sabato 31 maggio 2014

PERCHE' LA GUERRA E' INEVITABILE


PERCHE' LA GUERRA E' INEVITABILE
Data: 27/05/2014

DI PAUL CRAIG ROBERTS
informationclearinghouse.info


russia








Il Memorial Day è il giorno in cui commemoriamo i nostri caduti in guerra. Come il 4 luglio sta diventando una celebrazione della guerra stessa.Coloro i quali hanno perso familiari e amici stretti in guerra non vogliono che le loro morti siano state vane, di conseguenza i conflitti diventano azioni valorose messe in atto da persone valorose che combattono per la verità, la giustizia e il modo di vivere statunitense. I discorsi patriottici declamano quanto siamo debitori nei confronti di quelli che hanno dato le loro vite affinchè gli USA possano restare liberi.I discorsi nascono dalle buone intenzioni, ma creano una falsa realtà che sostiene ulteriori guerre: nessuna delle guerre combattute dagli USA ha mai avuto a che fare con la salvaguardia della loro libertà, al contrario, le guerre ci hanno strappato i diritti civili, rendendoci sempre meno liberi. Il presidente Lincoln aveva emanato un ordine di arresto per i giornalisti ed editori dei giornali nordisti, aveva chiuso 300 testate e trattenuto 14.000 prigionieri politici. Lincoln aveva arrestato il Rappresentante Clement Vallandingham, che criticava la guerra, in Ohio, esiliandolo nella Confederazione. Woodrow Wilson sfruttò la prima guerra mondiale per sopprimere la libertà di fare comizi e anche Franklin D. Roosevelt sfruttò la seconda guerra mondiale per internare 120.000 cittadini di discendenza giapponese, sulle basi che la loro razza li rendeva sospetti. Il professor Samuel Walker ha affermato che il presidente George W. Bush ha usato la “guerra al terrore” per un attacco trasversale ai diritti civili, rendendo il suo regime il più grande pericolo alla libertà he gli USA abbiano mai vissuto.


Lincoln distrusse per sempre i diritti negli States, ma la sospensione dell’habeas corpus e della libertà di parola durante le tre grandi guerre furono sempre sospesi al termine del conflitto. In ogni caso l’abrogazione della Costituzione del presidente Bush è stata allargata dal presidente Obama e codificata dal Congresso in legge. Ben lungi dal difendere i nostri diritti, i nostri soldati morti moti durante la “guerra al terrore” sono morti affinchè il presidente potesse detenere a tempo indeterminato cittadini degli Stati Uniti senza un giusto processo e potesse allo stesso modo ucciderli sulla base di sospetti, senza che essi potessero appellarsi alla legge o alla Costituzione.
La conclusione evidente è che le guerre degli Stati Uniti non hanno difeso la nostra libertà, ma, al contrario, l’hanno distrutta. Come Alexander Solzhenitsyn ha affermato “Uno stato di guerra serve solo come scusa per una tirannia interna”.La secessione del Sud aveva minacciato l’impero di Washington, ma non la popolazione; nemmeno i Tedeschi della prima guerra mondiale e i Tedeschi e Giapponesi della seconda minacciarono in alcun modo gli USA. Come gli storici hanno chiaramente evidenziato, la Germania non diede inizio alla prima e alla seconda guerra mondiale per mire espansionistiche. Le mire Giapponesi si limitavano all’Asia. Le ambizioni di Hitler si limitavano alla ristrutturazione delle province tedesche tolte alla Germania come bottino della prima guerra mondiale a violazione delle garanzie del presidente Wilson e ai territori ad Est. Nessuna nazione aveva mai panificato di invadere gli USA; il Giappone aveva attaccato la base di Pearl Harbor nel Pacifico, in quanto ostacolo alle sue attività in Asia, non come preambolo ad un’invasione al territorio statunitense.

Certamente le nazioni devastate da Bush e Obama nel 21° secolo – Iraq, Afghanistan, Libia, Somalia, Siria, Pakistan e Yemen – non avevano mai minacciato gli Stati Uniti, infatti queste guerre sono state usate da un esecutivo tirannico  per stabilire le basi dello stato di polizia segreta in cui viviamo.
La verità è dura da sopportare, ma i fatti sono evidenti. Quelle guerre sono state combattute per aumentare il potere di Washington, i profitti delle banche e delle industrie belliche e le fortune delle aziende statunitensi. Il generale della marina Smedley Butler ha affermato “Ho servito in tutti ranghi dal ruolo di sottotenente fino a generale maggiore e durante il servizio, ho speso la maggior parte del mio tempo in qualità di braccio armato di primo livello per i Grandi Affari, per Wall Street e per i banchieri. In breve ero uno sgherro del capitalismo.È quasi impossibile commemorare i caduti senza glorificarli ed è impossibile glorificarli senza glorificare le guerre cui hanno partecipato. Per tutto il 21° secolo gli Stati Uniti sono stati in guerra, non contro eserciti o minacce alla propria libertà, ma contro civili, donne, bambini, anziani e contro la nostra stessa libertà. Le elite con un legittimo interesse  in questi conflitti ci dicono che proseguiranno per 20-30 anni prima che si sia sradicata la “minaccia terrorista”.

Ciò ovviamente è senza senso. Non c’è stata alcuna minaccia terroristica fino a che Washington non ha iniziato a cercare di crearla attraverso attacchi militari, sostenuti da menzogne, contro la popolazione islamica.
Washington ha avuto tanto successo con le sue bugie al punto che la sua arroganza ha superato la capacità di giudizio, rovesciando un governo democraticamente eletto in Ucraina, Washington ha portato gli USA a scontrarsi con la Russia e questo confronto potrebbe finire male, forse per Washington stessa, forse per il mondo intero. Se Gheddafi ed Assad non si sono arresi, come può Washington pensare che lo farà Putin? La Russia non è nè la Libia nè la Siria. Washingotn è il bulletto che dopo aver picchiato tutti i bambini dell’asilo, pensa di fare il duro con il linebacker del college.


I regimi di Bush e Obama hanno distrutto la reputazione degli Stati Uniti con le loro menzogne senza fine e le violenze contro altre popolazioni, il mondo vede Washington come una minaccia.
Sondaggi a livello mondiale dimostrano come la gente ponga Israele e USA come le due nazioni che minacciano maggiormente la pace. Le nazioni che la propaganda di Washington definisce “stati canaglia” e “l’asse del male” come Iran e Korea del Nord sono molto più in basso nella lista quando si interpellano persone in giro per il mondo; è lapalissiano come il resto del mondo non creda a all’autocelebrativa propaganda di Washington: il mondo vede USA e Israele come “stati canaglia”.Sono gli unici due stati al mondo vittime delle loro stesse ideologie: gli USA del neoconservatorismo che afferma che essi sono una nazione “eccezionale ed indispensabile” scelta dalla storia per esercitare la propria egemonia su tutte le altre. Questa ideologia è sostenuta dalle dottrine di Brzezinsky e Wolfowitz, che sono alla base della politica estera statunitense.

Il governo di Israele è vittima dell’ideologia sionista che vuole un “grande Israele” dal Nilo all’Eufrate, molti Israeliani stessi non accettano quest’idea, che però è sostenuta dai “colonizzatori” e dal governo. Le ideologie sono cause importanti della guerra. Come l’idea di Hitler che la razza tedesca fosse superiore si rispecchia in quella statunitense che gli USA siano superiori, così quella comunista che la classe operaia fosse superiore a quella capitalista è rispecchiata nel principio sionista che gli israeliani siano superiori ai palestinesi. I sionisti non hanno mai sentito parlare dei diritti degli squatter e sostengono che gli ebrei immigrati in Palestina vantino diritti su una terra occupata da altri da millenni.
Le dottrine di superiorità di Washington e Israele non vanno molto d’accordo con “gli altri”. Quando Obama ha pubblicamente dichiarato che gli statunitensi sono un popolo eccezionale il presidente ruso Putin ha risposto “Dio ci ha creati tutti uguali”. A discapito della sua popolazione il governo di Israele s’è fatto nemici a non finire, si è effettivamente isolato nel mondo. La sua esistenza dipende esclusivamente dalla volontà e abilità di Washington di proteggerlo, il che consegue che il potere di Israele è una conseguenza del potere degli USA. Quest’ultimo è un’altra storia: come unica economia viva a seguito della seconda guerra mondiale, ha imposto il dollaro come unica moneta a livello mondiale, questa posizione ha dato a Washington egemonia finanziaria assoluta, prima fonte del suo potere. L’ascesa di altre nazioni mette questa egemonia in pericolo. Per prevenire quest’ascesa, Washington si appende alle dottrine di Brzezinsky e Wolfowitz. In breve, l’idea di Brzezinsky dice che per rimanere l’unica superpotenza, Washington deve controllare la zona Eurasiatica, il suo obiettivo è di sottomettere pacificamente il governo russo all’egemonia statunitense. “Una Russia debolmente confederata… una Russia decentralizzata sarebbe meno suscettibile a mire imperialiste”. In altre parole, spaccare la Russia in un’associazione di stati semiautonomi i cui politici siano sensibili ai dollari d’oltreoceano.

