Stato e operazioni coperte. In Iran, nel 1953, viene rovesciato Mossadeq dopo la nazionalizzazione del petrolio. In Guatemala, nel 1954, cade Árbenz per aver toccato gli interessi della United Fruit Company. In Cile, nel 1973, la destabilizzazione precede il golpe contro Allende. In Argentina, Uruguay, Paraguay, Brasile, la democrazia viene tollerata solo finché non produce risultati sgraditi. L’Operazione Condor coordina repressioni e dittature nel silenzio complice dell’Occidente.

Accanto alle operazioni coperte, non mancano gli interventi militari diretti: Corea, Vietnam, Repubblica Dominicana, Grenada, Panama. In America Latina si consolida una regola non scritta ma chiarissima: le elezioni sono accettabili solo se compatibili con l’ordine desiderato. Parlare di esportazione della democrazia, a questo punto, richiede una buona dose di rimozione.

Con la fine dell’URSS, ci si sarebbe potuti aspettare un cambio di paradigma. Accade il contrario. L’unipolarismo inaugura una stagione in cui il limite non è più neppure formalmente necessario. La Guerra del Golfo del 1991 consolida il controllo strategico di un’area cruciale per l’energia mondiale. Negli anni successivi, gli interventi nei Balcani – in particolare in Kosovo – avvengono senza un mandato ONU chiaro, segnando una pericolosa torsione delle regole multilaterali.

Nel XXI secolo, soprattutto in America Latina, l’intervento cambia forma ma non sostanza. Meno invasioni, più sanzioni. Meno soldati, più pressioni finanziarie, riconoscimenti selettivi, governi paralleli. Venezuela, Bolivia, Nicaragua, Cuba: Paesi formalmente sovrani, ma trattati come territori sotto tutela. Una violenza meno spettacolare, ma non meno incisiva.

Dopo l’11 settembre, la cornice diventa totale. La “guerra al terrorismo” giustifica interventi preventivi, operazioni extragiudiziali, bombardamenti “selettivi”.

Afghanistan e Iraq sono i casi più noti, ma non gli unici. In Iraq, dove la guerra del 2003 nasce da prove rivelatesi false, con armi di distruzione di massa mai esistite. In Afghanistan, dove vent’anni di occupazione si sono conclusi con un ritiro frettoloso e il ritorno dei talebani. In Siria si interviene indirettamente (il sostegno selettivo a fazioni ribelli ha contribuito a una guerra devastante), Yemen, Somalia, dove operazioni “mirate” e guerre per procura hanno prodotto instabilità cronica. Ogni volta la narrazione è stata rassicurante. Ogni volta la realtà è stata molto meno edificante.

In Libia, nel 2011, si distrugge un regime senza costruire nulla al suo posto, lasciando un vuoto che ancora oggi produce instabilità: la cosiddetta Primavera araba rappresenta uno degli esempi più istruttivi – e meno onestamente raccontati – di questa dinamica. Presentata come un moto spontaneo e liberatorio, è stata in realtà un processo eterogeneo, disordinato, in parte strumentalizzato e in parte apertamente indirizzato dall’esterno. In Tunisia l’esito è stato relativamente contenuto. In Egitto si è passati dall’entusiasmo democratico a un nuovo autoritarismo. In Siria il sostegno selettivo a fazioni ribelli ha contribuito a una guerra devastante. In Libia, l’intervento militare occidentale – guidato dalla NATO con un ruolo decisivo degli Stati Uniti – ha abbattuto Gheddafi senza costruire nulla al suo posto, consegnando il Paese a milizie, traffici e instabilità permanente.

Anche lì la giustificazione era nobile: proteggere i civili, favorire la democrazia. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ma nessuno sembra voler trarre la conclusione più ovvia: non basta abbattere un regime per creare uno Stato e non basta invocare valori per legittimare l’uso della forza.

È dentro questa continuità storica che va letto ciò che accade oggi in Venezuela. Se l’operazione viene presentata come lotta al narcotraffico, occorre dirlo con chiarezza: il diritto internazionale non consente azioni unilaterali di polizia extraterritoriale. Esistono strumenti legittimi – cooperazione giudiziaria, mandati internazionali, iniziative sotto l’egida delle Nazioni Unite – che qui risultano aggirati. La scorciatoia dell’intervento diretto serve a una cosa sola: evitare il controllo.

C’è poi un aspetto che viene sistematicamente rimosso dal racconto pubblico: il Venezuela è uno dei Paesi più ricchi di risorse energetiche del pianeta. La storia insegna che quando interventi “umanitari” e interessi strategici coincidono, la coincidenza è raramente innocente. È successo in Iran. In Iraq. Altrove. Non c’è motivo serio per credere che oggi sia diverso.

Chi applaude l’intervento in nome di una presunta buona causa dovrebbe fermarsi un attimo a riflettere. Le regole non servono quando tutto va bene. Servono quando qualcuno è abbastanza forte da poterle ignorare. Accettare che vengano calpestate oggi significa legittimare che vengano calpestate domani.

Alla fine, come spesso accade, la spiegazione più limpida non viene dai think tank, ma dal buon senso elementare. Nessuno accetterebbe che uno sconosciuto sfondasse la porta di casa propria per cambiare l’arredamento sostenendo di sapere cosa è meglio. Gli Stati non sono così diversi dalle persone. Anche loro hanno diritto a una porta. Anche loro hanno diritto a regole. Anche loro hanno diritto a non essere trattati come una stanza da rimettere a nuovo secondo il gusto del più forte.

Ed è questa, non Maduro, la vera questione. Guardarla in faccia richiede più coraggio che schierarsi. Ma senza questo coraggio, continueremo a chiamare necessità ciò che è, semplicemente, abuso di forza.

Resta allora una domanda, che non riguarda il Venezuela ma riguarda tutti noi. Se oggi si accetta che una potenza decida unilateralmente di entrare, arrestare, deportare, “sistemare le cose” in un Paese sovrano perché giudicato inadeguato, che cosa verrà dopo? Qual è il confine che non potrà essere superato domani, se quello di oggi è già stato cancellato?

E soprattutto: siamo davvero così sicuri che questo modo di intendere l’ordine mondiale ci piaccia? Ci sentiremmo altrettanto tranquilli se qualcuno, da Washington o da altrove, decidesse che anche l’Italia, o l’Europa, hanno bisogno di essere “corrette”? Se giudicasse le nostre democrazie imperfette, le nostre scelte sbagliate, i nostri governi insufficientemente allineati? Se ritenesse legittimo intervenire per il nostro bene, naturalmente, magari sfondando qualche porta istituzionale, cambiando l’arredamento politico, spiegandoci come dovremmo vivere?

Perché è sempre così che comincia: non con i carri armati alle frontiere, ma con l’idea che le regole valgano solo per gli altri. E quando questa idea passa, quando viene applaudita, giustificata, normalizzata, non c’è più un “loro” e un “noi”. C’è solo il più forte che decide e tutti gli altri che sperano, inutilmente, di non essere i prossimi.

 Fonte. sito web "LA GIUSTIZIA"

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