domenica 26 ottobre 2014

LA NUOVA GUERRA FREDDA


a cura della Rivista Italiana Difesa

Giù nel Calderone?La nuova Guerra Fredda
data: 24-10-2014
a cura di: Ezio Bonsignore

 “Le nazioni scivolarono oltre l’orlo, giù nel calderone bollente della guerra, senza la minima traccia di timore o di sgomento…”
David Lloyd George, Primo Ministro del Regno Unito (1916-1922)

Tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014, con l’approssimarsi del centesimo anniversario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, molti commentatori e analisti tracciavano dei paralleli tra l’intrico di rivalità imperialiste, opposti revanscismi e velenosi nazionalismi che portò l’ Europa al suicidio nel 1914, e il crescente rischio di conflitti tra i paesi rivieraschi del Mare della Cina Meridionale per il controllo delle preziose risorse naturali della regione. Questi paralleli partivano tutti dal presupposto che situazioni del genere riguardassero, appunto, soltanto dei paesi remoti ed “estranei”, mentre l’ Occidente poteva tranquillamente continuare a condurre il suo modello brevettato di imprese militari neo-colonialiste (vedasi “interventi umanitari”, “operazioni di appoggio alla pace”, “guerra al terrorismo”, “responsabilità di proteggere”), senza correre alcun rischio diretto.
Ma poi è venuta la crisi dell’Ucraina (più esattamente, “in” Ucraina) a ricordarci che pur se le cause profonde delle guerre “vere” risiedono sempre nelle rivalità strategiche, economiche e geopolitiche tra le Potenze, Lloyd George aveva ragione: la scintilla che dà fuoco alla polveri viene spesso fornita da gravi errori di calcolo, terribili passi falsi, totale incapacità di comprendere le motivazioni dell’avversario e di prevederne le reazioni e, soprattutto, arrogante convinzione della propria assoluta superiorità – hubris, per dirla con i Greci. Questo è ciò che avvenne ai paesi europei nel 1914, e questo è dove siamo oggi: sull’orlo del calderone bollente della guerra.
Con tutta evidenza, e al di là di una tambureggiante propaganda che per essere faziosa e volgare non è meno sciocca, gli eventi in Ucraina sono stati determinati da 3 fattori: una diffusa opposizione popolare alle politiche dell’allora Presidente Yanukovich, e più in generale alla sua gestione del potere; la presenza di forti organizzazioni di estrema destra e neo-naziste, che hanno fornito la “massa di manovra” per il “putsch” di febbraio, che cacciò Yanukovich; e l’appoggio fornito dall’Occidente (dapprima in modo nascosto, e poi apertamente dichiarato) ai disordini. Ed è altrettanto evidente che tra questi 3 fattori, quello di gran lunga più importante, e senza il quale la crisi non sarebbe mai scoppiata, è stato appunto l’appoggio occidentale.
La crisi in Ucraina è stata alimentata, e condotta al punto di deflagrazione, nel quadro di una deliberata manovra degli Stati Uniti, con l’appoggio dell’Unione Europea (anche se non necessariamente dell’Europa in quanto tale). Questa manovra aveva, e ha, 3 obiettivi principali:
- Effettuare un “cambio di regime” a Kiev per completare il processo di continua espansione a est della NATO che è in atto da 20 anni, portando l’ Ucraina nell’Alleanza e ampliando così la zona sotto controllo americano sino al cuore dell’Eurasia. Per ulteriori dettagli in merito al senso e alle implicazioni di questa espansione, posso risparmiarmi troppe parole invitando a leggere “La Grande Scacchiera” di Zbigniew Bzrezinski.
- Sfruttare, allo stesso tempo, l’inevitabile reazione russa per dare l’avvio ad una nuova Guerra Fredda, ricreando condizioni di tensione e ostilità permanente tra l’Occidente e la Russia. Questo per ridare un senso e uno scopo alla NATO, riportando così tutti i paesi europei sotto il fermo controllo militare e politico dell’Alleanza (cioè di Washington), e per porre fine al processo di rapida integrazione economica e dipendenza reciproca, soprattutto nel settore energetico, che è (era) in corso tra alcuni importanti paesi dell’Europa Occidentale e la Russia.
Questo vale soprattutto in relazione alla Germania, la cui politica di penetrazione commerciale a est, seguita sin dalla riunificazione con forti vantaggi, non era più tollerabile a Washington (e neppure, detto per inciso, in un paio di altre capitali europee). E’ curioso a questo proposito notare come molti, anche tra quanti comprendono con chiarezza le origini e gli scopi della crisi, attribuiscano alla Germania il ruolo di principale complice di Washington – mentre il realtà ne è la vittima.
- Riacquistare la propria completa libertà di manovra in Medio Oriente, superando e di fatto azzerando l’abile politica russa che l’anno scorso rappresentò il fattore decisivo nel far abortire all’ultimo momento il previsto attacco alla Siria.
Di fronte a questa manovra americana apertamente aggressiva (nel senso letterale del termine, in quanto indirizzata a provocare degli importanti cambiamenti strategici a favore degli interessi americani), la Russia di Putin ha degli obiettivi limitati e difensivi, che in pratica consistono nel tamponare i danni e preservare il più possibile lo status quo ante.
Il primissimo obiettivo russo, che doveva essere perseguito a tutti i costi, era quello di impedire che la base navale di Sebastopoli cadesse in mani NATO o comunque filo-americane, tagliando così fuori la Russia dal Mediterraneo. A questo proposito, Putin si è mosso con grande rapidità e decisione. Al di là di questo, il Cremlino non ha alcun reale interesse ad annettersi il Donbass, e men che meno a “invadere l’ Ucraina”. Mira, invece, ad impedire che l’Ucraina possa mai entrare nella NATO, e se possibile a tenerla fuori anche dalla EU, mantenendola invece nella posizione di “stato cuscinetto” sostanzialmente neutrale. Idealmente, questo dovrebbe avvenire in base ad un accordo o magari ad un contro-golpe filo-russo, ma si potrebbe anche provare a mantenere uno stato di guerra civile “dormiente”, ma semi-permanente – un po’ come a Cipro. Questo potrebbe essere l’obiettivo che il Cremlino sta perseguendo con l’armistizio attualmente in vigore.