Bzrezinsky ha proposto una “strategia per l’Eurasia”: la Cina e “una Russia confederata” sarebbero parte di un “piano di sicurezza transcontinentale”, controllato da Washington per perpetrare il ruolo degli USA come unica superpotenza a livello mondiale. Una volta ho chiesto al mio collega Bzrezinsky, che se tutti erano nostri alleati, contro chi ci eravamo coalizzati? La mia domanda lo ha sorpreso, perché penso che egli sia rimasto intrappolato nella strategia della guerra fredda anche dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica. Il pensiero comune durante la guerra fredda era quello che se non avevi il pugno già caricato allora eri fuori dal gioco. L’importanza di prevalere divenne corrosiva e questa tendenza è sopravvissuta al crollo dell’URSS. Dominare gli altri è l’unica politica estera che Washington conosce. La forma mentis che gli USA debbano prevalere ha fatto da base ai Neoconservatori e alle loro guerre del 21° secolo, la quale, con il sollevamento del governo eletto democraticamente in Ucraina, è sfociata in una crisi che ha messo Washington in conflitto diretto con la Russia. Io conosco le strutture strategiche che lavorano per Washington, ho occupato la cattedra di Politica Economica  del centro William E. Simon per gli studi strategici e internazionali per una dozzina d’anni. L’idea diffusa è che Washington debba battere la Russia in Ucraina per non perdere il suo prestigio e il suo status di superpotenza.
Il desiderio di predominio conduce sempre alla guerra fino a che la sensazione di predominio non è ristabilita.


Il percorso verso lo scontro è sostenuto dalle teorie di Paul Wolfowitz, l’intellettuale Neoconservatore che ha scritto la dottrina militare e di relazioni internazionali degli states ha scritto tra molti altri passaggi:
“il nostro primo obiettivo è di prevenire il riemergere di un nuovo rivale, sul territorio dell’ex URSS o da qualche altra parte [Cina], che ponga una minaccia all’ordine sui territori precedentemente controllati dall’Unione Sovietica. Questo è un punto fondamentale che sottosta ad una nuova strategia di difesa regionale e richiede che ci prodighiamo a prevenire ogni potere ostile dall’avere potere su una regione le cui risorse, sotto un controllo consolidato, possono fornire la base per un potere globale”. Nella dottrina di Wolfowitz, ogni altra nazione forte è definita una minaccia e un potere ostile agli USA, senza considerare quanto essa voglia cooperare per un beneficio comune. La differenza tra Bzrezinsky e i Neoconservatori è che lui vuole sottomettere la Russia e la Cina includendole in un impero come elementi importanti le cui voci verrebbero ascoltate, anche se solo per questioni diplomatiche, mentre loro sono preparati a fare affidamento sulla forza militare combinata con rivolte interne supportate dalle ONG finanziate dal governo USA e persino da organizzazioni terroristiche, se fosse necessario.


Né gli Stati Uniti né Israele provano vergogna per la loro reputazione internazionale di paesi che creano le maggiori minacce, infatti entrambi sono fieri di essere considerati tali: la politica estera di entrambi è priva di qualsiasi diplomazia, si basa esclusivamente sulla violenza. Washington impone ai paesi di fare come dice o di “essere rasi al suolo dalle bombe”. Israele dice che tutti i Palestinesi, inclusi donne e bambini, sono “terroristi” e spara loro nelle strade, giustificandosi dicendo che si sta proteggendo dal terrorismo. Israele, che non riconosce la Palestina come stato, copre i suoi crimini affermando che la Palestina non riconosce lo stato di Israele.
“Non abbiamo bisogno di diplomazia puzzolente. Noi abbiamo il potere.” Questa è l’attitudine che provoca le guerre e gli Stati Uniti è proprio lì che ci stanno conducendo. Il primo ministro britannico, la cancelliera tedesca e il presidente della Francia sono alleati di Washington, gli garantiscono copertura. Invece di crimini di guerra, Washington ha una “coalizione di volonterosi” e invasioni militati che portano “democrazia e diritti per le donne” in paesi non compiacenti. La Cina subisce più o meno lo stesso trattamento. Un paese con quattro volte la popolazione degli USA ma meno carcerati è continuamente criticata come “stato autoritario”, è accusata di violazione dei diritti umani mentre la polizia negli Stati Uniti brutalizza la popolazione. Il problema per l’umanità è che Cina e Russia non sono Libia e Iraq; queste due nazioni possiedono arsenali nucleari, la loro superficie supera di gran lunga quella degli Stati Uniti. Essi non sono stati in grado di occupare con successo Baghdad o l’Afghanistan e non hanno possibilità di prevalere contro Russia e Cina in una guerra normale. Cosa ci possiamo aspettare da un governo privo di moralità?

Il mondo non ha mai provato sulla propria pelle governi canaglia del calibro di Washington e Israele, entrambi sono pronti ad uccidere chiunque, guardate la crisi che è stata creata in Ucraina e il pericolo che ne è conseguito. Il 23 maggio in Russia il presidente Putin ha parlato al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, un meeting che vede coinvolti 62 paesi e i CEO di 146 delle più grandi aziende occidentaliPutin non ha parlato dei miliardi di dollari di contratti che venivano siglati, ha parlato della crisi che Washington ha portato in Russia e ha criticato l’Europa per essere un vassallo di Washington e supportarne la propaganda contro il suo paese e le interferenze in questioni di interesse vitale per esso. Putin ha parlato in modo diplomatico, ma il messaggio ricevuto dagli uomini d’affari statunitensi ed europei è che se i loro governi continuano ad ignorare lo scorno della Russia e a comportarsi come se potessero interferire negli interessi russi come se la Russia non esistesse, ci saranno dei problemi.
Le teste di queste grandi aziende porteranno il messaggio dritto a Washington e alle capitali europee. Putin ha reso lampante che l’assenza di dialogo con la Russia potrebbe avere come conseguenza l’errore dell’occidente di introdurre l’Ucraina nella NATO e di posizionare basi missilistiche al confine con la Russia. Putin ha imparato che non può contare sulla buona volontà dell’occidente e ha detto chiaramente, al limite della minaccia, che basi militari occidentali su suolo ucraino sono inaccettabili. Washington continuerà ad ignorare la Russia e le capitali europee dovranno discernere se Washington le sta spingendo in un conflitto con la Russia contro i loro interessi, dunque Putin sta mettendo alla prova i politici europei per capire se presso di loro ci sono abbastanza intelligenza ed indipendenza per una riappacificazione.Se Washington nella sua insopportabile arroganza forzerà Putin a tagliare fuori l’occidente, l’alleanza strategica Cina-Russia, che si sta formando per contrapporsi alla politica ostile di Washington  di circondare entrambe le nazioni con basi militari, si stringerà per prepararsi all’inevitabile guerra. I sopravvissuti, se ce ne saranno, potranno ringraziare i Neoconservatori, la dottrina di Wolfowitz e la strategia di Brzezinsky per la distruzione della vita sulla terra.
Il popolo statunitense contiene una grande quantità di persone malinformate che pensano di sapere tutto, queste sono state programmate dalla propaganda USA e israeliana ad equiparare l’islam ad un’ideologia politica. Credono che l’islam, una religione, sia una dottrina militare che sostiene il ribaltamento della civiltà occidentale, come se qualcosa fosse rimasto della civiltà occidentale. Molti credono a questa propaganda anche di fronte alla prova tangibile che Sunniti e Sciiti si odiano più di quanto possano odiare i loro occupatori e oppressori occidentali. Gli USA hanno lasciato l’Iraq, ma il massacro ora è forse più cruento che durante l’invasione ed occupazione statunitensi. Il pegno di vittime del conflitto tra Sunniti e Sciiti è straordinario, una religione così disunita non crea minaccia per nessuno se non per gli islamici stessi. Washington ha sfruttato con successo la scarsa unione nell’Islam per rovesciare Gheddafi e la usando tutt’ora per ribaltare il governo in Siria. I musulmani non riescono ad unirsi nemmeno per difendersi dagli attacchi dell’occidente. Non c’è alcuna prospettiva di un’unione islamica per distruggere l’occidente. Anche se l’islam lo facesse, non avrebbe senso, l’occidente si è già autodistrutto: negli Stati Uniti la costituzione è stata vilipesa dai regimi di Bush e Obama, non ne rimane nulla. Dato che gli Stati Uniti sono la loro costituzione, cosa erano un tempo non esiste più, una differente entità ha preso il loro posto.
L’Europa è morta con l’Unione Europea, che ha richiesto la fine della sovranità di tutti i paesi membri. Alcuni burocrati inaffidabili a Bruxelles sono diventati superiori alla volontà dei francesi, dei tedeschi, degli inglesi, degli italiani, degli olandesi, degli spagnoli, dei greci e dei portoghesi. La civiltà occidentale è uno scheletro, sta ancora in piedi ma non c’è vita in essa, il sangue della libertà se n’è andato: le popolazioni occidentali guardano ai propri governi come a dei nemici. Perché altrimenti Washington avrebbe militarizzato le forze di polizia locali, fornendole come se fossero eserciti d’occupazione? Perché la sicurezza nazionale, il dipartimento dell’agricoltura e persino le poste e la sicurezza sociale avrebbero ordinato miliardi di munizioni ed armi semiautomatiche? A cosa serve questo arsenale pagato dai contribuenti se non a sottomettere i cittadini statunitensi?
Come ha detto l’influente studioso di trend Gerald Celente nel Trends Journal, “la rivolta avvolge i quattro angoli del globo”. Per tutte l’Europa persone arrabbiate, disperate e soverchiate marciano contro le politiche finanziarie dell’UE che le stanno mettendo in ginocchio. Nonostante tutti gli sforzi di Washington attraverso le sue cinque colonne conosciute come ONG per destabilizzare la Russia e la Cina, i governi di questi paesi hanno più supporto tra le loro popolazioni di quanto ne abbiano UE e USA. Nel ventesimo secolo la Russia e la Cina hanno imparato cosa sia la tirannia e l’hanno rifiutata. Negli USA la tirannia è entrata travestita da “guerra al terrore”, una truffa usata per spaventare i pecoroni e indurli ad abbandonare i loro diritti civili, liberando Washington dal rispondere alla legge e permettendole di instaurare uno stato militare. Fin dalla seconda guerra mondiale Washington ha usato il suo potere finanziario e la “minaccia sovietica”, ora mutata in “minaccia russa”, per annettere l’Europa al suo impero. Putin sta sperando che gli interessi degli stati europei prevalgano alla sottomissione a Washington, questa è la sua scommessa, questa è la ragione per cui non reagisce alle provocazioni statunitensi in Ucraina. Se l’Europa delude la Russia, Putin e la Cina si prepareranno alla guerra che la bramosia di dominio di Washington renderà inevitabile.
Paul CraigRoberts era assistente segretario del Treasury for Economic Policy e editore associato del Wall Street Journal. Era editorialista del Business Week, Scripps Howard News Service e Creators Syndicate. Ha tenuto molte conferenze universitarie. I suoi post su internet hanno attirato attenzione mondiale. I suoi ultimi libri sono The Failure of Laissez Faire Capitalism e How America Was Lost. http://www.paulcraigroberts.org/

