Sulla riforma della “separazione delle carriere” abbiamo pensato di sentire il parere degli avvocati. Sono stati quindi contattati diversi professionisti, appartenenti a vari territori, che rivestono, o hanno rivestito, degli incarichi istituzionali all’interno dei loro ordini di appartenenza, o in altre sedi, e proporremo ai nostri lettori queste interviste man mano che le raccoglieremo.

Oggi abbiamo come ospite Vicky Amendolia, che ci ha gentilmente concesso parte del suo tempo per permetterci di raccogliere il suo pensiero sullo scottante tema: avvocato del Foro di Messina, giornalista pubblicista, è da oltre quarant’anni impegnata sul fronte del diritto, delle istituzioni e della comunicazione. Civilista e penalista d’impresa, con una solida formazione nel diritto societario, amministrativo e pubblico, ha ricoperto numerosi incarichi istituzionali e di consulenza per la Regione Siciliana, enti pubblici, sindacati e aziende nazionali e internazionali. È stata coinvolta nella redazione di importanti progetti legislativi regionali e nazionali, occupandosi in particolare di diritti, garanzie, pubblica amministrazione e giustizia. Parallelamente svolge da sempre attività giornalistica, collaborando con testate on line,  cartacee, radiofoniche e televisive. Il suo approccio ai temi della giustizia coniuga rigore giuridico, sensibilità costituzionale e una visione laica delle istituzioni.

E’ stata sin dalla giovinezza attivista e poi dirigente per molti anni del PSI e attualmente è componente della Segreteria nazionale di Socialdemocrazia SD.

 

1.- Avvocato Amendolia, la riforma è stata approvata: ci dica, in una decina di parole, la sua valutazione di sintesi.

Tardiva, ambigua, pasticciata, giusta nell’idea, pericolosa, ma necessaria: è pur sempre un passo avanti.

2.- La separazione delle carriere appare figlia di una posizione politica mentre le ragioni di chi si oppone sono figlie di una opposta posizione politica. In realtà la madre di questa riforma è un’altra e cioè quella che trasformò il processo inquisitorio in processo accusatorio.

E’ così, infatti: la riforma Vassalli del 1988 (D.P.R. 22 settembre 1988, n. 447) fu il prodromo dell’attuale: introdusse il modello accusatorio, ma lo lasciò monco, senza il coerente completamento della separazione delle carriere. Quella riforma non fu mai portata alle estreme conseguenze, perché si lasciò l’unità delle carriere, creando l’ibrido tutto italiano che oggi si finge di difendere come “costituzionale”: il 1988 portò, dunque,  l’accusatorio sulla carta ma il corporativismo ne fermò l’anima. Oggi si torna lì per chiudere una transizione incompiuta, rimasta sospesa per oltre trent’anni tra principi garantisti e resistenze corporative.

 

3.- La magistratura è ferocemente contraria salvi casi rarissimi. I giudici hanno davvero paura della creazione dei due CSM o c’è dell’altro?

C’è dell’altro, eccome. Non si teme la separazione in sé, ma la perdita di un potere autoreferenziale stratificato nel tempo. L’indipendenza è una cosa seria; l’autogoverno chiuso e correntizio è un’altra.

La contrarietà di larga parte della magistratura alla separazione delle carriere viene rivestita di nobili argomenti costituzionali, ma poggia su ragioni molto meno disinteressate. Ufficialmente si parla di difesa dell’unità della giurisdizione, di rischio di un PM eterodiretto dal potere politico, di attentato all’indipendenza della magistratura. Tutti temi evocati con tono apocalittico, come se la riforma fosse un colpo di mano e non l’approdo naturale di un sistema che, sulla carta, è accusatorio da oltre trent’anni.

La verità è che quella del 1988 cambiò il processo, ma non la cultura del processo. Si mantenne l’unità delle carriere e si consentì che chi accusa e chi giudica continuassero a condividere formazione, valutazioni, organismi di autogoverno, talvolta persino visioni del mondo. Un ibrido che ha rafforzato enormemente il potere del pubblico ministero, trasformandolo di fatto in una parte privilegiata, percepita — e spesso trattata — come una sorta di giudice anticipato (in barba alla terzietà).