Il comportamento suicida dell’Europa non è spiegabile in termini razionali - almeno, non sulla base dei fatti così come sono conosciuti. Pur con la plateale constatazione che Washington sta deliberatamente cercando di spingere i paesi europei in una rovinosa guerra economica con l’URSS, e pur con l’acuta consapevolezza che questa guerra economica potrebbe sfociare in qualcosa di molto più sinistro, le principali capitali europee si sono subito allineate con le tesi e i voleri americani, in modo quanto meno acritico. Si sono così messe in atto delle sanzioni, che stanno ulteriormente aggravando una crisi economica già pesante, e il cui unico obiettivo pratico consiste nell’impedire ai paesi europei qualsiasi possibilità di evasione sia pur parziale dall’area del dollaro, e in ultima analisi nel riportarli sotto controllo americano anche per quanto riguarda gli approvvigionamenti energetici. Si può capire Londra, si può capire Parigi, si può capire anche la UE in quanto tale - ma gli altri? Cosa li muove, quali obiettivi perseguono/credono di perseguire – o, forse più realisticamente, quali pressioni, ricatti, blandizie e corruzioni sono stati messi in atto nei confronti dei loro rappresentanti politici?
Si può forse ancora sperare che Merkel, l’unico capo di governo europeo degno di una qualche stima, finisca - pur nella sua costante linea politica di evitare a tutti i costi che la Germania resti isolata in Europa - per dare la preferenza alla tutela degli interessi nazionali (e di riflesso europei), e agisca di conseguenza. Ma questa è, appunto, solo una speranza.
Al momento attuale, Washington ha di fatto già largamente ottenuto 2 dei suoi 3 obiettivi: il cuneo che è stato artificialmente piantato tra l’Europa e la Russia continua ad allargarsi, e la “guerra al terrorismo” in Medio Oriente è ripresa ed è anzi stata estesa alla Siria. A quest’ultimo proposito, non so quanti si siano soffermati a riflettere sul fatto che gli Stati Uniti e i loro “volonterosi” alleati stanno agendo senza alcun mandato dell’ONU, scavalcando e anzi ignorando completamente il Consiglio di Sicurezza. Obama ha così perfezionato e codificato il precedente stabilito da Bush Jr. per l’attacco all’Iraq e, prima di lui, da Clinton in Kosovo nel 1999. Ma l’obiettivo principale, e cioè portare l’Ucraina sotto controllo NATO, continua a rimanere elusivo: i 5 miliardi di dollari che, come Nuland ha comunicato, sono stati investiti per il “cambio di regime” in Ucraina, non hanno ancora fornito tutti gli utili previsti.
La Russia, dal canto suo, è riuscita a mettere a segno un paio di buone parate, ma è costretta sulla difensiva e non sembra essere in grado di formulare – o comunque di svolgere – una strategia di ampio respiro per opporsi alle azioni americane. L’Europa ovviamente non conta, così come non contano gli Ucraini, dell’est come dell’ovest, nazionalisti o filo-russi, se non come pedine del “Grande Gioco”.
Su scala globale, giocando la carta ucraina mentre allo stesso tempo sta perseguendo energicamente il suo “Asia Pivot” per accerchiare e contenere la Cina, Washington ha però commesso un errore geopolitico gravissimo: allarmare e sfidare contemporaneamente i suoi 2 principali avversari (politici, strategici ed economici), spingendoli così ad uno storico riavvicinamento che, a tutti i fini pratici, corrisponde alla formazione di una alleanza anti-americana, e che quasi certamente non si sarebbe mai verificato in circostanze diverse. L’accordo da 400 miliardi di dollari per la fornitura di gas naturale russo alla Cina, firmato il 21 maggio scorso, ha delle implicazioni strategiche a medio/lungo termine ancora più pesanti dei suoi enormi aspetti economici, che meriterebbero un articolo a parte.
Con la crisi in una situazione di stallo, e con la ben concreta prospettiva che il prevedibile prossimo collasso economico e finanziario dell’Ucraina porti a nuove violenze di piazza, il rischio che il mondo sta correndo è duplice. Da un lato, è purtroppo ben concepibile che l’Amministrazione Obama faccia un qualche monumentale passo falso (accogliere l’Ucraina nella NATO, o magari alzare il tiro e puntare ad un “cambio di regime” in Russia), che costringerebbe Putin a reagire sul serio. Dall’altro, non è certo escluso che le pressioni interne, e/o un aggravamento della situazione militare nel Donbass, finiscano per spingere il Cremlino a mosse sconsiderate – diciamo, invadere davvero l’Ucraina e annetterne tutta la parte orientale. Come già nell’agosto 1914, esiste quindi il rischio che azioni avventate, reazioni e contro-reazioni portino a conseguenze imprevedibili ma molto, molto pesanti.
Il raggio di speranza, in fondo al Vaso di Pandora della crisi ucraina, è fornito dal fatto che un conflitto diretto tra la NATO e la Russia rimane completamente inconcepibile in termini razionali, così come lo è stato sin dalla metà degli anni ’50 – e non si sarà mai abbastanza grati per l’esistenza delle armi nucleari. E’ infatti sin troppo chiaro che un siffatto conflitto diretto finirebbe inevitabilmente per portare ad uno scambio nucleare totale, che non lascerebbe alcun vincitore. Gli Stati Uniti e la NATO non dispongono quindi di alcuna opzione militare davvero credibile contro la Russia, e naturalmente il contrario è ancora più vero.
In una crisi governata da attori razionali, questa dovrebbe essere la considerazione principale – come lo fu all’epoca della crisi dei missili cubani. C’è però da chiedersi se la situazione attuale corrisponda ancora a questi parametri. L’esperienza storica lo dimostra: le nazioni possono “scivolare oltre il bordo, giù nel calderone bollente della guerra” per tracotanza, per hubris o per pura e semplice stupidità.