sabato 24 maggio 2014

SERVIZI USA-NATO-SAUDITI STABILISCONO BASI DI AL-QAEDA IN‪ ‎UCRAINA‬



SERVIZI USA-NATO-SAUDITI STABILISCONO BASI DI 
AL-QAEDA IN‪ ‎UCRAINA‬ USANDO MERCENARI TAKFIRI 
ADDESTRATI AL TERRORISMO NELLA GUERRA 


La NATO starebbe allestendo una base per le operazioni contro la Russia in Ucraina. L’Arabia Saudita recluta jihadisti da tutta Europa, di cui 5000 per l’Ucraina armati e addestrati in Polonia e Ucraina da un mese.
Tuttavia, il comando di questa forza non sarà di Kiev o Langley, ma degli elementi più estremisti che combattono in Siria e in Iraq. NATO e Arabia Saudita fanno dell’Ucraina una base operativa di al-Qaida, AQIU (al-Qaida In Ucraina).
Molti dei reclutati sono veterani della guerra siriana sopravvissuti alla lotta intestina tra i gruppi ribelli e all’assalto dell’esercito siriano.

LA GIUNTA DI KIEV ADERISCE AD AL-QAIDA


(testo di Gordon Duff, traduzione di Alessandro Lattanzio) 


La vera al-Qaida
Al-Qaida ha a lungo guardato la Siria come la “seconda vita” dell’organizzazione che avrebbe fatto il suo tempo. La vera al-Qaida non è mai stata l’erede dei famosi mujahidin di Usama bin Ladin, come detto nella mitologia popolare. Negli anni ’90, bin Ladin continuò a lavorare con la CIA anche se gravemente malato. Bin Ladin fu curato negli ospedali di Stati Uniti, Pakistan e Golfo sotto la stretta protezione della CIA, a volte anche negli Stati Uniti, che presumibilmente lo ricercava.
Fece diversi viaggi negli Stati Uniti, rimanendo in California e in una suite privata in un hotel a quattro stelle di Washington. Il redattore di Veterans Today ed ex-coordinatore dell’intelligence della Casa Bianca Lee Wanta incontrò bin Ladin a Washington e a Peshawar.
Lì, bin Ladin organizzò il rimpatrio dei missili Stinger che alcuni capi dei mujahidin avevano tentato di vendere sul mercato. In un’intervista del 2012, Wanta affermò che bin Ladin continuava a servire la CIA da intermediario con l’Arabia Saudita e in diverse missioni della CIA con la copertura di capo del gruppo terroristico fasullo “al-Qaida”. Wanta afferma che bin Ladin fu “al fianco degli Stati Uniti fino alla morte”, avvenuta nel dicembre 2013.

Dall’intervista a Wanta: 
“Nei primi mesi del 1990, bin Ladin, seriamente malato ai reni, fu portato in una struttura statunitense nel Golfo Persico. Da lì si recò a Los Angeles, atterrando nell’aeroporto Ontario, dove fu accolto da Albert Hakim, rappresentante il presidente Bush (41), Ollie North (libero su cauzione), l’ammiraglio William Dickie, l’avvocato Glenn Peglau e il generale Jack Singlaub, uno dei fondatori della CIA.
Hakim era il rappresentante personale del presidente Bush e responsabile generale del piano. ‘Bud’ McFarlane, una figura dell’Iran-Contra graziata dal presidente Bush nel 1992, faceva parte del gruppo. Bin Ladin poi lasciò Los Angeles per Washington DC. Rimase al Mayflower Hotel. Le riunioni si svolsero presso il Metropolitan Club di Washington.
L’avvocato Glenn Peglau soggiornava al Metropolitan. Mentre era lì, la stanza di Peglau fu scassinata e alcuni “oggetti” rimossi. Nulla venne registrato, classificato o pubblicato, né tale ‘gruppo di lavoro’ fu mai sciolto o mai registrata la conclusione dello status di Usama bin Ladin quale agente della sicurezza del governo degli Stati Uniti. Nel 2001, l’ultima dichiarazione pubblica di Usama bin Ladin negava qualsiasi coinvolgimento negli attacchi dell’11/9. Non ci sono documenti classificati che leghino bin Ladin all’11 settembre o che lo indichino essere un’agente canaglia della CIA‘”.
Al-Qaida, “ralizzazione” di CIA/MI6, ebbe inizialmente il compito di “coprire” un basso e moderato terrorismo sotto falsa bandiera volto a manipolare i prezzi del petrolio e scongiurare i tagli dell’amministrazione Clinton nella spesa per la Difesa. L’11/9 ha cambiato tutto. La dozzina di informatori dell’FBI e agenti secondari della CIA che creò al-Qaida divenne un esercito fittizio di jihadisti altamente qualificati con enormi basi sotterranee in tutto l’Afghanistan che secondo il segretario della Difesa Donald Rumsfeld, in un’intervista al giornalista Tim Russert, erano “profondi dieci piani e capaci di ospitare migliaia di combattenti”. Rumsfeld parlava di ospedali sotterranei e unità corazzate in decine di basi sotterranee nascoste, secondo Rumsfeld, in tutto l’Afghanistan.
Come l’umorista statunitense Jim W. Dean dice spesso, “Non puoi montarci delle cose del genere“. Tuttavia, come mostra tale grafico, il segretario della Difesa Rumsfeld fece esattamente ciò e migliaia di statunitensi sono morti a caccia del “sogno irrealizzabile” di Rumsfeld.
In 13 anni di guerra in Afghanistan non sono stati trovati tali impianti, né alcuna reale forza di al-Qaida è mai stata scoperta, anche se gli Stati Uniti affermano di aver ucciso “il numero due di al-Qaida” in otto diverse occasioni e di avere “ri-ucciso” Usama bin Ladin almeno una volta. In Gran Bretagna, dopo anni di stallo, spuntano parti “non redatte” dell’inchiesta Chilcot sull’intelligence falsificata che portò alla guerra in Iraq, che non solo menzionano le misteriose “basi di al-Qaida/UFO” di Rumsfeld, ma prendono atto dell’incapacità di produrre le prove dell’esistenza di al-Qaida.
Non c’era alcuna forza combattente di al-Qaida, non fino a quando fu necessaria in Siria. Lì le forze speciali statunitensi, finanziate da Arabia Saudita e Qatar, ed aiutate da Israele, Turchia e Giordania, istituirono campi di addestramento e cominciarono un diffuso reclutamento di terroristi da tutto il mondo musulmano. Al-Qaida è molto reale ora, rapisce ragazze in Nigeria come Boko Harum, usa autobombe in Kenya e minaccia una dozzina di nazioni africane. Ora al-Qaida, sostenuta dai movimenti islamisti georgiano e ceceno, va in Ucraina. La nuova al-Qaida si affianca al regime ultranazionalista a Kiev, tuttavia, è sempre una creatura di CIA/MI6.