La separazione delle carriere fa paura perché spezza questo equilibrio: rende il PM una parte processuale a tutti gli effetti, lo sottopone al contraddittorio senza retropensieri e lo priva di quella contiguità culturale con il giudice che oggi costituisce il vero sbilanciamento del sistema. Fa paura anche perché indebolisce le correnti, le filiere di potere interno e l’autoreferenzialità di un sistema che, per anni, ha confuso l’indipendenza con l’assenza di controlli.

Per questo si grida al golpe, quando in realtà si chiede solo coerenza. Il vero paradosso è che la magistratura difende un assetto che contraddice il modello accusatorio che dice di voler proteggere. E il sospetto, legittimo, è che non si difenda la Costituzione, ma una posizione di vantaggio costruita su un’ambiguità di ruoli che non ha più alcuna giustificazione in uno Stato di diritto maturo.

 

4.- Potrebbe essere l’Alta Corte di Disciplina a creare la loro ostilità.  

Sì, può esserlo eccome e fingere che non sia così significa non voler leggere la riforma per quello che realmente incide: gli equilibri di potere interni alla magistratura.

L’istituzione di un’Alta Corte di Disciplina sottrae al CSM una delle sue leve più sensibili, quella disciplinare, che in passato non è stata solo uno strumento di garanzia, ma anche — in non pochi casi — di gestione corporativa, selettiva e oggi diremmo persino opaca. Spostare la disciplina fuori dal circuito dell’autogoverno “interno” significa introdurre un controllo terzo, più distante dalle logiche correntizie e meno permeabile agli scambi di fedeltà.

È chiaro che questo genera ostilità. Non tanto perché qualcuno tema una magistratura meno indipendente, quanto perché si teme una magistratura più responsabile. L’Alta Corte interrompe la sovrapposizione tra chi governa le carriere, chi valuta i colleghi e chi giudica le condotte, rompendo un circuito autoreferenziale che ha retto per decenni.

In questo senso, l’Alta Corte di Disciplina è percepita come una minaccia vera, forse persino più della separazione delle carriere: perché introduce finalmente l’idea che l’indipendenza non è irresponsabilità e che l’autonomia non coincide con l’immunità. Ed è anche per questo che attorno alla riforma si è creata una resistenza tanto aspra quanto spesso dissimulata dietro nobili richiami costituzionali.

 

5.- Gli oppositori alla riforma adombrano il pericolo che la magistratura perda la sua indipendenza e hanno fatto ricorso anche a notizie false come la intervista a Falcone letta da Gratteri in tv.

Sarebbe un pericolo reale, se,  in sede di scrittura delle norme di attuazione, non si tenesse ben presente che  la riforma non deve degenerare nel controllo politico dell’accusa. Sarà necessario, a mio parere, vietare in modo espresso ogni direttiva o priorità di politica criminale proveniente dal Ministero della Giustizia o dal Parlamento; ridurre drasticamente la componente parlamentare nel futuro CSM requirente, limitandola al massimo a un terzo dei membri, scelti con maggioranze qualificate e non a colpi di maggioranza e, oltre a ciò, inserire con chiarezza nel testo costituzionale che il pubblico ministero “fa parte del potere giudiziario e risponde solo alla legge”. In assenza di questi correttivi, il rischio è di passare da una magistratura corporativa a una magistratura controllata: non un passo avanti, ma un salto nel vuoto.

Per quanto riguarda Falcone: è diventato una citazione apocrifa permanente, utile quando mancano argomenti. Difendere l’indipendenza con falsità storiche è paradossale: l’indipendenza non è uno slogan, ma un assetto costituzionale che si tutela con la verità.

 

6.- Un altro degli argomenti, specie dei magistrati (vedi Gratteri), è che statisticamente sono pochi i magistrati che passano da una funzione all’altra.