martedì 21 ottobre 2014

ISIS e Stati Uniti: La propaganda delle decapitazioni





ISIS e Stati Uniti: La propaganda delle decapitazioni

di James Petras 


 petras.lahaine.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

26/09/2014

Introduzione: Per superare la massiccia opposizione pubblica statunitense e mondiale a nuove guerre in Medio Oriente, Obama si è affidato ai raccapriccianti video su internet della macellazione di due ostaggi americani, i giornalisti James Foley e Steve Sotloff, mediante decapitazione. Questi brutali omicidi sono stati il principale strumento di propaganda di Obama per stabilire una nuova agenda di guerra in Medio Oriente: una manna per il suo casus belli!

Questo spiega le minacce del governo USA di procedimento penale contro le famiglie di Foley e Stoloff quando hanno cercato di riscattare i loro figli prigionieri dell'ISIS.

Con i mass media americani che mostravano ripetutamente le teste mozzate di questi due uomini indifesi, l'indignazione pubblica e il disgusto hanno suscitato appelli ad un coinvolgimento militare Usa per fermare il terrore. Leader politici Usa e dell'UE hanno presentato le decapitazioni di ostaggi occidentali da parte del cosiddetto Stato islamico (ISIS) come una minaccia diretta e mortale per la sicurezza dei civili negli Stati Uniti e in Europa. L'immaginario evocato è stato quello di terroristi senza volto vestiti di nero, armati fino ai denti, che invadevano l'Europa e gli Stati Uniti e che giustiziavano famiglie innocenti, imploranti salvezza e pietà.