I jihadisti tornano a casa
L’Unione europea a lungo teme il ritorno dei mercenari jihadisti, veterani delle atrocità in Siria. I capi dei vari servizi di sicurezza della NATO sono in estasi di fronte alla prospettiva di vedere questi combattenti, radicalizzati e addestrati, inviati in Ucraina.
L’idea di usare al-Qaida come esercito mercenario contro la Russia dovrebbe sembrare “troppo bella per essere vera” per i capi europei, in particolare i polacchi che hanno un ruolo attivo nel sostenere il terrorismo in Ucraina. Al-Qaida ha gustato il “sangue cristiano” in Siria.
Per coloro che pensano che si limiterà agli ucraini russofoni, il gruppo che punta all’Arabia Saudita potrebbe essere ben più delirante.
Dall’articolo di Lada Ray su Trendcast del 6 maggio 2014: “L’organizzazione islamica dell’Ucraina (nota: affiliata ad al-Qaida) ha annunciato che 5000 mercenari islamici arriveranno da Germania, Turchia, Azerbaigian e Georgia.
Il principe saudita Bandar Bush, noto finanziatore del terrorismo islamico e di al-Qaida, confidente della famiglia Bush, ha annunciato l’invio di migliaia di mercenari contro la Russia per aver fermato l’invasione degli Stati Uniti della Siria. Tutti questi mercenari sono stati inviati a Kiev per reprimere le insurrezioni popolari contro la giunta di Kiev nel Sud e nell’Est dell’Ucraina“.

Pollai da arrostire
Il piano per la costruzione dell’Ucraina come Stato dell’apartheid, “Israele dell’Europa orientale”, un enclave fondamentalista per sfruttare rancori storici e odi etnici, è a buon punto. Il massacro del 2 maggio 2014 ad Odessa è solo l’inizio. Sono passi evidentemente destinati a portare le forze russe in Ucraina orientale per fermare la dichiarata politica della pulizia etnica di Kiev. La censura sulla stampa occidentale, in particolare sull’uso di armi chimiche contro i separatisti a Odessa e Donetsk, giustappone la retorica dell’occidente riguardo all’uso delle WMD in Siria e altrove.
In una dichiarazione rilasciata oggi:
“La dichiarazione ufficiale del Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare del Donetsk alle autorità di Kiev riguardanti l’uso di armi chimiche, il 6 maggio 2014 nella città di Marjupol, per mano di unità armate sotto l’autorità di Kiev, che durante l’assalto del consiglio comunale hanno usato armi chimiche di tipo sconosciuto.
I difensori del Consiglio Comunale lasciarono il posto per le armi chimiche. Molti sono stati feriti alle vie di respirazione con conseguenze sulla salute e pericolo di vita… Il suddetto caso di uso di armi chimiche da parte delle autorità di Kiev, rientra pienamente nella definizione della “Convenzione su proibizione di sviluppo, produzione, immagazzinaggio ed uso di armi chimiche” (vedasi sezione “Definizioni e criteri”, comma 1)“.
Così, le stesse armi indicate da Seymour Hersh nell’impiego di al-Qaida e dei suoi affiliati contro il popolo siriano, ora appaiono in Ucraina. Con questo anche noi notiamo il flusso di combattenti di al-Qaida/al-Nusra. addestrati dalla CIA. Coloro che credono che non si rivolteranno contro i loro padroni, sbaglieranno di nuovo calcolo.

Gordon Duff è un marine veterano della guerra del Vietnam, che ha lavorato per decenni sulla questione dei veterani e prigionieri di guerra, ed è consultato dai governi sulla sicurezza. E’ capo-redattore e presidente del consiglio di Veterans Today, per la rivista online “New Oriental Outlook“.

venerdì 16 maggio 2014

L'AVVENTURA DI FATIMA ALL'AEROPORTO DI TEL AVIV


PRESIDENTE NAPOLITANO, PERCHE' MI PROIBISCONO DI VISITARE GERUSALEMME?
La fotografa italiana Fatima Abbadi scrive al capo dello stato per raccontare la sua disavventura all'arrivo all'aeroporto di Tel Aviv. Interrogata per ore e infine espulsa senza alcun motivo. Una esperienza che ogni giorno vivono tanti altri viaggiatori in arrivo allo scalo israeliano.