È l’argomento preferito da chi ama rifugiarsi nei numeri quando convengono.
È vero che oggi, dopo le ultime strette ordinamentali, i passaggi di funzione sono statisticamente contenuti: parliamo di poche decine l’anno, meno dell’1% del totale. Ma questo dato, sbandierato come una verità rivelata, racconta solo una parte della storia.

Primo: quei numeri fotografano il presente, non il passato. Quando ho iniziato io a fare penale, non era affatto raro che in appello l’imputato si trovasse come giudicante lo stesso magistrato che aveva sostenuto l’accusa in primo grado. Era una prassi tollerata, considerata “normale” e nessuno allora gridava allo scandalo. Quei magistrati esistono ancora, fanno carriera, occupano ruoli apicali e contribuiscono tuttora a formare cultura e prassi.

Secondo: anche volendo fermarsi ai numeri attuali, il punto non è quanti, ma chi e con quali effetti.
Nel processo penale la terzietà non è una statistica: è una percezione. Basta un solo passaggio – uno – per incrinare la fiducia delle parti e del cittadino. Non stiamo parlando di un ufficio amministrativo, ma del potere di privare una persona della libertà.

Terzo: l’argomento “sono pochi” è logicamente fragile. Anche i conflitti di interessi sono statisticamente rari, eppure nessuno si sognerebbe di abolire le incompatibilità. Perché la giustizia non si governa con le percentuali, ma con i principi.

Insomma, i numeri servono a tranquillizzare con comunicati stampa, il diritto, invece, serve a garantire i cittadini. E su questo terreno le percentuali non assolvono nessuno.

 

7.- Il sorteggio riuscirà davvero a sconfiggere le correnti politicizzate della Anm?

Da solo no, ma rompe una rendita di posizione. Il correntismo non è pluralismo culturale: è gestione del potere per appartenenza. Il sorteggio non è perfetto, ma è preferibile all’autoselezione permanente.

 

8.- Non trova che forse una certa commistione tra giudici e pm, se così la si vuol chiamare, si concretizza più nella quotidianità che tra le regole? Per esempio se un pm chiede il rinvio di un dibattimento per studiare meglio le carte il giudice raramente lo nega, se lo chiede un avvocato son guai. Oppure la circostanza che la proroga delle indagini preliminari non viene quasi mai negata. Oppure ancora che tutte le udienze preliminari si risolvono in un rinvio a giudizio.   

Indubbiamente è proprio così. È lì che questa “aberratio” giuridica si consuma ogni giorno: rinvii quasi automatici per l’accusa, proroghe delle indagini concesse senza reale controllo, udienze preliminari ridotte a passaggi burocratici. Chi frequenta le aule lo sa. Negarla significa non conoscerla o non volerla conoscere e qualche regola in marito non guasterebbe, soprattutto per rispettare il principio del “Giusto processo” che va in malora ogni qual volta viene negata, di fatto, alla difesa una prerogativa concessa “di diritto” e “in automatico” al PM. E vogliamo anche parlare del fatto che quest’ultimo si può permettere il lusso di inserire nel fascicolo delle sue indagini una carpetta con la scritta “riservato” (che in genere può contenere prove a discolpa) e negarne l’estrazione copie al difensore (e spesso pure la semplice visione) e si permette anche di scegliere cosa inviare o no al giudicante (non è un caso che il fascicolo dell’accusa sia corposo, ma a tratti inaccessibile, e quello del GDU sia scarno)? Noi avvocati sappiamo che tutto ciò non è frutto di fantasia, ma che accade incredibilmente davvero e non sporadicamente (e questo “strapotere” è concesso all’inquirente “di fatto”).

 

9.- Ci consenta una domanda politica: questa riforma è stata indiscutibilmente adottata dalla destra che ne rivendica anche la primogenitura risalendo addirittura a Berlusconi. Noi pensiamo che la esegesi corretta ponga la sua genesi altrove.   