Il problema con questo schema di propaganda non è la malvagità e i crimini brutali compiuti dall'ISIS, ma il fatto che il più stretto alleato di Obama nella sua settima guerra in sei anni è l'Arabia Saudita, un regno ripugnante che decapita abitualmente i suoi prigionieri in pubblico senza alcun processo giudiziario riconoscibile come equo secondo gli standard civili: a meno che "confessioni" ottenute sotto tortura non siano adesso una norma occidentale. Nel mese di agosto 2014, quando l'ISIS ha decapitato due prigionieri americani, Riyadh decapitava quattordici prigionieri. Dall'inizio dell'anno, la monarchia saudita ha staccato la testa dal collo a 46 prigionieri e ha mozzato braccia e membra a molti altri. Durante la recente visita di Obama e Kerry in Arabia Saudita, orrende decapitazioni sono state mostrate pubblicamente. Queste atrocità non hanno offuscato il luminoso sorriso sul volto di Barak Obama mentre passeggiava con i suoi gioviali carnefici reali sauditi, in netto contrasto col volto severo e arrabbiato del presidente degli Stati Uniti mentre presentava l'uccisione dei due americani da parte dell'ISIS come pretesto per bombardare la Siria.

I mass media occidentali tacciono di fronte alla pratica comune nel regno saudita della decapitazione pubblica. Non una tra le principali reti d'informazione, la BBC, il Financial Times, il New York Times, il Washington Post, NBC, CBS e NPR, ha messo in discussione l'autorità morale di un presidente degli Stati Uniti che si pronunzia nella condanna selettiva dell'ISIS mentre ignora le decapitazioni e le amputazioni ufficiali dello stato saudita.

Decapitazione e smembramento: con le spade e con i droni

I video su internet dell'ISIS che mostrano desolati prigionieri occidentali vestiti di arancione e le loro teste mozze hanno evocato un diffuso sgomento e paura. Viene ripetutamente detto: "L'ISIS ci sta venendo a prendere!" Ma le azioni criminali dell'ISIS contro ostaggi indifesi sono pubblicamente accessibili. Non possiamo dire lo stesso per le decapitazioni e gli smembramenti delle centinaia di vittime degli attacchi dei droni statunitensi. Quando un drone spara i suoi missili su una casa, una scuola, su un bacchetto di matrimonio o un veicolo, i corpi delle persone vengono smembrati, dissolti, decapitati e bruciati rendendoli irriconoscibili: tutto tramite telecomando. La carneficina non viene videoregistrata o diffusa per il consumo di massa da sua eccellenza Obama. In effetti, le morti di civili, anche se riconosciute, sono derubricate a "danno collaterale" mentre i resti vaporizzati di uomini, donne e bambini vengono descritti dalle truppe americane come "schiuma rosa".

Se la brutale decapitazione e lo smembramento di civili innocenti è un crimine capitale che dovrebbe essere punito, come credo che sia, allora sia l'ISIS che il regime di Obama e i suoi leader alleati dovrebbero andare davanti ad un tribunale popolare per crimini di guerra nei paesi in cui si sono verificati i crimini.

Ci sono buone ragioni per considerare lo stretto rapporto di Washington con i reali sauditi tagliatori di teste, come parte di un'alleanza molto più ampia con spaventose brutalità. Per decenni, le agenzie anti-droga e le banche Usa hanno lavorato a stretto contatto con i criminali cartelli della droga in Messico sorvolando sulle loro famigerate pratiche di decapitare, smembrare ed esibire le loro vittime, fossero esse civili locali, giornalisti coraggiosi, poliziotti catturati o migranti in fuga dal terrore del Centro-America. I famigerati Zetas e i Cavalieri Templari si sono introdotti nei più alti livelli dei governi federali e locali messicani, trasformando i funzionari statali e delle istituzioni in clienti sottomessi e obbedienti. Oltre 100.000 messicani hanno perso la vita a causa di questo "Stato nello Stato", un "ISIS" in Messico, solo "a sud del confine". E proprio come l'ISIS in Medio Oriente, i cartelli ottengono le loro armi dagli Usa importandole proprio attraverso i confini del Texas e dell'Arizona. Nonostante questo raccapricciante terrore sul versante sud degli Usa, le principali banche del paese, tra cui Bank of America, Citibank, Wells Fargo e molte altre hanno riciclato miliardi di dollari di profitti della droga per i cartelli. Ad esempio, la scoperta di 49 corpi decapitati collettivamente nel maggio 2014 non ha spinto Washington a formare una coalizione mondiale per bombardare il Messico, né l'ha indotto ad arrestare i banchieri di Wall Street per aver riciclato il "sanguinoso bottino dei tagliatori di teste".