Roma, 25 ottobre 2011, Nena News - Caro Presidente, mi chiamo Fatima Abbadi, ho 33 anni, e sono una cittadina italiana. Scrivo a Lei, e attraverso Lei mi rivolgo anche a quei cittadini che avranno la possibilità di ascoltare queste mie parole, questo mio grido, che non è di disperazione, ma carico di speranza umana e civile. Sono nata in una terra straniera, negli Emirati Arabi Uniti, da padre arabo (giordano/palestinese) e madre Italiana, dove ho trascorso quasi tutta la mia infanzia, frequentando una scuola indiana. A quindici anni mi sono trasferita in Giordania dove ho terminato gli studi secondari in una scuola araba/americana. In queste terre straniere multi-culturali ho imparato il valore e l'importanza che la conoscenza di diverse culture può avere nella crescita e nell'educazione dell'individuo, creando in me un bagaglio culturale di inestimabile valore. Una volta arrivata in Italia per gli studi universitari, è iniziata una ricerca culturale per capire al meglio le mie radici arabe ed europee, per scoprire il nesso tra occidente e medioriente. Ho scelto la fotografia come linguaggio di espressione e l'essere femminile come strumento di approccio per comunicare con gli altri. Non giudico la mia fotografia: lascio che ognuno sia in grado di cogliere da essa il mio messaggio.Ho sempre cercato di evidenziare la "bellezza" dell'essere umano, la sua essenza, la pace, l'amore, la tristezza, il dolore, la nascita e la gioia. Da 5 anni questa ricerca è diventata "progetto", che mi ha portato a viaggiare in molti Paesi. La prima parte di questo progetto di ricerca umana/filosofica si è conclusa proprio all'inizio di quest'anno, con una prima raccolta di opere denominata "Women Through my Lens", che è stata presentata ed esposta ad Amman (Giordania), città natale di mio padre. Questo mio progetto mi ha portato a scegliere come meta di viaggio per le ferie estive di quest'anno "Gerusalemme". Avevo scelto questa città perché, in primis, è un pilastro fondamentale per la mia fede (musulmana), ed è la città delle 3 più grandi Religioni monoteiste. Ero alla ricerca dello "spirito" che da sempre lega l'uomo con il Divino. Ero alla ricerca delle miei radici. Gerusalemme è la culla delle civiltà, a livello storico, linguistico, culturale e perché no, anche culinario. Volevo capire meglio e da vicino la religione ebraica. Volevo scoprire le usanze e i costumi che le donne tramandano da generazioni in generazioni. Non ho preferenze di razza, colore o etnia. Il mio cammino mi porta a non avere barriere, pregiudizi o ad ettichettare qualcuno. La mia ricerca era mirata a tutte le donne in Terra Santa perché io credo nell'essere femminile, nel fatto che siamo tutte ambasciatrici di cultura ed educazione. Volevo cercare di comprendere il perché di questi eterni conflitti che dissacrano questa città sin da tempi remoti. Credo anche nella umanità delle persone e sono convinta che pure nel dolore, nella sofferenza e nella cattiveria di una guerra, si possa trovare tanto amore da donare Non mi spaventava questo viaggio. Sono partita da Venezia il 26 agosto 2011, volo Alitalia 1464 delle 08.00, scalo Roma Fiumicino, per poi prendere il volo Alitalia 812 delle 11.35 che mi avrebbe portato a Tel Aviv alle 15.55, ora locale. Durante il mio viaggio, tutta una serie di riflessioni su questa nuova terra, per me straniera. Ero entusiasta. Continuavo a ripetermi una frase letta in un libro di Fatema Mernissi: "Le parole della nonna Jasmina: viaggiare non è un'occasione di spasso, ma di apprendimento. Passare frontiere, superare la paura dello straniero, fare lo sforzo di comprendoerlo, è decisamente un modo meraviglioso di arricchirci. Ci permette di capire chi siamo, e come la nostra vita ci tratta."[1], che mi incoraggiava e mi caricava tantissimo. Mi ero fatto una scaletta di luoghi da visitare, di cibi da provare, speravo in storie da ascoltare e di poter narrare qualcosa del mio Paese, l'Italia. Era un sogno che si stava realizzando e che da tanto portavo nel mio cuore. Atterrata a Tel Aviv attorno le 16:30, al Controllo Passaporti mi vengono fatte tutta una serie di domande, tra le quali il nome di mio padre e di mio nonno paterno, e mi viene chiesto di accomodarmi in una sala d'attesa adiacente. In questa sala cerano tanti altri ragazzi chiaramente di origini arabe. Uno ad uno venivano chiamati, intervistati e lasciati andare. Rimango da sola in questa stanza ed  attorno le 18:00 vengo chiamata, per ultima, e fatta accomodare in una nuova stanza con alcune persone. Mi viene ordinato di scrivere i miei contatti (telefonici, posta elettronica, indirizzo di residenza) in Italia ed inizia una ulteriore serie di domande sul mio soggiorno, in particolare il motivo del mio viaggio in Gerusalemme. Spiego che sono lì per motivi religiosi, per vedere la Terra Santa, da turista e per scattare qualche fotografia. Mi è stato chiesto di che religione ero e il "grado di credo". Non comprendendo appieno la domanda ho loro detto di essere di religione musulmana, come si dice "moderata", e che i miei genitori sono di due religioni diverse. Mi è stato chiesto dove avrei soggiornato e ho loro risposto che non avevo ancora prenotato il luogo, in quanto avevo con me una lista di ostelli ed un convento di suore e che avrei deciso solo dopo aver visionato il posto. Nel peggiore delle ipotesi avevo una amica conosciuta tramite un social network, che scrive per una rivista italiana on-line, che mi avrebbe ospitato in caso di problemi. Tutto questo in stile "interrogatorio" con toni bruschi, urla, minacce di essere picchiata od imprigionata se avessi mentito. L'intervista (chiamiamola comunque così) è durata circa due ore. In questo lasso di tempo sono stata accusata di essere bugiarda e di non voler collaborare (collaborare a cosa? Sono accusata?). Ad un certo punto mi è stato intimato di accedere a tutti gli account di posta elettronica e di Social Network ai quali sono iscritta, senza possibilità di rifiuto (Facebook - Twitter - Gmail). Da intervista siamo passati a una minuziosa ispezione di tutto quanto fosse il mio mondo, pubblico e privato: su Facebook hanno sfogliato tutti i messaggi scambiati con gli amici e familiari, le fotografie pubbliche e quelle condivise  con pochi intimi, con relative prese in giro, risa, burla ed insinuazioni. Una violazione della mia intimità. Violenza psicologica. Dopodiché è iniziato un vero e proprio incubo: nello scorrere la lista di amici hanno notato ragazzi palestinesi, ignorando ovviamente i pochi ma pur presenti israeliani e di religione ebraica. Inoltre hanno visto tra la lista di amici anche il nome di Vittorio Arrigoni, che mi aveva inserito nella sua lista qualche settimana prima della sua prematura ed inaspettata morte. Ho chiesto la sua amicizia in quanto il suo messaggio di pace, "Restiamo Umani", è per me la base dei rapporti umanitari. Nemmeno da morto ha ricevuto il giusto rispetto, trattato da assassino. Ed io sono diventata terrorista. Hanno insinuato che io fossi affiliata a movimenti attivisti o contro Israele. Non hanno dato peso a tutti i miei messaggi di pace su quelle stesse pagine che mi hanno ingustamente ed inspiegabilmente "incriminata". D'altronde io non collaboravo, dicevano. Continuavo a spiegare il mio amore per la cultura, lo scopo del mio viaggio. Ero lì per esaudire un mio sogno, ero lì per uno scambio culturale: ho ricevuto odio e rabbia. Spesso cedevo ai loro metodi intimidatori e brutali ed alle loro minacce, ho pianto molto per paura, continua umiliazione e a volte per disperazione. E più cedevo più venivo assalita; sono stata forzata a leggere ad alta voce mentre piangevo poesie d'amore a me rivolte, brani in lingua araba, derisa e minacciata. Ho cercato di comprendere i motivi di tanto accanimento, ho chiesto loro di leggere le mie interviste online, di controllare i miei lavori fotografici, per dimostrare loro che non sono una "minaccia": minaccia per cosa poi, non lo so ancora. Non avevo più niente se non vestiti ed il denaro che mi hanno lasciato, sequestrandomi tutto il resto. Avevo paura. Paura di essere picchiata. Paura di non tornare a casa. Al termine dell'interrogatorio sono stata portata senza motivo nell'edificio detentivo aeroportuale e chiusa in una cella, priva di ogni cognizione di igiene, in condizioni inumane: i corridoi e la stanza dovo sono stata rinchiusa con altre 9 donne erano illuminate solo dalla luce della luna, un odore indescrivibile di marcio e di sporco, quasi soffocante. Sedie e letti incrostati di sporco, di luridume di anni ed anni. Nel terrore. Non penso di aver mai pianto così tanto in vita mia. Ma nei momenti più bui del mio "soggiorno" a Tel Aviv, io, abituata a cercare a credere sempre nel "Restiamo Umani", grande insegnamento di Vittorio, sono riuscita ugualmente a trovare cose positive: 3 episodi, piccoli gesti di solidarietà, conforto e sostegno. Un'agente, che mi suggeriva per il bene della mia salute, di bere dell'acqua poiché mi stavo disidratando a causa del pianto; una coppia di americani di religione ebraico ortodossa incontrati in una pausa del mio interrogatorio, che raccontandomi lo loro analoga avventura subita in un altro paese, maltrattati ed umiliati come io lo ero stata in quel momento, mi hanno dato forza, ricordandomi di rimanere umana, con la speranza che un giorno la gente la smetta di condannarsi reciprocamente per motivi etnici o religiosi; e durante il controllo del mio bagaglio, quando un'agente ha visto che l'intera valigia era piena di giocattoli e vestiti per bambini, dopo avermi chiesto perché ed ascoltato la mia risposta "Se il mio percorso in Gerusalemme mi porterà ad incontrare bambini bisognosi o malati, siano arabi od israeliani, musulmani, cattolici od ebrei, ho pensato di portare in dono sorrisi ed un biriciolo di felicità a chi non la riceve quotidianamente", mi dice che è dispiaciuta di quello che ho subito e che ci vorrebbero più persone come me. Ma non sono una minaccia, una terrorista? La mattina successiva, il 27 Agosto alle 05.00 del mattino mi hanno fatta uscire di cella, caricato sull'aereo in partenza per Roma, dove sono stata "accolta" e "scortata" nell'ufficio di polizia aeroportuale di Fiumicino, dove mi è stato riconsegnato il passaporto con un timbro a doppia barra: "Accesso Negato". Un timbro non meritato, una libertà negata: una condanna a vita per una cittadina onesta, che era giunta in Terra Santa per conoscere le proprie origini, per portare le propria cultura ed arricchirsi della "loro", un'ambasciatrice di umanità e di solidarietà per i bisognosi, l'insegnamento di Gesù. Urla, minacce, incomprensioni, pregiudizi sulle mie origini "ARABE", nella terra di Israele, terra di grandi popoli, storia e grande democrazia Avrei dovuto rimanere in Israele per 16 giorni. L'incubo è durato 16 ore. Il responso a pagina 16 del mio passaporto. Alle 08.00 ero nuovamente in Italia, grazie all'encomiabile e rapido aiuto delle Istituzioni Italiane che tanto e bene hanno operato per farmi uscire da questa situazione assurda, surreale, senza che niente di peggio mi potesse accadere. Questa lettera per capire il motivo di questo "Accesso Negato", di questo accanimento, di questa umiliazione. Ancora non so il perché. Fatima Abbadi

lunedì 28 aprile 2014

UCRAINA, COME SI FA UN "GOLPE MODERNO"

Ucraina, come si fa un golpe ‘moderno’


di Giulietto Chiesa



Nel mare magnum delle menzogne, delle imbecillità e, soprattutto, delle omissioni, viste e non viste (per la contraddition che nol consente) lette e non lette (idem come sopra), spiccano alcuni silenzi del mainstream occidentale. La signora Victoria Nuland, assistente del Segretario di Stato Usa, per esempio, ne ha fatte e dette di cotte e di crude in questi mesi. Parlando con il suo ambasciatore a Kiev, ben prima del rovesciamento del legittimo (quanto inviso) presidente Yanukovic, la signora Nuland decideva già la composizione del nuovo governo rivoluzionario che si sarebbe insediato a Kiev, dando indicazioni su chi si sarebbe dovuto includere o escludere.