Chi è in buona fede ed ha memoria storica non può che farsi una sonora risata di fronte a questa affermazione
A riportare con forza il tema della separazione delle carriere fu il PSI ai tempi di Bettino Craxi, quando parlare di garanzie non era considerato un peccato mortale e il garantismo non era lasciato alle destre per abbandono culturale della sinistra.

Craxi comprese prima di altri che una magistratura senza contrappesi rischiava di diventare potere politico essa stessa  e non strumento di equilibrio. Attribuire oggi questa battaglia a Berlusconi o alla destra è una falsificazione comoda, utile a rimuovere una storia che non si vuole più ricordare.

La separazione delle carriere non nasce a destra: nasce nel socialismo riformista, liberale e garantista, quello che difendeva la Costituzione senza trasformarla in un totem intoccabile Attribuire oggi questa battaglia alla destra è una scorciatoia polemica e una rimozione storica. Il vero paradosso è che oggi la sinistra combatte una battaglia contro qualcosa che un tempo le apparteneva.

 

10.- Una domanda fuori tema ma a nostro avviso pertinente. Sia Gratteri che Davigo sono contrarissimi ai cosiddetti “tribunali minori”. Nell’agenda di governo c’è il riordino dei criteri delle norme che portarono alla soppressione di numerosi tribunali. In molti casi furono soppressi uffici che lasciarono sguarniti territori importanti. La giustizia deve essere di prossimità o deve per forza rispondere, come una azienda, a criteri di numeri di produzione?

È quasi una domanda retorica. La soppressione dei cosiddetti tribunali minori ha lasciato interi territori senza una tutela effettiva dei diritti. Una giustizia lontana è, per definizione, una giustizia diseguale e uno Stato che allontana la giustizia dai cittadini prepara terreno fertile all’illegalità, salvo poi stupirsi delle conseguenze.

Ma il problema non è – o non è solo – la geografia giudiziaria. Il vero vulnus è un sistema della giustizia stremato da riforme parziali, spesso mal scritte e quasi mai concepite da chi i tribunali li frequenta quotidianamente. Basti ricordare riforme varate senza neppure consultare l’avvocatura istituzionale, come se fosse un fastidio e non un presidio costituzionale del giusto processo: una per tutte la Cartabia, attraverso la quale si minano i diritti dei cittadini, si ridimensiona e sacrifica la funzione dell’avvocato e si rischia di trasformare il magistrato in un burocrate.

Gli uffici giudiziari soffrono di una cronica carenza di personale, non solo quantitativa ma anche qualitativa, sono privi di strumenti adeguati e funzionano sempre più come una lotteria: un terno al lotto per i cittadini che cercano giustizia, un esercizio di equilibrismo per gli avvocati che tentano ancora di fare il loro mestiere. In questo quadro, l’attività di difesa viene progressivamente compressa, marginalizzata, talvolta trattata come un intralcio, se non addirittura come un azzardo temerario.

C’è poi un effetto collaterale, raramente dichiarato ma evidente: l’inadeguatezza strutturale rende spesso inattuabili le stesse norme del nuovo processo penale, mentre nel civile si assiste a una riduzione sistematica degli spazi di difesa, in nome di una efficienza solo proclamata.

Accentuare tutto questo concentrando uffici e competenze in un unico grande “carrozzone” centrale non migliora l’efficienza: la peggiora. La gestione diventa più rigida, più lenta e più opaca. Strutture territoriali diffuse, invece, sarebbero più governabili, più agili e più vicine ai cittadini.

E quanto alla solita obiezione — “manca il personale” — la risposta è di una semplicità disarmante: si bandiscano concorsi seri. Perché uno Stato che rinuncia a garantire la giustizia per carenza di personale non sta razionalizzando: sta abdicando.

Quando la giustizia diventa un problema di logistica, i diritti finiscono in giacenza e lo Stato, risparmiando sulla giustizia, finisce per spendere molto di più a causa della conseguente illegalità dilagante.