Conclusione

L'isterica e quanto mai selettiva rappresentazione dei crimini dell'ISIS fatta da Obama costituisce il pretesto per lanciare un'altra guerra contro un paese a maggioranza musulmana, la Siria, tenendo al riparo il suo stretto alleato, il real tagliatore di teste saudita dallo sdegno dell'opinione pubblica Usa. I crimini dell'ISIS sono diventati un'altra scusa per lanciare una campagna di "decapitazione di massa con droni e bombardieri". La propaganda contro un crimine ai danni dell'umanità diventa la base per perpetrare crimini contro l'umanità ancora più gravi. Molte centinaia di civili innocenti in Siria e in Iraq saranno smembrati dalle bombe "antiterrorismo" e dai droni sguinzagliati da un'altra delle "coalizioni" di Obama.

La ferocia localizzata dell'ISIS sarà moltiplicata, amplificata e diffusa dalla "coalizione dei volenterosi decapitatori" diretta dagli Usa. Al terrore dei tagliatori di teste incappucciati sul terreno si risponderà con il moltiplicato terrore aereo delle controparti senza volto, mentre si nascondono con cura le teste che rotolano sulle pubbliche piazze di Riyadh o i corpi senza testa esposti lungo le strade del Messico… e soprattutto ignorando le vittime nascoste dell'aggressione statunitense-saudita nelle città e nei villaggi della Siria.

venerdì 3 ottobre 2014

AGLI ALBORI DI ISRAELE, LAVORI FORZATI PER I PALESTINESI PER COSTRUIRE IL NUOVO STATO

AGLI ALBORI DI ISRAELE, LAVORI FORZATI PER I PALESTINESI PER COSTRUIRE IL NUOVO STATO

(Prima Parte)


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venerdì 26 settembre 2014

La guerra al terrorismo è terrorismo



La guerra al terrorismo è terrorismo

Come gli Stati Uniti hanno contribuito 
a creare Al Qaeda e ISIS

di Garikai Chengu * 

| 
counterpunch.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

19/09/2014

Proprio come Al Qaeda, lo Stato islamico (ISIS) è "made-in-the-USA", fabbricato negli Stati Uniti, uno strumento di terrore per dividere e conquistare il Medio Oriente ricco di giacimenti petroliferi e per contrastare la crescente influenza dell'Iran nella regione.

Il fatto che gli Stati Uniti abbiano una lunga e torbida storia di supporto e sostegno ai gruppi terroristici può sorprendere solo quelli che guardano la cronaca e ignorano la storia.

La CIA si alleò con l'Islam estremista già durante la Guerra fredda. Allora, l'America vedeva il mondo in termini piuttosto semplici: da un lato, l'Unione Sovietica e il nazionalismo del Terzo mondo, che l'America ha sempre considerato come uno strumento sovietico; dall'altro lato, le nazioni occidentali e l'Islam politico militante, che l'America considerò come alleato nella lotta contro l'Unione Sovietica.

Il direttore della National Security Agency sotto Ronald Reagan, il generale William Odom ha recentemente osservato, "In ogni caso, gli Stati Uniti hanno a lungo utilizzato il terrorismo. Nel 1978-1979 il Senato stava cercando di approvare una legge contro il terrorismo internazionale e i giuristi si spinsero a dire che tutte le versioni della legge proposte per la deliberazione, avrebbero comunque visto gli Stati Uniti come trasgressori".

Durante gli anni settanta la CIA utilizzò i Fratelli Musulmani in Egitto come una barriera, sia per contrastare l'espansione sovietica e sia per prevenire la diffusione dell'ideologia marxista tra le masse arabe. Gli Stati Uniti hanno anche apertamente sostenuto Sarekat Islam contro Sukarno in Indonesia, e hanno supportato il gruppo terroristico Jamaat-e-Islami contro Zulfiqar Ali Bhutto in Pakistan. Da ultimo, ma certamente non meno importante, c'è Al Qaeda.