Tutti i media europei s’indignarono molto per il finale di quella conversazione, elegantemente chiusa con un “fuck EU”, all’indirizzo degli alleati europei, a giudizio della Nuland non sempre completamente sdraiati a leccare i piedi di Washington. Nel grande scandalo, tuttavia, tutti dimenticarono di riferire, appunto, il resto di quella conversazione, che mostrava tutta intera la tracotanza dell’Amministrazione americana contro un paese sovrano. La Nuland già aveva venduto la pelle dell’orso: sapeva in anticipo come sarebbe finita.

Ma la signora Nuland – repetita iuvant – assistente del segretario di Stato Usa, aveva fatto di meglio nel dicembre scorso, quando – parlando al Press Center di Washington – aveva informato il colto e l’inclita che gli Stati Uniti “hanno investito cinque miliardi di dollari per dare all’Ucraina il futuro che merita”. Una frase davvero storica, non solo per la cifra, ma per l’eccezionale assunzione di responsabilità: il futuro dell’Ucraina non è nelle mani degli ucraini, ma nelle mani dell’America. La quale decide qual è il futuro che l’Ucraina “merita”.

Come siano stati spesi quei denari non è difficile indovinare. In parte essi sono andati a rendere migliore il futuro di quelli che Maria Rozanova (la vedova del dissidente Andrej Siniavskij) definiva come i “figli del capitano Grant”, amabilmente giocando sul termine “grant”, che in inglese significa anche “stipendio”. Così, infatti, sono stati comprati centinaia, anzi migliaia, di docenti, ricercatori, funzionari pubblici, studenti dei paesi est-europei, di Ucraina, di Russia. Chi poteva resistere alla tentazione di moltiplicare per cento il proprio stipendio? Di visitare un ricco paese straniero? Di tornare in patria un po’ più benestante, magari con i soldi per un’auto occidentale? Certo, per poter tornare a godere di un tale privilegio si deve poi restituire qualche cosa. Questi programmi “culturali”, ben finanziati da decine di ricche fondazioni americane, hanno rappresentato il primo contingente di una grande offensiva politica. Così sono state create migliaia di “quinte colonne”, di propagandisti indefessi dell’”american way of life”. Analoghi metodi di reclutamento sono stati effettuati con i giornalisti, che potremmo definire moltiplicatori di propaganda. Lo si è visto con Otpor, in Jugoslavia, che fu artefice principale del rovesciamento “pacifico” di Slobodan Milosevic. Lo si è visto nella “rivoluzione arancione” che portò al potere in Ucraina Viktor Yushenko e la Iulia Timoshenko. Lo stesso tentativo è stato fatto ripetutamente in Russia, prima e dopo il crollo dell’Urss. 

Sono cose note – per lo meno dovrebbero esserlo, sebbene troppi giornalisti le ignorino – che hanno costellato la storia degli ultimi trent’anni. Ma quello che vorrei qui ricordare è un evento storico, molto simile a quanto il ministro degli Esteri estone, Urmas Paet, ha raccontato a Catherine Ashton, capo della diplomazia europea. Paet avvertiva la Ashton che, secondo testimonianze che egli considerava attendibili, la mattanza del 20 febbraio in piazza Maidan sarebbe stata attuata non dalla polizia di Yanukovic, ma da cecchini piazzati sui tetti dall’”opposizione”. Leggendo le parole di quella telefonata assai riservata – rubata evidentemente da qualche servizio segreto che ha imparato le regole della Nsa – mi è venuta in mente la storia del dramma che avvenne a Vilnius, Lituania, il 15 gennaio 1991.

L’analogia è impressionante sotto ogni profilo. Sono andato a rivedere su Youtube come quel dramma viene descritto. Il titolo di un filmato dice così: “Le truppe sovietiche contro cittadini lituani disarmati a Vilnius”. Dunque alla storia è consegnata dal web, per sempre, la responsabilità sovietica per un massacro di civili. Quell’episodio è diventato addirittura il momento fondante della Repubblica indipendente di Lituania, ora membro della Nato e uno dei 28 paesi dell’Unione Europea. Ma adesso sappiamo che tutta quella storia fu scritta da altre mani, ben diverse da quelle del “popolo lituano”.

Raccontai questa scoperta,  il 18 febbraio 2012,  nella recensione al libro di Gene Sharp Come abbattere un regime, sottotitolo “Manuale di liberazione non violenta”. La scoperta mi fu squadernata dall’ex ministro della Difesa della Lituania, Audrius Butkevicius, l’organizzatore di una sparatoria che si trasformò in un massacro di civili.  Situazione quasi identica a quella della piazza Maidan di Kiev del 20 febbraio 2014. Qui cito il me stesso di quella recensione: “Fu una operazione da servizi segreti, predisposta, a sangue freddo, con l’obiettivo di sollevare la popolazione contro gli occupanti. Chiedo al lettore di sopportare la lunga citazione dell’intervista che venne pubblicata nel maggio-giugno 2000 dalla rivista Obzor e che è stata recentemente ripubblicata sul giornale lituano Pensioner. Sarà una fatica non inutile, perché coronata da una preziosa scoperta, che ci aiuterà a capire diverse cose del libro di cui stiamo parlando.


<Non posso giustificare il mio operato di fronte ai familiari delle vittime – dice Butkevicius, che allora aveva 31 anni – ma davanti alla storia io posso. Perché quei morti inflissero un doppio colpo violento contro due cruciali bastioni del potere sovietico, l’esercito e il KGB. Fu così che li screditammo. Lo dico chiaramente: sì, sono stato io a progettare tutto ciò che avvenne. Avevo lavorato a lungo all’Istituto Einstein, insieme al professor Gene Sharp, che allora si occupava di quella che veniva definita la difesa civile. In altri termini ci si occupava di guerra psicologica. Sì, io progettai il modo con cui porre in situazione difficile l’esercito russo, in una situazione così scomoda da costringere ogni ufficiale russo a vergognarsi. Fu guerra psicologica. In quel conflitto noi non avremmo potuto vincere con l’uso della forza. Questo lo avevamo molto chiaro. Per questo io feci in modo di trasferire la battaglia su un altro piano, quello del confronto psicologico. E vinsi”.

Spararono dai tetti vicini, con fucili da caccia, sulla folla inerme. Come hanno fatto in Libia, come hanno fatto in Egitto, come stanno facendo in Siria.

Adesso avete capito. Gene Sharp era là, in spirito. Fu lui che insegnò a Butkevicius come vincere, “trasferendo la lotta sul piano psicologico”. Peccato che, lungo la strada, morirono 22 persone innocenti. Ma, “di fronte alla storia”, cosa pretenderanno i nostri difensori dei diritti umani?

Il libro di Sharp va dunque letto sotto un’altra luce. Ed è, sotto questa luce, un’opera geniale. E’ stato scritto proprio per le giovani generazioni, che sono ormai totalmente prive di ogni memoria storica, già omologate dalle televisioni, ora intrappolate nei social network, che non hanno mai fatto politica, che sono digiune di ogni forma di organizzazione. Per questo è scritto con sconcertante semplicità, per essere compreso da un ragazzo o una ragazza della scuola media: per introdurli nella lotta politica e psicologica rese possibili dai tempi moderni, ma in modo tale che siano strumenti non in grado di capire ciò che fanno e per chi lavoreranno. E’ un manuale per organizzare la “sovversione dall’interno”, di tutti i paesi “altri” rispetto all’America e all’Europa; per armare, con la “non violenza” le quinte colonne che devono far cadere tutti i regimi che sono esterni al “consenso washingtoniano”>

  
Questi metodi sono stati dunque accuratamente preparati, e ripetutamente già sperimentati. Bisogna dire che, purtroppo, funzionano. E funzionano perché il grande pubblico non può neppure immaginare tanta astuzia e crudeltà. Funzionano perché i giornalisti sono troppo stupidi, o troppo corrotti per poter raccontare verità che non capiscono o che non vogliono capire e vedere. La signora Ashton non reagisce alla rivelazione di Urmas Paet. Non dice nulla.  Si presenterà ai giornalisti ripetendo che la responsabilità è tutta di Yanukovic. Il presidente Obama chiederà a Yanukovic di smetterla con la repressione. Fino a che Yanukovic cadrà. Come fece con Gheddafi, come si appresta a fare con Bashar Assad. Dove sta la differenza? Sta nel fatto che, fino al febbraio 2014, si erano abbattuti, con il manuale di Gene Sharp, i “dittatori violenti e sanguinari”, i regimi dei “paesi canaglia”. Adesso si fa di più e di meglio. Con gli stessi metodi si abbatte un governo e un presidente legittimamente eletti da un popolo. Quello ucraino temo sarà soltanto il primo di una serie. E milioni di cittadini dell’Occidente intero leggono – e credono – che l’aggressore è stato Vladimir Putin, il dittatore di turno da abbattere.