Non bisogna dimenticare che la CIA diede vita a Osama Bin Laden e alla sua organizzazione allattandoli al seno nel corso degli anni 1980. L'ex ministro degli Esteri britannico, Robin Cook, disse alla Camera dei Comuni che Al Qaeda fu senza dubbio un prodotto delle agenzie di "intelligence" occidentali. Il signor Cook ha spiegato che "Al Qaeda", che letteralmente è l'abbreviazione di "il database" in arabo, era in origine la banca dati informatica delle migliaia di estremisti islamici addestrati dalla CIA e finanziati dai sauditi, al fine di sconfiggere i russi in Afghanistan.

Il rapporto dell'America con Al Qaeda è sempre stata una storia d'amore-odio. A seconda che un particolare gruppo terroristico di Al Qaeda in una data regione possa assecondare gli interessi americani o no, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti o lo supporta oppure ne fa il suo bersaglio. Anche se i responsabili della politica estera americana affermano di opporsi all'estremismo islamico, lo hanno scientemente fomentano come arma di politica estera.

Lo "Stato islamico" è la sua ultima arma che, proprio come Al Qaeda, gli si sta certamente ritorcendo contro. L'ISIS è recentemente salito sulla ribalta internazionale dopo che i suoi teppisti hanno cominciato a decapitare giornalisti americani. Ora tale gruppo terroristico è in grado di controllare un'area delle dimensioni del Regno Unito.

Per capire il motivo per cui lo Stato islamico sia cresciuto e si sia sviluppato così rapidamente, si deve dare un'occhiata alle radici della sua organizzazione, foraggiata dagli USA. L'invasione e l'occupazione dell'Iraq del 2003 da parte degli Stati Uniti, creò le pre-condizioni in base alle quali i gruppi sunniti più radicali potessero metter radici. Gli USA, piuttosto imprudentemente, distrussero l'apparato statale laico di Saddam Hussein e lo sostituirono con una amministrazione a maggioranza sciita. L'occupazione americana finì per creare grande disoccupazione nelle zone sunnite, respingendo il socialismo e chiudendo le fabbriche nella speranza ingenua che la mano magica del libero mercato potesse creare posti di lavoro. Sotto il regime sciita sostenuto dagli Stati Uniti, la classe operaia composta dai sunniti perse centinaia di migliaia di posti di lavoro. A differenza degli afrikaner bianchi in Sudafrica, ai quali fu permesso di conservare la loro ricchezza dopo il cambio di regime, i sunniti appartenenti alle classi superiori e proprietarie furono sistematicamente espropriati dei loro beni e persero la loro influenza politica. Invece di promuovere l'integrazione religiosa e l'unità, la politica americana in Iraq ha esacerbato le divisioni settarie e ha creato un terreno fertile per la crescita del malcontento sunnita, malcontento che fece mettere ad Al Qaeda le radici in Iraq.

Lo Stato islamico dell'Iraq e della Siria (ISIS) era solito avere un altro nome: Al Qaeda in Iraq. Dopo il 2010 il gruppo ha cambiato la propria denominazione ed ha reindirizzato la sua attività sulla Siria.

Tre guerre sono attualmente combattute in Siria: quella tra il governo ed i ribelli, un'altra tra Iran e Arabia Saudita, ed un altra ancora tra USA e Russia. E' questa terza battaglia della nuova Guerra fredda che ha condotto la politica estera degli Stati Uniti a correre il rischio di armare i ribelli islamici in Siria, perché il presidente siriano, Bashar al-Assad, è un'alleato chiave della Russia. Con un risvolto piuttosto imbarazzante, molti di questi ribelli siriani si sono ora rivelati essere teppisti dell'ISIS, i quali apertamente combattono imbracciando gli M16 fabbricati e forniti dagli USA.

La politica americana nel Medio Oriente ruota attorno al petrolio ed a Israele. L'invasione dell'Iraq ha parzialmente soddisfatto la sete di petrolio di Washington, ma gli attacchi aerei in corso in Siria e le sanzioni economiche contro l'Iran hanno molto a che fare con Israele. L'obiettivo è quello di privare i vicini nemici di Israele, Hezbollah in Libano ed i palestinesi di Hamas, del cruciale supporto siriano ed iraniano.

L'ISIS non è soltanto uno strumento di terrore utilizzato dagli americani per rovesciare il governo siriano; viene anche utilizzato per fare pressione sull'Iran.

L'ultima volta che l'Iran ha invaso un'altra nazione fu nel 1738. Fin dalla conquista dell'indipendenza dalla madrepatria inglese, sin dal 1776, gli Stati Uniti sono stati impegnati in oltre 53 spedizioni ed invasioni militari. A differenza di quello che le grida bellicose dei media occidentali vorrebbero far credere, l'Iran non è chiaramente una minaccia per la sicurezza regionale, Washington lo è. Una relazione informativa pubblicata nel 2012 ed approvata da tutte le sedici agenzie di intelligence degli Stati Uniti ha confermato che l'Iran ha chiuso il suo programma di armamento nucleare nel 2003. In verità, qualsiasi ambizione nucleare iraniana, reale o immaginaria, è il risultato dell'ostilità americana verso l'Iran, e non il contrario.

L'America sta usando ISIS in tre modi: per attaccare i suoi nemici in Medio Oriente, per creare un pretesto all'intervento militare USA all'estero, e internamente per fomentare un'artefatta paura di una minaccia alla sicurezza nazionale, utilizzata per giustificare l'espansione senza precedenti della sorveglianza invasiva sui cittadini.

Espandendo da un lato la secretazione degli atti di governo e dall'altro la sorveglianza, il governo di Obama sta aumentando il proprio potere di sorvegliare e spiare i propri cittadini, mentre sta riducendo il potere dei medesimi cittadini di sorvegliare e controllare il governo. Il terrorismo è una scusa per giustificare la sorveglianza di massa, per prevenire rivolte di massa.

La cosiddetta "guerra al terrorismo" deve essere vista per quello che è realmente: un pretesto per il mantenimento di una macchina militare pericolosamente sovradimensionata. I due gruppi di interessi più potenti ed influenti sulla politica estera degli Stati Uniti sono la lobby israeliana, che dirige la politica americana in Medio Oriente, e il complesso militare-industriale, che beneficia in termini di profitto delle azioni del primo gruppo. Da quando George W. Bush dichiarò la "Guerra al Terrore" nell'ottobre 2001, questa è costata al contribuente americano circa 6,6 trilioni [6.600 miliardi] di dollari e migliaia di figli e figlie caduti; ma, nello stesso tempo, le guerre hanno reso miliardi di dollari per le élite militari di Washington.

In realtà, più di settanta aziende e investitori privati americani hanno vinto appalti e commesse di lavoro per 27 miliardi di dollari dal periodo del dopoguerra in Iraq e in Afghanistan sino agli ultimi tre anni, ciò secondo un recente studio del "Center for The Public Integrity" [Centro per la Probità Pubblica, n.d.t.] (1). Secondo lo studio, quasi il 75 per cento di queste aziende private ha avuto dipendenti o membri del consiglio, che hanno prestato servizio o hanno avuto stretti legami con il ramo esecutivo delle amministrazioni repubblicane e democratiche, con i membri del Congresso o i più alti livelli del settore militare.

Una relazione del 1997 redatta Ministero della Difesa degli Stati Uniti ha affermato che, "i dati mostrano una forte correlazione tra il coinvolgimento degli Stati Uniti all'estero e l'aumento degli attacchi terroristici contro gli Stati Uniti". La verità è che l'unico modo in cui l'America può vincere la "guerra al terrorismo" è quella di smettere di dare ai terroristi la motivazione e le risorse per attaccare l'America. Il terrorismo è il sintomo; l'imperialismo americano in Medio Oriente è il cancro. In parole povere, la Guerra al Terrore è terrorismo; solo che è condotto su una scala molto più ampia da parte di uomini che utilizzano aviogetti militari e missili.

(*) Garikai Chengu è ricercatore presso l'Università di Harvard.

Nota

1. "The Center for The Public Integrity" è un'associazione senza scopo di lucro fondata nel 1989 da Charles Lewis: si propone come obiettivo quello di investigare su corruzione, abusi di potere e malversazioni del patrimonio e del denaro pubblico tramite gli strumenti del giornalismo investigativo, senza legami con alcuna forza politica
 

mercoledì 10 settembre 2014

SARA ROY CONTRO ELIE WIESEL



Negare ai palestinesi la loro umanità 
(Una risposta a Elie Wiesel)


di SARA ROY


Signor Wiesel,

Ho letto la sua dichiarazione sui palestinesi, che è apparsa in The New York Times il 4 agosto. Non posso evitare di pensare che il Suo attacco contro Hamas e le sbalorditive accuse di sacrificio di bambini sono davvero un attacco, accuratamente velato ma inconfondibile, contro tutti i palestinesi, i loro bambini compresi. Come figlia di sopravvissuti all'Olocausto, entrambi i miei genitori sono sopravvissuti ad Auschwitz, io sono inorridita dalla Sua posizione anti-palestinese, che  Lei ha da lunga data. Ho sempre voluto chiederLe, perché? Quale crimine hanno commesso palestinesi ai Suoi occhi? Esponendo Israele come occupante e se stessi come vittime quasi inermi? Resistere per quasi mezzo secolo di oppressione imposta dagli ebrei e attraverso tale resistenza costringerci come popolo ad affrontare la nostra innocenza perduta (a cui Lei così tenacemente si aggrappa)?