Sono i tempi in cui le rivoluzioni le fa il Potere.

domenica 27 aprile 2014

CONVEGNO DI MILANO DEL 10 FEBBRAIO 2014: SIONISMO ANTISIONISMO. I TESTI DEI RELATORI


Ascolta o scarica l'intervista di RADIO ONDA D'URTO
http://www.radiondadurto.org/2014/02/08/43658/

con il professor Diego Siragusa, CLICCANDO qui. [Download]

Diego Siragusa
Autore. traduttore. Insegnante di "Storia delle dottrine Politiche", "Storia del Risorgimento" e Storia del Conflitto israelo-Palestinese "Presso l'Università Popolare di Biella. Autore de" Il Terrorismo impunito ".

Susanna Sinigaglia
. Ebrea pacifista, Membro dell'associazione ECO (Ebrei Contro l'Occupazione), traduttrice e Autrice di opere diverse, TRA cui Il libro "L'arca dell'alleanza" Autrice di "Ebrei arabi: terzo incomodo?"

Ugo Giannangeli
Giurista. Osservatore internazionale ai processi contro Marwan Barghouti a Tel Aviv e Ocalan ad Ankara. Sulla questione palestinese ha contribuito partecipando alla stesura del libro “Palestina” nella collana “Crimini contro l’umanità” (ed. Zambon)..


"L'occupazione trasformerà Israele in un agente della repressione, i suoi cittadini diventeranno progressivamente i poliziotti dei palestinesi. Protrarre il dominio sui palestinesi porterà una catastrofe sull'intero popolo ebraic
Yeshayahu Leibowitz



"Israele oggi è a un bivio: o si libera della maledizione riconoscendo al popolo palestinese tutti i suoi diritti e la piena dignità, o la memoria del sionismo di cui si gloria, dietro la maschera retorica, mostrerà sempre di più un nazionalismo fanatico, intollerante e liberticida."
Moni Ovadia


"L'ideologia sionista presenta vari punti problematici. Vorrei citarne uno su tutti: sviluppa lo stato a cui aspira conquistando un territorio, popolato, con valore soprattutto mitico e religioso pur proclamandosi movimento laico e d’ispirazione socialista."
SUSANNA SINIGAGLIA


Da IL TERRORISMO impunito (Perchè i crimini di Israele minacciano la Pace Mondiale)
http://www.youtube.com/watch?v=MaGmD3PIXAk

"Quando un popolo è massacrato per far posto ad un altro più potente e subisce, in aggiunta, l'oltraggio della menzogna in realtà esso è massacrato due volte: prima dai suoi carnefici e poi dalle menzogne che essi e tutti i loro complici propagano nel mondo per isolarli, screditarli e distruggerli".
DIEGO SIRAGUSA

Che cosa è la sinistra sionista? Un ossimoro?
UGO Giannangeli

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I TESTI DEI relatori 
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 Sionismo-antisionismo

10 febbario 2014



Ugo Giannangeli
https://docs.google.com/viewer?a=v&pid=sites&srcid=ZGVmYXVsdGRvbWFpbnxwYXJhbGxlbG9wYWxlc3RpbmF8Z3g6N2VjMTViNTZmOTdjMmY5NQ


Diego Siragusa
https://docs.google.com/viewer?a=v&pid=sites&srcid=ZGVmYXVsdGRvbWFpbnxwYXJhbGxlbG9wYWxlc3RpbmF8Z3g6NTQ3OGRhY2Y3YWE0MmJhNw


Susanna Sinigaglia
https://docs.google.com/viewer?a=v&pid=sites&srcid=ZGVmYXVsdGRvbWFpbnxwYXJhbGxlbG9wYWxlc3RpbmF8Z3g6N2Y5YmNmNGRmMjU5NWFkMg


Moni Ovadia
https://docs.google.com/viewer?a=v&pid=sites&srcid=ZGVmYXVsdGRvbWFpbnxwYXJhbGxlbG9wYWxlc3RpbmF8Z3g6NjI2OGI0MDU0MWI4ODM2ZQ

domenica 13 aprile 2014

LA CRESCITA DELLE DISUGUAGLIANZE




Le Monde Diplomatique – marzo 2014

La crescita delle disuguaglianze spiega la stagnazione economica?
L’orribile dubbio dei liberisti
di Kostas Vergopoulos
professore emerito di Scienze economiche all’Università Parigi-VIII.
(traduzione dal francese di José F. Padova)

L’arricchimento di una minoranza stimolerebbe la crescita, favorendo così la riduzione della disoccupazione e il miglioramento delle condizioni di vita dei poveri: questo postulato ha lungamente determinato il destino degli Stati Uniti. Mentre le classi popolari continuano a soffrire per la crisi e il fossato sociale aumenta, questo “credo” si trova oggi rimesso in discussione non soltanto dal presidente Barack Obama, ma anche da economisti liberali che tempo addietro lo avevano ardentemente difeso.
Nello stagno dei dibattiti sull’avvenire del capitalismo il proverbiale sasso non è stato lanciato da un contestatore patentato, ma da uno dei più ardenti difensori del sistema: Lawrence Summers. Già presidente di Harvard, costui si rese famoso per la sua smania di deregolamentazione bancaria quando occupava il posto di ministro delle Finanze durante la seconda Amministrazione Clinton (1999-2001). Nominato da Barack Obama direttore del Consiglio economico nazionale (National Economic Council, NEC), funzione da lui svolta fino al 2010, ormai è prodigo di consigli per il mondo della finanza (il Fondo speculativo D.E.Shaw fra il 2008 e il 2009 gli ha versato 5,2 milioni di dollari), in particolare nel corso di conferenze pagate fino a 135.000 dollari ognuna. Nulla ci si poteva aspettare da lui che suscitasse il minimo rimescolio contestatario.
Il sasso ha toccato la superficie dell’acqua in occasione della conferenza annuale del Fondo monetario internazionale (FMI) (1), svoltasi a Washington il 7 e 8 novembre 2013. «E se il capitalismo si fosse messo da sé nella trappola di una “stagnazione secolare”?», si è chiesto l’amico dei banchieri. «Quattro anni fa siamo riusciti a troncare il panico finanziario, il denaro del piano di salvataggio è stato rimborsato, il mercato del credito è stato risanato. ( … ) Tuttavia il tasso di attività non è variato e la crescita rimane debole». Summers continua il suo ragionamento sul Financial Times: constatando che la Riserva Federale (la Banca centrale americana), praticando già tassi d’interesse vicini allo zero, non aveva più alcun margine di manovra supplementare per rilanciare l’attività, suggerisce che le bolle sono diventate una stampella necessaria alla crescita (2).
Quattro indicatori fondamentali, tutti orientati al ribasso, spiegano quest’umore cupo: da tre decenni continua il ribasso del tasso d’interesse naturale [i termini seguiti da un asterisco sono esplicitati nel glossario], vale a dire quello del profitto; la flessione, da tredici anni, della produttività del lavoro; la contrazione della domanda interna dopo gli anni ’80; e infine la stagnazione, e addirittura, la regressione dell’investimento produttivo e della formazione lorda di capitale fisso dopo il 2001, malgrado le massicce iniezioni di stimolante monetario praticate di volta in volta da Alan Greenspan e dal suo successore alla testa della Federal Reserve, Ben Bernanke.
Risultato: preoccupati di assicurare la loro sopravvivenza, i detentori di capitali non cercherebbero più di massimizzare i loro profitti dopando la produzione, bensì accrescendo i loro prelievi sul valore aggiunto - anche a costo di una contrazione della crescita. Il sistema sarebbe senza via di scampo, nessuna medicina sembrerebbe capace di trarlo dall’incaglio e per di più affronterebbe difficoltà sociali che aggravano la «corrosione» dell’edificio. Da una parte, l’aumento delle disuguaglianze logora le classi medie, ritenute garanti della stabilità sociale, delle istituzioni e della democrazia; dall’altra, la disoccupazione di massa provoca allo stesso tempo una perdita di reddito (per la nazione) e di profitti potenziali (per il capitale).
Imprese che non investono più
Quando furono pronunciate le parole «stagnazione secolare» cominciarono a piovere le reazioni, che furono di perplessità presso i progressisti, stupiti di riconoscersi nella costatazione dell’«irriformabilità» del capitalismo, posta da uno dei loro avversari ideologici dichiarati; e negative presso i conservatori, addolorati di vedere uno dei loro così roso dai dubbi. A questi ultimi il dissidente comunque ricordò che: «Non bisogna confondere previsioni e raccomandazioni (3)».
Il timore di Summers è stato in un primo momento percepito come un eco della diagnosi formulata negli anni ’30 dall’economista americano Alvin Hansen (1887-1975) (4). Tuttavia la «stagnazione secolare», che questi prospettava, derivava soprattutto dal rallentamento della crescita demografica e dall’esaurimento delle grandi innovazioni tecnologiche suscettibili di infondere una seconda giovinezza al sistema economico. La sua analisi si accostava ugualmente a quella di John Maynard Keynes (1883-1946), pessimista sull’avvenire del capitalismo ma convinto che la crisi doveva (e poteva) essere evitata. Tuttavia Summers, da parte sua, non evoca né il fattore demografico, né un qualsiasi esaurimento delle innovazioni tecnologiche. Egli basa la sua valutazione sul bilancio empirico dei tre ultimi decenni.
La destra neoliberista gli rimprovera di aver invertito la catena delle causalità: le bolle finanziarie non avrebbero stimolato la crescita, ma condotto in un vicolo cieco; i pessimi risultati economici dei Paesi occidentali non spiegherebbero il loro superindebitamento, ma ne sarebbero la conseguenza. L’ex membro del Direttorio della Banca Centrale Europea (BCE) Lorenzo Bini Smaghi ritiene così: «Non è l’austerità che indebolisce la crescita, ma il contrario: è la debolezza della crescita che rende necessaria l’austerità (5)». Alcuni arrivano fino ad appellarsi a Keynes contro Summers: mentre l’economista britannico aveva proposto di «sottoporre i redditieri all’eutanasia» - niente di meno –, tollerare le bolle finanziarie per stabilizzare l’economia equivarrebbe, al contrario, a vezzeggiarle (6).
Quando l’ex ministro perora per il ristabilimento del «circolo virtuoso» della crescita, i suoi critici ortodossi gli oppongono le virtù dell’«austerità espansiva». Che preparerebbe il rilancio «risanando» le basi dell’economia. Se l’attuale problema è veramente secolare, obiettano, richiede soluzioni che lo siano ugualmente, e non «giochi di destrezza». Esempi di soluzioni strutturali evocate: abbassare le imposte sulle imprese o, come negli Stati Uniti reclamano i repubblicani, «liberare l’economia dall’asfissiante peso dello Stato sociale», presentato come «il più oneroso al mondo» (7). Altri infine, come Kenneth Rogoff, professore a Harvard, suggeriscono che la debolezza della crescita dal 2008 in poi non riflette una tendenza secolare, ma l’incapacità dei governanti di gestire il debito senza nuocere alla crescita (8).
Nel campo progressista Paul Krugman, Premio Nobel per l’economia, concorda con la costatazione di Summers, ma ne rifiuta la conclusione: l’idea della stagnazione come «nuova norma» del sistema capitalista (9). A suo avviso si andrebbe fuori strada considerando che per rilanciare l’economia sono stati messi in opera tutti gli strumenti: lo sarebbe stata soltanto l’arma monetaria, mediante la diminuzione dei tassi d’interesse e l’emissione di liquidità supplementari. Rimane quindi l’arma del bilancio, che si tratterebbe di attivare rilanciando gli investimenti pubblici, compensando così la contrazione dei loro corrispettivi privati.
Infatti, per il momento, benché abbiano a disposizione importanti disponibilità liquide, le grandi imprese non investono. Il 22 gennaio 2014 il Financial Time segnalava che le società non finanziarie americane detenevano 2.800 miliardi di dollari, dei quali quasi 150 miliardi nelle casseforti della sola Apple. Da parte sua, il giornalista James Saft osservava sull’International New York Times: «Le imprese sembrano più disposte ad accumulare i biglietti di banca o a utilizzarli per riacquistare le azioni, piuttosto che a creare nuove capacità produttive (10)». Gli attivi immateriali rappresenterebbero in media circa il 5% degli attivi delle società americane negli anni ’70; nel 2010 questa proporzione è passata al … 60%.
Fra il 2010 e il 2013 la Federal Reserve ha pur iniettato quasi 4.000 miliardi di dollari nell’economia americana. Eppure, lungi dal rafforzare la capacità produttiva del Paese, una buona parte di questa somma è andata a finire in investimenti speculativi molto redditizi, in particolare nei Paesi emergenti. Cosicché l’importo totale delle liquidità ora «disponibili» nell’economia americana resta inferiore a quello del 2008. Il medesimo fenomeno avviene in Europa (11).
Un’economia che rifiuta di mettersi in moto mentre affluiscono i soldi? Il problema è molto noto: si tratta della «trappola della liquidità» descritta da Keynes negli anni ’30. Per venirne fuori, una sola soluzione: il ricorso al secondo strumento della politica economica, il deficit di bilancio. «In periodo di recessione», sottolinea Krugman, «ogni spesa è buona. La spesa produttiva è migliore e perfino la spesa improduttiva vale più che niente di niente (12)».
Per l’Europa un’idea strampalata. Mentre gli ammiratori dei grandi pensatori liberisti come Ayn Rand, Friedrich Hayek e Milton Friedman continuano a difendere le disuguaglianze, che essi innalzano a condizione imprescindibile per il rilancio e per la prosperità, gli Stati Uniti stanno diventando consapevoli della loro nocività. Nella sua allocuzione del 4 dicembre 2013 e ancor più nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del 29 gennaio 2014, il presidente Obama non soltanto ha denunciato i divari di reddito e di ricchezza – che non cessano di crescere – ma ha anche martellato dicendo che «la disuguaglianza costituisce il problema-chiave della nostra epoca» e che danneggia sia la crescita sia l’occupazione.
Già ministro del Lavoro di Bill Clinton, Robert Reich ha realizzato un documentario, Inequality For All, sull’aggravarsi delle disuguaglianze negli Stati Uniti. Il salario medio nel 1978 era di 48.000 dollari, oggi non raggiunge quasi l’equivalente di 34.000 dollari in termini di potere d’acquisto. All’opposto, il reddito medio per famiglia dell’1% più ricco della popolazione americana, che era di 393.000 dollari nel 1978, è passato a 1,1 milioni di dollari. Da cinque anni a oggi l’1% della popolazione ha captato il 90% della crescita del PIL, mentre il 99% delle restanti persone si sono spartite il 10% che rimane. Da soli, quattrocento individui dispongono di altrettanta ricchezza quanta ne hanno centocinquanta milioni di americani meno ricchi, tutti insieme (13). Tuttavia, se negli Stati Uniti si ammette sempre più apertamente la relazione fra disuguaglianze e stagnazione, in Europa, e particolarmente in Germania, quest’idea passa sempre come una stramberia.
L’attuale situazione ci ricorda un altro periodo della storia segnato da una comparabile concentrazione delle ricchezze: gli anni ’20, che condussero al crack del 1929 e alla Grande Depressione. Perché dunque negare nuovamente il rapporto causa-effetto fra impoverimento della maggioranza della popolazione e rallentamento economico? Le spese di quattrocento individui non potranno mai valere quanto quelle di centocinquanta milioni di americani: più i redditi si concentrano al vertice e più i consumi nazionali si contraggono, a pro del risparmio e della finanziarizzazione, a spese d’investimenti e di occupazione. Quando il patrimonio dei più ricchi non cresce tramite la produzione, ma mediante un salasso sempre più forte sul valore aggiunto, la crescita rallenta e il sistema erode i presupposti stessi della propria riproduzione.
Il neoliberismo, che pretendeva fare uscire il capitalismo dalla sua crisi, ve l’ha affossato. E noi non ci troviamo davanti a una «nuova norma», bensì di fronte a un vicolo cieco …
(1) « Fourteenth Jacques Polak annual research conference : Crises -Yesterday and today », FMI, Washington, DC, 7 et 8 novembre 2013.
(2) Lawrence Summers, « Why stagnation might prove to be the new normal », Financial Times, Londres, 15 décembre 2013.
(3) Lawrence Summers, « Economic stagnation is not our fate – unless we let it be », The Washington Post, 16 décembre 2013.
(4) Cf. Alvin Hansen, Fiscal Policy and Business Cycles, Norton, New York, 1941.
(5) Cité par le Financial Times, 12 novembre 2013.
(6) Cf. Izabella Kaminska, « Secular stagnation and the bastardisation of Keynes », Financial Times, 11 décembre 2013.
(7) Caroline Baum, « Keynesians revive a
Depression idea », Bloomberg, 4 décembre 2013, www.bloomberg.com
(8) Kenneth Rogoff, « What’s the problem with advanced economies ? », Project Syndicate, 4 décembre 2013, www.project-syndicate.org
(9) Paul Krugman, « Secular stagnation, coalmines, bubbles, and Larry Summers », The New York Times, 16 novembre 2013.
(10) James Saft, « Intangible capital », International New York Times, Neuilly-sur-Seine, 26 novembre 2013.
(11) Willem Buiter, « Secular stagnation risk for EU and Japan », Financial Times, 23 décembre 2013.
(12) Paul Krugman, « Secular stagnation, coalmines, bubbles, and Larry Summers », op. cit.

(13) «Robert Reich : “Les Américains doivent partager la richesse” », L’Express, Paris, 2 décembre 2013.