Diversamente da Lei, signor Wiesel, ho trascorso una grande quantità di tempo a Gaza tra i palestinesi. In quel momento, ho visto molte cose terribili e devo confessare che cerco di non ricordarle a causa dell'agonia che esse continuano a infliggere. Ho visto i soldati israeliani sparare sulla folla di bambini che stavano facendo niente di più che schernirli, alcuni con pietre, alcuni solo con  parole. Ho assistito a troppi orrori, più di quanto voglia descrivere. Ma devo dirLe che le peggiori cose che ho visto, quei ricordi che continuano a perseguitarmi, che non possono essere mai dimenticati, non sono atti di violenza, ma atti di disumanizzazione.

C'è una storia che voglio raccontarLe, signor Wiesel, perché l’ho portata dentro di me per molti anni e ne ho scritto solo una volta molto tempo fa. Ero in un campo profughi a Gaza, quando un'unità dell'esercito israeliano a piedi di pattuglia incontrarono un bambino piccolo appollaiato sulla sabbia seduto appena fuori la porta della sua casa. Alcuni soldati si avvicinarono al bambino e lo circondarono. In piedi , uno vicino all’altro, i soldati cominciarono a passarsi il bambino tra di loro con i piedi, imitando una palla in una partita di calcio. Il bambino cominciò a gridare istericamente e la madre si precipitò fuori urlante, cercando disperatamente di liberare il proprio bambino dalle gambe e i piedi dei soldati. Dopo pochi secondi di "gioco", i soldati si fermarono e si allontanarono, lasciando il bambino terrorizzato a sua madre sconvolta.

Ora so cosa Lei deve pensare: questo è stato l'atto di pochi uomini fuorviati. Ma io non sono d'accordo perché ho visto così tanti atti di disumanizzazione da quel momento, tra i quali ora devo includere il Suo. Signor Wiesel, come si può difendere il massacro di oltre 500 bambini innocenti, sostenendo che Hamas li usa come scudi umani? Diciamo per amor di discussione che Hamas fa uso di bambini in questo modo; se fa questo allora Lei giustifica o rivendicare il loro assassinio davanti ai Suoi occhi? Come può un essere umano etico fare un ragionamento così grottesco? In tal modo, signor Wiesel, non vedo alcuna differenza tra Lei e i soldati israeliani che hanno usato il bambino come un pallone da calcio. Il Suo modo può essere diverso dal loro, forse Lei non tratterebbe mai un bambino palestinese come un oggetto inanimato, ma l'effetto delle Sue parole è lo stesso: disumanizzare e oggettivare i palestinesi al punto in cui la morte di bambini arabi, alcuni assassinati dentro le loro case, non La colpisce per nulla. Tutto quello che importa veramente è che gli ebrei non siano accusati per il massacro selvaggio dei bambini.

Nonostante la Sua eloquenza, è chiaro che Lei crede che solo gli ebrei siano capaci di amare e di proteggere i loro figli e in possesso di una umanità che i palestinesi non hanno. Se è così, signor Wiesel, come Lei spiega la soddisfazione pubblicamente ostentata tra molti israeliani sul massacro di Gaza, alcuni radunati come se fossero ad una festa, per vedere da vicino i bombardamenti, guardando la distruzione di innocenti, divertiti dalla devastazione? Sono questi israeliani diversi da quelle persone che stavano fuori dalle mura dei ghetti ebraici in Polonia a guardare i ghetti bruciare o ascoltare con indifferenza gli spari e le urla di altri innocenti all'interno, tra i quali i membri della mia famiglia e forse i Suoi, mentre erano cacciati e sterminati?

Lei ci vede come desidera che noi siamo e non come molti di noi in realtà siamo. Non siamo tutti insensibili alla sofferenza che infliggiamo, assuefatti  alla crudeltà con facilità e tranquillità. E grazie a Lei, signor Wiesel, a causa delle Sue parole, che negano  ai palestinesi la loro umanità e li privano del loro stato di vittime, troppi possono intendere la nostra mancanza di misericordia, come se si trattasse di qualcosa di nobile, che non lo è. Piuttosto, è qualcosa di mostruoso.
(La traduzione è mia)

Sara Roy è uno studiosa ricercatrice presso il Centro di Studi sul Medio Oriente dell'Università di Harvard.